venerdì 28 febbraio 2014

Il Rock Up di Carlo Barbero


La prima volta che ho visto Carlo Barbero è stato… in video, naturalmente!
Un lunga intervista ad un giovane gruppo di Genova, tributo ai The Who.
Ovvio il contrasto tra un uomo navigato e dei poco più che ventenni, salvo che il più rock di tutti era proprio lui… chiodo nero, occhiali da sole, riccioli in abbondanza - poco importa la spruzzata di bianco - e fisico asciutto da adolescente.
Una grande competenza, che ai miei occhi esterni poteva derivare da un know how specifico, frutto di passioni antiche, mai sopite. Ma col passare del tempo ho ritrovato Carlo in decine di situazioni differenti, tra rock, cantautorato, pop, eventi culturali generici, sempre col sorriso sulla bocca, sempre pronto a bloccare il musicista di passaggio per inventare un questionario, sicuro di non recare alcun disturbo, visto il garbo e la fama nell’ambiente, tutte cose che conferisco, alla fine, autorevolezza. 



L’ho incontrato di persona al FIM 2013, ad Albenga, sempre in coppia con Aldo Snaidero, tra videocamera e microfono, intento a rastrellare ogni spazio possibile. Ma arriva l’imprevisto, ovvero il musicista di passaggio, quello che non ti aspetti, e lui lo blocca senza difficoltà, dimostrando attraverso i sui quesiti di avere conoscenze ad ampio raggio… in fondo non è obbligatorio conoscere la storia di ogni artista che sgambetta sul prato dell'Ippodromo di Albenga! 



Tutto questo per provare a fornire un’immagine oggettiva.
Ma per chi lavora Carlo? E quali sono i suoi progetti futuri? Quali i suoi amici/collaboratori?
Che cosa è Genova Rock e perché nasce Rock Up Super .. BA, il neonato gruppo su Facebook?

Lascio a lui il compito di raccontare i suoi propositi, evidenziando che il logo di Rock Up, orgoglio del gruppo, ha preso forma nel laboratorio della paziente Elisa (WWW.elibu.vpsite.it), e... tanti auguri per la vostra nuova avventura!




mercoledì 26 febbraio 2014

Il primo album di progressive rock, di Innocenzo Alfano


MAT2020 accoglie oggi il primo articolo di Innocenzo Alfano, musicofilo, musicista e scrittore.
Il primo album di progressive rock...

Quando studiavo il rock progressivo a tempo pieno, ad un certo punto mi sono chiesto: ma qual è il primo 33 giri della storia in cui compare il termine “progressive”? Ci doveva pur essere stata una prima volta, come in tutte le cose, del resto. Alla fine, dopo aver osservato a lungo il fenomeno, individuai – almeno così credo – l’lp che cercavo, che però, curiosamente, non è l’album di un gruppo bensì una compilation, edita in Gran Bretagna dalla Decca Record Company all’inizio di ottobre del 1969 con il titolo “Wowie Zowie! The World Of Progressive Music”. Ecco, questa raccolta di dieci brani, il cui ampio spettro sonoro comprende psichedelia, jazz, rock-blues, pop sperimentale ed altro ancora, è, con ogni probabilità, il primo long playing di musica rock nel cui titolo compaia la parola “progressive”.
Acquistai una copia del disco direttamente dall’Inghilterra, perché volevo studiarmelo... Il risultato fu un lungo articolo pubblicato dalla fanzine “Contrappunti” a settembre di tre anni fa (cfr. “Il primo album di progressive rock? Una raccolta”, in “Contrappunti”, Quaderno Trimestrale del Centro Studi per il Progressive Italiano, Anno VIII, numero 3, Autunno 2011, pp. 28-33). Il testo di quell’articolo, ampliato, è finito poi, tre mesi dopo, dentro il volume “Storie di Rock” (Aracne editrice, pp. 170-176).
Per la cronaca, quasi contemporaneamente all’uscita di “Wowie Zowie!” vedeva la luce, sempre in Gran Bretagna, l’lp che ha dato ufficialmente il via all’esperienza del rock progressivo. Mi riferisco a “In The Court Of The Crimson King” dei King Crimson. Da quel momento il progressive cominciò ad affermarsi come genere autonomo con caratteristiche proprie.

Brano selezionato:

Touch – “Down At Circes Place” (dall’album omonimo, 1968)

martedì 25 febbraio 2014

Luci spente a Sanremo, di Claudio Milano


Luci spente a Sanremo
ovvero,
la farsa di chi vuole raccontarci che la bellezza non è un martello ma uno specchio.

