La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
lunedì 28 aprile 2025
Mick Ronson: era il 29 aprile
Il compleanno di Eddie Jobson
Compie gli anni oggi, 28 aprile,
Eddie Jobson, tastierista, violinista.
Forse si fa prima a scrivere con chi
"non" ha suonato... enfant prodige, entra ancora minorenne nei Curved
Air; nel 1973 sostituisce Brian Eno nei Roxy Music e inizia una carriera straordinaria,
sino a che, nel 1976, approda alla corte di Frank Zappa.
Fonda il supergruppo degli UK, con
Allan Holdsworth, Bill Bruford e John Wetton.
Durante il tour americano del 1979, come "spalla" dei Jethro Tull, si "invaghisce" (musicalmente) di Ian Anderson ed entra nel suo riformato gruppo dopo il "sisma" di “Bursting Out!” Dave Pegg, ama raccontare questo aneddoto: "Eddie sul palco era circondato da tastiere, che suonava contemporaneamente con le due mani, da entrambi i lati; alla fine del soundcheck gli allontanavo le tastiere di quel tanto che Eddie non ci potesse arrivare..." forse è per questo che se n’è andato subito?
Dalla metà degli anni '80 si dedica
alla carriera solista, sperimentazione e colonne sonore; forma poi gli UKZ.
È stato special guest con gli Yes, King Crimson, Deep Purple, Fairport Convention, Brian Ferry, Bill Bruford, Phil Collins, Amazing Blondel… vado avanti?
Nel 2012, insieme a John Wetton, e
Terry Bozzio, ha riformato gli "UK", ottenendo sold out in tutti i
concerti. Insomma, un fenomeno.
Nell’aprile 2017, insieme a Marc
Bonilla, ha portato in tour un tributo a John Wetton e Keith Emerson chiamato
“Fallen Angels Tour”.
Nel 2019 viene inserito nella Rockand Roll Hall of Fame come membro dei Roxy Music.
Happy Birthday Eddie!
Wazza
venerdì 25 aprile 2025
Compie gli anni Fish
Compie gli anni oggi, 25 aprile,
Fish (Derek Dick), voce del gruppo rock
britannico Marillion dal 1981 al 1988.
Il singolo ”Kayleigh" arrivò al
secondo posto nel Regno Unito nel 1985.
"Lasciati i Marillion, Fish evolve in artista solista e attore occasionale.
Di tutto un Pop…
Wazza
Grande fan dei Jethro Tull, del
connazionale Ian Anderson
giovedì 24 aprile 2025
RocKalendario del secolo scorso – Aprile, di Riccardo Storti
RocKalendario del secolo scorso – Aprile
di Riccardo Storti
1955 – Alla fine dell’Ottocento c’era un inventore svedese, tale Carl Lindström, creatore di grammofoni e fonografi, che decise di fondare una ditta in Germania, denominata “Parlophon”. Nel 1923 si occupò di produzioni discografiche jazzistiche, ma quattro anni più tardi l’azienda venne assorbita dalla britannica Columbia. Quest’ultima, nel 1931, si fuse con la Gramophone per dare vita alla EMI; intanto, nel frattempo, alla sotto-etichetta di origine teutonica si aggiunse la “e” finale e la Parlophone continuò a dedicarsi al jazz e all’intrattenimento. Nel 1950 viene assunto un giovane diplomato della Guildhall School of Music and Drama: costui si chiamava George Martin e aveva lavorato già qualche anno alla BBC.
Martin si farà notare subito per lo spirito intraprendente e l’indubbio talento di arrangiatore, così il 1° aprile del 1955, all’età di 29 anni, divenne responsabile dell'A&R (artisti e repertorio). In una carriera durata più di sei decenni, è oggi considerato uno dei più grandi produttori discografici di tutti i tempi, con 30 singoli arrivati al primo posto nel Regno Unito e 23 negli Stati Uniti. Ecco qui una delle prime produzioni del 1955 che sanno di jazz ma guardano chiaramente al rock’n’roll.
1965 – È il 9 aprile, quando irrompono sulla scena gli Zombies (non ancora quelli di Romero!): Begin Here segna l’esordio discografico della band di St. Albans. Immerso nel contesto beat inglese, l’album si distingue per un approccio più raffinato e malinconico rispetto a molte delle band contemporanee. Gli Zombies si mettono in mostra per l’uso elegante dell’organo elettrico di Rod Argent, le armonie vocali sofisticate e l’intensità interpretativa di Colin Blunstone.
