domenica 31 maggio 2020

Lo sfogo di Claudio Bellato, musicista indipendente!


Mi chiamo Claudio Bellato e sono un musicista indipendente.
Che cos’è un musicista indipendente?
Iniziamo a dire che cosa non è un musicista indipendente.

Un musicista indipendente non è un dipendente di ente pubblico (quindi non è un insegnante di conservatorio o scuola pubblica, né tanto meno è un musicista esecutore o compositore che dipende da tali apparati).
Un musicista indipendente è un tizio che grazie alla propria credibilità viene chiamato da scuole di musica pubbliche o private, per contratti a lungo o medio termine.
È un signore che scrive, compone, arrangia, realizza i propri progetti musicali e li sottopone a locali, direttori artistici, comuni, festival enti ed associazioni).

Bella la vita bohemien? Sempre in giro? Lo sai solo te quanto guadagni, lavoratori in nero...
E così che molti ci vedono... come dei… cazzoni!

Questo è un lavoro dove molti come me hanno passato trent’anni attaccati ad uno strumento, e in cambio non hanno cassa mutua, ammortizzatori sociali: i soldi che si versano su di una fattura finiscono all’INPS? lo domando a voi perché io non ne sono poi così sicuro (altrimenti non si spiegherebbe come mai amici che hanno fatto musica sulle navi e nei locali tutta la loro vita, per colpa di pasticci burocratici non attribuibili a loro, si ritrovino a vivere con la pensione sociale, soli e molto malati dopo una vita di contributi).

Vorrei dire una volta per tutte che questo è un lavoro debole ed è un lavoro socialmente importante (questo è quello che io e molti come me credono).

Esattamente come i lavori usuranti, i lavori precari ecc... questo è un lavoro debole.
Chiunque può proporre ad una scuola un progetto didattico o un concerto ad un assessorato alla cultura, anche se nella vita percepisce uno o più stipendi da altri lavori e relativi contributi previdenziali.

Questa è una delle mille cause che hanno contribuito a distruggere questo lavoro anche in epoca pre-covid 19.

Non c’è nulla di male nel fare musica e didattica a pagamento.
Tutti possono salire su di un palco e venire ricompensati di questo, altrimenti il nostro lavoro didattico nei confronti dei ragazzi e di proposta di valori alternativi al pattume che c’è là fuori non avrebbe alcun senso… forse avrebbe senso fare in modo che le tasse sulla fatturazione pagate da chi fa il musicista in maniera straordinaria finiscano veramente a favore di chi lo fa come unico lavoro.

Ma ogni qual volta che io faccio fare l’impianto elettrico o i lavori di muratura a qualcuno che di primo lavoro fa il messo comunale, il ferroviere, l’impiegato delle poste, io lascio a casa un elettricista che è iscritto all’albo, paga i contributi, le certificazioni, le attrezzature, e i contributi ad uno o più dipendenti.
Lui resta a casa a rigirarsi i pollici, mentre qualcuno si guadagna il secondo o terzo stipendio, oppure quel mese non mette mano alla sua pensione.
Io non credo che questa sia una cosa giusta

Qualcuno a questo punto dirà: “Se uno è un bravo professionista o no la gente se ne accorge!
Vedete… il punto non è questo… io potrei essere Jimi Hendrix, o più semplicemente Claudio Bellato, ma il punto è il seguente: io non faccio il lavoro di un altro.
Nel rispetto e nella tutela del lavoro di un altro, del suo unico lavoro (debole e precario).

Perché io credo che questo lavoro abbia una valenza sociale?
Cerco di spiegarlo…
Siamo noi che diamo il nostro piccolo contributo per far si che molti dei vostri figli non diventino degli autistici digitali (come qualcuno li ha definiti), facendoli aggregare nei saggi e nei corsi di musica di insieme... grazie alla musica.
E una piccola cosa, ma buona, come direbbe Raymond Carter.

Io credo che l’impossibilità di fare un’azione sociale come musicisti dipenda dalla mancanza di una coesione tra di noi, da quello che un tempo si chiamava “coscienza di classe”.

