domenica 27 febbraio 2022

Pensiero Viola, di Viola Nocenzi e Leonardo Lodato. Commento di Fabio Rossi


Libro: Pensiero Viola

Autore: Viola Nocenzi/Leonardo Lodato

Edizioni: Compagnia Nuove Indye

Anno: 2021

Recensione a cura di Fabio Rossi


Ciò che viene fatto per amore accade sempre al di là del bene e del male

(Friedrich Nietzsche)


 

Le qualità primarie di un libro risiedono principalmente nella capacità di far scaturire emozioni e destare interesse. Se al lettore rimane nel cuore una frase, un pensiero, una metafora, significa che si è creato un piccolo miracolo, davvero sempre più raro al giorno d'oggi.

Ripongo nella mia libreria Pensiero Viola accanto a Così Parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche e Meditazioni Sul Vivere di Jiddu Krishnamurti, non è una scelta casuale, ma ben ponderata. Mi siedo sul divano e inizio a ragionare sullo stato di benessere che si è insinuato in me dopo aver letto l’ultima parola di questo piccolo gioiello. Sono rimasto sorpreso dallo tsunami interiore scatenatosi nel mio animo e dalla spontanea associazione con gli illustri testi citati: sapere che Nietzsche è uno degli autori preferiti da Viola Nocenzi mi ha rallegrato non poco visto che possiedo tutte le opere del filosofo tedesco e le riflessioni dell’adorabile figlia di Vittorio le ho trovate aderenti alle meditazioni sulla vita di Krishnamurti. Ecco spiegata la collocazione di Pensiero Viola nella mia raccolta di libri.

Viola sta vivendo un momento professionale di grazia per merito dell’affermazione del suo EP d’esordio contenente sette perle di musica raffinata e ispirata, concepite con il suo endemico amore verso l’arte delle sette note. Ho già lodato il disco in altra sede specie per il fatto che è distante dalla filosofia artistica del padre e dello zio Gianni. Sarebbe stato semplice virare al prog; Viola, invece, ha scelto una propria strada con coraggio e, alfine, è stata premiata. Ora giunge, un po’ inaspettato, questo libricino scritto a quattro mani con il giornalista siciliano Leonardo Lodato

Non una biografia, come ci si potrebbe erroneamente aspettare, ma un’apertura senza veli della propria anima fatta da due persone che si fidano ciecamente l’un l’altro, si rispettano, si stimano e si vogliono un gran bene. L’empatia tra Viola e Leonardo è evidente, eppure nemmeno si conoscono di persona. È un rapporto figlio dei giorni nostri, dove grazie ai social network puoi intessere relazioni profonde anche con coloro che abitano molto lontano (nella fattispecie lei vive in Lombardia e lui in Sicilia). L’idea di scrivere un libro su quest’intima esperienza è stata di Leonardo e Viola ha accettato lasciandosi trasportare, decidendo di parlare di sé come forse non aveva mai fatto. La formula prescelta è quella epistolare, una forma antica che portò tanta fortuna a Bram Stoker con il suo Dracula. Attraverso i dialoghi tra i protagonisti, il lettore esplorerà mondi diversi, pieni di sogni, ricordi, aspettative, gioie, delusioni, tutto ciò che plasma l’esistenza umana su questa terra. Certo, la protagonista (e il titolo dice tutto) è Viola con la sua trasbordante femminilità che emerge in ogni sua frase, tuttavia anche le ponderazioni di Leonardo meritano la giusta attenzione. Forse c’è una sperequazione, nel senso che c’è tanto di lui e un po’ meno di lei. L’impressione che ho avuto è che Viola difficilmente si concede a 360 gradi e quello che si trova in questo scritto è solo un’infinitesima parte di ciò che potrebbe svelare.

Un libro magico e originale, munito di una prestigiosa prefazione a firma di Pamela Villoresi, nel quale si possono trovare, com’è giusto che sia, punti di vista divergenti. Ad esempio, per me Sandy Denny non può non figurare tra le cantanti migliori del rock e si parla troppo dei Beatles cui preferisco da sempre i Rolling Stones. Questione di gusti, ovvio, però sulla passione viscerale per i Motörhead, beh… caro Leonardo, non posso che concordare!

Hai mai notato che l'ispirazione arriva quando me te l'aspetti?” (Jiddu Krishnamurti)







sabato 26 febbraio 2022

Pensiero per Rudy... e oltre!


“Rare sono le persone che usano la mente, poche coloro che usano il cuore e uniche coloro che usano entrambi.”

(Rita Levi Montalcini)


Buon compleanno Rudy … ovunque tu sia...

Wazza

 

La guerra che verrà non è la prima. 

Prima ci sono state altre guerre. 

Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti. 

Fra i vinti la povera gente faceva la fame. 

Fra i vincitori faceva la fame la povera gente egualmente. 

Bertold Brecht



venerdì 25 febbraio 2022

Electric Mud-The Inner World Outside: commento di Fabio Rossi

 


Artista: Electric Mud

Album: The Inner World Outside

Genere: Progressive/Alternative

Anno: 2022

Casa discografica: Timezone Records

 

Tracklist


01.   Exploring the Great Wide Nothing
02.The  Fear Within
03. Around the Mind in 80 Lies
04. Those Who Leave the World Behind
05. Guardians of the Weather Machine
06. Silent Stranger Suite
07. Sérotonine
08. Descent Into the Forsaken Valley
09. Moving On

 

Lineup

Nico Walser:  Lead Guitar, Synth, Arrangements, Mixing
Hagen Bretschneider:  Bass
David Marlow: Piano
Judith Retzlik: Violins, Violas, Cellos
Timo Aspelmeier: Keyboards, Drum Programming, Percussion
Andrea Weiß: Programming
 


Recensione di Fabio Rossi


Dopo il riscontro positivo tributato al doppio album Quiet Days on Earth, pubblicato due anni orsono, il progetto artistico portato avanti dagli Electric Mud ha avuto un’importante evoluzione. La line up, che prima era composta dal duo Nico Walser e Hagen Bretschneider, si è notevolmente ampliata con l’aggiunta di Timo Aspelmeier, David Marlow, Judith Retzlik e Andrea Weiß. C’era, pertanto, curiosità attorno al nuovo lavoro.

