Compie gli anni oggi, 2 ottobre,
Mike Rutherford, membro fondatore dei
Genesis.
Inizialmente bassista, poi dopo la
dipartita di Steve Hackett, si trasformò in chitarrista.
Oltre alla lunga carriera con i
Genesis ha registrato due album solisti, e nel 1985 fonda il gruppo “Mike+ The
Mechanics” con il cantante Paul Carrack.
Correva l'anno (quanti ne sò passati !!!) 1972, precisamente il 1° ottobre, a Newcastle City Hall. I Genesis
erano nel pieno del "Foxtrot Tour", quello in cui
Gabriel sorprese i suoi amici, presentandosi sul palco, con la "testa di
volpe" e costumi vari (la prima volta fu a Dublino), e ciò cambiò
radicalmente il modo di fare concerti dei Genesis. Gli altri non erano inizialmente
d'accordo, come si legge nella varie interviste dell’epoca, ma poi tutto si
appianò, visto che l'abilità di Gabriel diede una nuova potenzialità ai
concerti e, soprattutto, fece aumentare di uno zero le tariffe d'ingaggio!
Phil Collins nella sua autobiografia "No, non sono ancora morto":
"Prima di questo
non c’erano stati indizi del fatto che Peter volesse cominciare a travestirsi.
Come, più avanti, non ci avvertirà della maschera da fiore che indosserà per la parte di Willow Farm in
Supper’s Ready, e nemmeno per la scatola triangolare che si mette in testa per
la parte successiva, Apocalypse in 9/8. Le vediamo anche noi nello stesso
momento in cui le vede il pubblico. Lui non vuole saperne di decidere in
gruppo, in questi casi. (...) Queste sono le cose molto fuori dagli schemi che
fa ora Peter Gabriel sul palco con i Genesis. Dopo Dublino, la signora Volpe
ricompare in ogni concerto, sempre nello stesso punto. Ci abituiamo presto, ed
è meglio per noi: una foto di Peter con il nuovo costume finisce dritta sulla
copertina del Melody Maker, e fa aggiungere uno zero alla tariffa di ingaggio
dei Genesis. Passiamo da trentacinque sterline a trecentocinquanta sterline a
serata."
Nel
numero di Ciao 2001 del 30 settembre 1973 si parla del Rovescio
della Medaglia.
Si parla
delle novità, dell'ingresso di Franco di Sabatino (ex Paese dei Balocchi) alle
tastiere, che sposta il gruppo su atmosfere più classicheggianti e meno
"hard", del nuovo album "Contaminazione",
un concept con gli arrangiamenti curati dal maestro Luis Enriquez Bacalov, non
nuovo a queste esperienze avendo già
lavorato con New Trolls e Osanna.
"Contaminazione", tra il rock e
l'orchestra sinfonica, è considerato uno dei migliori album del Progressive
Italiano...
…di tutto
un Pop
Wazza
Si concludeva il 29 settembre 1971 il primo tour dei Led Zeppelinin Giappone.
I “ragazzi” rimasero estasiati nel vedere quanto il paese fosse tecnologicamente avanzato dal punto di vista industriale.
Jimmy Page racconta che tornarono in Inghilterra carichi di
telecamere e hi-fi, visto il basso costo del materiale.
Il profitto del concerto di Hiroshima (27 settembre 1971) fu devoluto in beneficenza:
Sembra che durante il tour Robert Plant venne alle mani con
John Bonham per un vecchio debito… l’intervento del manager Peter Grant mise le
cose a posto!
Il 29 settembre del 1973, i Grand Funk Railroadraggiungono
il primo posto nella classifica dei singoli statunitensi con "We're An American Band".
Di tutto un Pop…
Wazza
Il
settimo album della band, “WE'RE AN AMERICAN BAND” (1973)
Registrato in soli tre giorni ai
Criteria Studios di Miami, prodotto dal talentuoso Todd Rundgren, è un altro
esempio della vertiginosa velocità con cui si è sviluppato il rock.
