Néos Saint Just più che una nuova testimonianza discografica è un vero e proprio labirinto di specchi che – volutamente – ha azzerato le distanze che lo separano dalle linee guida a suo tempo tracciate da Saint Just (1973) e da La casa del lago (1974), album che risentivano e amplificavano fortemente i fermenti e gli umori di quella straordinaria epoca. Così come ha scartato anche dalla linea solista di Suspiro (1976), di Jenny Sorrenti (1979) e di Medieval Zone (2001) dove, tra le righe, era facilissimo cogliere gli umori di Enya, di Loreena McKennitt e del nuovo corso del folk progressivo.
Nel percorso minimalista che attraversa l’opera, dove è notevolissimo il contributo di Tullio Angelini, Jenny indossa come sempre gli abiti della musa, della vestale, ma questa volta, con la sua straordinaria voce – ancora una volta sottratta al coro degli angeli – per accompagnarci lungo corridoi infiniti e introdurci in inebrianti stanze colme di liricità e ubriache di magia e di attraversare i sogni color mandarino cari ai Corrieri Cosmici.
“Non diventare mai l’ombra di cose che devono avvenire/ma realtà di cose che già siamo”. Un passo tratto da Sentire davvero…, non è che il manifesto di testi davvero ricchi di denuncia e di rabbia che danzano contro l’indifferenza ma che, di contro, sono anche invocazioni gravide d’amore.
Un album che certamente spiazzerà gli amanti ancora persi al frantumarsi delle onde sulle scogliere inglesi e sulle coste americane, poiché Néos Saint Just ne rappresenta invece un punto estremo di congiunzione: un salto lunghissimo che, scavalcando i continenti, raccoglie tendenze, stili, inclinazioni e sensazioni davvero universali.
“La mente m’inganna/non è indulgente/E’ malvagia, informe, smarrita… Lei ti imprigiona come dentro uno specchio e tu rimani lì/hai paura” (The Mirror Inside Me).
In Néos Saint Just Jenny raccoglie tutte le sue ansie, le sue paure: le abbraccia e, attraversando il labirinto di specchi, lo frantuma per portarci al di fuori, verso l’aria pura.
TRACKLIST
1) Pneumatos (5:58)
2) Sentire davvero... (5:32)
3) In the presence of the entity (4:06)
4) The mirror inside me (6:23)
5) Hidden Things (3:16)
6) Psyché (3:56)
7) Meraviglia (3:03)
Gli ospiti sono:
CLIVE BELL (polistrumentista ed esperto suonatore di shakuhachi): Khene
SYLVIA HALLETT (una delle più eclettiche violiniste inglesi): violino
ALESSANDRO PIZZIN (che ha "reinventato" la musica dei The Residents sotto il suo moniker Alieno deBootes): tastiere
ROBIN RIMBAUD alias Scanner (collaboratore di Michael Nyman, Laurie Anderson, Wayne MacGregor): elettronica
ROBERTO SCARPA (pianista, tastierista e compositore italiano): pianoforte
KENNY WOLLESEN (batterista già con Tom Waits e John Zorn, tra gli altri): vibrafono elettrico.
Gli Ifsounds sono una
band italiana di rock progressivo nata negli anni '90 in Molise. Fondata da Dario
Lastella (chitarra) e Claudio Lapenna (tastiere e voce), la band ha
iniziato eseguendo cover di grandi artisti rock per poi sviluppare un proprio
stile. Dopo il primo periodo sotto il nome "If", nel 2009
hanno adottato il nome attuale. Tra i loro album più importanti ci sono Morpho
Nestira (2008), Apeirophobia (2010), Red Apple
(2012), Reset (2015) e MMXX (2023), un disco che
racconta attraverso la musica le difficoltà del 2020.
Il loro primo album dal vivo, Live
in Teatro,è stato
registrato il 14 dicembre 2024 al Teatro "Antonio Di Iorio" di Atessa
e pubblicato a febbraio 2025, senza ritocchi in studio. Questa scelta rende il
disco una fotografia sincera del loro concerto, con pregi e imperfezioni che
esaltano l’energia dell’esibizione. La scaletta comprende l’esecuzione del loro
ultimo album in studio, MMXX e brani storici, tratti dagli altri
album prodotti, alternando sonorità rock, jazz ed elettronica.
