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lunedì 11 febbraio 2019

KENYON BUNTON – “This Guy’s Disguised This Sky”, di Andrea Pintelli



KENYON BUNTON – “This Guy’s Disguised This Sky”
Di Andrea Pintelli

La storia artistica di Keyton Bunton inizia negli anni novanta, in Inghilterra, suo paese di origine. Dopo alcuni esperimenti con varie band, tra cui i Cardiacs che avevano avuto alcuni passaggi anche su MTV e BBC radio. Disilluso dalla scena musicale londinese su cui di poggiava l’industria discografica dell’epoca, si allontanò da essa, sia idealmente (restò alcuni anni lontano da quel mondo), sia fisicamente, tant’è che ad un certo punto emigrò a Genova, culla del Prog nostrano e dispensatrice di ispirazioni per lui importantissime. Da qui ricominciò a scrivere e comporre la sua Musica, fatta di Canterbury sound, Van der Graaf Generator, mescolati a suoni più moderni come Foo Fighter e certo altro driving rock. Da buon intenditore era solito ascoltare Hawkwind, Henry Cow, Frank Zappa, tanto quanto  Black Flag e Sonic Youth. Questo bagaglio culturale lo ritroviamo ben impresso negli album fin qui pubblicati.
Oggi prenderemo in esame “This Guy’s Disguised This Sky”, suo secondo lavoro pubblicato pochi mesi fa dalla Standard Tuna Records. Personalmente ho fatto fatica ad avvicinarmi a questo autore, perché distante dal mio sentire (nonostante la mia versatilità), ma comunque andando ad analizzare questo disco significativo, si può captare la ricerca di uno stile (magari non ancora identificato appieno) e soprattutto la forza interpretativa che Bunton con naturalezza infonde in ogni singolo brano.
“Seeing is Stealing”, prima traccia, è un crescendo di chitarra a cui via via si associano gli altri strumenti, creando una linea d’intermezzo quasi noise, per poi concludere in un simil fuoco d’artificio stilistico. “Seeing Infinity” è corale, distante anni luce dai personalismi pop che assillano il nostro oggi; quasi lirica, in un movimento quasi sospeso fra la novità, lo psych folk e il cielo, trova nel suo doppiare la voce una soluzione venuta da lontano: dagli anni settanta? Già. “Pass the Salt” riprende alcuni stilemi tipici proprio del primo periodo degli anni novanta e ciò infonde a tutto il pezzo una sensazione di tristezza che speri di abbandonare ben presto. “The Sky ain’t Blue” finalmente porta ritmo al percorso, qualche apertura in più rispetto ai precedenti tratti. Sembra essere in un cerchio in cui non si riesce ad uscirne, il perdurare di certe melodie portano a sensazioni monocordi e martellanti. Poi la svolta verso un eclettismo più marcato, ed è lì che si alza l’asticella della creatività. Questa trovata salva il brano. “This Guy’s Disguised This Sky”, che dà il titolo all’album, è una camminata di sei minuti in un elettronico e buio mondo interiore, di cui il titolo dice tutto. O quasi. Vorremmo essere altrove, siccome la difficoltà d’ascolto è alta e l’immedesimarsi in questo “ragazzo” è pericolosa. Voci che ci sorvolano, a volte attraversandoci, sostenute da un tappeto sonoro sinistro, non sembrano essere amichevoli. “The End of a Superhero” riprende il lato più Prog di Bunton, con un ampio spettro sonoro che tanto vuol urlare, per farci sentire e vivere quello che l’autore sta respirando. Sperimentalismo, ma anche capacità d’osare, ci regalano quello che è senza dubbio la miglior traccia del disco. Senza ombra di dubbio. La sua voce posta all’inizio e alla fine, racchiude un momento alto, intenso, sostenuto. “Waiting for a train” è soprattutto eco di se stesso, capacità d’infondere il proprio lato più romantico. Ripetizione del concetto che lui sta attendendo quel treno, ma invano. Nera luce. Orizzonte lontanissimo, quasi rarefatto. “Summer Song” è un pezzo di sentimentalismo messo in musica, una timida speranza sonora e d’idea in mezzo a un oceano di fioca volontà di proseguire. Ma la sua forza è proprio questa. Basta non lasciarsi coinvolgere. Riflessioni e pensieri svelati da contraltare alla rarefatta fiammella dell’esistenza. Io l’Estate l’ho sempre immaginata e vissuta da protagonista insieme al Sole, ai sorrisi e alle avventure che profumano di gioia e nudità. Probabilmente non è così per tutti. Chiude l’album “Waiting in the Rain”, che torna all’inizio del discorso in una dimensione molto intima, quasi a volere preservare il lato più nascosto del nostro musicista. Paure, timori, attese sono aspetti del quotidiano. Il sopravvento non potranno mai averlo se ci si lancia nel mondo là fuori, da cui bisogna a tutti i costi cavare e ricavare il meglio possibile. Anche in presenza di negatività. Siamo noi che dobbiamo vincere. Siamo noi ad essere i protagonisti della nostra strada, che andandosi ad intersecare con le altre non deve comunque avere remore nel coinvolgerle nella bellezza. Bisogna osare, bisogna (sor)volare, bisogna vivere.
Nel corso del 2019 saranno pubblicati due nuovi lavori di Bunton: un cd live e il terzo cd di inediti, il quale viene indicato come il suo miglior lavoro. A voi la scelta. Abbracci diffusi.


Kenyon Bunton - Voce, chitarra
Ackley Stephen Alder - chitarraelettrica
Richard Harris - Basso
Joanne Johannsson - Tastiere, pianoforte, arrangiamenti
Donk - Batteria, percussioni

Registrato a Bonkon Studios
Mastering fatto da Kyle Samgard a More Peak For The Week Farm Studios

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