Tra i brani più rilevanti spiccano She’s Not There, il loro primo grande successo internazionale (poi ripreso da Santana in Moonflower nel 1978), e The Way I Feel Inside, canzone dal forte afflato intimista per voce e organo. Interessanti anche alcune delle cover presenti nel disco, come You've Really Got a Hold on Me di Smokey Robinson (già ripresa dai Beatles in With the Beatles) in medley con Bring It On Home to Me di Sam Cooke, e una sorprendente versione di Summertime di Gershwin, in modalità waltz-jazz con un efficace solo al piano elettrico Hohner Pianet di Argent. Begin Here è oggi riconosciuto come una pietra miliare del primo pop britannico, capace di sapere unire energia e raffinatezza musicale.
1975 – Sperimentazione rock e canzone d’autore irrompono alla grande negli studi della Cramps, quando il 21 aprile esce Non gettate alcun oggetto dai finestrini, esordio di Eugenio Finardi. Emblematica la fotografia in copertina che ritrae il musicista dietro alle sbarre: in realtà si tratta di una gabbia che va a coprire solo la testa, insomma una bella metafora immaginifica, studiata ad arte da quel genio di Gianni Sassi con la realizzazione istantanea dell’obiettivo di Cesare Monti. L’opener Se solo avessi è un bel pugno nello stomaco, anche grazie alle svise della chitarra di Camerini e del violino di Lucio Fabbri, mentre la coppia ritmica Bullen – Calloni conferisce il giusto passo al motore rock del brano.
Il versante più cantautorale non è esente di originalità come nella ballata Quando stai per cominciare o nel remake hard di un classico della canzone di protesta come Saluteremo Signor Padrone oppure nella delicatezza scritturale di Storia della mente, composta con Claudio Rocchi. Stesso afflato poetico in Afghanistan (firmata anche da Camerini), Caramba (attualissima) e Take It Easy. Occhio, anzi, orecchio al sottofondo perché ci sono certi suoni provenienti da altri mondi (le “porte del cosmo che stanno su in Germania”?): li hanno prodotti il moog di Giuseppe “Baffo” Banfi del Biglietto per l’Inferno e il VCS3 di un certo Franc Ionia (sì, Franco Battiato).
1985 – A proposito di Battiato, nell’aprile di quest’anno il catanese fa uscire un nuovo album – Mondi lontanissimi – e una raccolta di canzoni in inglese - Echoes of Sufi Dances. Il primo è il risultato di una pausa transitoria con un parziale allentamento del sound elettronico e il reintegro di strumenti acustici (attraverso la rinnovata supervisione di Giusto Pio): si vede all’orizzonte il “Battiato che sarà” di Fisiognomica, benché persista la presenza dei sequencer e delle batterie elettroniche. Quanto ai temi trattati, c’è un ritorno alle tematiche apocalittico-fantascientifiche (Via Lattea e No Time Non Space) con adeguati approfondimenti esistenziali, sempre mediati dalla filosofia di Gurdjieff (L’animale).
Il resto è una sensata reprise di canzoni già edite in precedenza da Alice (Chan-son
egocentrique e I treni di Tozeur) e da Battiato stesso (Il re del
mondo qui con un nuovo arrangiamento e Temporary Road, passata in TV
nel 1983); omaggio alla propria terra in Risveglio di primavera in
continuità con le precedenti Mal d’Africa e Stranizza d’amuri.
Quanto a Echoes of Sufi Dances, tale progetto discografico, volto a fare conoscere il compositore in ambito anglosassone, si rivelò un fallimento a causa di discutibilissime traduzioni letterali – oggi diremmo – “copia e incolla”, incapaci di trasmettere l’essenza del mondo lirico e poetico di Battiato.
1995 – Sempre in formissima i King Crimson. E chi li abbatte, quelli? Un solo album in tutti gli anni Novanta, ma una pietra miliare del decennio. Portano in campo un’esperienza paurosa, sanno stare la passo con i tempi e, come accadde negli anni Ottanta, il loro Thrak – uscito il 3 aprile – si cala subito nel sound contempoaneo, fondendo nel proprio linguaggio stilistico scorie provenienti da ambiti inediti come il grunge, il math rock, l’heavy metal, il noise e il nu jazz. Con il demiurgico e quintessenziale Robert Fripp, accompagnato dai sodali Belew, Bruford e Levin, si aggiungono un ulteriore elemento percussivo, Pat Mastelotto e una specie di bassista che proprio bassista non è per gli esiti timbrici del suo strumento, infatti, il nuovo arrivato Trey Gunn suona lo stick.