C’è un bellissimo film di Elio Petri: “La classe operaia va in paradiso”.
In quel film i crumiri sono contro gli operai, gli operai sono contro i crumiri, gli studenti vengono visti male dagli operai, e i sindacalisti vengono visti male da tutti.
Nessuno di loro è veramente cosciente del suo essere sulla stessa barca dell’altro, tutto preso dalle proprie invidie personali. E soprattutto ci sono i padroni che si fregano le mani e condannano tutti ad una vita in fabbrica.
Seguendo l’antico ricatto: Se non lavori... non mangi…

Nel mondo della musica le cose non vanno diversamente
Si invidia l’orto dell’altro senza pensare all’interesse comune che in questo momento più di ogni altro sarebbe necessario.
Le cose non cambieranno senza una coesione tra i musicisti.

Se domani riaprissero le gabbie ci sarebbe una fila oceanica di musicisti pronti a leccare il culo all’assessore di turno, a vendere un concerto in cambia di una campagna elettorale, ad associarsi a questa o quella associazione culturale che fa lavorare sé stessa ed i propri protetti, in cambio di scambi di concerti.
Gli altri diverrebbero presidenti di associazioni culturali, cioè imprenditori, parola che ci insegna il buon Silvano Agosti rivela la propria natura cancellando le prime due sillabe.
Quel che resta è prenditori.

Io non farò l’imprenditore.
Sono un musicista, so scrivere arrangiare, so cantare so fare musica.
Quello che i musicisti non hanno capito è che le gabbie non riapriranno e se riapriranno avranno ancora meno diritti di prima.
Non lo dico nel mio interesse, io ho quasi 50 anni... dove vado?
Probabilmente la danza per me finisce qui.
Ma a tutti quei giovani che credono o sperano che questo sia un lavoro che cosa gli raccontate?
In mezzo a loro c’è qualche mio giovane allievo molto promettente e creativo
A loro cosa racconteremo? Che fare il musicista in Italia non è possibile perché non è considerato un lavoro?
Anziché cercare il nemico fra di noi vogliamo farci delle domande?

Da chi è stata rappresentata la nostra categoria nel corso del tempo?
Vogliamo parlare della SIAE? oppure vogliamo parlare dell’INPS?

Una delle poche cose che ho capito utilizzando internet per il mio lavoro è che in Italia e nel resto del mondo ci sono cose delle quali non si può parlare (pena, la censura e l’oblio).

Io questo l’ho toccato con mano e visto in realtà ben più gravi della mia.
Le poche volte che mi sono ritrovato con l’account chiuso in vita mia è stato perché mi ero permesso, con linguaggio equilibrato e sereno, di parlare di problemi sociali.

Le inchieste di Milena Gabanelli sulla Siae o sulle multinazionali in rete non sono più presenti per presunti diritti RAI.
Mariano Giustino (equilibratissimo e moderato giornalista di Radio Radicale) sta svelando orrori senza fine in Turchia, cose che la stampa nazionale non fa arrivare a noi, e ha denunciato che ha tutti gli account social chiusi.

In compenso sul web si può trovare ogni genere di cosa: pedopornografia, insulti razziali e sessisti nel mondo dello sport, dettagliatissimi filmati di esecuzioni capitali, e torture animali, e molto altro ancora.

Che cosa imparo io da questa esperienza?

Imparo che sul web ci si può interessare di qualsiasi argomento, compreso il più ignobile, ma non si può e non si deve parlare dei poteri forti.

Se io dicessi che il presidente della SIAE, il signor Gino Paoli è stato accusato dal fisco di evasione per una cifra pari a due milioni di euro - altri riportano 800.000 - reato caduto in prescrizione grazie ai suoi potenti avvocati… mi bloccate nuovamente l’account?

In caso positivo, provvedete a bloccare l’account o a denunciare per diffamazione tutti quelle testate che si sono occupate di questo fatto (Stampa, Corriere della Sera ecc., le ho qui con me).
Dirigente SIAE indagato per false fatturazioni in una vicenda inerente alle bigliettazioni del gran premio (fonti Monza Today).

La grande famiglia dei dipendenti SIAE (quattro su 10 legati da parentela) con stipendi fino a 64.000 euro e bonus lavanderia (fonti il Corriere della Sera).

Perché mi arrabbio?

