martedì 31 gennaio 2023

Caravaggio – album omonimo, di Alberto Sgarlato

 


Caravaggio – album omonimo 

di Alberto Sgarlato

 

Colori, sì, caravaggeschi, con largo uso di toni di rosso e di marrone, ma con pennellate più larghe, rabbiose, confuse, tipicamente espressioniste; questi i parametri che ci accolgono nella copertina dell’album omonimo dei milanesi Caravaggio.

E alla fine questo stile “espressionista” è quello che ritroviamo nel sound del quartetto (quartetto per modo di dire, vista l’estrema vastità di collaboratori che hanno contribuito al risultato finale). Solo molto remotamente, nella potenza del cantato, nei riff chitarristici, nei tempi dispari, potremmo infatti ravvisare un’origine legata al progressive metal. Poi, proprio come nell’espressionismo, le sovrapposizioni di colore, l’ampiezza delle pennellate, la ricchezza delle sfumature, vanno a costruire un quadro d’insieme che subito potrà apparire confuso all’ascoltatore superficiale e distratto ma che invece dà vita a un disegno chiaro, originale ed emotivamente impattante.

Così come avviene nell’opener “Beforemy eyes”, dove le chitarre spagnoleggianti, gli accordi jazz, i momenti più rarefatti affidati alla fisarmonica e quelli più veloci dall’intenso tappeto percussivo, danno vita a un singolare etno-jazz-metal-prog.

Ancora più spiazzante la successiva “Not on me”, dove entra in scena anche l’elettronica, grazie a un sapiente uso centellinato di un vocoder dal gusto molto anni ‘80.

Joyful grave”, con il suo inizio delicato, ci riporta all’ondata prog italiana degli anni ‘90 (quella degli Arcansiel e dei Fancyfluid), ma anche in questo caso un largo dispiego di fisarmoniche, mandolini e strumenti ad arco e a corda fa oscillare il tutto verso coordinate più “world music”.

Guernica” è uno dei brani più rappresentativi del disco, sia per lunghezza (8 minuti), sia per il saliscendi emozionale affidato a complessi ricami di chitarre acustiche ed elettriche, basso fretless, rullanti militari, nacchere, sia per il titolo stesso, che ben descrive il “sound pittorico” della band (sembra un paradosso accostare queste due arti, vero?)

E in effetti il sound dei Caravaggio è così: ogni canzone è un quadro, fotografa un’immagine ben precisa che rimane impressa al nostro sguardo prima che al nostro udito, sembra di vederle. Ma ogni canzone, al tempo stesso, sarebbe una perfetta colonna sonora. Oppure è un film a sé stante, perché sono gli accordi e la complessità degli arrangiamenti a costruire le immagini.

Healing the leaders” è forse il brano più legato al progressive-metal, con riff di chitarra che fanno pensare ai Rush del periodo Counterparts, ma anche qui non mancano momenti più delicati, affidati a un cantato intimista, al basso fretless e ad armonizzazioni di gusto jazzistico; l’esplosione “corale” del ritornello è davvero “cantabile” e cattura l’ascoltatore. In “Unlike dolphins” gli effetti che filtrano la voce, il piano elettrico ovattato, gli arpeggi stoppati della chitarra, offrono veramente una sensazione di “immerso”, di “subacqueo” (e qui torniamo a quel concetto già espresso per il quale ogni loro canzone è un film).

Un film che negli anni ‘60 si sarebbe definito “peplum movie” è “Pompeii”, che in meno di due minuti e mezzo di musica a base di bouzouki, rullanti marziali e coro ci fa letteralmente sorvolare nei nostri sogni un anfiteatro.

L’andamento epico e solenne del tipico metal-prog moderno lo ritroviamo in “Comfortable”, brano che regala anche inaspettati momenti di recitato femminile in italiano (unica parentesi dedicata alla nostra lingua).