L’album è perfetto e snocciola una serie di composizioni di livello sopraffino, che sintetizzano al meglio quello che i King Crimson erano nel 1995 (e non nel nostalgico passato): la forza dinamica della title track e di Vroom, le allucinazioni di Code: Marine 475 e di Radio, gli insospettabili lasciti melodici beatlesiani di Dinosaur e della ballad pseudo-lennoniana Walking on Air, il rumorismo intelligente di B’Boom, le ombre raffinate di Inner Garden, il funky strisciante di People (tra Peter Gabriel e RHCP), le mosse latine di One Time, le eresie blues tra Prince e Nirvana in Sex Sleep Eat Drink Dream. Un capolavoro che, a distanza di trent’anni, non ha ancora perso smalto.
martedì 22 aprile 2025
THE TRANCE DIMENSIONALS feat. NIK TURNER-“SPACE ANGELS"-Commento di Andrea Pintelli
THE TRANCE DIMENSIONALS
feat. NIK TURNER
“SPACE ANGELS"
Di Andrea Pintelli
Lo
scorso gennaio è uscito il secondo album dei The Trance Dimensionals, creatura di Steve Hillman. Intitolato Space Angels, prodotto e distribuito dalla Black Widow Records (gloria
sempre) è la prosecuzione di Synchronicity del 2022, e viaggia più che
mai sulle ali dello space rock, chiaramente influenzato dai maestri Gong e
Hawkwind. Steve ha una lunga carriera alle spalle iniziata agli albori degli
anni Settanta come sperimentatore di suoni elettronici, tramite il suo audio
generator, prendendo spunto da immensità quali Tangerine Dream e Amon Düül.
Proseguita come tastierista e chitarrista negli anni Ottanta e Novanta, ha via
via sfornato dischi d’assoluto interesse in ambito prog e, appunto, space rock,
diventando a sua volta un riferimento per le nuove generazioni. Space Angels
è (anche) l’ultima collaborazione di Nik Turner, il quale è
deceduto durante la sua lavorazione e a cui l’opera è dedicata.
Il
tutto inizia con una suite dai sapori decisamente d’altrove, ma netti e
inequivocabilmente rock, che include Space
Groovin’, N.D.E., e The Journey Beyond. La prima si avvale
di un intro a base di vento cosmico che ne delinea fin da subito l’ambito
space, aprendosi a un tempo ben sostenuto, dove le rocciose chitarre ne tessono
la trama e l’inserto di sax dona quella fantasia che ne completa la favola. La
seconda parte ha toni più soffusi e sognanti, ingentiliti da magnifiche
tastiere che con poche note costruiscono, da sole, un ambiente inafferrabile.
La terza parte è improvvisazione del sax di Turner e voce narrante di Angel
Flame. Si passa poi a Space Angel, tremendamente
hard space, che non lascia spazio a dubbi sul proprio impeto. Essa ha andamento
marcato e granitico, senza fronzoli, senza cordialità varie. Il successivo
combo Moon Dancer e Amunet viaggia su tempi maggiormente
mitigati, ma le invenzioni di batteria di Dai Rees rendono la prima parte
cattiva e piena di livore, mentre la seconda si concentra su percussioni
tribali e un esercizio chitarristico di notevole bravura compositiva. Poi altra
suite costruita su tre brani, ossia Field of Reeds, D-Rider, e Transdimensional Beings. Sbalordisce il
passaggio stilistico della prima parte, quasi giocosa, sicuramente
psichedelica, in special modo nella voce che ne istruisce l’evocazione sinistra
del collocamento. Con diffusa forza espressiva si passa alla seconda traccia
dove la forma canzone si trova d’accordo con i suoi toni poco edificanti; quasi
una nenia per adulti, dove Hillman ha spazio per le sue mirabolanti creazioni, rendendolo
protagonista indiscusso. L’ultima stazione cosmica, è proprio il caso di
scriverlo, su quale pianeta si trova? Il titolo ne esterna il significato
nascosto. Higher and Higher fa
ripartire la navicella dei The Trance Dimensionals con motori caldi e
rodatissimi, in un piacevole contesto mid-tempo dominato dal sicuro basso di
Dave Anderson e dalla voce astrale di Mr. Dibs. In ultimo, ecco Slinky, un po’ swing (Clog), un po’ free
(Turner). Chiusura strana e stranita, carica di sarcasmo e magia.