La band, composta da Ilaria Carlucci e Pierluca
"Runal" De Liberato alle voci, Lino Mesina alla batteria, Italo
Miscione al basso, Dario Lastella alla chitarra e Lino Giugliano
alle tastiere, dimostra grande affiatamento. La scelta di eseguire interamente
l’album MMXX dal vivo evidenzia la volontà di dare risalto a
questo ottimo lavoro recente ma non mancano altri brani presi dal loro
repertorio, compreso gli If.
Il concerto inizia con “MMXX”, una suite di oltre 23
minuti ricca di suggestioni … viaggio emozionante attraverso il loro mondo
musicale e si chiude con “MMXXII”, un brano di quasi nove minuti. Nel
mezzo, trovano spazio pezzi come “The Collector”, “Red Apple” e “Stendhal
Syndrome”, che mostrano le diverse sfaccettature della loro musica,
spaziando da momenti più melodici ad altri più aggressivi.
Un altro aspetto interessante diLive in Teatroè
il booklet, che include testi in italiano e inglese e foto del concerto, un
dettaglio non comune negli album dal vivo. Tuttavia, chi non conosce bene la
band potrebbe trovare difficile seguire il continuo alternarsi di stili e
atmosfere, mentre i fan di lunga data apprezzeranno questa varietà.
Live in Teatro è più di un semplice live album: è un ritratto
autentico della band, che unisce passato e presente senza perdere la propria
identità.
Per chi non conosce ancora gli Ifsounds, il consiglio
è di ascoltare questo disco, che mostra tutte le anime della band che su di un
palco ci sa stare molto bene e poi di andare ad acquistare i loro meravigliosi
album in studio. Tutti gli amanti del prog non possono farsi sfuggire l’ascolto
di questo disco che, al momento, è disponibile in formato digitale in tutte le
più importanti piattaforme di streaming.
“Rodolfo
Maltese, l’unico uomo al mondo che ha toccato il culo della luna”
(Francesco di
Giacomo)
Un pensiero per
Rudy…
Wazza
A volte gli
Angeli hanno bisogno di una diversa voce sentimentale, non solo di un’ugola
capace di appassionarsi a un’estensione ma anche di un ruolo musicale da
contrapporre allo sbaglio del caos: loro lo sanno che per la conversione incide
di più una musica elevata che non i residuati brandelli della teologia.
È per questo
che gli Angeli, a volte, cambiano le intonazioni degli uomini, alzandone le
frequenze oltre il limite dei suoni. È un lavoro su ordinazione, e per quanto
ne sappiamo svolto per raggiungere un senso migliore.
A Francesco
l’hanno portato via di soprassalto; stava fischiettando e non pensava di essere
un moribondo.
A Rodolfo gli
hanno lasciato tutto il tempo per tremare, riempiendolo alla fine di materia
secca.
Ma Dio, che ha
una sua saggezza terribile, secondo noi da sterminatore, agisce per il primato
della Creazione. Così mai Francesco avrebbe creduto di essere amato per
reazione da Dio; mai Rodolfo avrebbe sospettato di ricevere nelle sue carni
quel pericoloso dono.
Francesco era
un non credente, un indispensabile comunista, e aveva l’onestà di non pentirsi
di essere terreno: diceva di non avere alcuna corrispondenza con quello là. La
sua realtà era talmente elevata da diventare una vocazione.
Rodolfo aveva
una fede nuda e sapeva di appartenere a un cerchio vasto; non aveva nessuna
inibizione a parlare di Anima perché era un bisogno dei vivi, pur trovandola in
una lontananza assoluta rispetto all’uomo.
Francesco e
Rodolfo avevano la stessa quiete profonda nelle parole. Una disciplina nell’amore
infinitamente minuziosa. Un preciso suono, una nota alzata, erano sempre un
viaggio al centro della vita. E portavano maestosi e liberi i loro messaggi di
resistenza sociale. Francesco apriva la sua voce fin dove non ce la faceva
nessuno, con un canto che era una massa di sangue, perché voleva farci
preoccupare della deriva pubblica e della terribile perdizione in cui è stata
infilata l’umanità. Rodolfo chiedeva alle corde musicali di protestare, di
lamentarsi, di schernire quei fragili e comodi tappeti melodici.