L'album è stato n° 2 negli Stati
Uniti e ha ottenuto un disco d'oro un mese dopo la sua uscita, merito
alimentato dal successo del singolo “We're An American Band”.
We're
an American band…
We're
an American band…
We're
coming to your town, we'll help you party it down.
We're an American band…
Parole semplici e dirette, copertina
scarsa ed essenziale. È così che si presenta uno dei migliori dischi mai
realizzati a marchio USA da uno degli ultimi gruppi che riempì gli stadi
americani negli anni ‘80.
I Grand Funk nacquero come gruppo
hard-blues col nome di “Grand Funk Railroad”, grazie al lead-singer e
chitarrista Mark Farner, il bassista Mel Schacher e il batterista Don Brewer,
tre ottimi musicisti che vengono troppo spesso dimenticati. Più tardi vi si
affiancò anche il tastierista/cantante Craig Frost, il quale portò nel gruppo
una vena di hard rock.
La band è famosa più che altro per le
spettacolari performance live, al punto tale che la critica assegna loro il
titolo di “loudest band in the world”, ovvero la band più rumorosa del mondo.
“We’re An American Band” è un disco
dal facile ascolto, diretto ed immediato, che parla di feste, donne, alcool e
della vita “on the road”, aprendo proprio con la title-track, una fantastica
autocelebrazione di una band spaccaculo, il cui ritmo ha il potere di
coinvolgerci fin dalle prime note. Il pezzo, scritto e cantato dal batterista,
diventa subito uno dei capisaldi della band, immancabile nella scaletta dei
concerti successivi. Il ritmo trascinante non è da meno in “Stop Lookin’Back”,
i cui fraseggi di chitarra e basso si intrecciano in un alternarsi di linee
melodiche, colorate dagli accenti di organo e dei piatti, con tanto di piccolo
solo finale di batteria, una perla incastonata fra l’oro della canzone.
Dopo il discutibile episodio di
“Creepin”, si arriva alla strepitosa “Black Licorice”, uno dei pezzi più
travolgenti del disco, che si fa ascoltare ai massimi livelli, in cui Frost
dona dei vocalizzi degni di Ian Gillan dei tempi d’oro, e un assolo di tastiera
che non ha niente da invidiare a John Lord in suono e abilità; alla fine del
pezzo, paragonabile ad un’esplosione collettiva, la band ci lascia di nuovo
respirare, con un pezzo lento ma intenso, “The Railroad”, dove si riconosce
finalmente la voce del grande Mark Farner, col suo accento americano e la sua
calda timbrica, suggellata dalla parte corale. Per ogni amante del basso
elettrico, suonato in modo ritmico e sincopato, “Ain’ t Got Nobody” è una vera
chicca, una di quelle canzoni che ascolterei all’infinito, senza stufarmi mai…
“Walk Like A Man” è un bel pezzo, superata solo da “Loneliest Rider”, il brano
più emozionante del disco. Mark Farner, la cui nonna era indiana, scrisse
questa canzone come dedica all’etnia che da sempre fu vittima di persecuzioni
da parte dei coloni bianchi.
Tra le bonus track, le canzoni
“Hooray” e “The End” (in cui è percepibile un’influenza Deep-Purpleliana) sono
di ottimo livello, avrebbero dovuto essere parte del disco originale. La All
American Band per eccellenza sfornò questo disco nel 1973, e rimane tutt’oggi
uno dei più belli dell’intera discografia, purtroppo poco conosciuto.
Compie gli anni oggi, 29 settembre,
Jean-Luc Ponty, violinista francese che
spazia tra jazz-fusion-rock prog.
Fu uno dei primi ad usare il violino
elettrico.
Collabora per molti anni con Frank
Zappa, e nel 2014 forma una band con Jon Anderson, ex cantante degli Yes
Happy
Birthday Jean-Luc!
Wazza
Jean-Luc Ponty (Avranches, 29
settembre 1942) è un violinista francese, interprete di musica jazz fusion.
