RocKalendario del
secolo scorso – Agosto
Di Riccardo Storti
1956 – Partiamo con Miles Davis. Siamo nell’agosto del 1955, quando, a seguito di una memorabile esibizione al Newport Jazz Festival, Rudy Van Gelder – discografico e tecnico del suono riconducibile all’area della Blue Note Records – chiese a Davis e al vibrafonista Milt Jackson (del Modern Jazz Quartet) di fare una session presso il suo studio di Hackensack nel New Jersey. Oddio, lo studio era il salotto della casa dei suoi genitori: lì spesso invitava musicisti jazz e ne registrava le eventuali occasioni live, magari in combutta con una label (Prestige e Savoy). Per l’occasione viene messa su una band di all stars, aggiungendo a Davis e Jackson, il contrabbassista Percy Heat (con Jackson nel MJQ), il pianista Ry Bryant, il batterista Art Taylor (che suonerà con Coltrane e Monk) e il sassofonista bianco John McLean che, all’epoca, per stile interpretativo, si era assai avvicinato al mood di Charlie Parker.
L’esibizione privata venne poi pubblicata da Prestige nell’agosto del 1956 con il titolo Miles Davis and Milt Jackson Quintet/Sextet e consta di sole quattro composizioni (due di McLean – Dr. Jackle e Minor March -, una di Bryant – Changes’ - e una di Thad Jones, trombettista di Coun Basie – Bitty Ditty). Potrebbe apparire un episodio minore della discografia di Miles Davis, in realtà questo LP fissa un imprescindibile momento di transizione del musicista, in bilico tra la complessità esecutiva del be bop e la nascente sensibilità (pure più raffinata e articolata) dell’hard bop. Se non lo avete mai ascoltato, prendetevi mezz’oretta e lasciatevi conquistare: vi verrà restituito qualcosa che forse il vostro orecchio non ha mai ascoltato. Non è proprio un suono, bensì un’epoca.
1966 – 5 agosto: esce Revolver dei Beatles. Mai più sarà come prima. Certo, la rivoluzione era già cominciata con Rubber Soul (la confidenza dylaniana di John, la scrittura più levigata di Paul e l’India di George), ma nella storia dei Fab Four questo album segna quasi un rito di passaggio per un’intera generazione di ascoltatori. Questi sono già i Beatles che ai concerti oceanici preferiranno le interminabili session di ore e ore trascorse negli studi di Abbey Road a studiare con George Martin il modo e la maniera di rendere ancora più unico il loro sound. Revolver profuma già di tutto questo: c’è un Harrison che si fa sempre più largo – con intelligenza e umiltà – come compositore, incrinando il bipolarismo Lennon – McCartney. A lui l’onore di aprire l’album con Taxman (ma regalando il solo di chitarra al Macca); all’altezza del compito – con tanto di brillante “staccato” – I Want to Tell You, nonché l’ulteriore esperimento indiano (Love You To).
La coppia più bella del mondo non sta certo a guardare: McCartney gioca con la classicità (Eleanor Rigby e For No One), alternando sconfinamenti in area soul (Got to Get into My Life e Good Day Sunshine) a melodie deliziose (Here, There and Everywhere); Lennon, invece, ci lascia una sorta di diario quasi autobiografico con song di ottima ispirazione poetica – tra lo scanzonato e il visionario (I’m Only Sleeping, She Said She Said, And You Bird Can Sing e Doctor Robert). Piccolo spazio anche per Ringo, interprete della memorabile Yellow Submarine (sembra solo una canzoncina per bambini, ma se sapeste cosa c’è dietro a livello di creatività “effettistica”…). E poi il finale ovvero Tomorrow Never Knows: lisergica, surreale, inquietante, affascinante. In un aggettivo: sublime. Tutto si regge su un accordo con un testo di Lennon mediato dal Libro tibetano dei morti e loop di nastri che inventano suoni, provenienti da location oniriche inaudite. Provo a immaginare lo stupore dell’ascoltatore del 1966 che, giunto alla fine del disco, si sarà chiesto: “Che cosa succederà dopo?”
1976 – Ce la mise tutta Frank Zappa ed ebbe ragione. I Grand Funk Railroad, dopo Born to Die (uscito a inizio anno), avevano deciso di sciogliersi, ma poi arrivò un desiderio da parte di un fan molto particolare, appunto Frank Zappa che li contattò chiedendo a Mark Farner e soci di rimettersi insieme perché avrebbe voluto produrli. Chi l’avrebbe mai detto eppure queste due entità – per ammissione degli stessi protagonisti – avevano la stessa idea di rock, un’idea “energetica”. Good Singin’ Good Playin’ esce il 2 agosto, ma la band si era già nuovamente separata dopo il primo giorno di post-produzione, nonostante la preghiera dello stesso Zappa che cercò di convincerli del contrario fino alle 4 del mattino. Quando Zappa affermò che il disco era riuscito a mostrare esattamente l’essenza del complesso, non gli si può dare torto: Good Singin’ Good Playin’ resta sicuramente il loro LP più riuscito. I Grand Funk erano partiti a fine anni Sessanta da un rock blues piuttosto vigoroso, se non addirittura rumoroso; poi, seppure lentamente, nella loro musica erano entrati connotati stilistici assai eterogenei tra loro – dal progressive al R’n’B, passando per il folk.
