giovedì 16 luglio 2026

Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia del rock, di Maurizio Pupi Bracali

 


Patto

Mike Patto e Ollie Halsall, la strana coppia del rock

 Di Maurizio Pupi Bracali

 

Quando, qualora vogliate approfondire questo articolo sui Patto, vi accosterete a una qualche enciclopedia del rock e leggerete a proposito di Mike Patto: una voce roca e possente dall’inevitabile paragone con Joe Cocker, non credeteci.

La voce di questo bravissimo cantante inglese non era affatto possente e leonina come quella del singer di Sheffield, bensì calda e pastosa e solo leggermente velata da un’ombra di raucedine che ne esaltava i chiaroscuri rendendola molto interessante. Se un paragone dobbiamo proprio farlo, per capirci, si potrebbe dire che quel timbro vocale era molto più simile a quello del “sensazionale” Alex Harvey che a quello di tanti altri “negri bianchi” dell’epoca.

Detto questo, si sappia che gli Stanlio e Ollie (Halsall) del rock, inseparabili come due gemelli siamesi cominciano la loro carriera entrambi sedicenni, in un oscuro gruppo il cui pregio, oltre quello di essere la crisalide dei Patto, è quello di mettere in luce un batterista che dopo quell’esperienza, al contrario della strana coppia, farà soldi a palate militando in un gruppo multimiliardario che, come ragione sociale, utilizzerà addirittura il suo cognome: i Fleetwood Mac.

Bo Street Runners è il nome di quel gruppo che prima della fuoriuscita di Mick Fleetwood partecipa a un contest, come si usa dire adesso, vincendolo e meritando la pubblicazione di un brano nell’album di artisti vari “Ready Steady win” edito dalla Decca nel 1966.

La precocità artistica di Halsall e Patto (quest’ultimo è un curioso nome d’arte senza alcun significato poiché il vero cognome del cantante è McCarthy), dopo l’affondamento di quella band effimera e propedeutica, si esprimerà in un nuovo gruppo: i Timebox, che oltre i due fondatori vede l’ingresso di tre nuovi musicisti: il batterista John Halsey, il bassista Clive Griffiths e Chris Holmes alle tastiere. Questa formazione registra l’omonimo album che per motivi, legali, personali, ed economici non verrà, all’epoca, pubblicato, riuscendo a venire alla luce solo dieci anni dopo: (Timebox/ Original moose on the loose – 1977 Cosmos Usa)

 Ollie Halsall

È a questo punto, che con l’abbandono di Holmes, il quartetto rimasto assume il nome Patto.

Un nome che, pur non venendo mai iscritto nelle varie Hall of fame del rock, verrà stampato e inciso a chiare lettere nel cuore e nella memoria di sparuti gruppi di critici e appassionati di buona, anzi, ottima musica senza frontiere.

È il 1970 quando sotto la supervisione di un produttore illuminato come Muff Winwood, fratello del più celebre Steve, esce il primo album del gruppo.

“Patto” è un’opera eccellente. Il duo Halsall /Patto ha raggiunto la piena maturità compositiva e artistica, supportati da Griffiths e Halsey che oltre a partecipare alla stesura dei brani, sono molto più di due semplici comprimari; la loro sezione ritmica metronomica e pulsante è talmente vivace e sostenuta che attribuire il ruolo di gregari a due musicisti del genere sarebbe altamente riduttivo.

Il disco si rivela anche il trampolino di lancio per far conoscere Ollie Halsall come chitarrista extraordinaire dal tocco magico, personale e difficilmente imitabile.

E nonostante le note di copertina ben segnalino che il chitarrista mancino si adopera anche al piano elettrico e al vibrafono l’effetto straniante che produce l’assolo di quest’ultimo strumento nel bel mezzo del brano The Man che apre l’album è quasi sconvolgente. Bisogna calarsi in quegli anni dove già il flauto di Ian Anderson creava atmosfere lontane da certo rock vigoroso e muscolare per capire come la delicatezza di quei fragili e dolcissimi tocchi percussivi che nessuno mai avrebbe immaginato in un contesto rock lasciassero a bocca aperta più di un ascoltatore.

