giovedì 18 giugno 2026

Alchem - Bloody Rose: commento di Luca Paoli

 


Alchem - Bloody Rose 

Black Widow Records, Italia 2026

Di Luca Paoli

Un viaggio sonoro tra oscurità, tensione e visioni interiori che restano addosso

 

Nel nuovo Bloody Rose, gli Alchem non seguono un percorso lineare, ma costruiscono un disco che cambia continuamente forma. Ogni brano sembra aprire un punto di vista diverso sulle stesse emozioni, come se guardassero la stessa materia da angolazioni sempre nuove.

Più che andare in una sola direzione, l’album si muove per contrasti, cambi di atmosfera e passaggi improvvisi. Le sensazioni si alternano e si intrecciano, creando un equilibrio che però resta sempre un po’ instabile.

Non c’è una vera storia dall’inizio alla fine: ci sono piuttosto stati d’animo che si accendono e poi si spengono. L’ascolto procede così come un flusso che cambia spesso direzione, dove momenti più tesi e aperture più leggere convivono senza mai fissarsi in un’unica forma.

Gli Alchem nascono in Italia come progetto legato a un’idea di rock progressivo contaminato da elementi dark e psichedelici, con una forte attenzione alla costruzione atmosferica e alla dimensione emotiva dei brani. Nel tempo la formazione si è sviluppata come un progetto aperto, in cui la scrittura resta il centro, ma il suono si arricchisce costantemente attraverso collaborazioni e interventi esterni.

Il nucleo degli Alchem è formato da Annalisa Belli (voce, melodie, testi, pianoforte), Pierpaolo Capuano (chitarre) e Paolo Tempesta (basso, chitarre, synth, programmazioni e batteria VST), con lo stesso Tempesta anche impegnato nella produzione, nel mixing e nel mastering, elemento che contribuisce a tenere insieme la complessità del disco.

Attorno a questa struttura si sviluppa una rete di ospiti che amplia ulteriormente lo spettro sonoro: Alessandro Verginelli alle chitarre soliste in Alembic e Deception, Daniele Capuano a pianoforte e tastiere in Deception, Alessandra Bersiani al flauto in Deception e Shadows, Alessandra Bizzarri alla voce narrante in Deception, Daniela Mazzocchi al tamburo sciamanico in The Moon, Enzo Torrano all’Hammond in In my Loneliness, Pasquale De Luca al sax in La Strega davanti al mio specchio e Fabrizio “Ceko” Felici al supporto tecnico.

Il disco esce per Black Widow Records, etichetta che si inserisce in modo naturale in questo immaginario più oscuro e sperimentale, accompagnando un lavoro che vive proprio di libertà formale e continua trasformazione sonora.

Uno degli elementi che colpisce subito in Bloody Rose è il modo in cui gli Alchem costruiscono un flusso che alterna densità e aperture senza mai trovare un vero punto fermo. Anche quando la forma sembra stabilizzarsi, arriva sempre un cambio di atmosfera o di prospettiva a rimettere tutto in movimento.

All My Sins apre il disco con una struttura lunga e articolata, una suite di sei movimenti: Drops (Alone in the Crowd), Star of the Sea, Footsteps, Voices, Over the Rain e Shadows. I vari passaggi interni si susseguono come frammenti di uno stesso stato emotivo che cambia continuamente: momenti più pesanti e stratificati si alternano ad aperture più sospese, mantenendo però una tensione costante che tiene tutto insieme.

Con Alembic il discorso si fa più diretto ma non meno instabile. Le chitarre di Pierpaolo Capuano spingono su un’energia più concreta, mentre la scrittura di Paolo Tempesta tra basso, synth e programmazioni evita qualsiasi rigidità, lasciando sempre uno spazio di oscillazione tra struttura e caos.

La title track Bloody Rose mantiene questa doppia natura: è più compatta, ma continua a muoversi tra contrasti interni, come se sotto la superficie ci fosse sempre qualcosa che si sposta. La voce di Annalisa Belli resta il filo emotivo del brano, più che una guida vera e propria.

La Strega davanti al mio specchio è uno dei momenti più caratteristici del disco. Qui il linguaggio si fa più narrativo e quasi teatrale, con un’atmosfera più oscura e visionaria. Il sax di Pasquale De Luca introduce una sfumatura notturna e malinconica che cambia completamente il colore del brano, rendendolo uno dei passaggi più particolari dell’album.

In my Loneliness rallenta tutto e apre uno spazio più intimo. L’Hammond di Enzo Torrano dà calore e profondità, mentre la scrittura si fa più essenziale, come se il disco per un momento si fermasse a respirare senza perdere però quella sensazione di instabilità di fondo.

The Moon si muove invece su una dimensione più rituale. Il tamburo sciamanico di Daniela Mazzocchi porta il brano verso un’idea quasi primitiva del ritmo, con un andamento ipnotico che cambia la percezione del tempo all’interno del disco.

Deception è uno dei punti più stratificati del lavoro. Qui entrano in gioco più livelli sonori e collaborazioni: le chitarre di Alessandro Verginelli, il pianoforte e le tastiere di Daniele Capuano, il flauto di Alessandra Bersiani, la voce narrante di Alessandra Bizzarri e ancora la costruzione centrale della band. Tutto si sovrappone in modo continuo, creando un brano che sembra aprirsi su più piani contemporaneamente.

Come un film in bianco e nero chiude il disco con un tono più essenziale e sospeso. Non c’è una vera conclusione netta, ma una sorta di dissolvenza, come se tutto si allontanasse lentamente senza spegnersi del tutto.

Bloody Rose non mette davvero un punto finale. Quando l’ultima nota svanisce, resta la sensazione di aver attraversato un percorso che continua a risuonare nella mente. È un disco che non cerca di spiegare tutto o di arrivare a una conclusione precisa, ma preferisce lasciare spazio alle emozioni, accompagnando l’ascoltatore anche dopo la fine dell’ascolto.

È forse questa la qualità che colpisce di più: gli Alchem non cercano mai una strada sola, ma lasciano convivere anime diverse all’interno dello stesso lavoro. Tra passaggi più oscuri, aperture inattese e continui cambi di atmosfera, il disco mantiene sempre viva una tensione che accompagna l’ascoltatore dall’inizio alla fine.

Anche quando l’ultima traccia sembra portare un po’ di quiete, il disco non trova mai un vero punto d’arrivo. Le atmosfere si allontanano lentamente, come immagini che sfumano una dopo l’altra senza scomparire del tutto. E forse è proprio questo che rimane alla fine: non delle risposte, ma delle sensazioni. Emozioni che continuano a riaffiorare nel tempo, facendo sì che Bloody Rose continui a risuonare anche dopo che la musica si è fermata.



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