Dopo gli studi classici al
conservatorio di Parigi, si dedicò al jazz guidato dalla passione per Miles
Davis e John Coltrane. Ha lavorato con Stéphane Grappelli, la Mahavishnu
Orchestra, Elton John, Franco Cerri, Alan Sorrenti partecipando all'album Aria,
Daryl Stuermer e, soprattutto, con Frank Zappa.
Nel 1977 ha precorso l'uso del
violino elettrico a cinque corde, con una corda più bassa accordata sul do. Ha
anche utilizzato violini a sei corde (Violectra) con corde di basso in do e fa.
Ponty è stato anche tra i primi a combinare il violino con MIDI, e distorsori.
Nel 2005 Ponty ha formato il
"supergruppo" TRIO! con il leggendario bassista Stanley Clarke ed il
virtuoso del Banjo Béla Fleck.
1956–
Era settembre e la prestigiosa Blue Note lo presentò semplicemente così: Introducing
Kenny Burrell. Ammiratore di Django Rheinhardt e Charlie Christian, arriva
da Detroit e a 25 anni entra nel giro giusto con la sua chitarra elettrica.
Ebbene, oggi quel disco, uscito ben 70 anni fa, colpisce per l’esaltante
modernità rispetto ai tempi. Sembra già un buon frutto di fusion degli anni
Settanta o Ottanta, perché, se è vero che Burrell qui sa mescolare bene le
ascendenze bebop, cool e modali, è altrettanto vero che si muove verso
latitudini afro-latine di alta qualità. Si colga il bellissimo gioco di
percussioni tra Africa e Caraibi in Takeela e in Delilah, nonché,
in particolare, nella spettacolare Rhythmorama, eseguita solo Cándido
Camero (già percussionista di Dizzy Gillespie) e a Kenny Clarke (batterista del
Modern Jazz Quartet e di Miles Davis in The Birth of the Cool).
Negli
standard Burrell va che è un piacere: riscrive lo swing a modo suo in This
Time the Dream's on Me (un cavallo di battaglia di Glenn Miller) e dipinge
acquarelli in Weaver of Dreams (una song che raggiunse discreta
popolarità con Nat King Cole). Per la forza del collettivo, valga su tutte Fugue’n
Blues: lì viene valorizzato al massimo l’interplay con il pianista Tommy
Flanagan e il contrabbassista Paul Chambers (all’epoca nel quintetto di Miles
Davis).
1966
– 24 settembre: un marziano è sceso a Londra. In realtà tutto nacque qualche
mese prima, a maggio, quando a New York, in uno dei locali di Broadway (il
Cheetah), Linda Keith, all’epoca fidanzata di Keith Richards, fu ammaliata dall’insolita
performance di un giovane chitarrista di colore il cui nome era Jimmy James,
leader dei Blue Flames. Fuor di pseudonimo, si trattava di James Marshall
Hendrix, meglio noto come Jimi Hendrix.
Fatto sta che la Keith non sta più
nella pelle e comincia a rompere le scatole al management degli Stones (Oldham
e Stein) affinché vadano a dare un occhio a questo ragazzo prodigioso. Pare che
i due avessero snobbato il consiglio: chi, invece, seguì la dritta fu l’ex
bassista degli Animals che colse la palla al balzo e verificò di persona le
qualità di Jimi. Lo colpì in particolare l’esecuzione di Hey Joe, una
canzone di Billy Roberts. “Bene, adesso ti porto a Londra e poi si vedrà”: ci
sembra di sentirlo Chandler. Così, in men che non si dica, quel 24 settembre
Jimi firma subito un contratto e alla sera si esibisce in un night club, The
Scotch of St. James. Per i primi d’ottobre il manager gli aveva già trovato
degni compari; nacquero così gli Experience. Per il resto, la storia è nota.
Per saperne di più, ecco il link a un documentario su quel 1966 hendrixiano.