Iniziamo con il dire che The Inner World Outside non delude le aspettative collocandosi tra le migliori release sinora ascoltate quest’anno. Si tratta di un disco interamente strumentale e multiforme che miscela classica, prog, jazz, funky, folk e sperimentazione con estrema perizia. Un lavoro ottimamente registrato che propone una musica da ascoltare con attenzione per essere assimilata in ogni sua singola sfaccettatura.

Lo stile può essere generalmente inquadrato nel progressive, ma gli Electric Mud amano definirlo Cinematic Prog Art tantoché le varie tracce potrebbero benissimo fungere da colonna sonora a un documentario dedicato al pianeta terra o, in generale, alla natura.

In questo senso l’apporto del compositore e direttore d’orchestra David Marlow si è dimostrato fondamentale conferendo al sound un approccio sinfonico che ben si attaglia alla definizione che il gruppo tedesco utilizza per descrivere la propria arte.

Alcune composizioni sono davvero formidabili: l’opener Exploring the Great Wide Nothing, con tastiere e suoni orchestrali che crescono gradatamente d’intensità per dissolversi improvvisamente in una musica soave con il violino e la chitarra acustici protagonisti, la sognante The Fear Within, la solenne Those Who Leave the World Behind, che si trasforma dapprima in un tema folk giocoso e poi in uno più rockeggiante, l’eterea incantevole Silent Strange Suite, con il violino a dominare, Descent into the Forsaken, con uno splendido pianoforte che si prende il proscenio nell’ambito di una traccia ancora una volta camaleontica, e la conclusiva celestiale Moving On.

Alcune scelte stilistiche le ho trovate meno convincenti: Around the Mind in 80 Lies presenta inizialmente tastiere un po’ troppo pompose, Guardians of the Weather Machine è eccessivamente sperimentale (sebbene poi esploda in una ritmica davvero trascinante) e Sérotonine, dall’ottimo incipit orientaleggiante, ha uno sviluppo nel complesso discreto. Al netto delle (pochissime) lacune che ho ravvisato, The Inner World Outside è un prodotto destinato a chi ha orecchie che amano costruzioni armoniche di gran classe. Voi siete tra questi?






giovedì 24 febbraio 2022

Andrea Torello – Midnight Sky: commento di Alberto Sgarlato


Andrea Torello – Midnight Sky (2022)

Di Alberto Sgarlato


La parsimonia è una virtù dei saggi. Chi è saggio, infatti, non spreca parole al vento, le centellina, le soppesa. E non perde neanche tempo, perché sa che ogni attimo è prezioso e l’energia va amministrata con sapienza.

E Andrea Torello è sempre stato un musicista saggio, parco e parsimonioso: tre soli album più un demo con i Qirsh, la sua band di riferimento, della quale fa parte dalla sua primissima adolescenza, più, ad oggi, un solo album a nome solista intitolato “Appunti di viaggio” ed uscito per la casa discografica Zeit Interference nel 2018.

Alla luce della suddetta parsimonia fa sicuramente scalpore il fatto che Andrea Torello, l’11 febbraio 2022, abbia rilasciato su tutte le piattaforme digitali un nuovo singolo. Si può infatti sperare che la traccia sia il prodromo di un album, in uscita a breve.

Lo strumento principe di Andrea Torello, quello che gli ha sempre dato lustro in molteplici collaborazioni, che si trattasse di formazioni con materiale proprio (come i gloriosi power-metal-progsters Night Cloud), di tributi o di cover-bands, è sempre stato il basso. Ma in questa nuovissima “Midnight Sky” il polistrumentista savonese lascia appeso alle rastrelliere il suo poderoso arsenale di manici a 4, a 5 e a 6 corde per concentrarsi su un’altra delle sue passioni di sempre: l’elettronica.

Brano rigorosamente da ascoltare in penombra e in cuffia, “Midnight Sky” ci accoglie con la rotondità e la morbidezza dei pads in grado di evocare i suoni tipici del “Prophet 5”, sintetizzatore tanto amato negli anni ‘80 e ‘90 da David Sylvian e dal Peter Gabriel solista. Su di essi si innesta la modulazione cangiante di un altro “gigante” dell’elettronica, il CS-80 prediletto da compositori di colonne sonore come Vangelis e il regista John Carpenter (che ha sempre musicato i suoi stessi film). Ed ecco entrare gli arpeggiatori… E siamo subito tra i “Corrieri cosmici” tedeschi (un nome su tutti? Klaus Schulze). Ma la musica di Torello non è mai nostalgica e passatista, per cui nell’evolversi delle varie atmosfere del brano questi timbri goduriosamente “vintage” vengono tagliati dalle sferzate di accordi gelidi di pads digitali e da arpeggi di pianoforti ovattati che ci portano improvvisamente nelle atmosfere delle più recenti produzioni Netflix. Insomma, come si sarà capito, un brano dall’andamento “cinematico” che non sfigurerebbe affatto nel sonorizzare una grande saga a diffusione internazionale per il piccolo o il grande schermo.