Per godere invece del chitarrismo scaligero che rese famoso Ollie Halsall bisogna aspettare il quarto brano: Red Glow è un furioso saliscendi di note infuocate che si susseguono incessanti tra le parti cantate da Mike Patto e una sostenuta base ritmica. La dolce e sincopata Government Man, sempre sottolineata dalle tessiture armoniche di Halsall e dal cuore pulsante di un basso e una batteria strepitosi, è un gioiellino jazzy tra le trame di una musica difficilissima da definire, assolutamente personale, e, ritornando a quegli anni, sicuramente innovativa.

Altro momento di grande interesse è la lunga Money Bag dove dei suoi dieci minuti esatti di durata i primi sei sono appannaggio di Halsall che sostenuto dai due ritmi sviscera segmenti di chitarra jazz correndo ancora su e giù per le scale fino al momento in cui l’ascoltatore ormai convinto di trovarsi di fronte a uno strumentale in trio viene ammaliato dalla voce di Mike Patto che seducente e arrochita appare dal nulla trasformando gli ultimi quattro minuti in una sorta di altra bellissima canzone.

Il secondo album, Hold your fire, sempre sotto la supervisione di Muff Winwood, come pure capiterà al successivo, esce nel 1971; è un album splendido con una manciata di canzoni (per l’esattezza otto come nel disco precedente) tra atmosfere delicatamente rockeggianti, sentimenti jazz, e una spruzzatina di soul/blues. Il disco ha anche due notevoli peculiarità: una fantasmagorica copertina che raffigura tre personaggi fumettistici che cambiano abiti e apparenza sovrapponendo a quelle immagini parti della copertina stessa che si divide in tre strisce distinte e separate, e il fatto di creare tra gli estimatori del gruppo due scuole di pensiero tra i sostenitori del primo album come capolavoro discografico della band e la corrente che invece afferma che è proprio Hold your fire la vetta artistica del quartetto inglese.

Nessuna scelta, naturalmente, fu più ardua di quella di attribuire questa palma d’oro, ma il vostro cronista che non ama gli ex aequo deve confessare di propendere per questo secondo album pur essendo una decisione da pistola alla tempia.

Al di là di gusti e preferenze Hold your fire è innegabilmente un prodotto di altissimo livello. Ollie Halsall accentua la sua vena chitarristica in brani capolavoro quali la title track o la strepitosa e jazzatissima Air rad shelter interamente scritta da lui. Mike Patto canta in maniera memorabile ancora ignaro di quanto succederà da lì a poco alle sue corde vocali, la sezione ritmica, benché non partecipante alla composizione dei brani come nel primo album, è una  macchina da guerra insostituibile in un disco dove non c’è nulla da buttare a cominciare dal brano you, you point your finger dolcissima ballad che godrà di un effimero e assolutamente relativo successo, diventando, tra i fans, il brano più conosciuto e citato del gruppo, passando per le sincopi di Tell me where you’ve been fino alla porta magica (magic door) dietro la quale si chiude questo fantastico album il cui valore, comunque intrinseco, è ancora una volta da ricondurre in anni, e si perdoni la ripetizione, dove una musica così al di fuori da tutti gli schemi dell’epoca risultava ostica e difficilmente definibile.

Il 1972 è invece l’anno di “Roll’em smoke’em put another line out”, (ancora solo otto canzoni) album che al contrario dei precedenti mette d’accordo tutti: la terza fatica dei Patto è un gradino (ma solo un piccolo gradino, beninteso) sotto la media dei primi due dischi.

In realtà, a un ascolto attento e senza pregiudizi, si tratta ancora di opera più che dignitosa sfiorante i vertici di quelle che la precedono alla quale si può però forse imputare una declinazione verso forme sonore più commerciali, probabilmente dovute a un desiderio di quel successo di massa mai giunto a coronare le eccelse qualità compositive e strumentali di questi favolosi quattro musicisti.