Tracklist:
SPACE GROOVIN’ / N.D.E. / THE JOURNEY BEYOND 11:44
SPACE ANGEL 3:48
MOON DANCER / AMULET 6:28
FIELD OF REEDS / D-RIDER / TRANSDIMENSIONAL BEINGS 12:24
HIGHER AND HIGHER 4:04
SLINKY 1:57
Line up:
ANGEL FLAME: vocals
DAVE ANDERSON: bass
MIKE BEW: vocals & bass on “Moon Dancer” &
bass duet with Dave on “Field of Reeds”
STEVE HILLMAN: guitar, keyboards & synths
DAI REES: drums & percussions
feat. NIK TURNER: vocals sax & flute
Special guests:
CLOG: fretless bass on “Slinky”
JEZ CREEK: cosmic oscillations
MR. DIBS: vocals on “Higher and Higher”
Music,
lyrics and narratives by Steve Hillman except: Space Groovin' & N.D.E.
lyrics by Nik & Steve
Nik improvised sax on The Journey Beyond &
Slinky and improvised flute on Transdimensional Beings
D-Rider music and lyrics by Nik Turner Published
by EMI United Partnership Ltd.
Higher and Higher lyrics by Dai Rees
Nik Recorded at Foel Studio, Wales, April 2018
& June 2021 Engineered by Mike Bew
Angel, Dave, Dai and Mike recorded at Foel Studio,
Wales, June 2023 Engineered by Mike Bew
Mixed & produced at Foel Studio, Wales, by Dave,
Mike, Steve & Dai
Mastered by Ian Anderson at The Sonic Surgery,
Scotland
Front cover art & custom typography by Nick
Beery aka Beery Method
per contatti:
Il 22 aprile 1945 nasceva Demetrio Stratos
Gli Dei se ne vanno, gli arrabbiati restano!
Buon compleanno Demetrio…
Wazza
Demetrio Stratos, alias Efstràtios Dimitrìu (nato il 22 aprile 1945), è una delle figure più iconiche e leggendarie della storia del rock "colto" - ma anche della musica (italiana e non).
Il cantante, polistrumentista e musicologo di origine greca (poi naturalizzato italiano) è notissimo per essere stato frontman prima de I Ribelli e poi degli Area - una vera istituzione nei generi fusion e prog rock. Ma nel contempo si è dedicato a numerosi altri progetti, lavorando e collaborando con tanti colleghi e sperimentatori del suono.
Con gli Area incise cinque album fra
il 1973 e il 1978 - anno in cui abbandonò la band per dedicarsi totalmente ai
suoi studi nel campo della ricerca vocale. In questo ambito era riconosciuto
come un'autorità e infatti subito inanellò una serie di contatti e
collaborazioni con John Cage (che lo invitò a esibirsi al Roundabout Theatre di
New York), Merce Cunningham, la Dance Company, Andy Warhol, Jasper Johns...
Ma purtroppo la tragedia era in
agguato. Nel 1979, infatti, Stratos - appena trentaquattrenne - venne colpito
da una forma gravissima di anemia aplastica (ossia una insufficiente
produzione, nel midollo osseo, di cellule del sangue di tutti i tipi). Andò a
farsi curare presso il Memorial Hospital di New York, dove con costose terapie
e un trapianto di midollo osseo sembrava che avrebbe potuto ritrovare la
propria salute. Ma, proprio alla vigilia di un grande concerto organizzato da
amici musicisti italiani (fra cui la PFM) per raccogliere fondi da destinare a
pagare la degenza di Stratos, lui morì.
Era il 13 giugno del 1979.
sabato 19 aprile 2025
Tommaso Varisco – "Six String Eps", di Luca Paoli
Tommaso Varisco – Six String Eps
Di Luca Paoli
Ci sono storie che non si raccontano
solo con le parole, ma anche con sei corde. E a volte con sei EP
Quando la musica nasce da qualcosa di profondo, da un bisogno
vero, ogni nota diventa un passo di un cammino, ogni suono lascia un segno o
consola come una carezza.
Il progetto Six String EPs di Tommaso Varisco è questo: un diario sonoro fatto di intuizioni,
omaggi, pensieri in fuga e radici che riaffiorano.