Come dicevamo all’inizio, la saggezza sta nella parsimonia. E mentre tanti artisti strumentali spesso si perdono in dilatazioni autocompiaciute della durata anche di una ventina di minuti, Torello sa sempre quanto deve essere la corretta durata di un singolo tema e quando il brano deve trasformarsi. Lo dimostra alla perfezione questa nuova “Midnight sky” che ha il pregio di finire lasciando l’ascoltatore con “l’acquolina in bocca” e il desiderio di ascoltare ancora, tanti sono i temi che si succedono nei 5 minuti abbondanti della traccia.

Infine, ricordiamo che su Youtube Andrea Torello ha rilasciato un video con immagini di città di notte (tra le quali la magica e misteriosa Torino, ma non solo) che creano la giusta atmosfera per accompagnare il “mood” generale della composizione.

Ecco, dunque il video di “Midnight Sky”…


E per chi volesse saperne di più, ecco il link al sito ufficiale dell’artista (esso a sua volta rimanda anche ai contenuti social su Facebook e Instagram):

Andrea Torello – bass guitar player and musician



martedì 22 febbraio 2022

Jam Session italiana nel febbraio del 1971

Il termine “Jam Session” era molto di moda in UK e USA negli anni ’70.

L’interscambio di musicisti, sia nei concerti che sui dischi, arricchiva la musica.

In Italia questa moda non ha mai attecchito, ognuno coltivava il proprio orticello. Ma nel febbraio del 1971, in un locale di Roma, forse il Piper, forse il Titan… si tenne la prima “Jam Session dè Noatri”.

I componenti dei Folks, Panna Fredda, Trip, Francesco di Giacomo delle Esperienze (non ancora BMS) si ritrovano sullo stesso palco a suonare insieme.

Ciao 2001 del febbraio 1971 pubblica articolo e foto di queste “inaspettate” performance.

Di tutto un Pop

Wazza


 

lunedì 21 febbraio 2022

Il 21 febbraio del 2014 ci lasciava Francesco Di Giacomo


21 febbraio...

"L’arte non è un accessorio, è un viatico. L’arte non è ’politica’, è ’poetica’ – una forza creativa che ci anima e ci permette di vivere insieme, di sopravvivere, individualmente e collettivamente"

(David Sassoli)

 

Ci sarai sempre.

Buon viaggio capitano!

Wazza

 

Un ricordo di Stefano Bottoni di 8 anni fa


Caro Francesco,

da quando ieri l’amico Leo mi ha comunicato la notizia del tuo crudele passaggio dalle colline di Zagarolo mentre tornavi verso la tua cara campagna, sono davvero rimasto senza fiato e tutt’ora lo sono, ma ho la sufficiente quantità di respiro per salutarti anche se faticosamente a modo mio.

In un attimo veloce sono tornato molti anni indietro al concerto organizzato nel 1998 per fare festa con amici musicisti ferraresi ai trenta anni con le mie canzoni, così tanto per stare insieme un sabato sera a tanti amici nulla più e senza pretese spettacolari o di protagonismo.

E tu, mio caro Francesco, con il grande Rodolfo Maltese, mi avete chiamato una sera con sorpresa per confermarmi che venivate su da Roma “via Zagarolo “per cantare e suonare soltanto una mia canzone Campi di Mais, non ci potevo credere, invece era proprio così, e come dire quella sera mi avete fatto sentire bene assolutamente a mio agio, e avervi avuto al mio fianco sul palco è stata ed è tutt’ora un’emozione da batticuore e che porto nel cuore.

E alla luce buia di questo momento mi è proprio da pelle d’oca.

Emozione che ancora oggi continua senza forzatura alcuna e quando capita di suonare Campi di Mais, l’amico chitarrista Mauro Castellani, presente in sala quella sera, pretende giustamente di prendere ispirazione dalla vostra straordinaria versione.

Salutarti e ringraziarti per un gesto rimasto impresso e che proprio tu a Ferrara al microfono hai citato testualmente come “impagabile, nel senso che non avremmo visto una lira “.

Ma che confermavi il grande valore dell’amicizia nei miei confronti.

Poi notte all’Hotel Nettuno e gasolio per 70.000 lire per la Golf di Rodolfo e alla mattina presto partenza verso Roma per seguire la tua campagna.

Mentre ti scrivo sto ascoltando “Non mi rompete”, e allora … non ti svegliare Francesco e sogna tanti cavalli del maestrale, in volo ovviamente…

Che lusso averti conosciuto!


Stefano Bottoni-Direttore artistico del Ferrara Buskers Festival



 

venerdì 18 febbraio 2022

Andrea Pizzo and the Purple Mice: “Potatoes on Mars”, di Alberto Sgarlato


Andrea Pizzo and the Purple Mice: “Potatoes on Mars” (2022)

Di Alberto Sgarlato

 

Sarà possibile un giorno coltivare patate su Marte? Quali emozioni hanno vissuto i primi esploratori del cosmo, non solo umani ma anche animali? Esistono altre civiltà che popolano sistemi solari diversi dal nostro e, se sì, entreremo mai in contatto con loro?

Questi sono soltanto alcuni degli interrogativi messi sul tavolo da “Potatoes on Mars”, concept album di divulgazione scientifica a nome Andrea Pizzo and the Purple Mice, autoprodotto e rilasciato dal 19 gennaio scorso su distribuzione Distrokid ma, in realtà, frutto di un percorso di composizione e di rilascio graduale dei vari singoli intrapreso già nel 2019.

Diventa difficile, se non impossibile, ingabbiare in modo ferreo dentro un genere un’opera come questa; ma, addirittura, non è facile nemmeno “spiegare” la struttura dei Purple Mice, non essendo una vera e propria band ma più che altro un collettivo attorno alle figure di Andrea Pizzo e di Raffaella Turbino, promotori del progetto e principali ideatori del concept.

