mercoledì 23 giugno 2021

GIOIELLI NASCOSTI 2.0-Riccardo Storti commenta "Black Water" (1989), di The Zawinul Syndacate

GIOIELLI NASCOSTI 2.0

 The Zawinul Syndacate- "Black Water"

(CBS, 1989)

Di Riccardo Storti

Un album un po' perso nella nebbia ma che merita certamente una rivalutazione quando si parla di Joe Zawinul, il papà dei Weather Report, qui alle prese con il bis della sua nuova incarnazione bandistica ovvero The Zawinul Syndacate.

Fine anni Ottanta, Peter Gabriel sta mettendo su la sua officina dei sogni e dei suoni dal mondo (la Real World). Zawinul, pur da un altro emisfero sonoro, si muove più o meno sulla stessa strada, fissando con questo album una via ethno per la fusion, una sorta di jazz-rock panmusicale, rispettoso di qualsiasi tradizione musicale, meglio se meno nota o lontana dal mainstream. Lo si era già visto in Immigrants del 1988 e, ancora prima, nel suo secondo solista Di-a-lects.

Con Black Water, la ricetta non cambia: una bella selva di tastiere avveniristiche dotate delle prime campionature digitali (quindi frutto di ricerche non solo tecnologiche, ma anche etnomusicali) che si affiancano ad un parterre percussionistico da paura e vocalist di pregio. A completare il microcosmo zawinuliano Scott Henderson alla chitarra e Gerald Veasley al basso.

Si parte con il ripescaggio della vecchia Carnavalito (qui dal vivo e già presente in Di-a-lects del 1986) poi c'è l'Africa particolare di Black Water, resa ancora più vivace da un comparto corale degno dei contemporanei Manhattan Trasfert. In Familial (da un testo di Prévert) Zawinul combina l'elettronica con un'idea musicale totalmente etnofonica: lo stesso uso del vocoder è spiazzante ma non stride, così come il controcanto ipercinetico di una tastiera che sembra imitare una zanza (strumento africano).

La fisarmonica è protagonista di Medicine Man: c'è lo swing elettrico dei Weather Report ma, talvolta, i pattern ritmici rimandano a qualcosa di indiano, la stessa chitarra di Henderson si muove su scale jazz-blues ma con le mosse di un raga. Stupefacente.

Poliritmi e armonie contrastanti sono gli ingredienti di In the Same Boat: due melodie vocali simili a canti rituali africani, uno strano bordone baritonale quasi tibetano, ritmi elettronici ossessivi e improvvisazioni fusion al sintetizzatore che simula uno strumento a fiato. Il tempo è in 3/4, ma basta che entri il coro o qualche frammento modulante perché tutto venga messo felicemente in discussione.

Toccanti ed efficaci i due omaggi a Monk (Monk's Mood e Littke Rootie Tootie). Chiusura in bellezza con They Had a Dream (la chitarra con lo slide chiama America, ma la melodia potrebbe essere un ennesimo canto di lavoro perpetuo dei soliti sfruttati) e con And So It Goes (percussioni e campionature di kora... sembrano quasi i titoli di coda di un film che sta finendo).

Black Water è uno di quei lavori di vero peso nell'evoluzione della fusion, grazie anche ad aperture creative che rendono onore al genio inesauribile di Zawinul.

Assolutamente da riscoprire. 




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