Curiosamente in questo album Halsall accantona in parte la chitarra che lo ha reso tra gli strumentisti più apprezzati del suo tempo per dedicarsi maggiormente alle tastiere che comunque suona mirabilmente come dimostra l’iniziale Flat footed woman, dove la totale assenza del plettro è sostituita da un pianoforte ora martellante, ora dolcissimo e da un tappeto di organo che unitamente al cantato di Mike Patto fanno sembrare il brano quasi un plagio della celeberrima Delta Lady del mitico Leon Russell. La singhiozzante Singing the blues on reds invece entra direttamente nella funky corporation provocando sicuramente brividi di piacere agli appassionati di James Brown o di Sly Stone.

La chitarra fiammeggiante di Halsall però si rifà viva in Loud Green Song dimostrando che il guitar hero è ancora degno di questo nome mentre scala le vertiginose vette di un assolo incandescente, mentre Turn Turtle, di nuovo senza chitarra, profuma di glam rock con coretti a là Cockney Rebel e un pianoforte dal martellamento honky tonky. I got rhithm, splendida ballad atmosferica riporta ai sapori speziati dei due primi album e una doppietta finale di ottime canzoni dalle inflessioni folksy conclude questo album ancora pregno di umori sanguigni e viscerali.

Il 1972 è anche l’anno di importanti tour: i Patto volano negli USA dove apriranno i concerti americani di Joe Cocker (ma guarda un po’...) ma è anche la volta dell’Italia. In un luglio infuocato i quattro ragazzi suonano ad Albenga (SV) dove il vostro cronista ha la ventura di assistere a quel concerto. Salgono sul palco del Palasport senza presentazioni, ancora con le luci tutte accese e ti chiedi se quei quattro tipi così “normali” siano davvero loro o dei roadies che fanno un ultimo soundcheck degli strumenti. Ma nel momento in cui senza proferir parola parte il riff arpeggiato di Hold your fire tutti i dubbi svaniscono. Si rimane incantati dalla maestria di quei quattro ragazzi che lontani dai mantelli fluorescenti di Rick Wakeman, dai travestimenti di Peter Gabriel, dalle borchie metallare dei Kiss, e dalle capigliature leonine di Black Sabbath o Deep Purple, sembrano quattro studentelli appena usciti dal doposcuola. Ollie Halsall ha una camicia di flanella a scacchi rossi portata fuori dai jeans e ciabatte infradito, Mike Patto indossa una classica t-shirt bianca, jeans e scarpe da ginnastica senza calze. Degli altri due la memoria non aiuta ma il ricordo riunisce il gruppo in un look (look?) da ragazzi della porta accanto, senza orpelli esteriori e divistici.

Anche il concerto è senza orpelli: ed è uno strano concerto. I quattro non aprono mai bocca tra un brano e l’altro, non parlano mai al pubblico e tra di loro non si rivolgono neanche la parola; non si capisce se nell’aria c’è qualcosa che non va, qualcosa di storto, forse un’atmosfera tesa. Si susseguono gli strepitosi brani dei primi due album e poi dopo poco più di un’ora i quattro abbandonano il palco senza minimamente accennare a un bis, tra la delusione del pubblico per un concerto bellissimo ma davvero strano e troppo breve.

Forse quella particolare performance italiana si può leggere oggi come la metafora di un momento magico che stava per concludersi. Ancora pochi mesi e i Patto si scioglieranno come la neve al sole. In quel periodo registrano un tentativo di quarto album tirato via per i capelli, probabilmente demotivati e senza voglia, quel disco, uscito postumo solo nel 2002, non si eleva oltre una mediocrità nemmeno tanto aurea.

Il 1973 vede però ancora Halsall e Patto partecipare a progetti interessanti. Per la prima volta dopo anni la coppia scoppia; le strade si dividono e i due sodali si ritrovano separati a partecipare a due favolosi album entrati entrambi nella storia. Mike Patto si ritrova a cantare coi cinquanta elementi riuniti da Keith Tippett sotto il nome Centipede per lo straordinario “Septober Energy” pietra angolare del jazz inglese, Ollie Halsall presta la sua chitarra live a Kevin Ayers nell’altrettanto mitico “1 june 1973” impreziosendo con le sue note dal gusto geniale e sopraffino le già stupende canzoni del cantautore inglese.