Va detto, però, che la quasi totalità degli strumenti è suonata da un nome che nella scena rock genovese, italiana, mondiale, non ha bisogno di presentazioni: stiamo parlando di Roberto Tiranti, artista che spesso ha prestato la sua voce e il suo basso a “Giganti” di calibro internazionale come Ian Paice (Deep Purple) e il compianto Ken Hensley (ex Uriah Heep). Qui Tiranti si mostra perfettamente a suo agio anche con pregevoli coloriture chitarristiche e tastieristiche.

Proseguendo con i credits: le liriche delle canzoni sono tutte scritte da Raffaella Turbino ed Andrea Pizzo, eccetto “Among the Stars” e “Go Fishing in the Ocean Of Enceladus” che vedono il contributo di Riccardo Morello. Le musiche sono di Andrea Pizzo, Riccardo Morello e Roberto Tiranti.

Tutti gli strumenti, come già detto, sono suonati da Roberto Tiranti, eccetto il pianoforte in “Jupiter and The Galilean Moons” suonato da Riccardo Morello. Andrea Pizzo si cimenta anche in due strumenti a percussione, la kalimba e l'hang pan, che arricchiscono ulteriormente la già vasta tavolozza timbrica dell’opera, mentre il theremin in “Go fishing in the Ocean of Enceladus” è suonato da un altro nome di rilievo dell’avanguardia e della sperimentazione elettronica genovese, Stefano Bertoli. Tutte le canzoni sono cantate da Andrea Pizzo eccetto “Go fishing in the Ocean of Enceladus” che vedono la partecipazione di Riccardo Morello, Roberto Tiranti e Antonella Suella, come space soprano. I cori nel disco sono di Andrea Pizzo e Roberto Tiranti. La parte recitata di “Jupiter and the Galilean Moons” è di Raffaella Turbino, quella di “Pale Blue Dot” è di Maria Elena Pizzo.

E veniamo così ai brani: bella la partenza affidata a “Keep on searching”, un rock’n’roll al quale l’octaver sulle chitarre conferisce un sapore e un profumo generale quasi glam e squisitamente “queenesque”. Tutto è strutturato per valorizzare gli inaspettati “voli” della voce, capace in un nonnulla di sfrecciare dal molto basso al sovracuto. “Song of nothing”, come dice il titolo, parla di quanto noi si possa essere un niente nell’universo, tema adeguato a una malinconica ballad acustica arpeggiata e ricca di tappeti. E di colpo le atmosfere si capovolgono e parte il groove pazzesco di “Among the stars”: un brano funky dedicato a tutti coloro che furono esploratori siderali, a cominciare da cani, gatti, scimmie e infine uomini nello spazio. La stessa esuberanza la ritroviamo in “Potatoes on Mars”: il sapore “rustico” del titolo è ben rispecchiato da un sound tra country e Southern rock.

Jupiter and the Galileans Moons è sicuramente l’opera più complessa dell’album, una lunga suite di una decina di minuti dall’incedere cupo e tenebroso ma dai tanti cambi di atmosfera, un mood da colonna sonora e una notevole maestosità sinfonica, tra i temi di “Star Wars” e di “Star Trek” e i Rush di “Xanadu” e di “Countdown”, con un uso sempre particolare della voce, o recitata o quasi lirica e usata solo come strumento.

Altro salto emotivo con “Gofishing in the ocean of Enceladus”: si torna alla forma canzone, con momenti più rock e altri più malinconici, ancora una volta la voce di Pizzo si prodiga in varie armonizzazioni su morbidi tappeti di basso fretless e di organo Hammond che “ruggisce” dando un bel sapore vintage al tutto. La voce di Maria Elena Pizzo introduce “Pale Blue Dot”, brano che si apre in un riuscito e inaspettato incedere di valzer in ¾, alternato a momenti più rock ma sempre su tempi dispari costruiti su scansioni armoniche spiazzanti. A “ri-quadrare” il tutto ci pensa “Goldilocks zone”, canzone che ha un andamento folksy quasi medievale, il cui mood riporta ai Renaissance di Annie Haslam e ai Fairport Convention di Sandy Danny.

Gli arpeggiatori annunciano la partenza di “Masters of the Galaxy”, un po’ Alan Parsons Project, un po’ Tangerine Dream e un po’ dark wave anni ‘80. In un mondo migliore (e quindi non certo nello showbiz malato di oggi!) potrebbe avere un buon appeal radiofonico, grazie alla sua musicalità squisitamente “catchy”. Splendido l’attacco del solo chitarristico, anch’esso perfettamente compenetrato in un mood rock anni ‘80.

Con “Road to Universe” i riff chitarristici figli dei Blue Oyster Cult e degli Hawkwind tornano a rimbombare nell’etere in questa ballata figlia, come i suoi mentori, di un crocevia tra hard, prog e psichedelia. Picchi vocali altissimi conferiscono al tutto il giusto pathos mostrando come la voce di Andrea Pizzo, vera protagonista dell’album, sia in realtà essa il maggiore aspetto “fantascientifico” ben più dei temi trattati. Splendida coda affidata a piano e Mellotron, che riporta il tutto in una dimensione ancor più progressiveggiante.

E concludiamo con “Starship to heaven”, titolo quanto mai emblematico nella sua efficacia “citazionista”. Ma il testo affronta uno dei temi più caldi della scienza odierna: potrà un giorno un’astronave condurci a “giocare a scacchi con Dio”? Cioè, metaforicamente, a scoprire i confini dell’Universo e a dare una risposta a ogni nostra domanda sull’Essere? Titolo zeppeliniano ma, in realtà, una partenza fatta di arpeggiatori che ricordano più the Who di Baba O’Riley, per la ballad dalle melodie più commoventi dell’intera opera, degna chiusura del concept.