Chi, come me,
li ha frequentati non perderà mai neanche una loro riflessione: sulla vita, la
tristezza, l’amicizia, la società, il piacere. Loro erano due Uomini al
servizio dell’intelletto.
Adesso sono di
nuovo insieme per un altro inizio: da eremiti liberi. Non aspettano più gli
uomini, hanno iniziato le nuove esercitazioni nell’armonia celeste, e si
lasciano baciare dai sacramenti del silenzioso infinito: due sposi vergini.
Dopo penseranno
come riprendere a suonare, a non farci mancare la purissima bellezza nel cuore.
1955– La cantante R&B
di Chicago LaVern Baker ottiene il suo primo successo con Tweedle
Dee, hit che raggiunge quarto posto nella classifica R&B e il quattordicesimo
nella classifica Pop sotto l'etichetta Atlantic Records. La Baker non è proprio
giovanissima, visto che ha 26 anni, però la sua canzone fa breccia tra i
giovani fan che si stanno avvicinando al Rock and Roll e anche tra il pubblico
bianco, vista l’entrata nella classifica Pop, non le manca un buon credito.
Lei
ha una voce potente, possiede mestiere e capacità improvvisative quasi
jazzistiche. Una curiosità: nel 1969, dopo avere divorziato dal comico Slappy
White, si unì all’USO per
tirare su il morale alle truppe americane in Vietnam: lì contrasse una
polmonite che non l’abbandonò per tutta la vita. Nonostante le precarie
condizioni di salute, la Baker non si fece intimidire dalle circostanze:
durante la convalescenza presso la base navale statunitense di Subic Bay, nelle
Filippine, un amico le consigliò di rimanere come direttrice degli spettacoli
presso il club per sottufficiali dello staff del Corpo dei Marines. Stette lì
per 22 anni, tornando negli Stati Uniti dopo la chiusura della base nel 1991;
morirà sei anni più tardi, a 67 anni, a causa di problemi cardiovascolari.
1965 – 24 febbraio. Ciak, si gira: iniziano le
riprese di Help! I Beatles, dopo il successo di Hard Day’s
(in italiano Tutti per uno), recitano e cantano per una nuova pellicola.
Pare che il regista Richard Lester potesse contare su un budget piuttosto
generoso da parte della produzione, così con gli sceneggiatori si sbizzarrì nel
dare vita ad un plot ricco di colpi di scena, avventura, comicità e azione,
tutto intorno ad un anello magico finito per sbaglio tra le dita di Ringo
Starr.
Rivisto oggi, si capisce lontano un miglio che questo musicarello “in
grande” sia stato soprattutto un mega-spot promozionale per i Fab Four che,
sicuramente, si saranno divertiti a girare in variate location (dalle Bahamas
alle Alpi austriache).
1975 – Sotto la regia di Alessandro Colombini
della Produzioni Associati, la band meneghina Maxophone entra negli
studi della Ricordi di Milano per cominciare le incisioni del loro primo album
omonimo. Mai miglior sintesi di stile si è verificata in un album di
progressive italiano (se si escludono i capolavori prodotti dalle band più
note).
Maxophone condensa influenze e prestiti ma li ridefinisce secondo una
dettagliata scrittura musicale di insieme, tale da definire questo album un
prodotto sicuramente esemplare nel suo genere. Se un neofita ci chiedesse cosa
sia stato il progressive rock italiano degli anni Settanta, basterà indicargli Maxophone
come un modello chiaro e (con)vincente. Musica classica di fattura cameristica,
jazz tradizionale e contaminato (dal Dixieland alla fusion), rock sinfonico,
canzone d’autore, blues, gospel. Cosa volere di più?
Ma a febbraio di quest’anno sono usciti
anche: Fly by Night (Rush), High Voltage (AC/DC), Rock’n Roll
(John Lennon), Physical Graffiti (Led Zeppelin), Song for America
(Kansas) e Visions of Emerald Beyond (Mahavishnu Orchestra).