Su MAT2020 oggi vi racconto una storia fuori dal
tempo, in bilico tra passato e presente, tra America interiore e inquietudini
collettive.
Una storia da leggere e da ascoltare in silenzio.
Ci sono storie che non si raccontano con le parole, ma con le
corde di una chitarra. E quando quelle corde sono sei, e gli EP altrettanti, si
ha tra le mani qualcosa che assomiglia a un diario intimo, lungo venticinque
anni.
Il progetto Six String EPs di Tommaso Varisco nasce da
lontano, eppure vive con intensità nel presente. Iniziato nell’autunno del
2024, si concluderà nell’inverno del 2026, ma più che una serie di
pubblicazioni è un percorso umano.
Sei EP che raccolgono brani inediti, scritti e pensati
nell’arco di un quarto di secolo: c’è chi direbbe che è un mosaico di tempi
diversi, ma è anche una linea continua, fatta di radici che affiorano e
pensieri che cercano forma.
Alcuni brani, come Stay In My Bed, affondano le loro
origini nel 1999, con il testo che ha preso corpo solo anni dopo, fino alla
stesura definitiva nel 2025. Altri, come Nest e Behind Your Line,
recuperano registrazioni casalinghe del 2012, nude, solo voce e chitarra.
Questo recupero del passato non è mai nostalgia fine a sé stessa, ma materia
viva, rimodellata oggi con cura e visione.
A dare coerenza a questo insieme è anche il lavoro
artigianale e profondo di Marco Degli Esposti, che nel suo studio Happenstance
ha registrato, arrangiato, suonato gran parte degli strumenti e coinvolto
musicisti da ogni parte del mondo. Il risultato è un’opera che respira libertà:
libera nei suoni, nelle strutture, nei generi. E proprio per questo
profondamente autentica.
La voce di Varisco è uno dei cardini di questa narrazione:
canta con misura, con sincerità, senza orpelli. È una voce che non cerca di
impressionare, ma di farsi ascoltare davvero. Una voce che porta il peso della
verità, del non detto, della fragilità umana. Ogni parola pronunciata sembra
trovare il proprio tempo e il proprio spazio, come se la musica stessa
attendesse il momento giusto per accadere.
Six String EPs è un viaggio che procede senza fretta, seguendo il ritmo
delle stagioni e delle emozioni. In The War EP, uscito nel novembre
2024, Varisco affronta il tema della guerra con sguardo lucido, senza retorica.
Behind Your Line, accompagnata da un videoclip intenso, scuote e invita a
guardare le cose in faccia: è una riflessione profonda sulla disumanizzazione,
ma anche un richiamo alla solidarietà e all’empatia.
La risposta a questo dolore arriva con The Longing For Peace EP (febbraio 2025), dove l’amore diventa riscatto e possibilità.
Brani come To Move On raccontano l’addio senza alzare la voce, in un
clima sospeso tra Helsinki e il vento d’autunno.
Ad aprile 2025 arriverà The Spring EP (Memories To
Remember), in cui il risveglio naturale si intreccia a quello interiore.
Liberation Day, registrato con un semplice telefonino, chiude l’EP con una
forza genuina: è una canzone civile, dedicata al 25 aprile, che non ha paura di
dire da che parte stare. La sua semplicità è la sua potenza.
A seguire, arriveranno Songs of Love (The Summer EP), Spaceboy
(The Autumn EP) e infine Driving Backwards (The Winter EP), con cui
Varisco sembra tornare alle origini, su una spiaggia d’inverno, nell’immobilità
dolce dell’infanzia. Non c’è finale più giusto per un’opera che non cerca un
traguardo, ma un senso.
Il suono, in generale, è semplice ma pieno di sfumature,
sempre diretto, mai ripetitivo. Alcuni musicisti arrivano da lontano – come Tin
Sky, Jorge Yacoman, Nadine Haberl, O'Man – e aggiungono il loro tocco in modo
leggero, senza mai rubare la scena.
Ogni brano dà l’idea di essere nato da un bisogno vero, e gli
arrangiamenti rispettano sempre l’anima della canzone. Six String EPs è
una proposta rara, fuori dal tempo e dalle mode.
Un racconto per chi ha voglia di ascoltare con attenzione, di
lasciarsi attraversare. Non promette soluzioni, ma suggerisce la possibilità di
trovare bellezza anche nella frattura, nella cicatrice, nel silenzio.