Pregevole, infine, il lavoro effettuato da Andrea Pizzo, Raffaella Turbino e Maria Elena Pizzo nel dare anche “un volto” a tutte le canzoni su Youtube: per ciascun brano, infatti, è stato realizzato anche un video, spesso con tecniche differenti, dai cartoons, al croma key, fino al teatro delle marionette. Le immagini e il testo in sovrimpressione aiutano ancora di più ad apprezzare la complessità dei contenuti.

Concludendo: un’opera affascinante, innovativa, eclettica, profonda nei testi e variegata nelle musiche che non meriterebbe affatto di passare inosservata.




giovedì 17 febbraio 2022

GOAD-La Belle Dame-Commento di Fabio Rossi


Artista: GOAD

Album: La Belle Dame

Genere: Progressive

Anno: 2021

Casa discografica: My Kingdome Music

 

Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

01. The Haunted Palace in the Poe’ Land
02. The Queen of the Valley
03. The Man in the Dreamland
04. Magic Stairway pt. 1
05. Magic Stairway pt. 2
06. Magic Stairway pt. 3
07. To Sorrow Good Morrow pt. 1
08. To Sorrow Good Morrow pt. 2
09. To Sorrow Good Morrow pt. 3
10. To Sorrow Good Morrow pt. 4
11. To Sorrow Good Morrow pt. 5
12. The Sweetness of the Pain pt. 1
13. The Sweetness of the Pain pt. 2
14. The Sweetness of the Pain pt. 3


Line Up:

Maurilio Rossi – musica, testi, arrangiamenti, voce, tastiere, piano, chitarra, basso, batteria
Gianni Rossi – chitarra
Francesco Diddi – chitarra, violino, flauto
Alessandro Bruno – chitarra, violino, flauto, sax, oboe
Martin Rush – effetti sonori, basso, voce
Antonio Vannucci – tastiere
Paolo Carniani – batteria
Filippo Trentastasi – batteria

Maurilio Rossi

Recensione di Fabio Rossi


Il ritorno sulle scene di una band storica come quella dei fiorentini GOAD non può che essere accolto a braccia aperte considerata l’ormai endemica desertificazione del panorama musicale italiano. D’altronde, il processo d’imbarbarimento culturale in cui versa il mondo occidentale ha travolto come uno tsunami anche il nostro paese e il solo pensare di essere una voce fuori dal coro è mera utopia (quanto sarebbe bello, ma non è così, anzi siamo tra quelli messi peggio!). 

Bando alle digressioni e parliamo del nuovo progetto artistico dei GOAD, band che dal 1974 ruota attorno al genio del polistrumentista Maurilio Rossi. Negli anni passati l’ispirazione nel comporre e scrivere le liriche si basava sulla letteratura di un certo livello (Edgar Allan Poe/Howard Phillips Lovecraft) e anche in questo caso non si fanno eccezioni essendo La Belle Dame dedicata al poeta romantico britannico John Keats e al suo poema La Belle Dame sans Merci (La Bella Dama senza Pietà, ovvero la morte). Le tracce che compongono il disco, munito di uno splendido artwork, permangono su un progressive oscuro incline ai Van Der Graaf Generator e, in generale, alla prolifica produzione solista di Peter Hammill. Occorrono svariati ascolti per farsi ammaliare dall’arte creativa dei GOAD poiché trattasi di una musica multiforme con approcci armonici diversificati e cambi repentini d’atmosfera all’insegna di un incessante desiderio di sperimentare e di sorprendere. Non solo riferimenti al progressive storico (King Crimson/Genesis oltre naturalmente ai VDGG), ma anche un indefesso impulso teso ad evolversi verso linee alternative. Una maturità e una consapevolezza dei propri mezzi ammirevole e in netto contrasto con quanto premesso nella presente recensione della serie “c’è ancora qualcuno che sa usare il cervello”. Accade in tal modo che a lungo andare si rimane ammaliati dall’ugola di Maurilio, da poco ha compiuto settant’anni, e dalla sua ineffabilità. 

Pezzi accurati come l’affascinante opener The Haunted Palace In the Poe’ Land, la mirabolante The Queen of the Valley o le tripartitiche Magic Starway e The Sweetness of the Pain finiscono per conquistarti proprio come accadeva quando si ascoltava in religioso silenzio gemme come Pawn Hearts, Trilogy o Selling England by The Pound.

La versatilità dei GOAD è palese facendo un paragone con il precedente meraviglioso lavoro intitolato Landor (2018) cha appare più arioso e nel complesso meno ostico rispetto all’ultima release. 

Se volete accettare la sfida procuratevi una copia di La Belle Dame, disponibile sia in CD che in doppio long playing; mettetevi alla prova e fatevi incantare se avete ancora dentro di voi il gusto per il bello.

Un ringraziamento a Mirella Catena e alla stazione radio Overthewall per la segnalazione.   




mercoledì 16 febbraio 2022

AUTOSTOPPISTI DEL MAGICO SENTIERO – “PASOLINI E LA PESTE”-Commento di Andrea Pintelli


AUTOSTOPPISTI DEL MAGICO SENTIERO – “PASOLINI E LA PESTE”

New Model Label-2021

Di Andrea Pintelli


Ah, resto in Friuli-Venezia-Giulia, splendida terra e fucina di personaggi fuori dagli schemi. Sì, perché dopo la recensione dell’ottima ultima fatica di Priska, mi si balenano di fronte gli Autostoppisti del Magico Sentiero col loro “Pasolini e la Peste”, secondo lavoro uscito per la New Model Label.

S§iamo in un ambito per pochi eletti, sia per la proposta musicale, che per le tematiche trattate. Nonostante questo, il disco mi ha appassionato, un po’ perché amo P.P.P., (quasi) tutta la sua opera, la sua lungimiranza, il suo essere critico e scomodo all’interno della sua stessa Sinistra, un po’ perché i ragazzi sono davvero originali nell’incidere le loro idee e il loro sentire.