Se poi volete mescolare ancora gli ingredienti mettendoci qualcosa in più che non vi aspettate, arriva “Fix you”, cover di uno dei più celebri brani dei Coldplay. L’arrangiamento destrutturato, le languide chitarre slide, gli accenti spostati, ne farebbero ancora una volta una perfetta colonna sonora: ma in questo caso la colonna sonora di un film in cui la delicata malinconia della canzone originale cede il passo a una certa malsana inquietudine.

E si conclude con “Life watching”, brano ancora una volta accattivante nella sua riuscita melodica, riuscito connubio tra il prog degli anni ‘70 (grazie a un sapiente e centellinato uso del flauto), quello degli ‘80 (il basso in evidenza, le chitarre avvolgenti) e di oggi (quel tocco metal che spesso contraddistingue la band).

I Caravaggio sono: Alessio Del Ben (batteria), Fabio Troiani (chitarre), Vittorio Ballerio (voce) e Marco Melloni (basso). A loro si uniscono in qualità di ospiti: le cantanti Courtney Swain (dei Bent Knee, interessante progetto jazz-prog da Boston) e Simona Aileen, il cantante Guido Block (co-produttore, con Fabio, dell’album), i pianisti Antonio Zambrini (famoso jazzista, qui in veste di flautista) e Massimo Mescia, i fisarmonicisti Nadio Marenco, Mauro Poeda e Carmine Turilli (ben 3 strumentisti affidata alla fisarmonica, strumento effettivamente molto presente, quasi un “marchio di fabbrica” di questo album), il percussionista Alex La Bua, l’attrice Erika Carretta.

Non dimentichiamo Tracy Bell, inglese purosangue che ha revisionato la correttezza formale dei testi di Vittorio Ballerio e, infine, Gianfranco Ferlazzo, autore dello splendido quadro di copertina.

Per concludere, volendo proprio dare per forza delle etichette, i Caravaggio si riassumono come “progessive hard rock mediterraneo”. A noi personalmente piace di più descriverli come “EtnoRock pittorico espressionista”. Ma a che servono i nomi e i titoli? L’importante è ascoltarli! Lasciatevi rapire dal loro sound e precipiterete letteralmente in un film racchiuso dentro ogni traccia dell’album.






lunedì 30 gennaio 2023

Presentazione libro “Racconti e schegge di Acqua Fragile. L’intensa vita di Gino Campanini” presso libreria Fiaccadori in Parma

 


Presentazione libro “Racconti e schegge di Acqua Fragile. L’intensa vita di Gino Campanini” presso libreria Fiaccadori, Parma


Venerdì 27 gennaio 2023, Parma, libreria Fiaccadori. Sala gremita, gente interessata e interessante, ricordi e fatti, futuro e progetti. Questa è stata l’impostazione voluta da Roberto Ceresini, ex direttore storico della libreria Feltrinelli, sempre a Parma, la cui vita è stata ed è dedicata ai libri, alla musica e alla cultura tutta.

Padre di Pietro, meraviglioso pianista e insegnante di musica Classica in terra teutonica. Questa va detto perché vale la pena rintracciarlo su Youtube per assistere alle sue performance, in attesa che venga a suonare dalle nostre parti. In un turbinio di domande, risposte, il racconto si è aperto sulla prima fase del gruppo in divenire, quando gli Immortali fecero da supporto ai Rolling Stones, durante la loro prima tournée italiana. Si è passati poi alla fase Acqua Fragile vera e propria, in cui il sottoscritto ha snocciolato le proprie mini-recensioni dei loro due dischi storici, la fuoriuscita di Maurizio Mori e l’ingresso di Joe Vescovi (ex Trip) che cambiò gli equilibri in seno alla band, la successiva, e fatale per le sorti dell’Acqua Fragile, partenza del leader Bernardo Lanzetti verso la P.F.M.

Più che una presentazione vera e propria con un ping-pong fra intervistatore e autore, si è allargato il campo fra noi e il pubblico presente, per diventare un dibattito su quegli anni irripetibili, per tanti aspetti.

Il jolly della serata è stata la “presenza” via etere di Gino Campanini, che dalla Thailandia (dove vive) ci ha omaggiati dei suoi ricordi, della sua voce ora flebile (purtroppo), della sua impareggiabile verve. Gino ha interagito con me e Roberto, ma anche con Franz Dondi e Pieremilio Canavera, presenti all’evento.

