Il 14 gennaio 2019 il panorama del rock progressivo italiano perdeva una delle sue figure più solide e carismatiche: Gino Campoli. Storico batterista del Rovescio della Medaglia, Campoli non è stato solo un esecutore, ma il motore ritmico di una delle band più audaci e tecnicamente preparate degli anni Settanta.
Quattro anni sul tetto del Prog
(1971–1975)
Entrato nella formazione nel 1971, Campoli ha vissuto il
quadriennio d’oro del gruppo, un periodo di straordinaria fertilità creativa
che ha prodotto tre pietre miliari della nostra musica. Con le sue bacchette,
ha dato forma all'hard rock viscerale de "La Bibbia" (1971) e
alle architetture filosofiche di "Io come io" (1972).
Tuttavia, è con "Contaminazione" (1973) che
il suo talento ha trovato la massima espressione: collaborando con il premio
Oscar Luis Bacalov, Campoli riuscì a far convivere la potenza del rock con le
strutture millimetriche della musica di Johann Sebastian Bach. In quegli anni,
il Rovescio della Medaglia non era solo una band, ma una vera "macchina da
guerra" sonora, celebre per un impianto audio mastodontico che non aveva
eguali in Italia.
Gino Campoli rappresentava l'essenza del batterista prog:
precisione chirurgica nei tempi dispari e una forza travolgente nei momenti più
oscuri e pesanti. La sua uscita di scena nel 2019 ha lasciato un vuoto profondo
tra i fan della "vecchia guardia" e i giovani collezionisti che
ancora oggi riscoprono i vinili del Rovescio come tesori d'altri tempi.
A distanza di anni dalla sua scomparsa, il suo contributo
resta impresso nei solchi di dischi che hanno definito un'epoca. Oggi lo
ricordiamo così: dietro i suoi tamburi, nel cuore di quel suono
"totale" che ha reso grande il rock italiano nel mondo.
RIP Gino.
Wazza!






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