Gli Autostoppisti, si legge nell’introduzione al loro album, “si inerpicano a mani nude nei meandri dell'anima del regista. L'estetica pasoliniana, corrotta e deformata dai suoi detrattori, non potrebbe dolersi degli arrangiamenti cacofonici che gli rendono merito, spazzando via ogni forma di strumentalizzazione. L'inquietudine di questi estrapolata, quasi strappata dalle fonti si dilania in un susseguirsi di colpi al basso ventre; qui paura e verità si confondono in una malmostosa cavalcata verticale che arriva sino all'idroscalo di Ostia. Pasolini è influenzante in modo palese, il suo pensiero continua ad instillare dubbi in chi ha la fortuna di averne. Personalmente la vicinanza ai luoghi natii del nostro rappresenta per il gruppo una sorta di viaggio nel tempo a ritroso nel cercare di capire cosa possa aver influenzato in questi luoghi apparentemente ameni il pensiero del probabilmente più grande intellettuale del 900 italiano. Nel caos dell’improvvisazione musicale il gruppo ha cercato una catarsi purificante che tenesse alla larga dal pensiero puro del poeta la possibilità di far sì che le sue parole diventassero carne da macello; è purtroppo troppo spesso accaduto che strumentalizzazioni e basse cadute nei più biechi stereotipi modificassero il significato originale. Come racconta Fabrizio Citossi, anima del progetto musicale, “Non abbiamo fatto altro che un lavoro di taglia e cuci con quella che crediamo sia la nostra coerenza politica e spirituale. Pasolini in questo caso diventa materia liquida affilata”.

Analizzando il disco in sé, voglio riportare ogni riferimento utile all’ascoltatore, brano per brano, perché egli possa e debba arrivare preparato una volta messo il CD nel lettore (o avviato il digitale con un colpo di indice).


CLICCARE SUL TITOLO PER ASCOLTARE


1 – “Carne macinata abbandonata in un parcheggio” (2:20) 

Musica Patrizio Pica

Testo Fabrizio Citossi

Contiene un frammento della cronaca del 2/11/1975

Voci: Giovanni Fierro, Teo Ho

Patrizio Pica - manipolazione sonora

Citossi Fabrizio - arrangiamenti

Emil Baghino - preproduzione

Federico Sbaiz - collage sonoro, missaggio

Realizzazione: Aprile 2018/Ottobre 2020 presso Five Cats Studio Pradamano (UD)

Prodotto da New Model Label

Photo: Luca A. D'Agostino

Graphics: Stefano Buian

Note di copertina: Angelo Floramo

 

Qui Casa Cadorna

Doberdò

un passo più in là dove si può stare anche meglio

per dire che l'Italia sta marcendo

un avanzare elegante altroché omosessualità decadente

nel compromesso squattrinato, kamikaze, arrivista, privo di complessi

apripista, antesignano di tronismo da salotto buono ed immersione conseguente purificatrice nei bassifondi

rigenerarsi di continuo nella cura di una realtà che imbratta la periferia come una puttana

e sorseggiando nettare dubbioso

schivando virilmente atletico un invitante papalino arrosto della domenica... si adopera a scalfire lo scudo borghese

il quale si annoia giusto un pochino

in un italico susseguirsi di manipolazioni culturali

e coltivando una disciplinata alopecia intellettuale

si avvia al martirio

come carne macinata, abbandonata in un parcheggio.”


Un’apertura che punta dritto al cuore della situazione, che cattura con immediatezza, che schiaffeggia il disincanto per farsi di nuovo cronaca di un evento che non è mai stato somatizzato.


2- “Pasolini e la peste” (4:51) 

Musica di Fabrizio Citossi, Marco Tomasin, Federico Sbaiz

Parole di P. P. Pasolini

Voci: Patrizia Dughero, Valentina Mariani, Roberto Ferrari

Massimo De Mattia - flauto

Patrizio Pica - manipolazione sonora

Renato Sclaunich - rullante, piatti

Alessandro Seravalle - manipolazione sonora, chitarra

Davide Del Giudice - sassofono

Martin O'Loughlin - didgeridoo

Marco Tomasin - tromba

Citossi Fabrizio - organo, chitarra, arrangiamenti

Federico Sbaiz - collage sonoro, chitarra, missaggio

Realizzazione: aprile 2018/ottobre 2020 presso Five Cats Studio Pradamano (UD)

Prodotto da New Model Label

Photo: Luca A. D'Agostino

Graphics: Stefano Buian

Note di Copertina: Angelo Floramo

 

“Per ora viviamo in un periodo negativo il cui esito ancora mi sfugge

posso quindi proporre solo ipotesi e non soluzioni

l'unica cosa che posso dire è che ha avuto inizio una nuova era diversa dalla precedente

così come l'epoca dell'agricoltura è diversa da quella in cui si raccoglievano prodotti spontanei della terra

ognuno odia il potere che subisce

quindi io odio con particolare veemenza il potere di questi giorni del 1975

è un potere che manipola i corpi in un modo orribile che non ha niente da invidiare alle manipolazioni fatte da Himmler e da Hitler

li manipola trasformandone la coscienza

istituendo dei nuovi valori che sono valori alienanti e falsi

sono i valori del consumo che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi, reali, precedenti... io non posso permettermi di sbagliare un'opera

sono ridotto a questo

non sbagliare è un dovere che ho davanti a nemici e amici

i primi mi sbranerebbero

i secondi mancherebbero nei miei riguardi

se attualmente io sembro ricercare un linguaggio ermetico e prezioso, apparentemente aristocratico

è perché considero la tirannia dei mass media come una forma di dittatura alla quale mi rifiuto di fare la benché minima concessione.”