Perché questa gente avrebbe dovuto rappresentare la mia classe lavoratrice attraverso la legge sul diritto d’autore. E invece mandano comunicati stampa patetici dove si impegnano a recuperare i denari del diritto d’autore da multinazionali come Google e Youtube… si limitassero a pagare i soldi del diritto d’autore!
A me da tre anni non arriva nulla (mi si dice perché i borderaux cartacei sono stati depennati dalla ripartizione sul diritto d’autore) ed i miei brani sono stati pubblicamente eseguiti in club, festival internazionali, rassegne, teatri.
Caro Giulio Rapetti, mandami i miei soldi, sono Claudio Bellato, numero di, matricola 117252! Autore.  

La questione previdenziale l’ho già spiegata, e aggiungo che se andate in 10 sedi Inps o cooperative musicali riceverete 10 versioni diverse inerenti alla vostra situazione contributiva e alle legislazioni che vi riguardano.
Ci sono contributi Enpals che non sono stati accorpati ad altri tipi di contributi e sono finiti (nelle tasche di qualcuno).
I professionisti a partita Iva hanno ricevuto (l’elemosina dei 600 euro).
Gli iscritti al fondo pensionistico dello spettacolo mediante cooperativa, se non hanno versato trenta contributi nel 2019 non hanno diritto a nulla (io sono uno di quelli).

Ora vorrei stabilire una volta per tutte che il musicista indipendente non è un nemico delle fatture (sulle quali si ricarica L’IVA e l’Inps).
Ma il “nero è l’unica modalità lavorativa consentita dal 90 % del nostro lavoro.
Scuole, club, scuole private ecc… giustificano i nostri compensi attraverso l’associazionismo, il rimborso spese, ecc.
Solo festival, comuni, assessorati alla cultura, Teatri, Fondazioni mi permettono di emettere fattura, ma questi committenti rappresentano solo il 10/15% del mio lavoro.
L’alternativa tra accettare questa condizione o restare a casa, è quella di cambiare lavoro (condizione inquietante a 50 anni re-inserirsi nel mercato del lavoro, la sto vivendo e non ve la consiglio).
E noi tutti (o quasi) ci siamo adattati a questa situazione.
Stiamo provando a parlare dell’aspetto fiscale a molte scuole o club, ma la cosa è impossibile... occorrono leggi, occorre un intervento deciso da parte delle istituzioni.

Non mi sono mai interessato di ammortizzatori sociali, non li ho mai cercati.
Ora che avrebbero rappresentato una piccola boccata di ossigeno in attesa della fine di un incubo ho scoperto mio malgrado che avere una casa ed un’automobile significa essere dei latifondisti per questo stato.
Ho scoperto mio malgrado che il reddito di cittadinanza da 700 euro è stato assegnato a gente che non ha mai lavorato, mentre invalidi gravissimi (come un caro amico) ne percepiscono 300.

Ecco, mi piacerebbe conoscere il criterio di assegnazione di questi ammortizzatori.

Lo stato non vede di buon occhio il mio possesso di un bene immobile perché sono ricco e non avente diritto ad amortizzatori, ma se io non pago i lavori e il riscaldamento e le tasse sull’immobile la legge mi manda un decreto ingiuntivo.

A 50 anni ho capito che possedere qualcosa è più dispendioso che vivere in affitto, e se non pago ogni anno cifre esorbitanti di spese condominiali nebulose e improbabili mi arriva una bella lettera dell’avvocato

L’attuale amministratrice del mio condominio è allo stesso tempo l’assessore alle politiche sociali al comune di Savona, amministratrice di un numero imprecisato di immobili, ed un ex dipendente del ministero della pubblica istruzione.
A fronte di chi percepisce tre stipendi e tre pensioni e vive in uno stato che gli permette (alla faccia del conflitto di interesse) di occuparsi della cosa pubblica e di fare il libero professionista.

C’è gente come noi che ha dedicato una vita alla musica e la pensione non la vedrà mai, così come non vedrà mai nessuna forma di ammortizzatore sociale.

Per lo stato siamo portafogli su due gambe.