1985 – L’11 febbraio gli Smiths pubblicano
Meat is Murder. Va detto che l’esordio dell’album omonimo (editato nel
1984), non aveva soddisfatto al massimo la band di Manchester: lo stesso Morrissey
si era sentito frainteso dal pubblico, segno che, probabilmente, dal suo punto
di vista, fosse necessaria una svolta, o almeno, un tentativo di comunicare in
maniera più netta il proprio messaggio.
Meat is Murder sarà proprio
questo: già il titolo – che potremmo tradurre “Carne da macello” – richiama
alla battaglia animalista e vegetariana dello stesso Morrissey; si tratta di un
album fortemente politico che non rinuncia a critiche verso il sistema
scolastico (The Headmaster Ritual) e che denuncia il clima di violenze
delle periferie urbane (Rusholme Ruffians), il disagio sociale ed
esistenziale (I Want the One I Can't Have), la manipolazione del sistema
(That Joke Isn't Funny Anymore), la diseguaglianza (Nowhere Fast,
in cui non manca una critica alla monarchia britannica). Quando passa dal
pubblico al privato, Morrissey ci narra di amori disperati, appesantiti
dall’incomunicabilità e dalla solitudine (Well I Wonder) o di violenze
domestiche in cui le vittime più segnate sono i bambini (Barbarism Begins at
Home). Il sound, grazie soprattutto alle originali invenzioni della
chitarra di Marr, spaziano dal punk al funk, sfiorando il rockabilly, il
country, il dark e la folk ballad. La vera New
Wave.
Altre uscite di febbraio: l’esordio di Whitney Houston, Vulture
Culture (Alan Parsons Project), No Jacket Required (Phil Collins) e Songs
from the Big Chair (Tears for Fears).
1995 – È il 1° febbraio. Richy James Edwards,
chitarrista e paroliere della band gallese Manic Street Preachers, sparisce
misteriosamente. Dopo quattordici giorni, la sua auto verrà ritrovata in
prossimità delle rive del Severn (tra Galles e Inghilterra), ma di lui nessuna
traccia. La famiglia aveva già avuto modo di dichiararlo legalmente morto dal
2002, però, non soddisfatta delle indagini della Polizia britannica, e sulle
ali di una speranza mai sopita, aspetterà fino al 2008.
Il ragazzo era entrato
nella band agli inizi degli anni Novanta e, nonostante il talento, mostrò
subito di essere schiavo di una serie di problemi legati ad una personalità
assai fragile. Edwards era un po' il Syd Barrett dei Manics, per di più
alternava momenti di autolesionismo a psicosi di ogni tipo, nonché
comportamenti pubblici piuttosto trasgressivi. Eppure, con Edwards la band dette
alle stampe 3 album accattivanti (Generation
Terrorists, Gold Against the Soul e
The Holy Bible), capaci di miscelare
aggressività punk, ruvidezze hard e inaspettate melodie orecchiabili su liriche
pregnanti.
Circa la sua scomparsa, si sono scatenate le
ipotesi più disparate: c’è chi ha parlato di suicidio (con un corpo mai
ritrovato nel Severn) e chi di scomparsa volontaria (con avvistamenti in India
e alle Canarie). Aveva 27 anni (il numero maledetto che ritorna…).
(reunion formazione originale del
’74) and Friends
Teatro Agnelli di Torino
Sabato 22 febbraio 2025
Una serata speciale dedicata al genio
musicale di Arturo Vitale, membro storico degli Arti & Mestieri. I
componenti originali della band (1974), insieme a numerosi amici musicisti che
hanno condiviso con lui momenti unici, si sono riuniti per eseguire i brani che
portano la firma inconfondibile di Arturo. Un omaggio vibrante al suo talento,
alla sua visione artistica e al suo contributo al mondo della musica
Riappropriarsi della musica 50 anni dopo con la formazione originale degli Anni '70. Fantastico concerto ieri sera - al Teatro Agnelli di Torino - degli ARTI E MESTIERIper ricordare Arturo Vitale, il loro compagno scomparso il 18 gennaio dello scorso anno. Gran finale con Gigi Venegoni, Furio Chirico, Giovanni Vigliar, Marco Gallesi, Beppe Crovella, Alfredo Ponissi, Lautaro Acosta.
E ancora: Piero Mortara, Roberto Puggioni e tutti i musicisti che continuano ad onorare il cammino del prestigioso combo torinese.