C'è passato chiunque. Direttamente da altri lidi e con esibizioni non meno che memorabili, tanto in positivo che in negativo: Louis Armstrong, Ray Charles, Madonna, Peter Gabriel, David Bowie, Antony, Kula Shaker, Skunk Anansie, Rufus Wanwright, Dee Dee Bridgewater, Whitney Houston, Cat Stevens, Placebo, Elton John con Ru Paul (!), Phil Collins, Jamiroquai, Rod Stewart, Bruce Springsteen, i Blur, Jimmy Page & Robert Plant, i R.E.M.. Ma ancora Dire Straits, Queen, Kiss, Van Halen, Depeche Mode, Paul McCartney, Def Leppard, George Harrison, INXS, Joe Cocker, Paul Simon, The Smiths, Barry White, Grace Jones, Asaf Avidan, Caetano Veloso, Marianne Faithfull, Shirley Bassey, Dionne Warwick e qualcuno di loro si è persino prestato al gioco della “gara” (Graham Nash in gara con gli Hollies...).  Contrariamente a quanto si è sempre raccontato, i cantautori, non ne sono stati poi così distanti: Dalla, Battisti, Battiato, Modugno, Paoli, Tenco, Gazzè, Samuele Bersani, Finardi, Avion Travel, Roberto Murolo, Cocciante, Jannacci, Rino Gaetano e laddove non sono arrivati i piedi è arrivato l'inchiostro: De Gregori, Fossati, Conte, solo per fare qualche esempio, oppure la più serena possibilità d'essere ospiti: Bennato, Baglioni, Venditti, Luciano Ligabue.
Ennio Morricone c'è transitato trasversalmente come arrangiatore.
Si sa, ci sono state le grandi voci, soprattutto: Mina, Milva, Mia Martini, Alice, Giuni Russo, Elisa, Petra Magoni, Antonella Ruggiero, Giorgia ma anche i timbri “di carattere”: Carmen Consoli, Patty Pravo, Mannoia, Vanoni, Amalia Grè, Malika Ayane, Loredana Bertè, Rossana Casale.
Platea per il beat nostrano (Ribelli, Equipe 84, Rokes, Giganti), è stato campo di battaglia per urlatori: Al Bano, Claudio Villa, Renga, Anna Oxa, Fausto Leali, ma anche per l'art rock: Elio e le Storie Tese, Quintorigo, Le Orme, Delirium e per il post punk dei Decibel e Denovo.
Certo poi ci sono stati i “fenomeni di massa”: Celentano, Zucchero, Vasco Rossi, Ramazzotti, Pausini (e tra gli ospiti Duran Duran Vs Spandau Ballet, Thake That Vs Spice Girls) ma per arrivare a un pubblico più esteso hanno avvicinato quel palco anche Afterhours, Marlene Kuntz, Bluvertigo (assieme a tutta la scena electro pop dei '90, dai Soerba a La Sintesi ai Subsonica) e poi il jazz con Stefano Di Battista, ma se includiamo anche gli ospiti, Bollani, Danilo Rea...
Cos'è oggi questa mostruosità nei riguardi della quale Enzo Biagi e Pier Paolo Pasolini hanno lanciato anatemi? Cos'è questa cosa attorno a cui girano milioni di euro in tempi in cui “un giorno dopo l'altro” arrivano notizie di suicidi per crolli economici? Questa cosa dove ci si gioca la carriera, dove si va per dimostrare che si sopravvive, in politica, in spettacolo, in qualche modo... Una cosa assai seria. E seriamente ne tratterò.
Sanremo è l'ultimo, disperato avamposto S.I.A.E., una delle poche possibilità per il monopolio di alcune label di tirare i remi in barca in piena crisi, ma anche e proprio per questo, in una nazione così pigra come la nostra e disposta esclusivamente a lasciarsi indottrinare da un suono che attraversa senza (apparentemente) lasciar traccia, un ritrovo voyeurista attorno ai pochi pregi e ai tanti difetti del nostro nevrotico e scoraggiante “essere/apparire/sperare d'essere riconosciuti a guisa di una proiezione ideale di sè”.
Si, perché nulla di nuovo al di fuori di piccoli ricamini attorno ad una forma canzone secolarizzata è stato fin qui possibile, se non, grazie anche ad un signore di nome Fabio Fazio che importanti cortocircuiti rese possibili nelle prime edizioni da lui condotte, portando sul palco gente come i già citati Avion Travel, Quintorigo e il contestatissimo Fabrizio Moro di “La Croce”.
A Sanremo, come nel paese del “che rimanga tra noi”, piccoli cambiamenti sono possibili, purché piccoli siano, ma capaci di sedimentarsi nelle coscienze (ma quel cortocircuito dell'apparizione dell'allora band di John De Leo fu grande e pari la vittoria degli Avion Travel quanto quella “Croce” che si, era out of contest, ma davvero “contro”). Nell'Accademia di canto dove il sottoscritto ha insegnato a Monza negli scorsi anni, Antony e Asaf Avidan erano improvvisamente diventate “le” Voci da seguire e il cui carattere imitare e non certo per via di quello che noi insegnanti “passavamo” come messaggio ai ragazzi, ma come quello che loro portavano a noi. Un miracolo di “mamma TV”, ma di quelli benvenuti.
Mi chiedo dunque, quale peso possa avere un'edizione penosa come quella appena passata.
Per carità, Fazio ha centrato l'obiettivo appieno portando sul palco dell'Ariston un grandissimo Rufus Wainwright, con un'esecuzione da brivido di “Cigarettes and chocolate milk”, ma il pubblico (ridicole contestazioni a parte) non se l'è rifilato di striscio preferendo alla sua classe e a quella della direzione d'orchestra agilissima di Diego Matheuz con la Filarmonica della Fenice, un Renzo Arbore da siparietto, incapace di far ridere, banale, volgare. Ma non era questo Festival un omaggio alla bellezza?
Il monologo della Littizzetto, quanto quello di Crozza han fatto luce sulla questione, facendo sorridere, ridere, riflettere, ma si sa, la commedia imperversa e domina solo laddove gli imperi si sfaldano e non è certo bastato un Cat Stevens, duro e puro, maudit illuminato e commovente a riparare l'imbarazzo, trasformato in autentico terrore, davanti alla performance di una Franca Valeri che grande è stata, un tempo, ma... tant'è e non ci si può far più niente, duole dirlo.
La bellezza può trasformarsi in cenere, che onesta è, ma anche in uno specchio impietoso e vedere la Carrà che balla cantando delle idiozie mai udite prima non è neanche divertente, è terrorismo puro. Saperla a cavallo di una motocicletta a ricevere il testimone da Piero Pelù mi toglie il sonno, per favore fermatela! La RAI chiude (apparentemente) le porte a Mediaset e niente giovani da Amici, per fortuna, ma di fatto X Factor con la presenza del “giudice” Arisa e Noemi a rappresentare “il testimone” passatole a sua volta da donna Raffaella (anche l'appello per i Marò?... E poi?) per The Voice, ha portato un adeguato tasso di autoreferenzialità e di musica davvero vecchia e brutta. Non solo, questo come nessuno, è stato il Festival delle voci che si cantano addosso, imbevute di raucedine come se un cattivo orco fosse passato a seminar polipi sulle corde vocali vere e a lasciar vive solo le false, spinte all'inverosimile nel tentativo di imitare, ad esempio, Mia Martini, mentre le dita si rifiutano di suonare le note giuste di un piano, almeno loro, a dire “Noemi, per carità fermati anche tu, che non basta un viaggio a Londra a farti interprete”. Ma mica solo lei, ah no!  