Il lieto fine serata è stato suggellato dall’intervento di Jennifer Campanini, figlia di Gino, la quale ci ha immersi nella sua altrettanto intensa vita, le cui reminescenze si legano sia alla figura del padre, che a quella della madre, punk e agitatrice culturale della Parma underground degli anni ’70 e ’80.

Una bellissima esperienza che ha data linfa al nostro libro, mio, di Athos e di Angelo, nella speranza che possa raggiungere quante più persone possibile. Perché? Perché ne vale la pena; provate a leggerlo e capirete. Abbracci diffusi.

Andrea Pintelli




domenica 29 gennaio 2023

Antonio Cocco ricorda Maurizio Arcieri


E’ lecito parlare di artisti che si conosco attraverso il loro lavoro e per mezzo dell’immagine che si è concretizzata, più o meno realistica, ma è ancor meglio quando chi conosce bene le cose, da vicino intendo, le mette a disposizione della comunità, ammesso che il racconto non rappresenti una eccessiva intrusione nel privato.
Antonio Cocco, ex discografico, ha conosciuto bene, benissimo il Maurizio Arcieri, e disegna così qualche immagine.


Se dico: “La sregolatezza, la trasgressione, la cultura, Il genio, il coraggio.”
Poi pragmatismo, una buona dose di cinismo compensato da una grande generosità! Aggiungo che con questi elementi ha attraversato la sua vita!
Verrebbe da dire: ” E POI?” Ecco… e poi ci vorrebbe un libro!
Di chi sto parlando? Di Maurizio Arcieri!

Confesso che fra i tanti personaggi che ho avuto la fortuna di conoscere, non solo in campo musicale, lui aveva, secondo me, una dote unica che appartiene a pochi, quella di riuscire a intrattenere una o più persone parlando di tutto senza annoiarlo e senza cadere nello scontato o nel banale!

Musicalmente difficile fare una sintesi ma ci provo.
New Dada, (rock) poi semplicemente Maurizio (melodico romantico): 5 minuti, I giochi del cuore, poi un LP, Trasparenze, album innovativo sia ne brani che nelle sonorità.
Poi un pomeriggio e sera, in sala di incisione con Pinuccio Pirazzoli e Lorenzo Raggi, tirano fuori un album che direi nostalgico e che conservo con cura, e infine il salto nel punk e nell’elettronica. Prime tastiere elettroniche Roland Micro composer, esperimenti geniali come quello di affidare ad una pallina da tennis varie note durante il gioco, sincronizzarle e sentire che musica veniva fuori.

Se pensate ai tanti cantanti che, ottenuto il successo con un brano, tendono a ripetersi e a non innovare, capirete il coraggio di Maurizio. L’unico artista che ha avuto il coraggio di cambiare, rimettersi in gioco e investire sul suo futuro. Trasferimento a Londra incontro con Vangelis, e poi Hans Zimmer che lo ha raggiunto per il tour Italiano. Testi assolutamente fuori dal comune scritti con un mio amico inglese, Peter Sibley. Mi ricordo di una canzone dedicata a Peggy Guggenheim, decisamente dissacrante.



Solo musica? Ma no! E’ stato il primo a capire e sfruttare la tv satellitare inventando una trasmissione televisiva che mostrava cosa succedeva nel mondo.
Purtroppo, insisto, difficile sintetizzare “Maurizio Arcieri”.

Bisognerebbe parlare anche di Cristina, sua moglie, parte attiva nei Krisma.
Io, moglie e bimbi piccoli, abbiamo passato giornate fantastiche a Gignese, nella sua villa e loro se ne ricordano ancora.

Grazie per le serate in giro all’Altro Mondo di Rimini e in altre discoteche, grazie per le lezioni di vita che mi hai dato.
Stop non ricordo l'anno.





giovedì 26 gennaio 2023

INITIAL MASS-"ALLUVIUM", commento di Luca Paoli

 


INITIAL MASS-ALLUVIUM

Luminol Records

(13 pezzi | 59.51 min.) 