Poi, come succede, i due compari fanno mente locale; sono passati due anni dall’ultimo album dei Patto e la situazione è quella di uno stallo. Nessuno dei due artisti ha ottenuto il successo sperato e desiderato che comunque, e benché effimero, avevano sfiorato con quella tripletta di ottimi dischi. Allora forse è il caso di riprovarci.

Persi per strada definitivamente Halsey e Griffiths i due si rimettono insieme sotto la sigla Boxer ingaggiando come ritmi un paio di musicisti di valore: Tony Newman, già batterista per Jeff Beck e David Bowie e Keith Ellis con trascorsi in Van der graaf generator, Juicy Lucy, e Spooky tooth.

L’album “Below the belt” esce nel 1975, ed è, se non un capolavoro, un godibilissimo e sottovalutato disco. Più ingiustamente e relativamente famoso per la copertina sexy e un po’ pacchiana raffigurante una bellissima ragazza completamente nuda (la modella Stephanie Marrian) in piedi a braccia aperte e gambe divaricate con solo le parti intime coperte da un guantone da boxe, è invece un buon disco di rock americaneggiante. Ollie Halsall adopera la slide in più di un brano e il suo chitarrismo si fa più di maniera perdendo molto in originalità ma risultando comunque indispensabile nell’economia del gruppo. La magnifica More than meets the eye apice dell’album sembra uscita dal repertorio dei migliori Traffic, lente ballate e brani più veloci si susseguono armoniosamente in un’operina dove le venature jazzy tanto care al pubblico dei Patto sono scomparse in luogo di riff più rockeggianti e americanismi ancora a là Leon Russell comunque interessanti e degni di nota. Curiosità vuole che non accreditato nell’album suoni anche il tastierista Chris Stainton, per l’appunto sodale di Leon Russell, che entrerà in pianta stabile nel gruppo a partire dal secondo album.

Secondo album che per una serie di circostanze diventerà il terzo. Come già accaduto con l’unico disco dei Timebox e con il quarto dei Patto, “Bloodletting” non viene pubblicato al momento della sua registrazione ma ben tre anni dopo. È comunque un disco strascicato e inutile, con diverse cover (Leonard Cohen, Neil Young, Beatles, ecc,) sintomatiche per sottolineare un inaridimento creativo della coppia Patto/Halsall. Quest’ultimo comincia (o continua) a fare uso di droghe pesanti e abbandona definitivamente lo storico compagno per aleatorie avventure musicali con Scaffold, Rutles, e Tempest.

“Absolutely” ultimo album dei Boxer (ma penultimo in realtà come abbiamo visto) esce nel 1977, con il solo Mike Patto circondato da vecchi e nuovi musicisti, passando totalmente inosservato nella sua mediocrità in un’Inghilterra in preda a furori punk.

E se le più macabre cronache del rock affermano che i T-Rex sono l’unico gruppo che non farà mai una reunion essendone morti tutti i componenti, i Patto purtroppo seguono quasi a ruota: un destino maligno e beffardo vuole che un grande cantante muoia proprio per un tumore alle corde vocali nel 1979 a soli trent’anni, Ollie Halsall da buon gemello diverso lo segue poco dopo stroncato da un’overdose di eroina e Clive Griffiths rimane paralizzato in seguito a un incidente stradale.

Negli anni 2000 vengono pubblicati postumi a nome Patto il live “Warts and All” e il famoso quarto album, “Monkey Bum”, opere trascurabili e meno che mediocri che non raggiungono neppure lontanamente i vertici della prima tripletta di questa eccezionale, poco conosciuta e sfortunata band i cui primi tre album di assoluta caratura, hanno il valore aggiunto di sembrare scritti, suonati e pubblicati il mese scorso, e non è valore da poco.








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