In un’epoca che corre, Varisco sceglie la lentezza. E ci
ricorda che, se ascoltiamo davvero, la musica può ancora essere rifugio,
specchio, o risposta.
mercoledì 16 aprile 2025
Dalle radici prog al cuore del disagio contemporaneo: "Burnout" di Laborious Breakdown-Commento di Alberto Sgarlato
Laborious Breakdown –
“Burnout” (2025)
di Alberto Sgarlato
Oggi, la nostra storia inizia partendo dai
Mogador e proseguendo con i Trewa: sono due band, i Mogador più legati al rock
progressivo classico, i Trewa più virati verso il folk-rock, ma ambedue
contaminate da innegabili influenze metal, che hanno visto la luce nel Comasco
durante il primo decennio degli anni 2000 e che hanno dato alle stampe quattro
album ciascuna.
Chi segue con affetto e trasporto la scena
progressiva italiana in tutte le sue declinazioni conosce bene questi due nomi.
E di conseguenza conosce il polistrumentista Luca
Briccola, che di entrambe ha fatto parte.
In questo 2025, Briccola annuncia il suo
debutto solista. E quando diciamo solista lo intendiamo nel senso più letterale
del termine, visto che in questo album l’artista comasco compone, produce e
suona tutti gli strumenti, svelando competenze tecniche davvero di altissimo
livello.
L’esperienza per fare ciò, maturata ormai in
quasi due decenni di produzioni e di collaborazioni, non gli manca. Briccola
sceglie però di non firmare l’album con il suo nome e cognome, bensì dietro una
sorta di pseudonimo progettuale, Laborious Breakdown.
L’album consta di una sola traccia
interamente strumentale, della durata di 42 minuti. Sappiamo che volendo si
possono raccontare interi romanzi, senza per questo dover cantare neanche una
singola parola. Pensiamo a un album come “Music inspired by the Snow Goose”,
dei Camel, che metteva in scena in forma strumentale gli orrori della battaglia
di Dunkirk rifacendosi all’omonima opera letteraria di Paul Gallico. O pensiamo
ancora a “Tubular bells”, di Mike Oldfield, che per le sensazioni di ansia e di
inquietudine che riusciva a generare attraverso alcune sue partiture, fu scelto
persino come colonna sonora da William Friedkin per il suo film “L’esorcista”.
Un altro aspetto fondamentale della musica è
quello di veicolare un messaggio forte all’interno dell’epoca in cui nasce:
così se i Camel in qualche modo negli anni ‘70 erano succubi di un conflitto
mondiale terminato da 30 anni ma che ancora, tramite la Guerra Fredda, sembrava
dietro l’angolo, se i Goblin, musicando le paure dei film di Dario Argento, in
realtà generavano una proiezione del senso di instabilità dell’Italia negli
anni di piombo, allo stesso modo Luca “Laborious Breakdown” Briccola, attraverso
la musica realizza un concept album dedicato a uno dei più grandi mali della
nostra epoca. Il disco si intitola “Burnout”,
e già il titolo riassume ogni cosa: con questa parola viene infatti descritta
la sindrome da stress da lavoro; in questo III Millennio da una parte
caratterizzato dalla velocità, dalla frenesia e da ritmi sempre più elevati,
dall’altra segnato da un’economia incentrata sul cosiddetto turbocapitalismo e
sul consumismo più sfrenato, solo in Italia e solo negli ultimi due anni circa
l’80% dei lavoratori ha sofferto o sta soffrendo di questo disturbo nervoso.
L’album “Burnout” potrebbe anche essere
inteso, in realtà, come quattro suite, della durata di circa una decina di
minuti ciascuna, caratterizzate da quattro titoli che riassumono le quattro
fasi della sindrome da burnout secondo la psicologia contemporanea. Ma
“spezzettare” l’opera in questa maniera significherebbe mortificarla, sminuirla
e non comprenderla nella sua interezza.
“Burnout” è concepito per essere un unico
brano e come tale va ascoltato, metabolizzato e assorbito per coglierne
profondamente l’essenza.
La fiamma dell’entusiasmo lavorativo che pian
piano va a spegnersi, le illusioni e le aspettative che si diradano, la rabbia
crescente, la sensazione di trovarsi davanti a vie di fuga che si affacciano
sul nulla. Così Briccola descrive poeticamente ciò che in psicologia è stato
diagnosticato e codificato.