Commento di Luca Paoli

 

Alluvium è il quarto disco della heavy prog rock band con sede a Los Angeles Initial Mass.

Il lavoro, uscito per l’etichetta italiana Luminol Records, segue il già ottimo "Bending Light" del 2019 e si pone un gradino sopra per livello compositivo e strumentale rispetto al suo predecessore.


Initial Mass è un trio di heavy prog rock. La band è composta da Mark Baldwin (voce/chitarra), Kevin Robertson (batteria) e Scott Smith (basso).

Il loro stile musicale combina riff potenti, cori ottimamente costruiti ed arrangiamenti complessi per creare un suono unico e distintivo.

 

Il loro album di debutto, "Time & Measure", del 2016, ha offerto un viaggio oscuro, malinconico e melodico di auto-scoperta. Il loro secondo album, "Tidal Force", è stato un concept album epico, con un approccio più elaborato e calcolato rispetto al loro primo album. "Bending Light" del 2019 ha rappresentato uno sforzo più concentrato con meno enfasi sulla coesione tematica e con un suono più duro e diretto.

 

Alluvium è un nuovo concept che racconta la vita di un individuo come metafora dell'ascesa e della caduta dell'umanità. Il personaggio principale inizia il suo viaggio, giovane e ambizioso, emozionato per l’occasione di fare la sua impresa. Rapidamente, diventa sempre più intenzionato nel suo desiderio di prendere ciò che vuole dal mondo. Mentre diventa sempre più potente, respinge gli avvertimenti della coscienza della natura e, lasciando una scia di distruzione alle sue spalle, si ritrova isolato in un mondo che non può più sostenere la vita.

 

Le tredici tracce che compongono il lavoro vanno quindi ascoltate dall’inizio alla fine, lasciando scorrere, oltre le note, la trama di quanto raccontato.

 

Dal punto di vista strumentale la proposta della band è molto varia, e assieme a riff belli duri convive un forte sentore melodico che lo rende appetibile anche a chi non frequenta abitualmente territori musicali hard e heavy, e continui cambi di tempo ed umori lo fanno planare decisamente su territori prog.

Insomma, chi ha amato i Rush troverà pane per i suoi denti.

 

Il primo singolo, “Wake”, racconta molto bene quello che è poi la storia presentata nell’album ed è proprio Mark Baldwin a spiegarcelo:

 

Questa canzone non solo cattura praticamente ogni stato d’animo dell’album, ma è anche il culmine di tutto ciò che abbiamo fatto finora come band dal punto di vista musicale. È una canzone che ci ha davvero spinto oltre come unità musicale. Wake è uno dei punti cardine del concept, dove il personaggio centrale raggiunge il suo apice mentre è circondato dal caos e dalle infinite possibilità che le grandi città tendono a offrire. Questo è il punto della storia in cui tutto cambia”. 

Altri brani che ho apprezzato particolarmente sono l’epica “Hadean’s Fall”, “Memory Fade” con I   suoi cambi di mood, l’indole prog di “The Calling” e la traccia che chiude il disco, “In Store”, con un ritornello che ti rimane appiccicato e non si stacca più.

Come ho scritto sopra tutti I brani sono sopra la media e vanno ascoltati tutti come da scaletta per poter apprezzare il lavoro che, oltre ai muscoli, mostra una buona dose di melodia e momenti che ci portano in terreni prog.

 


LINEUP

Mark Baldwin: vocals/guitar

Kevin Robertson: drums

Scott Smith: bass

 

Alluvium track listing (cliccare sul titolo per ascoltare)

01. Hadean’s Fall

02. Trails Behind

03. Out of the Mold

04. Horizon

05. Wake

06. Calm Wind

07. Believers

08. Memory Fade

9. Drifting

10. The Calling

11. A Crown in the Dark

12. Vacant Throne

13. In Stone


Initial Mass:

www.initialmass.com

https://www.facebook.com/initial.mass

 

Luminol Records:

www.luminolrecords.com

https://www.facebook.com/luminolrecords/

 

Donato Zoppo

 

Synpress 44 | ufficio stampa

 

http://www.donatozoppo.it




mercoledì 25 gennaio 2023

Van der Graaf Generator-"The long hello", un album (senza Peter Hammill) dimenticato... riascoltiamolo!