L’attività musicale muove una mole di danaro pari a 3,5 miliardi di euro.
Queste sono le notizie giunte da varie dirette di you jazz e note legali dove hanno parlato avvocati, direttori SIAE, esperti di diritto del lavoro:

431 milioni di redditi Inps
1,5 miliardi di Volume di affari nei Live
 1 miliardo Volume di affari dati Siae.
535 milioni volume di affari dei live

Fonti SIAE, Symbola e Agis.

Questo è il volume di affari della musica dal vivo realizzata da noi indipendenti insieme alla cultura, in questa cifra ci sono parecchi denari che non ritorneranno mai nelle tasche dei musicisti sotto forma di diritto, pensione, ammortizzatore sociale.

Un tempo qualcuno ci elogiavano dicendo “il futuro è dei creativi, artisti, artigiani, contadini e tutti quelli che non avendo voluto indossare una divisa o entrare nello stato mediante concorso avevano deciso di vivere della propria creatività, della propria impresa”.
Ci dicevate “Il futuro è vostro! La pacchia dello stato è finita!”.

Si sbagliava.
Le stanze del potere e della Siae sono ancora piene di inamovibili gerontocrati, mentre noi siamo nella merda, ma... tant’è... quando dai semi di zucca nasceranno manzi allora le cose
cambieranno diceva Sgalambro.

Caro Pasquale Tridico presidente dell’inps
Caro Dario Franceschini, ministro per i beni culturali
Caro Presidente del consiglio Giuseppe Conte
Caro Presidente della SIAE: Gaetano Blandini

A nome di una categoria che rischia l’estinzione vi ringrazio di tutto.
Del resto, come aveva tuonato un vostro illustre predecessore…
Con l’arte non si mangia

Claudio Bellato





sabato 30 maggio 2020

Paul Mc Cartney nel maggio del 1973


Dopo il difficile esordio del 1971 e alcuni cambiamenti, i "Wings" di Paul Mc Cartney, nel maggio 1973, hanno una svolta con la pubblicazione dell’album "Red Rose Sppedway", che conteneva il singolo "My Love", che si piazza al primo posto nella Billboard Hot 100. 

L'album arrivò primo negli Stati Uniti. La rivista musicale “Jackie” a fine maggio dedica un articolo alla band.
Il 1973 sarà un anno fortunato per Sir Paul, che continuerà a mietere successi prima con la colonna sonora del film "Live and Let Die", della saga James Bond, e poi con il "monumentale" " Band on the run”, che uscirà a dicembre!

Di tutto un Pop…
Wazza


Pin up of Wings from issue 490 of Jackie Magazine May 1973





Paul McCartney & Wings  May 1973


venerdì 29 maggio 2020

Ricordando Jeff Buckley nell'anniversario della sua scomparsa


Il 29 maggio 1997 moriva per annegamento Jeff Buckley, cantautore, chitarrista, figlio di Tim Buckley, altro grande cantautore statunitense.

Il suo album "Grace", considerato da molti un capolavoro, rimane il suo testamento.

Per non dimenticare…
Wazza


La sera del 29 maggio 1997, mentre si stava dirigendo presso gli studi di registrazione, passando lungo le rive del Wolf River, Jeff Buckely chiese all'autista di fermarsi, avendo voglia di fare un bagno. Già in precedenza aveva nuotato in quelle acque, quindi si immerse nel fiume, arrivando fino ai piloni del ponte dell'autostrada (canticchiando il ritornello di "Whole Lotta Love" dei Led Zeppelin) nello stesso momento in cui un battello stava transitando, creando un gorgo che probabilmente lo risucchiò. Il cantante scomparve dalla vista dell'uomo che era con lui, che chiamò la polizia che (pur avendo ordinato un dragaggio della zona) però non trovò nulla. Il corpo verrà trovato solo il mattino del 4 giugno, avvistato da un passeggero del traghetto American Queen, impigliato tra i rami di un albero sotto il ponte di Beale Street, la via più importante di Memphis.


Figlio del cantautore Tim Buckley, Jeff riscosse in vita la maggior fetta di fama in Francia e Australia e poi, dopo il suo decesso, in tutto il mondo, tanto che i suoi lavori rimasero famosi nel tempo e appaiono regolarmente nelle classifiche delle riviste di settore.