1976
– A metà settembre ritornano i Latte & Miele con un nuovo 33 giri. Il
titolo è Aquile e scoiattoli e viene pubblicato dalla label indipendente
genovese Grog, dietro la supervisione artistica di Vittorio De Scalzi dei New
Trolls. Dopo l’esordio con la Passio Secundum Mattheum (1972) e il bis
di Papillon (1973), la formazione arriva al suo terzo capitolo
completamente rinnovata, con il solo Alfio Vitanza (batteria) ancora legato
alla line-up originaria.
Nel frattempo sono subentrati Massimo Gori (voce,
chitarra e basso), Luciano Poltini (tastiere) e Mimmo Damiani (tastiere e
chitarre); l’album è una mirabile sintesi di melodia e classicismo rock: si va
da citazioni beethoveniane (Opera 21) a canzoni dall’ampio respiro
lirico (Menestrello, Vacche sacre e la title track), ma il pezzo
forte resta la suite Pavana (firmata anche dall’ex Oliviero Lacagnina),
protagonista della side B e una delle macro-composizioni più riuscite della
storia del progressive europeo. Per un’analisi approfondita del disco, vi
rimando a quanto scritto da me su Prog Italia n.
65/2026.
1986
– 1 settembre, i Tuxedomoon - una delle icone del post-punk americano – fanno
uscire il loro quinto album ovvero Ship of Fools. Pare che tra i fan
della band californiana non vi sia un’opinione unanime su questo lavoro: c’è
chi urlò al capolavoro, chi - invece - non esitò a definirlo addirittura il
peggiore disco della loro carriera; insomma, un album fortemente divisivo.
Sarà, ma io l’ho sempre trovato molto affascinante, proprio a causa di un
particolare dimorfismo schizofrenico che sta alla base dell’LP.
Una prima
facciata infarcita di suoni elettronici, talvolta anche molesti, ma mai
maldestri: drum machine, sequencer, ritmi tribali, metriche ossessive, scorie
di ethno-funk e poetica new wave (Break the Rules ne è la migliore
sintesi); il lato B, invece, offre episodi asciutti, quasi cameristici, tra
neo-impressionismo (A Piano Solo), ambient (Lowlands Tone Poem),
progressive (Music for Piano & Guitar) e minimalismo cinematografico
(An Afternoon With N). L’apice nella title track che chiude il disco: la
“nave dei folli” prende il largo su timbriche jazz al ritmo di blues in una
song indolente che riesce a rendere raffinato anche qualsiasi impertinente
accenno di rumorismo dissonante. Non fidatevi di chi si accapiglia per Ship
of Fool: riprendetelo in mano e dategli un ascolto in più. Chissà quali
meraviglie vi saranno sfuggite.
1996
– 19 settembre, arriva nei negozi l’ultima fatica di Fabrizio De André, Anime
salve. Non mi piace scriverne come dell’ultima opera di Faber (rifuggo la
parola “testamento”). Mi verrebbe da dire: l’album perfetto, ma il cantautore
genovese ormai ci aveva abituato alla perfezione, se pensiamo solo agli altri
due dischi precedenti (Creuza de mä e Le nuvole). Parlerei invece
di estrema sintesi, dove nell’aggettivo “estremo” si raccolgono e coagulano
tutta una serie di stimoli spazio-temporali che rendono unico Anime salve.
Scritto a quattro mani con Ivano Fossati, questo lavoro ci lascia un’ulteriore
indimenticabile galleria di personaggi (Princesa e Ho visto Nina
volare) disseminati tra temi lirici di poesia civile superiore (Khorakané
(A forza di essere vento), Anime salve e Smisurata preghiera).
De André, anche qui, non perde mai di vista le terre che ha amato di più: la
Liguria e Genova (Dolcenera, Le
acciughe fanno il pallone e  cúmba) e la Sardegna (Disamistade).
Si riconferma la ricerca sonora improntata su stilemi tratti dalla musica
popolare grazie anche all’utilizzo di strumenti provenienti da qualsiasi parte
del globo (dall’arpa paraguaiana all’organetto diatonico, dallo shehnai al
cymbalon, fino alla miriade di percussioni suonate da Naco).