Tutto il mondo parla di pace, ma
nessuno educa per la pace, la gente educa per la competizione e questo è il
principio di ogni guerra. Quando educheremo per cooperare ed essere solidari
uno con l'altro, quel giorno staremo educando per la pace.
Maria Montessori
Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano
Wazza
Ricordo dal blog "Il corsaro"
È inutile provare a racchiudere in poche righe ciò che
Francesco Di Giacomo ha rappresentato per la storia della musica e per molti di
noi. Lui stesso avrebbe probabilmente chiesto di non sprecare un discorso di
commiato per chi non è più, perché se una voce e una canzone hanno lasciato un
segno, queste appartengono soltanto alla vita. E la voce di Di Giacomo è stata
e continuerà ad essere per tanti, forse troppi, quella di un poeta che si è
fatto prepotentemente largo fin dentro la testa, senza cessare più di
sorprenderlo, ‘come una malattia’. Perché il Banco del mutuo soccorso non è
stato soltanto un evento rivoluzionario per il pop italiano e una pietra
miliare per il rock sinfonico a livello internazionale, ma ancor di più il
culmine insuperato di una poetica che ha saputo coniugare l’altezza di una
ricchissima creatività musicale alla profondità vertiginosa delle parole
cantate.
Ognuno di quegli album pubblicati tra l’inizio e la fine
degli anni ’70, periodo in cui si concentra la massima espressione artistica
del Banco, rompe in chi ascolta ogni barriera tra la musica e la filosofia, tra
la potenza del prog-rock e un esistenzialismo spinto alle sue estreme
conseguenze, sempre in bilico tra la gioia della volontà e il dolore della
ragione. Il manifesto poetico di questo primo periodo del Banco è contenuto
tutto nei primi versi ispirati all’Orlando furioso della traccia In Volo che apre
il primo LP omonimo “Banco del mutuo soccorso” del ’72, con cui la band romana
scalerà rapidamente le vette del successo in Italia e all’estero: “Lascia
lente le briglie del tuo ippogrifo, o Astolfo, / e sfrena il tuo volo dove più
ferve l'opera dell'uomo. / Però non ingannarmi con false immagini / ma lascia
che io veda la verità / e possa poi toccare il giusto”.
Una visione profondamente materialista della realtà unita a
un’insopprimibile tensione morale: così Di Giacomo traduceva in canzoni la sua
fiera identità “ultra comunista”, come diceva di sé stesso. Questo il senso di
un rock che pretendeva di essere una tagliente arma culturale senza mai perdere
un potente lirismo epico. Tutte le questioni più drammatiche e pressanti
trovavano così la propria trasfigurazione su un piano poetico universale, senza
mai confinarsi a cronaca dell’attualità o ideologia di partito: è il caso, ad
esempio, di R.I.P., in cui i disastri della guerra vengono raccontati
attraverso un incalzante groove rock che improvvisamente si sospende in lento
corale conclusivo, o de Il giardino del mago, suite visionaria e immaginifica
in cui a parlare è proprio un uomo a metà strada tra la vita e la morte.
A distanza di pochi mesi dal primo album il tastierista e
compositore Vittorio Nocenzi, fondatore e mente compositiva del Banco,
partorisce Darwin!, primo concept album italiano in assoluto, che consacrerà la
band a punto di riferimento nella scena rock internazionale. Un album
pedagogico, con cui Di Giacomo e Nocenzi chiedono di “provare a pensare un po’
diverso”, abbandonando l’oscurantismo e le facili illusioni di tutte le
religioni per accettare la sfida di un’esistenza drammatica, in cui la volontà
umana possa scoprire la propria dignità anche di fronte all’ineluttabile “ruota
gigante del tempo” che scandisce il macabro walzer conclusivo di Ed io domando
tempo al tempo e lui mi risponde: ‘Non ne ho!’.
Nel nulla di ogni verità trascendente l’uomo può trovare il
solo senso della storia nella creazione della sua libertà come potenza
rivoluzionaria contro ogni oppressione: questo l’insegnamento che consegnano Io
sono nato libero (1973), titolo che è allo stesso tempo l’affermazione
stentorea del condannato a morte che invita le donne piangenti a “non sprecare”
per lui “una messa da requiem” (nel primo brano Canto nomade per un prigioniero
politico), e Come in un’ultima cena (1976), concept album in cui la metafora
evangelica viene ricondotta al percorso esistenziale di una volontà che solo
attraverso la comprensione del male può superare se stessa “nella vita
vecchia /eppure così nuova / non nella specie / ma nella dimensione”.