Compie gli anni Gary Brooker


Compie gli anni oggi, 29 maggio, Gary Brooker, pianista, cantante compositore, fondatore dei Procol Harum.

Nel 1967 scrisse assieme a Keith Reid "A Whiter Shade of Pale", praticamente la sua "pensione"!

Nella sua lunga carriera ha scritto altri grandi brani, ed è sul palco con i Procol Harum…

Happy Birthday Gary!
Wazza


“A whiter shade of pale” ebbe un grandissimo apprezzamento anche a livello internazionale, raggiungendo subito (sin dai primi di giugno dello stesso anno) la vetta più alta delle classifiche europee: nel Regno Unito vi rimase per 6 settimane, In Germania per due settimane, in Italia per sette settimane, in Irlanda per cinque, nei Paesi Bassi per otto, in Australia per tre ed in Francia per nove. In Norvegia ed in Austria non riuscì a toccare la vetta ma arrivò rispettivamente terza e quarta, mentre nella Billboard Hot 100 si classificò come quinta canzone in assoluto.

Nel 1998 la fortunata canzone ottenne il premio “Grammy Hall of Fame Award”.
“A whiter shade of pale”, con tale successo, non poteva non essere interpretata nelle lingue dei più svariati paesi (europei ma anche oltre oceano). 

In Italia fu riscritta da Mogol con il Titolo “Senza luce” ed interpretata dai Dik Dik.


Fra i molti rivali artistici che i Beatles vedevano moltiplicarsi a vista d’occhio approssimandosi la fine degli anni sessanta, i Procol Harum sembrarono a un certo punto fra i più agguerriti e accreditati grazie ad una serie iniziale di singoli stupendi, rapidamente fatti uscire uno dietro l’altro come usava allora, a cominciare da quello in questione che si impose come esordio clamoroso per poi rimanere, pur sgualcito dal tempo, un acclarato evergreen della musica pop.

Quando però cominciarono ad uscire anche i loro album, essi contenevano tanti riempitivi, diversi episodi poco curati ed ispirati. E malgrado un certo miglioramento progressivo, con uscite discografiche di qualità media sempre crescente, a quel punto vennero però quasi a mancare le singole canzoni memorabili, i capolavori, i vertici di produzione con la conseguenza che il marchio Procol Harum perse rapidamente carisma e considerazione, arretrando sempre più nelle posizioni di rincalzo del panorama pop e rock e compromettendo sin troppo la memoria storica di questo gruppo.

La magia di questa canzone ha il suo fondamento nella commistione fra il cantato accorato di impostazione rhythm & blues del pianista e frontman Gary Brooker e l'assolutamente dominante contro tema, eseguito a tutto volume all’organo Hammond come non s’era mai sentito fare prima da nessuno in un brano di successo, a merito dell’organista Matthew Fisher. Il suddetto musicista, ispirandosi garbatamente alla così chiamata “Aria sulla quarta corda” di Bach, ne trapianta quasi integralmente il movimento discendente del basso (che bassista Bach! Uno dei migliori…) riuscendo poi a ricavarne una variazione melodica di quasi altrettanta bellezza, meno fascinosa e misteriosa ma più gloriosa ed estroversa.

È indubbio che l’avvenenza e la fortuna commerciale di questa canzone siano merito più del contenuto motivico organistico (e del relativo eccellente timbro, reso a giusta prevalenza dal missaggio) che della melodia del canto, per non parlare del testo astruso e insignificante anzichenò, ma erano tempi psichedelici… pure il titolo non scherza: “Un’ombra più bianca del pallido”! Eppure, Fisher ha dovuto lottare legalmente per molti anni prima di riuscire a farsi riconoscere il 50% delle royalties per questo brano, per lunghi anni appannaggio del solo collega Brooker che ne aveva scritto la parte vocale, armonia melodia e testo.

Nella copertina, psichedelica quasi quanto il titolo, Brooker è il baffino in primo piano, Fisher la prima faccina a destra, seminascosta. Gli altri tre non contano… erano session man assoldati per la bisogna; il gruppo si costituirà in maniera organica proprio a valle dei primi riscontri di grande successo di questo singolo e a quel punto verranno imbarcati un paio di ottimi musicisti ossia il batterista B.J. Wilson (a cui Jimmy Page aveva fatto un pensierino per i futuri Led Zeppelin, prima che l’appena ingaggiato frontman Robert Plant gli facesse vedere come suonava il suo compaesano John Bonham e allora… amen!) e il chitarrista Robin Trower, poi valorizzatosi autonomamente col suo gruppo rock blues.