Qui Giovani nel gennaio 1974 pubblica un'intervista a Guy Evans.

L'ex Van der Graaf Generator parla del nuovo album "Points of view" in uscita… praticamente i VDGG senza Hammill.

L'album poi verrà chiamato "The long hello" e ci sarà anche un Pietro ma non sarà Hammill, bensì l'italiano Messina.

Wazza


The Long Hello” è un album strumentale di David Jackson, Hugh Banton, Guy Evans e Nic Potter, registrato nell'agosto 1973 e pubblicato in Italia nel 1974 (e in Gran Bretagna ed Europa nel 1976). Tutti erano stati membri dei Van der Graaf Generator, ma la band si era sciolta nell'agosto 1972 (riformata poi nel 1975).

Nel 1981 Potter ed Evans pubblicarono un seguito di questo album, The Long Hello Volume Two. C'è anche un Long Hello Volume Three (di Jackson e Evans, 1982) e Long Hello Volume Four (di Jackson, Evans e Life of Riley, 1983). L'album Gentlemen Prefer Blues (di Jackson, Banton e Evans, 1985) è talvolta considerato come una sorta di "Long Hello Volume Five".

L’album è stato progettato da Banton ed è stato mixato al Chalk Farm Studio, Chalk Farm, Londra.


Tracce

The Theme from (Plunge) (David Jackson) – 5:31

The O Flat Session (Pietro Messina) – 5:32

Morris to Cape Roth (David Jackson) – 6:33

Brain Sequestro (Hugh Banton) – 4:01

"Fairhazel Gardens" (David Jackson, Pietro Messina) – 7:56

Looking at You (David Jackson) – 6:16

I've Lost My Cat (David Jackson) – 8:28


Formazione

David Jackson - sassofono, flauto, pianoforte

Hugh Banton - tutti gli strumenti in "Brain Seizure", basso in "The O Flat Session"

Guy Evans - batteria

Nic Potter - basso

Ced Curtis - chitarra elettrica, basso in "Fairhazel Gardens"

Pietro Messina – chitarra elettrica, chitarra acustica, pianoforte






martedì 24 gennaio 2023

OSSO SACRO - “Urla dal confine”, commento di Andrea Pintelli


OSSO SACRO
“Urla dal confine”

(ZPL - Zoopalco Poetry Label, 2022)

8 tracce | 28.04

Commento di Andrea Pintelli


Ecco un prodotto che dedico a chi si lamenta che in Italia non si faccia musica seriamente, con professionalità e ispirazione e ricerca. Sentitamente polemica, questa invettiva è il frutto di una situazione stantia, in cui questi personaggi che si fermano a quel che passano le radio o i siti web più seguiti (visto che di giornali, ormai, se ne fanno sempre meno) sono gli stessi che poi si permettono di emettere sentenze senza voler conoscere, o almeno ascoltare, il vero cuore dell’arte. Basterebbe poco, e invece la moltitudine si ferma alla superficialità. Forse anche prima di essa.

Ma veniamo a noi. Siamo nel Sannio (Samnium in latinoSafinim in osco), che era la regione dell'Italia antica abitata dal popolo dei Sanniti (in latino Samnites, in osco Safineis) tra il VII-VI secolo a.C. e il I secolo d.C. Comprendeva buona parte dell'attuale Molise (eccetto la fascia litoranea) nonché il settore meridionale dell'Abruzzo e le aree nord-orientali della Campania, oltre a racchiudere alcune ristrette zone interne del Lazio sud-orientale e della Puglia e della Basilicata nord-occidentali.