Questo stesso disco sarà prodotto (e tradotto in inglese) dalla casa
discografica, la Manticore (fondata da Emerson, Lake e Palmer), con cui il
Banco aveva debuttato presso il pubblico internazionale nel ’75 con la prima
raccolta di brani riadattati in inglese. Stessa casa che produrrà il primo
lavoro solo strumentale della band, la colonna sonora del film di Luigi Faccini
tratto dal romanzo di Vittorini Il garofano rosso, in cui Di Giacomo
resta dietro le quinte per curarne una vera e propria introduzione e guida
all’ascolto a partire da un lavoro di documentazione storica. Un gioiello,
spesso ingiustamente trascurato dalla critica, tra cui spiccano composizioni
monumentali come Suggestioni di un ritorno in campagna. La stagione più
creativamente fortunata del Banco si chiude – forse nella coscienza stessa
della band - con Capolinea, un live storico che ripercorre con audaci
arrangiamenti per fiati da big band, sviluppando le sonorità folk dell’album
uscito lo stesso anno, Canto di primavera (‘79), in cui i virtuosismi del rock
più progressive lasciano spazio a un’atmosfera pastorale e mediterranea, solare
e allo stesso tempo cupa, in un intreccio di ‘allegra malinconia’ che segna
probabilmente il punto di arrivo della loro poetica.
Ma il testamento vero e proprio con cui si chiude la prima
fase della carriera del Banco, quella su cui ci siamo soffermati qui
ritenendola - a nostro avviso - la massima espressione artistica della band
romana, è senz’altro la suite sinfonica …di terra (’78), per cui Francesco Di
Giacomo compone i versi che faranno da titolo dei diversi brani, concentrando
come non mai il senso del suo messaggio. Ed è con questi versi che concludiamo
questo breve ricordo di un gigante della musica contemporanea, la cui voce non
smetterà di segnare chi ha avuto il privilegio di ascoltarlo, chi avrà la
fortuna di imbattersi sempre e di nuovo nelle sue canzoni.
Nando Boninicon l’EP The Knights Of The Last Day,
uscito per l’etichetta Videoradio Channel di Giuseppe Aleo, firma
un concept album strumentale ambizioso e ricco di sfumature, in cui musica e
narrazione si intrecciano per creare un'atmosfera quasi cinematografica.
L’album rappresenta un viaggio sonoro in grado di coinvolgere l’ascoltatore,
sia a livello emotivo che intellettuale.
Dal punto di vista musicale, Bonini dimostra una notevole
abilità nel combinare elementi rock e metal con influenze sinfoniche. L’uso di
orchestrazioni e sintetizzatori crea un’atmosfera epica e immersiva, con brani
che spaziano da momenti più aggressivi e potenti a passaggi più intimi e
riflessivi. L’equilibrio tra questi elementi conferisce al disco un’identità
sonora coerente e avvolgente.
Per quei pochi che non dovessero conoscere Nando Bonini … sto
parlando di un musicista e compositore italiano che ha iniziato la sua carriera
a soli 6 anni. Fin da giovane, ha formato gruppi e collaborato con diversi
artisti, culminando con una lunga collaborazione con Vasco Rossi
(1991-2004) che ne ha consolidato la reputazione. Dal 1995 ha intrapreso un
profondo percorso di conversione, dedicandosi a musical e progetti teatrali di
ispirazione cristiana, e dal 2003 conduce i "Concerti Testimonianza".
Nel 2019 ha ricevuto il Premio San Giorgio, riconoscimento del suo
impegno artistico e spirituale.
L'album, interamente strumentale, vede Bonini impegnato sia
nella composizione che nell'esecuzione di tutti gli strumenti.
Come scritto sopra il disco fonde molto bene elementi rock e
metal con influenze sinfoniche, creando un sound denso e avvolgente. L'uso
sapiente di orchestrazioni ed effetti elettronici conferisce alle tracce un
carattere epico, capace di trasportare l'ascoltatore in un viaggio tra
ambientazioni tanto cupe quanto affascinanti.