John Lennon disse al tempo che “A Whiter Shade of Pale” era il più bel singolo del 1967 e, dato che lui nel mentre stava buttando fuori cose come “Strawberry Fields Forever” e “I’m the Walrus”, c’è da credergli, anche perché non soffriva di modestia e mancanza di ambizione.

 from left, Dave Knights, BJ Wilson, Gary Brooker, Matthew Fisher and Robin Trower (source The Guardian)





lunedì 25 maggio 2020

Banco in Giappone il 25 e 26 maggio 1997




Il 25 e 26 maggio 1997, il Banco del Mutuo Soccorso tiene due concerti a Tokio "Air West" Japan: un successo ed un'accoglienza incredibile!

Alcuni brani di quei concerti, tra cui l’inedito “Roma-Tokio” vennero inclusi nel secondo Cd dell'album "Nudo", che usci nel settembre dello stesso anno.

Pubblicato a distanza di tre anni dall'ultimo album di materiale inedito, “Il 13”, “Nudo” presenta un primo disco registrato interamente in studio e un secondo che racchiude vari concerti tra Tokyo, Padova e Avigliana.

Di tutto un Pop…
Wazza








domenica 24 maggio 2020

Compie gli anni Bob Dylan


 "Non criticare ciò che non puoi capire "
(Bob Dylan)

Hello compie gli anni oggi, 24 maggio, Bob Dylan, cantautore, compositore, musicista, poeta, Premio Nobel alla letteratura.

Un’icona del nostro secolo.

Happy Birthday Bob!
Wazza


Il 24 maggio del 1941 nasce a Duluth, nel Minnesota, Robert Zimmermann, per tutti noi semplicemente BOB DYLAN, una delle figure più importanti nell'evoluzione della musica popolare dell'ultimo secolo. Inafferrabile e impossibile da etichettare, uno, nessuno e centomila, colui che ha indossato infinite maschere senza mai travestirsi.


Che altro dire di lui? È probabilmente impossibile riassumere in poche righe una leggenda vivente. Citiamo pertanto Wikipedia: "Distintosi anche come scrittore, poeta, attore, pittore, scultore e conduttore radiofonico, è una delle più importanti figure degli ultimi cinquant'anni nel campo musicale, in quello della cultura popolare e della letteratura a livello mondiale".


 Bob Dylan, Jeff Lynne, TomPetty, Roy Orbison & George Harrison


Dylan and The Grateful Dead

sabato 23 maggio 2020

Compie gli anni Patrick Djivas


Compie gli anni oggi, 23 maggio, Patrick Djivas, bassista, autore, produttore, ex membro degli Area, dal 1974 spina dorsale della PFM. 

È considerato da molti il miglior bassista italiano, apprezzato dalla critica per la sua tecnica e la sua dirompente energia!

Ha prodotto innumerevoli colonne sonore per fiction TV, teatro e grandi manifestazioni.
Si dedica anche alla didattica ed è coautore di "Cubase 4 guida completa", di Apogeo.

Happy Birthday Patrick!
Wazza

PFM da CIAO 2001, 1974

Pastorious, lo nominò suo erede!