Si è dovuto aspettare Gino Paoli per ascoltare un interprete non vero, di più, con un impagabile Danilo Rea al piano. Per commuoversi, senza urla e merletti appresso ad una secchissima versione di “Vedrai, vedrai” e una ancora più bella di Umberto Bindi, “Il nostro Concerto”. Questa è classe che vive ancora, è bellezza, ma c'è bisogno anche di nuovo, c'è urgenza di nuovo per non affondare nella difesa della memoria anche quando è diventata stantia, maleodorante. E'invecchiata anche la grande Ruggiero (Battiato scriverà mai qualcosa per lei? Una vacanza dalla penna ingiallita di Colombo non potrebbe che giovarle regalando classe su classe). L'ex Matia Bazar, dopo un'esibizione davvero scadente nella prima serata, terribilmente legata, attenta all'impostazione, si è saputa ricollegare all'anima e regalare una versione incantevole di “Una Miniera” dei New Trolls (come dire, tutto in famiglia, appunto...) assieme ai tablet dei Digiensemble Berlin. Il pezzo che ha portato in finale è cresciuto di sera in sera, ma l'arrangiamento... Tutto in famiglia ancora con Ron e la sua versione superba (davvero uno dei picchi dell'edizione) di “Cara” di Lucio Dalla e ancora tutto in famiglia con Cristiano De Andrè. Nella sua idea di bellezza sempre più chiara in quanto a “specchio”, Fazio, non ha mai negato la sua preferenza per un brano del Festival, quell' ”Invisibili” di De Andrè Jr, a cui è andato, com'era ovvio, il Premio Sergio Bardotti come miglior testo e anche il Premio Mia Martini, ma che in quanto a musica … (un caso che la sigla del Festival fosse un brano di mamma Dori Ghezzi, con Wess? Tutto in famiglia, appunto). Il meglio che Cristiano ha fatto al Festival è stato cantare, alla stessa maniera del padre, “Verranno a chiederci del nostro Amore”, commovente, certo, ma davvero poco, anche se nessuno credo gli porterà via un Premio Tenco quest'anno, al quale, s'è detto, verranno dati più soldi dopo il rischio chiusura e che ormai dubito questo benedetto specchio di cui continuo a parlare potrà infrangere. Si, perché non basta “fare” i cantautori per esserlo, non basta “fare” i cantanti per esserlo, bisogna prima “essere” e il fare arriva naturalmente e nessuno ci ridarà De Andrè padre, nessuno ci ridarà Tenco, anche se il Premio a lui dedicato viene dato a “Baccini canta Tenco” (bah...), che monumento a quello specchio di cui sopra è e rimane. Ma il nuovo, accidenti, dov'è? Ad ascoltare i cantanti in rassegna sembra di essere ad un programma di Carlo Conti dove ognuno imita qualcuno e Conti imita sé stesso, ebbene, qui i cantanti recitano ciascuno il proprio ruolo senza lasciare trasparire un minimo di emozione vera, questa è imitazione di bellezza, ma la bellezza ha bisogno solo di manifestarsi, anche quando è buio profondo ed è sgradevole a guardarsi come un danzatore (Dergin Tokmak) che sfida il suo handicap volando sulle stampelle, punto. Ma non bastasse, ebbene si, ci sono anche gli imitatori di altri! Raphael Gualazzi che a sentirlo sembra Pino Daniele ad esempio, nonostante il brano portato in finale, sia a mio avviso il più centrato della rassegna (dopo “1969” di The Niro, comunque superiore) grazie all'accoppiata con un divertente e capace The Bloody Beetroots a cui molto auguro in termini di fortuna. Dovendo votare il brano opterei per un sufficienza piena, notevole arrangiamento e gran coro gospel, bel ritornello, quasi un Battisti americano in salsa techno. Curiosa la rilettura di “Nel blù dipinto di Blù” con Betroots, ohps, “Sir Bob Cornelius Rifo”, questo il suo “non pseudonimo”, (qualcosa mi dice che il ragazzo, di solida formazione classica, possa conoscere Sir Brian Peter George St. John le Baptiste de la Salle Eno ed è un bene), felicemente anche alla voce e un Tommy Lee (!! Da non crederci, ma è Sanremo...) davvero impacciato nel dover tenere uno swing senza dover sfasciare i piatti (e conseguente occhiataccia di Gualazzi ad un bel solo di piano). Ma in quanto ad imitatori, non scherza la band di Rossano Lo Mele, il neo-direttore di Rumore, gloriosa rivista rock (fondata dall'altrettanto glorioso Vittore Baroni), i navigati Perturbazione che in questa chiave, sinceramente inedita, sembra emulare alla perfezione (e non è un merito) l'ironia colta quanto leggera di Max Gazzè, con una voce meno interessante e un violoncello solo a far scena/specchio. Ovviamente, Premio/specchio della Sala Stampa... che dire? Che quantomeno la band poteva fare a meno d'ammazzare De Gregori assieme a Violante Placido. Le band si sciolgono e ci lasciano in eredità i cantanti, perché così, in tempi di crisi si risparmia a fare un tour ed eccoci qui, dopo il crollo di Giovanardi dei La Crus nel 2011, eccoci ancora con l'ex Timoria Renga e il suo birignao (lontani i tempi di “Sangue impazzito” eh?) a massacrare Bennato con Kekko (si, proprio così) dei Modà a colpi di urla, mentre Francesco Sarcina (ex le Vibrazioni) non resiste alla tentazione del “selfie” durante tutte le sue esibizioni... una pippa no? (No non mi riferisco ad Arisa, per carità!) Sarebbe stato più istruttivo. C'è spazio anche per Riccardo Sinigallia, in passato strettamente legato ai Tiromancino che viene eliminato per aver cantato il suo brano in una sagra (ma cos'è? Dietro Sanremo ci sono anche i Servizi Segreti?). Dolcissimo come sempre, l'autore porta brani assai intimi, quasi respingenti, che sarebbe il caso di tornare ad ascoltare anche in merito ad un coraggiosa rielaborazione di “Ho visto anche Zingari Felici” del grande Claudio Lolli, con al seguito Marina Rei e Paola Turci. Ma comunque vi prego, qualcosa di nuovo... E questo qualcosa non è la pur piacevole leggerezza di Giuliano Palma, nè tantomeno il celebrato Renzo Rubino. Un mix tra l'ironia svenevole di Denovo (che probabilmente non sa neanche chi siano), con un cantato nazional popolare desunto dal maestro elettivo Modugno. Comico il modo di aggredire pianoforte, corde vocali e brani quasi a voler superare l'inconsistenza dei pezzi. Ecco lui, pur nella mancanza di riferimenti culturali che non siano istituzionali e nell'essere così “povero”, sembra abbastanza vero da poter durare e diventare una star italiota, ma non chiedetemi di riascoltarlo, per favore. Centra appieno e con eleganza assieme a Simona Molinari “Non arrossire” di Gaber. I giovani? Rocco Hunt e “a Gennar cc' avut 'o criaturo” e pescivendoli assortiti, mamme e papà in lacrime? Ma vaff... Il premio della critica a Zibba, in virtù di che non s'è capito? C'era, l'ho anticipato prima, un pezzo  che ad ascoltarlo davvero, lontano dal carrozzone avrebbe ben figurato, ma che nessuno ha neanche avvicinato. Quel “1969” di The Niro, che ha portato una coraggiosa ventata baroque pop, con arrangiamento di gran classe, per niente scontato (la cosa migliore ascoltata in assoluto e un bel 7'5 pieno), testo d'interesse e bella voce da controtenore appena offuscata da una presenza scenica non felicissima in un mondo dove l'immagine è tutto. Per lui dov'erano la “Giuria di qualità” e la “Sala Stampa”? La struttura davvero semplice dei pezzi di questa edizione, la mancanza di sostanza che li ha accompagnati, l'ossessiva ricerca del “ritornello felice e della personalità rimarcata a pieni sottotitoli” (Stromae incluso), pur con confezioni sonore spesso di gran prestigio ha rimandato agli anni '60, ma in un periodo storico in cui l'intrattenimento leggero sembra un paradosso.
