sabato 29 febbraio 2020

ANNIE BARBAZZA – “VIVE”, di Andrea Pintelli


ANNIE BARBAZZA – “VIVE”
Di Andrea Pintelli

Finalmente ci siamo: il 29 febbraio è uscito “Vive”, il tanto atteso primo vero disco di Annie Barbazza, per chi scrive la migliore interprete italiana in ambito Prog, ma non solo, visto che lei è tanto di più. “Vero” perché questo è dav-vero tutto suo. Dopo Annie’s Playlist vol. 1 e vol. 2, Moonchild, e in veste di ospite in vari lavori altrui, è arrivata alla “sua” prima meta. Per agevolare l’ascoltatore e per un ripasso generale sulla sua figura, riporto alcune note rilasciate dalla Dark Companion Records: 

Questo è il primo vero album solista di Annie Barbazza. Era una giovanissima batterista, innamorata del rock progressivo, quando Greg Lake scoprì il suo talento come vocalist e la volle sul suo palco per quel celebre concerto che sarebbe poi diventato il postumo “Live in Piacenza”. Sempre Lake ha successivamente prodotto “Moonchild”, il duo con il pianista Max Repetti per la Manticore Records ove ha affidato all’interpretazione vocale di Annie brani di ELP e King Crimson, riarrangiati in chiave contemporanea per piano e voce, originariamente cantati da lui. Se questi sono stati gli inizi della carriera di Annie, ora vero astro nascente della scena Avant/Prog internazionale, l’amicizia con John Greaves (Henry Cow/National Health, ecc.) la porta a collaborare stabilmente dal vivo con il musicista gallese e a suonare e cantare nei suoi album (Piacenza per la Dark Companion e Life Size per la Manticore). Un’altra delle collaborazioni stabili è quella con il geniale cantautore Paul Roland con il quale Annie si esibisce regolarmente dal vivo come bassista e in studio come batterista, oltre a prestare la sua voce, naturalmente. Di straordinario successo di critica e pubblico la recente collaborazione con la North Sea Radio Orchestra come voce principale in Folly Bololey (Dark Companion DC012), il tributo a Robert Wyatt che ha trionfato al festival Rock In Opposition e al leggendario Café Oto (dove si è esibita anche con Fred Frith), tempio della musica nuova. Su disco collabora, tra gli altri, con Giorgio Fico Piazza e con i Warm Morning Brothers, mentre dal vivo si esibisce assieme, oltre ai già citati, ad artisti come Eugenio Finardi, Osanna, Robyn Hitchock, Aldo Tagliapietra, ecc. Questo album ha una lunga storia: nato dal desiderio di Lake che Annie vi suonasse tutti gli strumenti, la frequentazione di tanti amici musicisti ha fatto sì che il disco si arricchisse e si trasformasse profondamente. Questi amici le hanno semplicemente espresso il desiderio di “volerci essere”. Chi conosce Annie sa del suo carattere schivo: questo album dà voce a sogni e incubi, spettri e segreti. Tutti i brani sono scritti da lei con l’eccezione di due brani scritti per lei per questo Vive da John Greaves e da Paul Roland e da una cover dello splendido classico Blegvad/Greaves, “How Beautiful You Are”, richiesto nei numerosi live di Annie. Un album intimista, coraggioso, innovativo che rispecchia le molte influenze di Annie e che il produttore Max Marchini ha voluto lasciare semplice, essenziale, diretto, bene rappresentando la personalità di questa giovane musicista dalla voce impressionante, della quale si sentirà sempre di più parlare. La copertina del disco è dell’artista visuale William Xerra e la versione in vinile ne contiene una versione in stampa.”

Già, proprio un album intimo; sì, perché in esso c’è Annie, che come creatura lieve e importante, luccicante e profonda, ci fa captare fin da subito i crismi della sua volontà di mettere a nudo il suo cuore in quest’opera, libera di esprimersi a tutto tondo. Talmente e sinceramente meravigliosa, pervasa in maniera totale dal suo essere, è un flusso continuo di emozioni: è come se ci stesse dicendo “ecco, io sono questa”. Si comprende appieno che questa decisione viene da lontano, in un processo che l’ha portata ad affrontarsi, scendendo nelle cavità del suo io per riportare a sé stessa i gioielli che vi ha (ri)trovato, ora regalati a noi sottoforma di stupefacente bellezza. Questo disco è popolato da aspetti interiori che pochissimi artisti avrebbero il coraggio di esternare; è come essersi liberata del proprio baco per (ri)cominciare ad essere farfalla dai mille colori, volando e facendoci volare insieme a lei. Non ha prezzo tutto ciò. Per cui voi comprerete questo disco, ma capirete ben presto che la cifra sborsata sarà infinitamente inferiore alle sensazioni che proverete vivendolo.
I complimenti continui che possiamo solo farle sono nulla in confronto a ciò che lei ci offre, per due motivi, sostanzialmente: primo se li merita tutti, secondo non ha eguali.
Siccome la sua immensa intensità ha poco in comune con la media dei viventi, vorrei invitarvi (se non l’avete già fatto) ad andare a vederla, ascoltarla, viverla (usate il verbo che volete) dal vivo. Ne rimarrete rapiti e pervasi dal suo candore e dalla sua forza interpretativa. Davvero, non perdetevela. Nell’attesa delle nuove date dei sui concerti, ascoltiamola in quel che lei stessa così definisce: “Questo disco racconta la mia storia. Una storia che non avrei potuto raccontare senza l’aiuto dei miei amici, musicisti meravigliosi, a cui va la mia eterna gratitudine. Grazie”. Capite, vero?