Ornette Coleman, Area, Nucleus. Nessuna cacofonia, quindi, ma un mirato passeggio (o uno voluto passaggio) nei luoghi dove l’armonia è decostruita a vantaggio delle sensazioni. Una spietata fotografia di ciò che ci circonda.


3 – “Mossave Attack” (3:24) 

Musica di Fabrizio Citossi

Parole di Pier Paolo Pasolini e Pietro Nenni

Contiene un frammento dell'intervista all'onorevole Giulio Andreotti del 1986

voci: Franco Polentarutti, Roberto Ferrari

Francesco Bearzatti - sassofono

Giorgio Pacorig - Fender Rhodes

Jacopo Barusso - manipolazione sonora

Riccardo Braxton - organo

Andrea Tavian - basso

Marco Fumis - chitarra elettrica

Citossi Fabrizio - chitarra acustica, arrangiamenti

Federico Sbaiz - collage sonoro, missaggio

Realizzazione Aprile 2018/Ottobre 2020 presso Five Cats Studio Pradamano (UD)

Prodotto da New Model Label

Photo: Luca. A. D'Agostino

Graphics: Stefano Buian

Note di copertina: Angelo Floramo

 

Io penso non si debba mai in nessun caso temere la strumentalizzazione del potere e della sua cultura

bisogna comportarsi come se questa eventualità pericolosa non esistesse

ciò che conta è la sincerità e la necessità di ciò che si deve dire

non bisogna tradirla in nessun modo

e tantomeno tacendo diplomaticamente per partito preso

caro Pasolini la tua condanna è l'indice di quanto sia lontana ancora la formazione della coscienza dei diritti dell'arte

lungi dall'essere per te motivo di preoccupazione sarà un elemento di sprone per te e per tutti noi.”


Jazz, più jazz, meno free jazz. L’ipocrisia andreottiana fa a pugni con la sapienza e il gusto della sfida cari a P.P.P. Non si voleva avere a che fare con lui siccome pericolosamente intelligente. Un eretico contro il sistema che andava annientato. Vinse il sistema, sul piano fisico; vinse (e vince tutt’oggi) P.P.P., sul piano morale.

 

4 – “La sospensione del tragico” (1:51)

Musica di Federico Sbaiz

Testo di Citossi Fabrizio

Contiene un frammento del programma radiofonico "Il Friuli" di P. P. Pasolini (1953)

Voci: Franco Polentarutti, Cristina Micelli

Federico Sbaiz - manipolazione sonora, missaggio

Citossi Fabrizio - arrangiamenti

Realizzazione aprile 2018/ottobre 2020 presso Five Cats Studio Pradamano (UD)

Prodotto da New Model Label

Photo: Luca. A. D'Agostino

Graphics: Stefano Buian

Note di copertina: Angelo Floramo

 

Come un'invalidità poetica permanente

un'attestato Zoruttiano di impossibilità a scrivere nella lingua madre

e vederti così infine ridotto ad un carciofo fritto filologico, impanato

servito con salsa celtica di latinità parrocchiale

petrolio di petrolio e frico di frico

recensioni di recensioni e petrolio di petrolio

e metastasi culturali spadellate al caramello

lo vedresti ora proprio ora Pasolini collaborare con una bocciofila mancina inneggiante il freestyle globalista ad un progetto sulla lingua friulana

all'alba del sempre si affaccia il forse

la linea delle risorgive è una cerniera tra l'alta e la bassa friulana

la linea delle risorgive è una cerniera tra l'alta e la bassa friulana.”


Kosmiche musik, excursus elettronico in accompagnamento a un testo tanto poetico, quanto prolifico di visioni oniriche. Ossimori disagevoli che sono cibo per la nostra mente. P.P.P. parlava a noi, prima che a sé stesso.

 

5- “Academiuta Postperestroika” (3:46)

Musica di Fabrizio Citossi, Marco Tomasin, Patrizio Pica

Parole di Pier Paolo Pasolini

Voci: Citossi Fabrizio, Lucia Pinat, voci del popolo, Franco Polentarutti, Fabiano Riz

 

“Sint coma ca suna l'orchestruta di San Zuan Di Ciasarsa

la realtat a je a nestra disposizion

la realtat a je a nestra disposizion

la realtat a je a nestra disposizion

scolte tu ze pensitu di Pasolini? Dimi le veretat? No sai no ai mai let un libri di Pasolini no sai nuje di Pasolini

parze? Parze?

parze no mi interesse

e parze no ti interesse? Dimi, rispunt, no sta ridi

parze no ti interesse? No mi interesse parzeche no mi soi mai interessade

ma secont te lui l'are un inteletual? O?

ma sicuramentri l'are un inteletual

ma dai

al jere un fenoli

ma secont te Pasolini al sares di destre cumò?

No

ma ze centrial des tre?

al restares comunque il spirit di sinistre cuintri il capitalismo esasperat cuintri le prevaricazion finanziarie cuintri che robis lì

ma ze ca le just

no l’è un mone a l’è un inteletual al ricognos ze ca le just

no l’è just cal entri un di chei lì

ze pensitu di Pasolini a le fin?

Pasulin atu fat i bez scrivint libris?

Cumò che tu i u as faz nol sares just che tu scomenzedis a paja di bevi?

Che chi fra realismo, proletariat e cazadis variis chi le int e a set e tu che tu as fat i bez tu podis onzi un puc el cjaruz

al jere un fenoli

no l’è sigur

ma samee che Miles Davis dopo ve bivut une butilie di pelinkovaz

dopo ve bivut une butilie di pelinkovaz

a l’è emigrat a Viles

no l’è sigur

no l’è sigur

no l’è sigur

no l’è sigur.”

 

La filosofia musicale di Santo Miles Davis la fa da padrone, come recita parte del testo. S’impone come lessico portante del pensiero in forma dialettale, qui appositamente affiancato come profondo legame con la sua terra d’origine. Certi pensieri, in vernacolo, arrivano prima, sono pugni-in-faccia che anticipano i fulmini a ciel sereno (?).