In qualche caso l'arrangiamento diventa così “nobile” da far sorridere, c'era proprio bisogno di cercare eleganza con un clarinetto ad anticipare le strofe del brano di Arisa?
C'è da dire che quando non sostenuti da ritmi incalzanti non si è distinto un pezzo dall'altro, ma tanto poi saranno le tante radio figlie delle lobby (ormai in misura più o meno maggiore, TUTTE, radiozine a parte) a martellarci per un anno con queste miserie fino a renderle “classici”. Si, perché defunto il Festivalbar, non rimane altro specchio su cui arrampicarsi e le label con denaro da investire ben lo sanno, per la gioia della S.I.A.E., dei suoi massimi contribuenti ed eredi. Si, perché molti lettori non sanno che per ogni disco venduto, per ogni passaggio televisivo e radiofonico, solo una minima percentuale entra nelle tasche di autori e arrangiatori, il resto viene diviso tra quelle dei massimi contribuenti, intesi come “fidelitari” e dunque Celentano, Mina, Ramazzotti, Pausini, Zucchero, Bocelli, gli eredi di Modugno. Ogni volta che acquistate un disco dei Deadburger, dei Massimo Volume, di Kurai, Butcher Mind Collapse, ma anche degli Ulver, di Scott Walker, dei Current 93, i  vostri soldi finiscono nelle tasche dei signori prima nominati e così è SEMPRE Sanremo, nei vostri cd dei Metallica c'è un fantasmino della “Signora di Lugano”, sappiatelo!.
Gentile Fazio, perché tale sei, tu che ti lamenti del sentirti dare del “buonista” e reagisci dicendo che ti sei “rotto le palle”, sapessi noi! Vuoi fare un Sanremo che attragga? Fa qualcosa di nuovo e accetta che partecipino al TUO Festival anche (non dico “solo”) il fenomeno napoletano strappalacrime, la canzone per le casalinghe e quella per i bimbiminchia te li lasciamo) i musicisti che non hanno alle spalle etichette con migliaia di euro a disposizione e che la giuria di “qualità” non sia composta al 50% da starlette e nella sala stampa figurino webzine e radiozine attente alla musica a 360 gradi. Su 20-30 canzoni non potremmo sentirne una di indie non renziano? Una metal (ho detto una bestemmia)? Una avantgarde (solo una, su! Anche tuoi amati Beatles, hanno scritto “Tomorrow Never Knows”)? Una di hip hop non contaminato da populismo da seconda elementare? Una dark, psichedelica, progressive, punk, elettronica, folk, grunge, post rock, di jazz vero, baroque pop (grazie ancora The Niro), dubstep, impro... guarda i generi te li trovi in rete e se hai bisogno di qualcuno che ti passi dei nomi scrivi al caporedattore di una webzine a caso, ti farà uscire dal tuo mondo dorato per farti capire che la bellezza da te tanto decantata è viva e vegeta in Italia quanto nel mondo e può far veramente male.
Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno in questa nazione in quanto a creatività, ma quelli come te sono un'offesa a chi ogni giorno fa fatiche indicibili in ambito musicale per pagare l'affitto, perché quello che manca è visibilità e tu hai il POTERE (dichiarato da te stesso a “Che Tempo che fa”) di darla. Perché tu, ne sei consapevole, in tempi come questi, non c'è più spazio per chi fa ricerca vera, quella gente di giorno fa il cameriere e di notte scrive ed è un delitto. Perché anche l'indie è ormai un “vorrei ma non posso” e un faretto puntato addosso alle microlabel e le piattaforme di crowdfunding, certo mostrerebbe che la maggioranza di loro sono associazioni culturali nate per spillar soldi, che aggirano come possono la S.I.A.E., ma che almeno un po' di freschezza la porterebbero. Perché dunque, è tristissimo dirlo, ma più passa il tempo più si assottiglia il margine tra mainstream e musica “alternativa” in ossequio al Dio Denaro e non si può più relegare il “caso” Sanremo in un angolino, visto che fra un po' non ci resterà null'altro che omologazione sonica in questo Paese.
Perché a Sanremo c'è scappato il morto e un altro stava per arrivarne nel '63, lo stesso che tu hai invitato quest'anno a celebrare i trappassati per stento, quel Paoli che scrisse “Ogni suicidio è diverso, e privato. È l'unico modo per scegliere: perché le cose cruciali della vita, l'amore e la morte, non si scelgono; tu non scegli di nascere, né di amare, né di morire. Il suicidio è l'unico, arrogante modo dato all'uomo per decidere di sé. Ma io sono la dimostrazione che neppure così si riesce a decidere davvero.” Beh, quell'uomo poi di scelte ne ha fatte, dimostra tu di poter decidere di far meglio, piantandola di fare il verso a Baudo, dal quale tanto diverso non dimostri di essere. Si può ridere con l'Aria di Leporello cantata (bene, quasi benissimo) da Crozza, ma qui c'è gente che del “Voi/Germania prendete la Maestosa/Italia, a noi rimane la Mafiosa/Italia”, non riesce a ridere con compiacimento e darebbe volentieri indietro l'intero lotto dei presenti all'Ariston, ricchi spettatori/presenzialisti, giuria “di qualità” e “sala stampa” inclusi.
Non basta raccontare la storia dell' “omosessuale” Michelangelo per parlare di bellezza, vogliamo vederla sui palchi, perché la bellezza in arte è una luce che sposta quello che gli altri hanno tracciato, un passo più in là e può dare anche fastidio, ma se non le si dà spazio, muore, punto.
Chi come voi Fazio e Littizzetto, ha lo scettro per decidere a chi dar spazio o no e mostra il vecchio, senza saperlo è complice diretto di un continuo e vergognoso assassinio del quale volente o no DEVE rendere atto.
Così come la bellezza, “l'arte non è uno specchio cui riflettere il mondo, ma un martello con cui scolpirlo” affermò con convinzione Majakovskij e ci ricordarono gli Henry Cow di “In Praise of Learning”.
In attesa che si faccia davvero luce su chi ha passato un lettino di denaro salvagente a proteggere un volo di due operai, che non ci sarebbe mai stato, ogni risposta è gradita, anche quella di una Luciana Littizzetto, che, si, dice cose intelligenti e tiene in piedi da sola baracche, ma ancora non s'è capito da che parte stia.
Ossequi.
Qui la mia e-mail: nichelodeon@gmail.com
Attendo.