Compie gli anni il 28 settembre,Paul Burgess, batterista.
Ha suonato con 10cc, Camel, Magna Carta, in
trio con Nicol & Kemp.
Ma quello che ha “valorizzato” il suo
curriculum e il fatto che nel 1982 sostituì Gerry Conway, nei Jethro Tull, per
il tour nord americano.
Happy Birthday Paul!
Wazza
Trio insieme a Ken Nicol (Albion Band) e Rick Kemp (Steeleye Span)
Il 28 agosto 1982 al Festival di Nostell
Priory (Theakston Music Festival), debuttava come batterista nei Jethro Tull
Paul Burgess, batterista dei 10cc (che ad Anderson non piacevano Ndr).
Resterà fino alla fine del tour americano
(ottobre 1982).
Paul tornerà ancora in studio con i Jethro
Tull, nel 1985 per suonare sul disco “A Classic Case”, una raccolta dei brani
dei Tull riarrangiati da David Palmer, e suonati insieme alla London Symphony
Orchestra.
Fine Usa Tour 1982 – Paul Burgess è il terzo da sinistra
Una nuova pagina nella lunga storia
Heavy Metal degli Ibridoma
Di Luca Paoli
Dopo venticinque anni di attività, gli Ibridomaarrivano
a Sangue Innocentecon una storia ormai lunga alle spalle e una
formazione che negli ultimi anni ha trovato nuovi equilibri. Nati nel 2001 per
iniziativa del batterista Alessandro Morroni e del cantante Christian
Bartolacci, la band ha costruito il proprio percorso tra Heavy Metal,
concerti e numerose esperienze dal vivo. Dopo l'EP Lady of Darknessdel
2005 e Page 26 del 2007, il primo album omonimo è arrivato nel
gennaio 2010. Da quel momento la discografia si è sviluppata con Night
Club, pubblicato nell'aprile 2012, Goodbye Nation nel
2014, December nel 2016, City of Ruins nel 2018 e Norimberga
2.0 nel 2022.
Nel corso degli anni la band ha condiviso il palco con nomi
come Uli Jon Roth, Richie Kotzen, Blaze Bayley, Rhapsody of Fire, Sabaton e
Queensrÿche, portando la propria musica anche fuori dall'Italia. Nel 2016, con December,
sono inoltre arrivati due ospiti particolarmente significativi come Paul
Di'Anno e Blaze Bayley. Dopo Norimberga 2.0, gli Ibridoma
hanno ripreso a lavorare su nuovo materiale e nel 2024 l'ingresso del
chitarrista Andrea Marresi ha contribuito alla formazione delle nuove
composizioni.
Da questo lavoro nasce Sangue Innocente,
settimo album della band, pubblicato da Punishment 18 Records in formato
digitale il 28 agosto 2026 e disponibile su CD dal 25 settembre 2026. Dieci
brani nei quali gli Ibridoma rimangono fedeli al proprio Heavy Metal,
muovendosi tra Power Metal, momenti più veloci e una componente melodica sempre
presente. La formazione che partecipa al disco è composta da Christian
Bartolacci alla voce, Alessandro Morroni alla batteria, Marco
Vitali alla chitarra solista e ritmica, Leonardo Ciccarelli al basso
e Andrea Marresi alla chitarra ritmica.
Realize apre il disco con chitarre subito protagoniste e una ritmica
compatta. Vitali e Marresi costruiscono un intreccio di riff e melodie che
lascia spazio anche agli assoli, mentre la voce di Bartolacci mantiene
un'impostazione forte e diretta. È un inizio che mette immediatamente in
evidenza il carattere della band.
Con Childhood Denied il disco acquista maggiore
aggressività. Il brano procede con una ritmica più serrata, sostenuta dalla
batteria di Morroni e dal basso di Ciccarelli. Le chitarre continuano a essere
il punto centrale della composizione, senza mettere in secondo piano la linea
vocale, che rimane facilmente riconoscibile.