 

6 – “Radice quadrata di Pier Paolo” (1:46)

Musica di Citossi Fabrizio, Federico Sbaiz

Parole di Pier Paolo Pasolini

Voci: Marco Tomasin, Marta Gobessi, Patrizia Dughero

Citossi Fabrizio – chitarra, arrangiamenti

Marco Tomasin - tromba

Martin O'Loughlin - didgeridoo

Riccardo Braxton - organo

Federico Sbaiz - collage sonoro, missaggio

Renato Sclaunich – rullante, piatti

Realizzazione Aprile 2018/Ottobre 2020 presso Five Cats Studio Pradamano (UD)

Prodotto da New Model Label

Photo: Luca A. D'Agostino

Graphics: Stefano Buian

Note di copertina: Angelo Floramo


El meor

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

no

l'arrabbiato non rinsavisce, non si annoia, non trae lezioni

è come una cartina di tornasole

reagisce

che quando è giovane spera nel futuro della vita mentre poi con il passare degli anni lo colgono i dubbi, gli scoramenti

sapete perché ho fatto del cinema?

perché non ne potevo più della lingua orale e anche di quella scritta

perché volevo ripudiare con la lingua il paese in cui sono stato le centinaia di volte sul punto di fuggire.”

 

Ossia quando l’arrabbiato, o meglio l’incazzato, faceva notizia. Per le strade e nelle piazze, sulle pagine dei giornali, nei bar. Ora non più. Ci hanno drogati col finto benessere, che finalmente si sta rivelando essere quella scatola vuota che P.P.P. analizzava come tale oltre 50 anni fa. Lui ci aveva avvertiti e noi ci siamo lasciati fregare. Supinamente.

 

7 – Blues dell'Idroscalo” (9:06)

Musica di Fabrizio Citossi, Marco Tomasin, Federico Sbaiz

Parole di Pier Paolo Pasolini

Voci: Manuel Buttus, Michela Gentilini, Roberto Marino Masini, Simone Cuva, Sandro Pecchiari, Roberto Cantarutti, Luca Corrubolo, Maurizio Mattiuzza, Marco Tomasin

Bruno Romani - sassofono

Massimo De Mattia - flauto

Patrizio Pica - manipolazione sonora

Martin O'Loughlin - didgeridoo

Davide Del Giudice - sassofono

Renato Sclaunich - rullante, piatti

Marco Tomasin - tromba

Citossi Fabrizio - chitarra, arrangiamenti

Federico Sbaiz - collage sonoro, flauto

Realizzato Aprile 2018/Ottobre 2020 presso Five Cats Studios Pradamano (UD)

Prodotto da New Model Label

Photo: Luca A. D'Agostino

Graphics: Stefano Buian

Note di copertina: Angelo Floramo

 

“Le vite sessuali private come la mia hanno subito il trauma sia della falsa tolleranza che della degradazione corporea

il lo sadomasochismo è una categoria eterna dell'uomo

dell'uomo eterna categoria una del il sadomasochimo

il sadomasochismo eterna dell'uomo una categoria... è una categoria eterna dell'uomo il sadomasochismo

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

mentre Moravia va a dormire io vado in giro perdutamente solo come un segugio dietro la peste

dietro la peste

soltanto solo, sperduto, muto, a piedi riesco a riconoscere le cose

per me la morte é il massimo dell'epicità e del mito

quando parlo della mia tendenza verso il sacro il mitico e l'epico dovrei dire che questa può essere soddisfatta solo dal lato della morte che mi sembra il più mitico ed epico che ci sia

io non posso permettermi di sbagliare un'opera, sono ridotto a questo

non sbagliare è un dovere che ho davanti a nemici e ad amici

i primi mi sbranerebbero

i secondi mancherebbero nei miei riguardi

leggere ogni giorno una notizia falsa che ti riguarda, una malignità feroce, un disprezzo collettivizzato fatto luogo comune

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

Pasolini e la peste

l'Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo

prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è ora il fascismo

non capisco come di fronte alla minima difficoltà il pubblico impazzisca

ho del resto notato che la trasgressione del tempo cronologico della narrazione lo disorienta totalmente

in realtà la cosa é estremamente semplice.”

 

Echi distinti di Demetrio Stratos, il più grande di tutti, “Evaporazione” degli (anche) suoi Area, i più grandi di tutti, presi come modelli per affrontare il brano trainante del disco, negli oltre nove minuti di denuncia sociale che P.P.P. ci aveva conclamato, pregandoci di aprire gli occhi e le orecchie. Ora è troppo tardi: “Abbiamo perso il XV SECOLO!”, ma anche i successivi.

Autostoppisti Del Magico Sentiero: Federico Sbaiz, Martin O’Loughlin, Marco Tomasin, Franco Polentarutti, Fabrizio Citossi.

Hanno partecipato alle registrazioni: Francesco Bearzatti, Bruno Romani, Giorgio Pacorig, Massimo De Mattia, Patrizio Pica, Marco Fumis, Renato Sclaunich, Riccardo Braxton, Andrea Tavian, Alessandro Seravalle, Emil Baghino, Jacopo Barusso, Davide Del Giudice, Alessandro Seravalle

Voci di: Teo Ho, Giovanni Fierro, Patrizia Dughero, Valentina Mariani, Roberto Ferrari, Cristina Micelli, Lucia Pinat, Fabian Riz, Marta Gobessi, Manuel Buttus, Michela Gentilini, Roberto Marino Masini, Simone Cuva, Sandro Pecchiari, Roberto Cantarutti, Luca Corrubolo, Maurizio Mattiuzza.

Note di Copertina Angelo Floramo.