Lunedì 24 Febbraio 2014


Claudio Milano

lunedì 24 febbraio 2014

Ciro Perrino-1° tappa


Inizia oggi la collaborazione con Ciro Perrino, che ci fornirà spunti per raccontare la sua intensa vita musicale, partendo dal glorioso passato arrivando sino ai propositi attuali, attraverso una lunga, intensa e naturale evoluzione, personale e sonora.
Il primo atto del racconto ha lo scopo di spiegare il viaggio interiore - e musicale - realizzato da Ciro, a partire dagli anni del prog sino ai giorni nostri, quelli che lo vedono protagonista del nuovo progetto IGM (Inner Journey Music), consultabile nel sito di riferimento, http://www.ciroperrino.com/.
Il normale cambiamento individuale presenta spazi giganteschi quando si tenta di unire due punti, lontani alcuni lustri, ed ogni singola storia umana, anche quella apparentemente meno interessante, potrebbe essere fonte di ispirazione per un resoconto che diventa automaticamente didattico e al contempo stimolo alla riflessione. Il concetto si esalta in modo esponenziale quando questo percorso propone una sezione parallela, quella che rappresenta il cammino di un musicista - aiutato dal talento, o magari solo dallo studio e dalla conseguente applicazione - che si racconta e descrive ciò che vede e sente attorno a lui, fissando per sempre momenti unici, di cui tutti potranno beneficiare.
Ciro Perrino fa parte di questa ristretta schiera di uomini fortunati, che hanno la possibilità di donare agli altri una nuova prospettiva, un modo diverso di vedere un alba, un tramonto, un bimbo che gioca sulla sabbia o un uccello che vola.
Ciò che racconterà da questo spazio, cammin facendo, potrà essere un buon aiuto per tutti noi.


Con la Musica ho viaggiato. Ho anche consentito al mio Spirito di guidarmi attraverso percorsi ricchi di paesaggi, che mi venivano suggeriti dallo scorrere delle melodie, dal concatenarsi delle strutture armoniche, dal tessuto delle percussioni così evocative e capaci di trasportarmi in lontani Universi.
Ho sempre sentito l’intimo legame esistente fra Musica e stati meditativi. Prima come semplice fruitore. Ogni nuovo acquisto di un disco – vinile esclusivamente nei primi anni ’60 – era accompagnato da un mio particolare rituale che mettevo in atto oscurando completamente la mia stanza prima di iniziare un ascolto. Ricordo le prime note di “Foxy Lady” emerse dal buio più profondo. Fu uno shock che non potrò mai più dimenticare.
Poi iniziai a suonare e prima ancora di intraprendere l’esperienza con il Sistema e poi con Celeste coltivavo il sogno di realizzare un disco di sole percussioni con l’intento di creare atmosfere finalizzate alla ricerca di spazi interiori dove potersi ritrovare attraverso le vibrazioni di una pelle od al tintinnio cristallino di un crotalo.
Nel tempo ho mantenuto il contatto con quel “Fil Rouge”.
Per me la Musica e le mie composizioni in particolare sono in grado di scatenare visioni ultraterrene e sensazioni tangibili a livello dei cinque sensi conosciuti. Altri però ve ne sono.
I testi che scrissi per Celeste nacquero da una visione avuta in sogno dopo un intenso ascolto delle parti strumentali registrate come semplici provini. Il Principe mi si presentò e mi suggerì la posizione del suo trono perduto sul fondo di un lago alpino circondato da alte montagne.
Ancora oggi l’ascolto di una qualsiasi composizione di SOLARE, la mia prima opera solista dopo i gloriosi anni del Prog, riesce a portarmi a spiccare voli lasciandomi cullare nelle immensità dello Spazio profondo. Ancora pochi giorni fa ho provato una stupenda emozione incontrando i cori del mellotron alla fine di Urano. Quelle voci sembravano provenire da altri Mondi.
Ho sperimentato una sorta di compassione nei confronti di una qualche entità presente al di là del nostro “conosciuto”. Ho sentito meno quella sensazione che spesso mi fa percepire la solitudine degli esseri umani. Davvero non siamo “soli”.
Proseguendo in seguito con le altre opere strumentali da FAR EAST sino all’ultimo lavoro interamente dedicato al pianoforte PICCOLE ALI NEL VENTO, ho infine realizzato come la mia sia diventata musica per meditazione: quell’esperienza personale con la quale si entra in contatto con il proprio mondo interiore.
Rileggendo tutta la serie dei miei albums colgo senza ombra di dubbio il viaggio iniziatico che mi ha portato a confrontarmi con la vita proveniente dallo Spazio sino alla nascita di una nuova vita sul nostro Pianeta. Ma di questo ve ne parlerò in un prossimo appuntamento.

Per conoscere più: www.ciroperrino.com







domenica 23 febbraio 2014

Greenwall al ROADHOUSE per presentare “ ZAPPA ZIPPA ZUPPA ZEPPA!”


Il 7 marzo, dalle 20:30, presso il ROADHOUSE di Marino
 i
Greenwall presenteranno il loro quarto CD, “ ZAPPA
ZIPPA ZUPPA ZEPPA!

Piccola serata "commemorativa" di quanto la band ha prodotto in questi 15 anni di attività, con presentazione di alcuni  brani del nuovo disco, la prima parte di THE DARK SIDE OF THE MOON (con nuovo arrangiamento e danza), che è stata parte del loro spettacolo dell'anno scorso, e altri brani provenienti dagli album passati.
Una parte importante sarà dedicata alla riedizione de "Il PETALO DEL FIORE", che è stata la loro prima suite e che verrà riproposta con nuovo arrangiamento (è una bonus track del loro album).
In attesa di poter ascoltare il disco, e descriverlo al pubblico di MAT2020, ecco qualche traccia video e un po’ di storia del gruppo.