La title track Sangue Innocente introduce
invece uno degli elementi più interessanti del disco: l'uso dell'italiano. La
lingua rende il testo più immediato e si adatta bene alla voce di Bartolacci. A
impreziosire il brano arriva anche Giacomo Voli dei Rhapsody of Fire,
la cui partecipazione aggiunge un ulteriore confronto vocale senza cambiare la
direzione musicale degli Ibridoma.
The Gambler torna all'inglese con un riffing deciso e un
ritornello immediato. La parte solista si inserisce nel brano senza
interromperne il ritmo, mantenendo un'impronta Heavy Metal diretta e legata
alla tradizione.
Con Sole Freddo l'italiano torna a essere
protagonista. Il passo si fa leggermente più disteso e la melodia assume un
ruolo maggiore. La voce rimane al centro, mentre la sezione strumentale
mantiene il peso necessario a non allontanare il brano dal resto dell'album.
The Other Side riporta maggiore dinamica e aggiunge la
partecipazione di Chiara Malvestiti, soprano conosciuta anche per il suo
lavoro con i Therion. La sua voce crea un contrasto evidente con quella
di Bartolacci e introduce una componente diversa, inserita però all'interno di
una struttura ancora saldamente Heavy Metal.
Uno dei brani che maggiormente attirano l'attenzione è Occhi
Vuoti, anche per la scelta di utilizzare nuovamente l'italiano. La parte
musicale sostiene un testo dal contenuto più diretto e la presenza di una
sezione recitata interrompe il normale sviluppo della canzone, aggiungendo un
elemento narrativo. Qui gli Ibridoma lasciano emergere un lato meno
legato alla semplice costruzione del riff.
A.I. affronta già dal titolo un argomento molto attuale.
Musicalmente il gruppo non cambia registro e continua a puntare sulle chitarre,
sulla batteria e su una voce che mantiene una certa ruvidità. Il risultato è un
brano immediato, che trova nella semplicità della struttura uno dei suoi punti
di forza.
Sing In The Sky prosegue il percorso alternando ancora una volta
inglese e italiano. La parte strumentale torna a spingere e le chitarre
assumono un ruolo importante sia nei riff sia negli interventi solistici. È un
brano che si inserisce bene nella seconda parte dell'album e mantiene viva la
componente melodica.
La conclusione è affidata a Ho Dimenticato, il
brano più lungo della tracklist e una vera e propria ballad. Qui gli Ibridoma
rallentano il passo e lasciano maggiore spazio alla voce e alla melodia, con
un'atmosfera più intensa e raccolta rispetto ai brani precedenti. Una scelta
che permette alla band di chiudere l'album su una nota più emozionale,
mostrando anche il lato più melodico della propria musica.
Sangue Innocente è il risultato di una storia iniziata venticinque anni fa e
ancora capace di trovare nuove strade senza perdere il legame con le proprie
radici. Gli Ibridoma suonano Heavy Metal con la consapevolezza di chi ha
attraversato molte stagioni, ma anche con la voglia di continuare a scrivere
canzoni e a salire su un palco.
Riff, melodie, assoli e una voce che alterna inglese e
italiano costruiscono un album diretto, nel quale la tradizione incontra una
sensibilità più personale. La presenza di Giacomo Voli e Chiara
Malvestiti aggiunge due momenti particolari, mentre la scelta di dare
maggiore spazio alla lingua italiana rende alcune canzoni ancora più vicine.
È forse proprio in questo contrasto che Sangue Innocente
trova il suo significato più autentico: non soltanto nella potenza dell'Heavy
Metal, ma nella possibilità di attraversare velocità, melodia e momenti più
raccolti senza perdere la propria identità.
Gli Ibridoma continuano così il loro viaggio.
Venticinque anni dopo l'inizio, con nuovi musicisti accanto a chi ha dato vita
alla band, nuove canzoni e ancora qualcosa da raccontare. Perché certe passioni
cambiano insieme alle persone e ai tempi, ma quando rimane la voglia di
suonare, la storia può ancora continuare.