Qui – come si suol dire – non si
resta delusi: ci sono la song alla Fleetwood Mac (Just Couldn’t Wait), richiami
hard ai Deep Purple (1976 e Goin’ for the Pastor), al soul (Don't
Let 'Em Take Your Gun, Release Your Love e l’omaggio a The Contours
con Can You Do It), nonché ballad malinconiche (Miss My Baby) il
tutto condito da un buon rock targato USA (Pass It Around e Crossfire).
E non manca Zappa: suo il primo solo nella formidabile Out to Get You e
la voce in Rubberneck (bonus track presente nel CD e canzone zappiana al
100%).
1986 – Quando seleziono i dischi per questa rubrica, sussiste spesso una scelta personale, soprattutto se in quel RocKalendario c’ero dentro con tutti i piedi. Ritorniamo su Sir Paul McCartney: negli anni Ottanta ero un adolescente che ogni anno aspettava sempre con ansia l’uscita dell’ultima fatica del nostro. E diciamolo: in quel decennio la produzione del musicista ha subito parecchi alti e bassi, tanto da dubitare talvolta che quel bacino di creatività avesse dato tutto e che ci si dovesse limitare e accontentare a qualche scampolo di magazzino (per fortuna dall’89 con Flowers in the Dirt molti di noi si dovettero ricredere). E, quando il 25 agosto (in Italia il 1° settembre) uscì Press to Play, non ci stracciammo di certo le vesti urlando al capolavoro. Il video del singolo Press – uscito a fare da apripista il 14 luglio – ha in sé una sua narrazione: canzoncina pop carina e lui – a zonzo per la metro di Londra - “piacione” come sempre che si lascia pure baciare da una fan. Per MTV poteva andare più che bene… Il disco conferma in parte la collaborazione con Eric Stewart (10cc) e vede la partecipazione di noti turnisti (Carlos Alomar, Jerry Marotta, Ray Cooper), nonché un gustoso doppio cameo di Phil Collins e Pete Townshend in Angry, un rock’n’roll alla Billy Idol.
Nonostante le
avvisaglie, alla fine qualcosa si salva: l’opener Stranglehold è un
blues indolente che può fare presa; nel medley Good Times Coming/Feel The
Sun il solo di Alomar consente la sufficienza; Footprints manifesta
delicate sfumature latine. Dove dà il meglio, però? Ma nelle ballad di sapore
romantico: Only Love Remains e la conclusiva However Absurd,
degne nipotine di The Long and Winding Road. Dico la verità fino in
fondo: l’ho apprezzato anni e anni dopo, nonostante lo avessi ascoltato ripetutamente
all’epoca chiedendomi parecchi perché.
1996 – 29 agosto. Con Prendere e lasciare,
Francesco De Gregori firma uno degli album più particolari della sua
carriera. La svolta rispetto ai lavori precedenti è consistente e porta il nome
di Corrado Rustici, produttore e arrangiatore che trasforma il linguaggio
musicale del cantautore senza snaturarne la poetica. Le sonorità acustiche e
raccolte lasciano spazio a un sound più elettrico, stratificato e
internazionale, sostenuto da turnisti di altissimo livello (David Sancious,
Steve Smith dei Journey e Ambrogio Sparagna all’organetto diatonico) e da
arrangiamenti che guardano soprattutto al rock contemporaneo (L’agnello di
Dio).
Si incontrano le care ascendenze dylaniane
degli esordi (Compagni di viaggio, Un guanto e Battere e
levare), terzinati d’altri tempi (Jazz), scritture folk elettrizzate
(Fine di un killer) e racconti di famiglia (Stelutis alpinis e Baci
da Pompei). Non mancarono polemiche per il singolo L’agnello di Dio
– si mosse pure la Chiesa… - e Prendi questa mano, zingara, accusata di
plagio.
Il video di Agnello di Dio venne
girato da Bruno Bigoni tra il Tagliamento in secca e l’area dismessa dell’Alfa
Romeo nel milanese con l’aggiunta di fotogrammi da Nirvana (e Salvatores
fa pure un cameo).






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