JACO PASTORIUS

Anche quello con Jaco fu un incontro fondamentale. Ci incontrammo in un albergo frequentato quasi esclusivamente da musicisti, il Sunset Marquis di L.A. che si trovava in una perpendicolare di Sunset Boulevard chiamata Alta Loma. Il nostro pezzo "Alta Loma 5 till 9" arriva proprio da quello che succedeva in quell'albergo dalle cinque del pomeriggio alle nove della mattina seguente, in contrapposizione a Mrs.9 till 5 che parla invece della vita di un impiegato dalle nove alle cinque. Quando ho conosciuto Jaco era nel più bel momento della sua vita. Era appena entrato nei Weather Report e suonava come una bestia. Passavamo ore, uno di fronte all'altro, a suonare "our ass off", come diceva sempre, nella mia camera su un piccolo ampli blu con un trabiccolo dei miei per potere collegare due bassi. Inutile dirvi la libidine per un bassista suonare con Pastorius!
Dopo i primi tempi però, il fatto di avere di fronte a me il più grande bassista di tutti i tempi divenne meno importante, perché Jaco era diventato un mio amico.
Lui parlava sempre. A volte tornava in albergo alle quattro di notte dopo una session o una gig e veniva a bussare alla mia porta. Mi diceva: "Ma non vorrai mica dormire, i musicisti hanno così poco tempo per parlare!" E allora giù di sport, di filosofia spicciola, di tramonti (che Jaco adorava), fino a tarda mattinata, quando andavamo a dormire. Ogni giorno eravamo sempre un più stravolti.

Patrick Djivas (PFM), 1974

È appena uscito un nuovo libro di Louis de Ny dedicato a Patrick Djivas:





Patrick Djivas and Franz Di Cioccio inossidabile duo







giovedì 21 maggio 2020

Ricordando Francesco Di Giacomo


21 maggio

"Non serve a niente una porta chiusa:
la tristezza non può uscire e l'allegria non può entrare"

(Luis Sepulveda)

Ci sarai sempre. Onorato di averti conosciuto.
Wazza


Ricordo di Fabrizio Malvezzi

Era l’inverno del 1980. Allora i concerti al chiuso a Mantova si organizzavano nell’unica struttura disponibile: il palasport di viale Te. La capienza era di circa 1600/1800 posti calcolando le gradinate e il parterre (comprendendo anche la balconata e le scale…). La radio, assieme all’Arci e alla Fgci organizzò una 3 giorni di musica che non posso dimenticare:

1) Franco Battiato presentava il disco “L’era del cinghiale bianco” uscito nell’autunno precedente;

2) Vasco Rossi portava in giro i primi 2 album e anticipava “Colpa d’Alfredo”;

3) Banco in tournée con il nuovo album “Urgentissimo”.

Gli aneddoti su Battiato e Vasco ve li racconterò in un altro momento.

Oggi voglio parlarvi del Banco.

La presenza di pubblico ai concerti di Battiato e Vasco Rossi fu relativamente scarsa. Qualche centinaio di persone. Il successo vero e proprio per entrambi sarebbe iniziato l’anno successivo.

Per il Banco invece le cose andarono diversamente.

Il concerto era stato fissato alla domenica, giornata buona per uno spettacolo (meglio sarebbe stato il sabato ma la data era già impegnata).

La prevendita andò benissimo tanto da esaurire i biglietti con largo anticipo. Chiesi all’agenzia la disponibilità di una seconda data ma il calendario era già pieno. Allora chiesi di fare un secondo concerto nel pomeriggio dello stesso giorno. La domenica era perfetta per uno spettacolo anche pomeridiano. Richiesta accettata. Quel giorno i concerti sarebbe stati 2: uno alle 16 e l’altro alle 21.

Anche nel pomeriggio arrivammo vicini al tutto esaurito. Del resto il Banco è sempre stato un gruppo molto amato dalla generazione più matura grazie soprattutto ai primi lavori ma in quell’anno veniva scoperto anche dai più giovani grazie a singoli come “Paolo, Pa” programmato dalle radio locali con una buona frequenza.

Il discreto incasso della giornata ci permise di attenuare le perdite degli altri due.

Una curiosità.

Il concerto pomeridiano del Banco iniziò con 40 minuti di ritardo causando un pò di malumore tra il pubblico.

Motivi tecnici? Problemi a qualcuno del gruppo?

Niente di tutto questo. La causa fu la trasmissione radiofonica “Tutto il calcio minuto per minuto”. Molti componenti del gruppo tifavano “Roma” e dovemmo aspettare la fine della radiocronaca della partita prima di dare il via al concerto…

Immagini di repertorio del 1980...

lunedì 18 maggio 2020

Effetto Memoria: Osanna -Wishlist Club, Roma, 12 aprile 2018


Effetto Memoria: Osanna (Wishlist Club, Roma, 12 aprile 2018)
Un ricordo “a quattro mani” di Davide Petilli ed Enrico Meloni

Quando ho proposto a Davide, amico di lunga data, di contribuire all’articolo della rubrica “Effetto Memoria” riguardante il concerto degli Osanna di Roma di due (!) anni fa, la controproposta è stata “perché non ci facciamo una chiacchierata, informale, sul concerto?
Ecco il risultato di questo inaspettato e piacevole scambio di vedute sul concerto e su molto altro ancora. In the name of Prog!