SUPERPEZZI-il “singolo”



MONEY (la versione, live al Crossroads nel 2012)

http://www.youtube.com/watch?v=Vot9LaKTh9g

DONDOLANDO SU LAGHI DI SMERALDO
Esecuzione del 2005 di un brano che è presente su "From
the treasure box", il terzo CD, con Sophia Baccini.

http://www.youtube.com/watch?v=u6Y_PDGPEH4




Dopo “From the Teasure Box”, “ZAPPA ZIPPA ZUPPA ZEPPA!”, il nuovo CD di brani originali dei Greenwall. Con ZAPPA ZIPPA ZUPPA ZEPPA! finalmente i Greenwall sono arrivati a convergere tra vecchio e nuovo percorso, punti di contatto e nuovi punti da cui partire e andare avanti. La formazione è cambiata tantissime volte negli anni, ma si è tentato un consolidamento, e allo stesso tempo quasi una “ri-fondazione” delle proprie origini, riferita a un approccio sempre più professionale al progetto.
ZAPPA ZIPPA ZUPPA ZEPPA! Mette insieme infatti musicisti professionisti, amici, persone e fatti importanti della storia del gruppo, per fare qualcosa di nuovo, un seguito ideale di “From the Treasure Box” che però ci porta dove “From the Treeasure Box” si era solo accostato, e non sarebbe stato capace di andare. L’idea di non avere il vincolo della forma, ma di poter accostare jazz a rock, a folk, a cantautorato… Ecco questo è alla base dell’approccio alla composizione di Greenwall, ieri come oggi. E’ per questo anche che negli anni il gruppo ha spesso parlato di “puzzle”, di “storie”, e oggi di “zuppe”, perché ogni episodio è stato ed è fondamentale, non ci sono riempitivi di nessun tipo negli album, ed ogni dettaglio è visto come unico, ultimo e irripetibile elemento di una costruzione eterogenea molto più grande. Su questo principio si sono costruite le tracce che compongono questo CD. Nel CD è presente l’inizio de “Il Petalo del Fiore”, che pone le basi per quell’opera di ammodernamento del suono e dell’approccio stilistico che Andrea Pavoni (il tastierista e fondatore del progetto) voleva intraprendere già nel 1999, ma quella è “solo” la bonus track. “Prelievo”, invece, completa idealmente il viaggio che lega la musica all’infanzia e all’adolescenza. “Pollicino” era legato alla figura del padre, “Prelievo” alla madre, “Il Petalo del Fiore” è il viaggio dell’anima che rivolta il proprio passato e ritrova se stessa nell’amore e nelle piccole cose, “Preludio… to the End” era una adolescenziale celebrazione della morte, che invece diventerà vita con “Il Petalo…”, qualche anno più tardi. Questo percorso appunto si completa con “Prelievo” che era l’ultimo tassello non ancora pubblicato (sebbene già composto). Anche per “Prelievo” si è adottata la formula già consolidata di far suonare il gruppo insieme a un quintetto d’archi, che di fatto costituisce l’ossatura dell’arrangiamento del brano. Da qui si può andare solo in avanti. “Con precisione Eterna e Divina” parla di come ci si incontra, a volte in modo così preciso, e poi ci si perde, eppure non si resta mai veramente distanti. Il brano è stato composto nel 2002, e tenuto per molto tempo nel cassetto. Si deve a Michela Botti, la vocalist, se una volta sentito il demo, il gruppo ha avuto la spinta di costruirlo e di proporlo anche dal vivo. Ogni brano quindi ha una sua storia, e anche “Superpezzi”, il brano iniziale, si pone come gioco assolutamente unico, in cui la stessa frase viene ripetuta in una modalità molto vicina al barocco, con 5 voci diverse e in un viaggio tonale che attraversa 7 tonalità! Agli 80 minuti di musica del CD si unisce anche il DVD, in una confezione prestigiosa (miniLP) che comprende anche un secondo booklet con la traduzione dei testi in inglese, e alcune bonus track e ristampe, tra cui spicca la versione di “Larks’ Tongues in Aspic – part 1” già pubblicata nel tributo ai King Crimson “The Letters” del 2004. Nel primo booklet, invece, i brani sono illustrati ancora una volta da Serena Riglietti, già nota in Italia per aver illustrato, tra moltissime altre cose, gli “Harry Potter” della Salani, e che consolida il rapporto con il gruppo producendo per questo lavoro ben 11 tavole originali. Importante anche l’elenco dei musicisti partecipanti: ai 4 Greenwall “principali” (Andrea Pavoni e Alfredo De Donno – tastiere; Michela Botti – voce; Fabio Ciliberti – basso elettrico) si aggiunge un gruppo di ospiti prestigiosi: Stefano Marazzi alla batteria (Fiordaliso, RAI), Bruno Zoia al contrabbasso (Andrea Braido, Mishmash), Pier Paolo Ferroni alla batteria (Frankie HNrg, Rita Marcotulli), Alessandro Tomei ai fiati (Luca Sapio, Kate Robbins), Umberto Spiniello alla batteria (Neri per caso, Martiria). Partecipano al CD anche alcuni membri passati del gruppo: Andrea Moneta (Leviathan) alla batteria, Riccardo Sandri alla chitarra e i cantanti Silvia Ceccarelli e Massimo Leoni. Nutrita è anche la strumentazione utilizzata, che va da ambientazioni “minimali” in stile jazzistico, ad orchestrazioni complesse che includono violino, oboe, percussioni elettroniche e acustiche. “Il tema dell’”oltre il prog” a mio parere non si pone. Siamo già nell’era moderna e molte delle cose che vennero “scoperte” in quel periodo sopravvivono oggi, anzi, si alimentano oggi di elementi ancora più diversi. Quello che mi sembra importante è che non dobbiamo “classificarli”, quegli elementi, ovvero dobbiamo cercare sempre cose interessanti, anche in “forme” che magari in partenza potrebbero non esserci familiari, o gradite. E non dobbiamo mai smettere di ascoltarla, la musica, di farci contaminare da questo “sogno senza fine” che è la musica, e dalle parole che ne sono spesso conseguenza, o fonte di ispirazione. La musica, se è senza barriere, non può che continuare… E quindi anche il rock progressivo, o sinfonico, o pop, o art rock, o Canterbury school, o quant’altro si voglia definire!”