Ys”, con Daniel Lanois alla pedal steel guitar e Annie alle prese con l’harmonium, apre le danze in modo netto: la soave voce ha sfumature dense e pressoché infinite, con la solita carica che la contraddistingue. Una sirena da cui ci lasciamo beatamente ammagliare. “June”, interamente suonata dalla nostra, profuma di dolcezza, sospesa fra la poesia e la sensazione che possano esistere altri colori oltre a quelli che conosciamo. “From Too Much Love of Living”, di John Greaves e Swinburne, con John stesso al basso e Olivier Mellano alla chitarra, vede Annie in veste di pianista. La sua interpretazione è da lacrima. Non posso aggiungere altro, sarebbe superfluo. “Time”, col maestro Lino “Capra” Vaccina al vibrafono e percussioni e Camillo Mozzoni all’oboe (stupendo), è un minuto di Annie suonato da loro due soli. Ne fanno un omaggio leggiadro. “Nebulae”, ogni strumento suonato da Annie, è avanguardistico, realmente musica altra. Se fosse stato scritto negli anni Settanta, saremmo tutti qui a ricordarlo come una pietra miliare del genere. Invece è odierno. Miracolo nel miracolo. Bellezza che cresce in progressione. “Wrote Mysfel a Letter”, di e con Paul Roland, ma anche con Vaccina e Michael Tanner all’autoharp, ha intimismo nelle sue corde, qui elevato alla decima da un’Annie che sembra angelo, o meglio, è colei che dà voce e cuore a creature d’altrove. Certo, le riesce molto bene. “How Beautiful You Are” di e con John Greaves, coadiuvato da Max Marchini al piano e Oliver Mellano alla chitarra, pone Annie in quello che pare sia l’ultima canzone che si vorrebbe cantare ad un concerto per suggellarne l’eternità, il picco dell’Amore con la A maiuscola. Annie ne dà una lettura davvero da pelle d’oca, tanto che sembra una canzona da lei partorita, cioè la fa sua. “Lost at Sea”, con Fred Frith alla chitarra, più tremante delle precedenti, causa tinte più oscure, mostra quanti registri vocali riesce ad esprimere la nostra, toni bassi compresi, di un’oggettiva difficoltà che lascia basiti. Un’onda che ci travolge dolcemente, la cui schiuma marina, Annie, riesce a farci sentire anche a livello olfattivo. Oltre i sensi. “Phantoms”, con Max Marchini al basso e Franz Soprani alle campane tibetane, affronta la parte più oscura di Annie, qui alle prese con tutti gli altri strumenti. Un (credo) tremendo sforzo interiore, che Annie con stile e verità riesce a esorcizzare come fosse la cura di sé stessa. “Tide” è la canzone sorella di “Time”, sempre col maestro Lino “Capra” Vaccina al vibrafono e percussioni e Camillo Mozzoni all’oboe (ancora stupendo); un sogno di Annie ora realtà grazie all’interpretazione di questi due grandi musicisti. “Les Ruines du Sommeil”, con Daniel Lanois alla pedal steel guitar, è un’ipnotica meraviglia che Annie ha scritto, arrangiato e creato, per lasciarci senza fiato. Va in cielo per poi tornare, fugge e si ripresenta, ci guarda e si fa guardare; lei è la luce e il vento, la nuvola e la pioggia. In suo battito di ciglia c’è di più che in un libro di avventura. L’archeologia dei tempi nostri. “Lotus Flower”, con Vaccina e Paolo Tofani (altro infinito musicista), pone Annie ancora al piano alle prese con un sogno che ha come protagonista, come dice il titolo, uno dei fiori più belli che esistano, che Annie respira per donarcene il profumo. In pratica un fiore che ne abbraccia un altro. “Boîte à Tinanes”, Annie e Fred Frith alle chitarre, si avvale della produzione originale del suo mentore Greg Lake, ed è l’ultima gemma di questa miniera di emozioni. Canzoni così dovrebbero durare due giorni, non avremmo mai sonno e potremmo nutrircene a sazietà. Ma che meraviglia!

Questo, forse, non è nemmeno un disco, un’opera. È qualcosa che trascende la terminologia comune, talmente si spinge in là nella ricerca di sé stessi e nella riscrittura delle proprie emozioni. Sì, è anche un regalo come anzidetto, ma soprattutto è un punto di arrivo e di ripartenza per Annie, sicuramente verso lidi che di diritto le spettano, oltre i confini della nostra povera patria. Chi non si accorgerà di Annie Barbazza, dovrà ritenersi colpevole di un delitto, ma credo saranno in pochi. Chi l’ascolterà per la prima volta, poi non la lascerà più.

Si avrà sempre fame di Annie Barbazza, cibo per l’anima, occhi per il futuro, amore per l’arte. Ognuno di noi è unico per definizione; lei va oltre questo concetto. Oggettivamente.
Abbracci diffusi.

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