E attraverso quei famosi 42 minuti di musica,
tutto ciò si traduce in una intro affidata a sibili, vento, dissonanze e
rumorismo che offrono la sensazione di crescita di questo disagio interiore;
qui ben presto prende forma un arpeggio chitarristico che segnerà il tema
portante della prima parte. Ma il brano accelera, tra riff chitarristici
ipercompressi su cui si snodano virtuosismi di sintetizzatore; un Hammond di
gusto hard-rock (si potrebbe pensare agli Uriah Heep o Kansas) “urla”
alternandosi con le acrobazie del Moog, mentre le chitarre sembrano continuare
a farsi via via più dure.
Non mancano, però, momenti in cui i soli
chitarristici, pur giocati su una tecnica elevata, si fanno a tratti più
melodici. E qui e là sembrano persino fare capolino dalle retrovie altri
sintetizzatori dai suoni metallici, percussivi e tintinnanti (qui la lezione
dei Goblin o del Mike Oldfield citati all’inizio, tra le righe sembra
trasparire).
Ma l’animo umano è fatto di mille sfumature e
lo scopo di questo disco è proprio quello di esplorarle tutte. Per cui, tra
momenti di puro metal prog e altri dove si fa protagonista un organo “figlio”
di “Brain Salad Surgery” degli ELP, non mancano inaspettate e ariose aperture
pianistiche e di gusto cameristico (ascoltare la parentesi tra il 15° e il 17°
minuto per credere, ma non è l’unica).
E spesso è proprio in questi momenti più soft
che si insinuano anche ricami chitarristici dai toni suadenti.
Verso il 25° minuto rientriamo nel tema
iniziale, virando da qui verso imprevedibili suggestioni di prog “pastorale”
(la scuola di artisti come Steve Hackett o Anthony Phillips è qui piuttosto
forte), ma in questo album i momenti di quiete sono quasi sempre preludio a
evoluzioni più tese ed energiche. Il tutto verso una toccante chiosa pianistica
che ci accompagnerà all’impennata finale.
Un album certamente non facile, che richiede numerosi ascolti e che impone concentrazione, ma che sa come arrivare dritto al cuore dell’ascoltatore.
sabato 12 aprile 2025
Schena- Commento all'album "La grazia invincibile"
Schena- La grazia invincibile
(La Stanza Nascosta Records)
Anticipato dal riuscito singolo Poesia
facile (testo di Dino Campana), è uscito per La Stanza
Nascosta Records “La grazia invincibile” di Schena.
La grazia invincibile è quella della natura,
quella della connessione tra poesia e natura, ma anche quella di un lavoro che
di una grazia invincibile sembra essere pervaso nelle melodie, negli
arrangiamenti e nella performance interpretativa.
Il paragone (lusinghiero) che ci viene in
mente, all’ascolto dell’album, è quello con Mille Baci di
Patrizia Cirulli, artefice di un “capo-lavoro” nel senso etimologico del
termine (la definizione è del critico musicale Andrea Podestà),
al quale fu attribuito il primo Lunezia 2016, che proprio in
quell’occasione istituì la sezione “Musicare i poeti”.
Musicare i poeti è quello che ha fatto
anche Schena, con l’eccelsa produzione di William Duarte,
realizzando una sapiente fusione fra la musicalità e
la purezza proprie dei versi di Ernesto Ragazzoni, Antonia Pozzi
e Dino Campana con la poeticità intrinseca
all’arte musicale. Senza vincolo di genere musicale e in maniera fedele
alla diversa personalità dei tre poeti, con rispetto e un
debito di amore per le parole di Ernesto, Dino e Antonia (così si legge
nella nota stampa), i brani si succedono in una alternanza di conflitto
e pacificazione, raccontando paesaggi potenti e la ricerca inesausta di
un contatto più autentico con la realtà.
Particolarmente suggestiva- a tratti
sorprendente- “Amore senza ritorno” (testo di Dino Campana),
impreziosita dal cantato di Margherita Valtorta, un’effusione di grazia.
Nessuna sbavatura per un disco prezioso,
costellato di episodi felici. Altra menzione d’onore va a al combat folk di
“Parole contro le parole” (testo di Ernesto Ragazzoni).
La Terra, regolata biologicamente dai cicli naturali, è perfetta anche “senza soccorso di poeti e sofi”. L’interrogativo finale è puntuto e attualissimo: Se facessimo un poco come loro: chiacchiere niente, e alquanto più lavoro?

