Osso Sacro è un progetto di approfondimento, rielaborazione e riposizionamento delle narrazioni orali e sonore del territorio, appunto, sannita (ma non solo), nato dall’unione artistica tra il poeta e performer Vittorio Zollo e il polistrumentista Corrado Ciervo. Al duo si unisce in seguito Carlo Ciervo, musicista e producer. Sono i vincitori del Premio Dubito di Poesia con Musica nel dicembre 2021, che è il più importante riconoscimento italiano nel campo della poesia ad alta voce (spoken word, poetry slam) e della poesia con musica (spoken music, rap), dedicato alla memoria di Alberto ‘Dubito’ Feltrin, uno dei più noti e raffinati esponenti delle giovani generazioni.

Questo loro primo lavoro discografico e di live performance si intitola Urla dal Confine, pubblicato da Zoopalco alla fine del 2022. Le vicende parlate, suonate, cantate e performante si basano su fatti realmente accaduti, ricollocati dal poeta Zollo. Corrado Ciervo, artefice di ogni produzione musicale e microsfumatura sonora, recupera e riposiziona le sonorità del territorio.

Lasciamoci introdurre nel mondo Osso Sacro direttamente dalle loro parole:

“Urla dal confine è il frutto di un lavoro di ricerca su due campi differenti, quello poetico e quello musicale, entrambi connessi al Sannio. È un disco metastorico, una performance mitopoietica in cui tutto accade in un tempo altro e in una zona non ordinaria. Sono le grida mute che giungono dai margini di ogni paese, borgo o periferia. È l’intero globo in una sola contrada, precisamente ai confini tra Regno di Napoli e Stato Pontificio. Qui abbiamo collocato la nostra storia. Tutto nasce dall’urgenza di raccontare con uno sguardo altro una terra specifica, liminale, dalla bellezza ingenua ed estremamente eterogenea, evidentemente spigolosa, che spesso viene liquidata semplicisticamente come “area interna”. Il nostro è un tentativo di alimentare la fiamma delle tradizioni, contestualizzandole e posizionandole nel tempo materico in cui siamo, e non semplicemente custodirle per renderle immobili. Da qui l’idea di rendere contemporanei i suoni e le voci di una terra, che essendo millenaria appare immobile (ma che in realtà non lo è), attraverso la mitopoiesi (tendenza dello spirito umano a pensare o a interpretare la realtà in termini mitologici, n.d.r.). Siamo partiti da voci sconnesse tra loro, canti a distesa e tradizionali tramandati esclusivamente oralmente, linee melodiche che avevano perso la parola, e da lì abbiamo costruito la nostra opera, sia orale che musicale. Abbiamo processato suoni e contenuti. È ciò che facciamo, lavoriamo molto sul processo, il prodotto poi viene da sé. Dopo due anni di gestazione, abbiamo registrato le tracce in dieci giorni, con un'esperienza immersiva e totalizzante, all'interno di un vecchio essiccatoio per tabacco immerso nella natura tra le campagne di San Leucio del Sannio (BN), in quello che un tempo era il "locale a fuoco" del nonno di Vittorio, in una zona chiamata Ripa Lupina o anche Ripa delle Janare. All'interno dello studio che abbiamo allestito per l’occasione l’ambiente non era asettico, anzi c’erano vecchi libri e porte di legno, un quadro di Diego Armando Maradona (nostro protettore) e l’organetto del nonno di Vittorio. Elementi questi, con cui abbiamo voluto dialogare anche da un punto di vista sonoro”.