La cura della produzione regala una ricchezza di dettagli
sonori, trasformando l'ascolto in un'esperienza immersiva e quasi tattile. Il
disco non si limita a proporre una serie di canzoni, ma diventa un invito a
esplorare emozioni e significati nascosti, in un mondo in cui la forza del
racconto si unisce alla potenza della musica.
L'album si inaugura con la maestosa "The Knights Of The Last Day (ouverture)", un brano che cattura l'attenzione con la
sua forza espressiva e la profondità emotiva. La traccia, interamente
strumentale, alterna con maestria momenti di tranquillità a esplosioni sonore,
trasmettendo sensazioni potenti e intime. Bonini eccelle nel plasmare
un’atmosfera avvolgente e suggestiva, orientando l’ascoltatore verso l'universo
sonoro che si dipanerà nelle tracce successive. Un’introduzione che stimola la
curiosità e l’interesse per il resto dell’opera.
"The Red Horse" esplode con una forza
intensa, creando un'atmosfera di conflitto e agitazione. La musica è veloce e
carica, rispecchiando l'energia distruttiva del cavallo rosso, simbolo di
guerra. Bonini alterna momenti di grande tensione a brevi pause, trasmettendo
la sensazione di un combattimento senza fine. Il brano coinvolge l’ascoltatore
con un’energia inarrestabile, portandolo in un mondo caotico e potente.
"The Green Horse" travolge l’ascoltatore,
con la chitarra di Bonini che ne è la vera protagonista. Il suo suono energico
e incisivo guida la traccia, con assoli rapidi e intensi che aggiungono un
forte senso di dinamismo e vitalità. La musica è frenetica, ma la chitarra
riesce a mantenere una qualità melodica che suggerisce un’idea di rinascita e
movimento inarrestabile. Bonini, con il suo tocco distintivo, riesce a
trasformare il ritmo veloce in un'esperienza elettrizzante, offrendo una
traccia che cattura l’ascoltatore e lo spinge in un viaggio sonoro ricco di
energia e ottimismo.
"The Black Horse" può essere considerato a
tutti gli effetti un brano prog, grazie ai suoi caratteristici cambi di tempo,
di umore e l'uso del moog. Inizia con un arpeggio di chitarra delicato, creando
un'atmosfera intima prima di esplodere in una sequenza di sviluppi musicali
complessi. La traccia alterna momenti di calma a esplosioni di energia, con
riff potenti e assoli di moog che portano un tocco psichedelico e sperimentale,
tipico del prog. I continui cambi di ritmo e l’abilità di Bonini nel mescolare
elementi diversi rendono il brano un esempio affascinante di prog moderno.
L’EP si conclude con “The White Horse”, brano hard
rock che offre un senso di speranza e rinnovamento, in contrasto con la
tensione e l'intensità delle tracce precedenti. La chitarra di Bonini è ancora
protagonista, ma questa volta con melodie più brillanti e positive. La traccia
si sviluppa con un ritmo incalzante e un’atmosfera solenne, che evoca
l’immagine del cavallo bianco, simbolo di purificazione e salvezza Bonini
mescola abilmente complessità e melodia, offrendo un finale che lascia
un'impressione forte e positiva.
Se siete amanti della musica vera, quella suonata con tecnica
ma anche con tanta passione, sudore e cuore questo disco è per voi.
Limite Acque Sicure –
“Un’altra mano di carte” (2024)
di Alberto Sgarlato
Limite Acque Sicure. Una band che già
nel nome contiene un messaggio chiaro, fatto di voglia di osare, di uscire
dalla cosiddetta “comfort zone”, di rischiare verso nuove soluzioni al di fuori
dei canoni consueti. E se già il loro album d’esordio, datato 2022, sceglieva
come titolo il nome stesso della band, a simboleggiare come questa ricerca e
questo tumulto interiore potesse diventare un concept-album sul tema del
viaggio e del coraggio, il secondo album di fine 2024, “Un’altra mano di
carte”, lascia a sua volta intendere una prosecuzione di quei temi.