Un po’ di storia…
Greenwall è un progetto del musicista e compositore romano Andrea Pavoni, il quale pubblica nel 1999, su etichetta Mellow Records, già con il nome Greenwall, Il Petalo del fiore e altre storie. Il CD comprende registrazioni originali degli anni 1989-1990 e nuovo materiale registrato successivamente materiale registrato successivamente. Nel 1999-2000 inizia quindi a formarsi un vero e proprio gruppo. Fin dal 1999 il lavoro è finalizzato alla preparazione del terzo disco “From the treasure box”, che sarà poi pubblicato nel 2005. I cambiamenti di formazione sono molti, e nel 2014 il gruppo vede la presenza di Michela Botti (voce), Fabio Ciliberti (basso e chitarra acustica), Alfredo De Donno (tastiere), Andrea Pavoni (tastiere), e di una serie di musicisti che collaborano con il gruppo alle varie attività quali: Umberto Spiniello, Pier Paolo Ferroni (batteria), Claudio Ricci, Riccardo Sandri (chitarre), Doriano Roccon, Paolo Scozzi (contrabbasso), Fabrizio De Melis, Dahl Ah Lee (violino), Alessandro Tomei e Claudio Giusti (sassofoni e flauto).
Sono stati pubblicati 4 dischi in studio, 2 DVD e varie compilation. Molte anche le collaborazioni con altri musicisti importanti come Pier Paolo Ranieri, Stefano Marazzi (membro del gruppo nel 2004-2005), Andrea Scala, Giuseppe Brancato, Andrea Moneta, Sophia Baccini. L’illustratrice Serena Riglietti (nota al pubblico italiano per gli “Harry Potter” della Salani) ha illustrato gli ultimi due album con tavole originali.
Nel 2012 è stato anche realizzato e rappresentato “Greenwall’s Dark Side”, spettacolo di musica e danza che propone la rielaborazione integrale del celebre “The Dark Side of the Moon” dei Pink Floyd con nuovi arrangiamenti e balletto dal vivo.
Nel 2014 è stato pubblicato “ZAPPA ZIPPA ZUPPA ZEPPA!”, dalla Electromantic Music di Beppe Crovella, quarto disco della band, annunciato dal singolo “Superpezzi”, presente nella “Prog Sphere compilation #14” e trasmesso anche dalla trasmissione “Demo” di Radiouno.

Discografia:

Il Petalo del fiore e altre storie(Mellow, 1999)
Elektropuzzles(Mellow, 2001)
Kalevala(Musea, 2002, compilation)
The Colossus of Rhodes (Musea, 2004, compilation)
The Letters (Italian tribute to King Crimson)(Mellow, 2004, compilation, Greenwall è
presente con “Larks’ Tongues in Aspic – parte 1”)
From the treasure box(Rock Revelation/Venus, 2005)
Inferno(Musea, 2009, compilation)
Paradiso” (Musea 2011, compilation)
Tales from the Edge” (tribute to the music of Yes) (Mellow, 2012, compilation, Greenwall è
presente con “Onward”)
“More Animals at the Gates of Reason” (tribute to the music of Pink Floyd) (AMS, 2013,
compilation, Greenwall è presente con “Breathe”)
ZAPPA ZIPPA ZUPPA ZEPPA!(Electromantic, 2014)
to be issued:
Family Snapshot(tribute to Genesis’ solo album, Mellow Records, compilation, Greenwall è
presente con “The Lie/After the Lie”)

Videografia:
Tributo al Biglietto per l’Inferno
(guest Patrizio Fariselli, Rodolfo Maltese, Tony Pagliuca) (BTF, 2005)

Sito internet: www.greenwall.it
Facebook: https://www.facebook.com/greenwallmusic

Contatti:
Michela Botti
E-mail: m.botti@cineca.it
Cell.: +39-349-3139632
Andrea Pavoni
E-mail: andrea_p@greenwall.it
Cell.: +39-333-2326444






sabato 22 febbraio 2014

FIM 2014, I GEMBOY E IL LORO ROCK DEMENZIALE


FIM 2014, I GEMBOY E IL LORO ROCK DEMENZIALE
Il gruppo bolognese di Orgia Cartoon premiato alla kermesse genovese

I Gem Boy nascono nel lontano 1992, quando Carlo Sagradini riscrive i testi di celebri canzoni per prendere in giro gli amici. Riscontrando un sempre maggior numero di consensi, Carletto decide di metter su una band e di proseguire sulla strada delle cover-parodia, così nel 1996 realizzano il loro demotape più celebre, Orgia Cartoon; già nel 2000, benché sconosciuti al grande mondo discografico, i loro concerti sono affollatissimi di fan che cantano a memoria le sigle dei cartoni animati rifatte in chiave comica.

Nasce così nel 2002 il primo album, Internettezza Urbana, che contiene testi e musiche inedite e che venderà più di 15.000 copie. È del 2004 il secondo album, Sbollata, il cui singolo Due di picche viene anche programmato sulle emittenti musicali MTV e All Music. Il terzo lavoro datato 2006, Ginecology, è forse l’album più maturo, ricco di collaborazioni con musicisti di spicco e contenente ben 18 tracce, tra cui "Balla coi Lapi", "Giambel V" e "Goldrake al Ristorante".
Nel 2007 avviene l’incontro con Cristina D'Avena, la beniamina anni 80 – 90 delle sigle tv, e intraprendono una collaborazione che li porta spesso in tournée insieme. Nel 2008 arriva il quarto album, Fiches, e con esso la definitiva consacrazione della band.
Nel 2009 inizia la loro esperienza televisiva a Colorado Café, che proseguirà continuativamente fino all’edizione 2013 del programma comico di Italia 1 e che li ha visti impegnati in tante folli e divertenti parodie.

Domenica 18 maggio alle ore 20, Carlo Sagradini (cantante e autore dei testi), Max Vicinelli (tastierista, arrangiatore e autore delle musiche originali) e Sdrushi (fonico in studio e nei live) saliranno sul palco Blu del FIM per ritirare il premio come miglior rock band demenziale: un importante riconoscimento per la band che, durante la sua ventennale carriera, vanta esibizioni in più di 2.000 concerti, 6 album ufficiali usciti su CD e 12 demo-tape, più di 200.000 fans su Facebook e oltre venti milioni di visualizzazioni su YouTube.
Per informazioni: www.fimfiera.it | Info Line: +39 010 86 06 461 | mail: press@fimfiera.it





venerdì 21 febbraio 2014

Gianni Leone e Penelope Houston


Gianni Leone ricorda un  incontro significativo che ci permette di scoprire di più sulla sua “conoscente”…

Roma, 5 febbraio 2006. Concerto di Penelope Houston and the Avengers, al Circolo degli Artisti. Gianni rincontra Penelope dopo 26 anni.