Urla dal confine”, prima canzone del disco, è musicalmente un dolcissimo inizio d’opera, marcato da quelle urla silenziose provenienti dai paesi e soprattutto dalle persone che abita(va)no il Sannio, Oltre al canto sentitissimo, la voce stessa narra queste vicende con un candore fatto di storie millenarie che Osso Sacro vuole rapportare ai giorni nostri, riuscendovi. Una carezza che profuma di storia popolare. “Muovo i fili” è una poesia decantata con rara intensità. Ascoltatene le parole per il vostro piacere. “Demetra sul tamburo” si muove fra elettronica, esposizione profumata di hip hop, linee melodiche di nuova musica tradizionale, insomma un crescendo emotivo che rende l’idea di quanto profondo sia il messaggio che Osso Sacro vuole passare. “Le serpi angizie” è un brano “esteso e aperto”, una sorte di dare-avere fra i ragazzi del gruppo e il Sannìo, dove gli echi del passato si tatuano nelle parole che Vittorio espone e scrive sulle lande della sua terra interiore. L’armonia di questa traccia è ben sottolineata da un mondo variegato di suoni che si sposano in maniera mirabile. “Affacciati” è una fotografia del Sud, talmente perfetta che se ne possono captare i profumi e i sentori, come le lacrime legate al momento. Non è situazionismo, ma un mondo arcaico che ti investe e pervade col suo carico di umanità popolare. “Judeca”, ovvero il ritmo al servizio della testimonianza. Energia, fierezza, storia. Potrebbe durare due ore e non stancherebbe; ma, forse, è giusto che sia racchiusa in quattro minuti e mezzo, dove il teatro si fa vita. Da fremito. “A ‘beat”, più pacata della precedente, si adagia sulla piacevolezza delle sensazioni che riesce a trasmettere. Calorosa come solo il Meridione sa essere, abbraccia e non lascia al proprio destino: resta per proteggere, come fosse un’invocazione. “Pruserpina”, singolo ricavato dal disco, da sola può fare capire quanta bontà e qualità ci sia nel lavoro di Corrado e Carlo Ciervo, creatori di tappeti sonori che non sono mai sottofondo alle parole di Vittorio Zollo, ma protagoniste (tanto quanto lui) di questo lavoro d’eccezione.

La tradizione continua a vivere perché si reinventa, si mischia con altri messaggi, personaggi e culture; se fosse sempre riproposta tale e quale, nonché fine a sé stessa, essa morirebbe in poco tempo (i puristi se ne facciano una ragione). Se anni fa gli Agricantus vinsero il premio Tenco come miglior album in dialetto, non vedo perché non assegnare il prossimo agli Osso Sacro.

Un popolo senza la conoscenza della propria storia, origine e cultura è come un albero senza radici” (Marcus Garvey). Condivisibile, vero?


Tracklist 

  1 – Urla dal confine

2 – Muovo i fili

3 – Demetra sul tamburo

4 – Le serpi angizie

5 – Affacciati

6 – Judeca

7 – A’ Beat

8 - Pruserpina


Ospiti


Dennj De Nisi - voce

Alfredo D'Ecclesiis - voce

Vittorio Coviello - flauto traverso

Toi Giordani - poesia e grafiche


La copertina è opera di Toi Giordani del collettivo Zoopalco.

Il fonico che ha registrato il disco è Raffaele Morabito.

Il fonico che ha mixato e masterizzato il disco è Claudio Auletta Gambilongo di Multiversi Lab.

Il disco è prodotto dall'Etichetta bolognese ZPL - Zoopalco Poetry Label.

Il lavoro grafico è di Toi Giordani del collettivo Zoopalco.

  

Osso Sacro: 

https://www.facebook.com/lossosacro 

Zoopalco:

https://zoopalco.org/ 

Donato Zoppo 

Synpress 44 | ufficio stampa 

http://www.donatozoppo.it

  

 




sabato 21 gennaio 2023

Il pensiero di Ezio Guaitamacchi dopo la morte di David Crosby…

 

 


Il pensiero di Ezio Guaitamacchi dopo la morte di David Crosby…

 

“Quando viene a mancare una persona cara, una persona di famiglia, oltre diciamo allo choc che si prova, la sensazione più immediata è quella di non riuscire a crederci. Pensi che non sia vero. Ecco, quando ieri sera ho avuto la notizia della scomparsa di David Crosby, ho provato questa stessa sensazione di incredulità. Lui non è stato, non era una persona di famiglia, ma ha rappresentato qualcosa di importante per la mia generazione, la sua musica, la musica di Crosby, Stills, Nash & Young è stata una vera e propria colonna sonora, una bussola di riferimento.