Il sestetto ferrarese, che comprende la
cantante e polistrumentista Ambra Bianchi (flauto e arpa), il cantante
solista Andrea Chendi, il tastierista Antonello Giovannelli, il
bassista Francesco Gigante, il chitarrista Luca Trabanelli e il
batterista Paolo Bolognesi, consegna dunque alle stampe sei tracce nelle
quali il tema della voglia di rimettersi in gioco di fronte alle sfide della
vita fa da filo conduttore.
Oniriche e sibilanti sonorità elettroniche
annunciano “Joker”, prima traccia del disco, immediatamente
scandita da un roccioso riff dal sapore quasi blacksabbathiano; qui la chitarra
è principe, sia nei temi, sia nelle divagazioni soliste, sempre ben supportata
da un gran lavoro di tastiere (soprattutto Hammond e Moog) e da una presente
sezione ritmica. L’entrata del cantato costruita su una melodia volontariamente
frammentaria richiama alla mente i Gentle Giant.
Una vera e propria mini-suite, della durata
di circa 9 minuti, nella quale dal terzo minuto in poi le atmosfere cambiano
ancora drasticamente, tra il lirico e il teatrale, fino a un ritorno a sonorità
più rock per il lungo crescendo finale.
“Il racconto di Juan della sua terra”
è invece introdotta da atmosfere pastorali, affidate al flauto e al Mellotron,
che ben presto crescono e sbocciano in un arioso prog melodico di tipico gusto
italiano classico, tra gli arpeggi delle chitarre acustiche e i ricami del
Moog. C’è quasi qualcosa di remotamente battistiano nelle parti più
cantautorali della traccia. Il brano prosegue in un sapiente alternarsi di
momenti più intimi, tra piano e string-machines (le tastiere per archi), ed
altri più duri affidati alla chitarra e a un “sanguigno” lavoro di una sempre
precisa e accurata sezione ritmica.
“Natale 1914” … Il I grande
conflitto mondiale si sta purtroppo consumando, metaforicamente rappresentato
qui da un marziale uso del rullante e del flauto. L’intensità tragica del
cantato non può non evocare il grande Francesco Di Giacomo del Banco. Siamo
tutti “fratelli inermi” anche se la follia di chi ci governa ci trasforma
nostro malgrado in “fratelli in armi”, come recitano le accorate liriche del
brano.
Profumo di Banco anche negli eleganti
dialoghi costruiti tra il pianoforte e la chitarra acustica nelle parti più
intimiste, tra i sintetizzatori e la chitarra elettrica nei momenti più
rabbiosi.
“… Non il Bergerac” è
introdotta da una magistrale partitura per pianoforte, capace di lasciare
l’ascoltatore a bocca aperta, mentre l’alternarsi di parti più veloci e altre
più struggenti si dipana sulla falsariga dello stile già ottimamente collaudato
nel brano precedente.
Sonorità mediterranee, tra vocalizzi
femminili, percussioni, fisarmoniche e chitarre arpeggiate, aprono le danze in
“Chita”. Se è vero che in tutto il Pianeta, ormai da decenni, la
sigla RPI indica il Rock Progressivo Italiano come genere a sé stante, capace
di fondere il rock e il jazz con le suggestioni dei nostri luoghi e della
nostra storia, allora questo brano è destinato ad affermarsi come uno dei suoi
più nobili manifesti. E anche stavolta ci troviamo di fronte a una vera
mini-suite di oltre 9 minuti, densa di colpi di scena nella sua struttura.
La band si congeda con “Storie perdute”.
E lo fa nel migliore dei modi, a cominciare dal poderoso muro di suono generato
da un Hammond distorto dal sapore emersoniano ben sorretto dai cori del
Mellotron. Sonorità aspramente vintage squisitamente poste al servizio di un
sound che invece risulta attuale nella freschezza del cantato, delle ritmiche,
dei riff chitarristici.
Abbiamo ormai ribadito a più riprese che la
durata media delle singole tracce oscilla tra gli 8 e i 9 minuti e, ovviamente,
anche questo gran finale, non fa eccezione. Il testo cita personaggi (il Joker)
ed evoca tra le righe riferimenti agli altri brani, degna chiusura di un
cerchio come in ogni concept che si rispetti.
A questo punto, dopo una prova così
convincente, non ci resta che restare con grande piacere in attesa “della
prossima mano di carte”.