Dice Gianni…

Nel 1980, a Hollywood, scrissi per lei la musica di "Love in the Kitchen" su un suo testo. E’ un brano che in passato ho interpretato anch'io più volte dal vivo, e appare nel cd  TRYS del Balletto di Bronzo.

Immagini di repertorio



Notizie su Penelope:



giovedì 20 febbraio 2014

BRUNO CAVICCHINI “ MOOD BALANCE”


Bruno Cavicchini all’età di 8 anni comincia a studiare la chitarra classica, ma il suo vero amore è per la musica rock. L’incontro sconvolgente con la magia e l’intensità espresse dalle chitarre di Jeff Beck e di Ritchie Blackmore segna indelebilmente la sensibilità chitarristica di Bruno. Contemporaneamente la musica dei Pink Floyd, dei Led Zeppelin, di Jimi Hendrix, dell’hard’n’heavy anni ‘80 e del progressive rock inglese fanno da complemento allo stile e alla formazione musicale di Bruno. Nel 2012 fonda una sua band solista omonima di brani originali con la quale debutta al Music Festival contest di Roma dove si classificherà tra le prime 10 bands vincitrici su 64 in gara. “MOOD BALANCE” il suo vero e importante lavoro è un cd ricco di sound impreziosito dalla chitarra di Bruno, che oltre ad essere uno straordinario compositore è anche un raffinato arrangiatore. I suoi brani sono particolari e graffianti al tempo stesso, un artista vero!




martedì 18 febbraio 2014

“Y.S.I.L.F.U.” il nuovo Album di D.In.Ge.Cc.O.


Y.S.I.L.F.U. 
Il singolo “Clouds Stop”:


D.In.Ge.Cc.O è il progetto creato dal compositore e artista Gianluca D’ingecco, che vede la recentissima pubblicazione dell’album dal titolo Y.S.I.L.F.U. (acronimo della dicitura "Your Spirit is looking for u") di 8 tracce, prodotto da Bear Beat Records, che vede la preziosa partecipazione e produzione di Matteo Lo Valvo, giovane produttore che si è fatto notare recentemente per aver lavorato alla realizzazione dell'album di BIG FISH dal titolo “Niente di Personale” (di cui Matteo ha co-prodotto la maggior parte dei brani collaborando con artisti del calibro di J-Ax, Arisa, Morgan, Jovannotti), ed all'ultimo singolo di EMIS KILLA.
Il progetto nasce dalla ricerca di melodie e armonie molto evocative capaci di disegnare con onde sonore spesso dirompenti, paesaggi immaginari e visioni ancestrali. D’Ingecco si propone di far luce su tutte le sensazioni che nascono da tutte le esperienze umane, sia quelle terrene, ovvero quelle legate ad un mondo crudo, minimale e molto violento ma reale, sia quelle riferibili ad un mondo immaginario surreale, a volte rappresentante esperienze al di là del tempo e dello spazio. La musica di D’Ingecco è in costante ricerca del rinnovamento di se stessa filtrando la luce e le ombre di armonie suggestive nate dall’inconscio, suggerite dalle esperienze del mondo esteriore ed interiore, del mondo reale e di quello onirico, un riflesso di tutto il mondo percettibile, che nella visione di D’Ingecco, possiamo chiamare realtà.

"Clouds Stops" è il primo singolo estratto dall’album di D.In.Ge.Cc.O., un vero e proprio EP contenente ben 4 REMIX oltre la Radio Version. Si tratta di una ballata elettronica in stile ambient house. Anche in un’era dove le nuvole, simboleggianti la natura ed il creato sembrano essere immobili, per quanto ignorate dall’uomo, come il tempo, la razza umana deve continuare il cammino alla ricerca di se stessa, tra grattacieli , tempeste elettriche e strade piene di futuristiche automobili. La voce che rimbomba in lingua giapponese, ci porta con la memoria alla città di Blade Runner e ci trasporta in una TOKYO futuristica, quasi decadente, ci ricorda con tono distaccato, ma persuasivo, che il più grande mistero dell'uomo è e rimane l’amore, con tutte le sue paure ed I suoi dubbi e tutti gli sconvolgimenti che porta ai nostri stati d'animo.



Gianluca D’ingecco da sempre appassionato di musica elettronica cresce a contatto con tutto ciò che è creatività ed arte, in ogni campo. Studia privatamente pianoforte ed armonia sin dall’età di sei anni e compone sonate per pianoforte già da giovanissimo.
Parallelamente alla passione per la musica coltiva la passione per la letteratura e pubblica due libri, il primo di Poesie dal titolo “Domani niente sarà più lo stesso” edito da Lalli editore.
Il secondo libro, è un’ analisi sociologica e filosofica, a tutto campo, che partendo dalla complessità di un personaggio come Franco Battiato, si sviluppa con considerazioni di stampo filosofico e sociologico e di teoria della musica e della “canzone”. Il titolo del libro è Mondo Abbattiato edito da Colibri Editore.
Contemporaneamente alla passione per la letteratura, la passione per la tecnologia e la musica lo portano alla conoscenza ed allo studio dei sintetizzatori e della musica digitale dando particolare risalto alla espressività che con questi strumenti, può essere rappresentata.
Le influenze musicali di riferimento sono quelle nate dalle prime composizioni realizzate con i sintetizzatori ed un certo uso della "beat "che poi si è evoluto nel corso degli anni sino ad oggi. Ma i riferimenti sono anche per la musica classica e il suo potere evocativo e tutto ciò che rappresenta un’espressività musicale senza compromessi.
Nel 2013 D’Ingecco fonda la “Bear Beat Records”, un’etichetta indipendente che ha come scopo principale quello di dare voce ad una creatività libera dagli schemi ma fortemente ancorata con le evoluzioni artistiche ed in particolare, musicali, del nostro tempo.

Tracklist
Y.S.I.L.F.U.
Clouds Stops
Italian Space Cowboy
Doleys World
Space Lab of Broken Dreams
Dombolins
In This Box
Ablaextrema

Autore e compositore: Gianluca D’Ingecco
Etichetta: Bear Beat Records
Prodotto da: Gianluca D’Ingecco e Matteo Lo Valvo
Registrato: a Milano presso “Matteo Lo Valvo Head2Toes Studios”
Distribuito da: Fleiyr

Disponibile in distribuzione digitale sui maggiori stores

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