Noi che arrivavamo poco dopo la generazione di chi ha ascoltato e amato i Beatles, ecco, io credo che quella musica di Crosby, Stills, Nash & Young e loro stessi siano stati per noi come i Beatles. E infatti, non a caso, negli Stati Uniti furono chiamati ‘i nuovi Beatles’ o qualcuno disse ‘i Beatles americani’.

Poi, inevitabilmente, scorrono i ricordi personali, perché davvero la loro musica ci ha fatto amare gli Stati Uniti, ci ha fatto sognare la California! E i ricordi personali miei sono di un ragazzino che aveva 15 anni e che cercava disperatamente una giacca con le frange come quella che David Crosby sfoggiava sul palco di Woodstock o comunque che era una specie di sua divisa.

Con altri tre amici in quell’epoca del liceo feci inconsapevolmente (oggi si chiamerebbe una tribute band), noi facevamo il repertorio di Crosby, Stills, Nash & Young. E ognuno di noi era uno di quei personaggi: io non ero Crosby, c’era un altro mio amico che era ancor più affascinato dalla figura di Crosby; a me piaceva molto Stephen Stills, perché suonava la chitarra da dio, però insomma facevamo questo repertorio che era totalmente sconosciuto allora alle nostre ragazzine/amiche… al terzo brano ci chiedevano subito un pezzo di Lucio Battisti perché di quella musica a loro probabilmente non fregava nulla. 

E poi ricordo il mio primo viaggio in America nell’agosto del 1976: l’atterraggio a San Francisco, il giorno dopo lo sbalordimento nel trovarmi di fronte una locandina che annunciava un concerto di Crosby e Nash lì vicino a Stanford, un’ora più o meno a sud della città della baia. E ricordo che convinsi i miei amici ad andare. Io mi feci fare una t-shirt con impresse la scritta Crosby & Nash e tutto fiero mi presentai ore prima del concerto entrando tra i primi per vedere in grande ammirazione questo palco con tutte le chitarre acustiche schierate, insomma la formazione fenomenale con Russell Kunkel, Lee Sklar, David Lindley ecc. ecc.

E poi tutte le altre volte che da professionista della musica ho avuto occasione di incontrarlo, di fare delle interviste, di andare a cena con lui: grazie al mio amico Stefano Zappaterra passammo una serata bellissima a Milano con Crosby e la moglie Jan in un ristorante milanese; mi ricordo che mi raccontava con grande felicità della sua Harley Davidson e delle sue chitarre; e poi tutte le volte che l’ho visto in concerto: da solo, con Graham Nash, con Crosby, Stills, Nash & Young al Bridge Festival di Neil Young, tutte le varie combinazioni possibili e immaginabili, e le ospitate che ha fatto con altri artisti, e l’ultimo concerto (credo italiano) al Teatro Dal Verme di Milano, peraltro bellissimo…

Insomma, i ricordi, come vi dicevo, scorrono via uno dopo l’altro e la combinazione clamorosa che proprio ieri, mentre stavo lavorando a un libro, avevo trovato un video, un live alla BBC di Crosby & Nash acustici, due chitarre e due voci fantastiche, perché la capacità di fare armonie di David Crosby è stata veramente insuperabile.

E la cosa che tutto sommato mi consola e ci deve consolare è che quando vengono a mancare questi grandi eroi – che purtroppo stiamo perdendo per motivi generazionali – ecco, loro scompaiono, i loro corpi vengono seppelliti o cremati, ma le loro voci continuano a essere presenti al nostro fianco. E noi dobbiamo riascoltare la musica di David Crosby, riascoltare i suoi dischi.

Ecco, la loro musica, quella di questi grandi eroi e quella del nostro amato David continuerà a risuonare e continuerà ad allietarci nelle nostre giornate cupe e grigie come quella milanese di oggi, fredde, ma ce le riscalderanno come ci ha riscaldato il sole della loro California che ci è arrivato invece come se noi fossimo lì sulla baia di San Francisco, sul Golden Gate, o di fianco al Fillmore ad ascoltare e vederli suonare dal vivo.

Grazie di tutto David Crosby, sarai sempre nei nostri cuori!“