Davide: Serata di gala del miglior prog italiano con spettatori di lusso al Wishlist per il concerto degli Osanna.
Concerto reso ancora più bello se visto da due amici che si conoscono ormai da 15 anni e hanno condiviso tante esperienze e tante passioni in comune: in primis quella della musica.
Ora, non so te Enrico, ma per me gli Osanna rappresentano tanto nel mio mondo “Italian prog”. Un mondo vasto, spesso immenso, con mille dispute su nomenclature e vari sottogeneri. Un prog meno barocco e cupo di altri gruppi loro contemporanei, che risente delle chiare influenze latino-mediterranee tipiche di Napoli.
A me trasmettono proprio energia positiva pure quando suonano tematiche “serie”. Rappresentano un bel punto di incontro che trova il suo apice in “Oro Caldo”, anche se l’hanno eseguita in versione ridotta questa sera. Che ne dici tu?

Enrico: Dico che hai ben ragione, amico mio. Un prog energico, estremamente vivace, a modo suo avanti anni luce sui tempi e sempre interessante e vario, anche in quegli album più “snobbati” dalla critica... il cui demerito è forse solo quello di essere stati pubblicati dopo un trittico di autentici capolavori quali “L’Uomo”, “Preludio, Tema, Variazioni e Canzona” e “Palepoli”?
Che dire poi del pionieristico ruolo nel disegnare un nuovo modo di presentarsi sul palco, con tanto di face-painting? Ricordo che, quando ero ancora al liceo, un amico mi disse che prima dei Kiss c’era stata una band italiana “di quegli anni lì” a usare il trucco che coprisse tutta la faccia… lo guardai quasi stizzito.
Ma che ne potevo sapere, allora, che questa band mi avrebbe poi letteralmente rapito negli anni dell’università a Genova, proprio grazie all’album “Preludio, Tema, Variazioni e Canzona”, indissolubilmente associato al film “Milano Calibro 9”, e a un certo immaginario noir legato ai libri di Giorgio Scerbanenco, di cui mi nutrivo quando li ho scoperti? Gli Osanna sono una delle prime del prog italiano che abbia mai conosciuto e approfondito.
Erano gli anni in cui scoprivo anche i Calibro 35, notevole band italiana che ai film poliziotteschi anni ‘70 si rifa(ceva) in modo abbastanza evidente, almeno agli inizi (“Bouchet Funk” vi dice qualcosa?). La scoperta degli Osanna mi ha aperto un mondo.

Nel corso della serata intitolata “Da Milano Calibro 9 a Live in Japan”, assistiamo alla proiezione di alcune sequenze dal film-documentario “Down by Di Leo. Viaggio d’amore alla scoperta di Fernando Di Leo” di M. Deborah Farina (presente in sala), dedicato alla vita di Di Leo, regista di “Milano Calibro 9”, più una imperdibile riproposizione della colonna sonora del film (ossia il secondo album in studio degli Osanna) con tanto di scene salienti del film. Non manca una ricchissima carrellata di brani storici della band napoletana.

E tu che sei ormai de Roma, che mi dici del Wishlist, la venue del concerto? Ricordo che l’abbiamo trovata alla fine di una stretta via dove c’erano diverse marmerie, ho come un vago ricordo di pezzi di lapidi o simili lasciati un po’ qua e là per strada...

Sì, una viuzza davvero particolare tra il Verano e San Lorenzo. Io sarò di parte ma ho sempre ottimi ricordi del Wishlist. Vivendo a Roma, ci vado quelle 4-5 volte l’anno e non mi delude mai. Locale non enorme, senza fronzoli, con un’ottima acustica e il fonico resident Marco Raffo è molto bravo.
Il club è inserito in un contesto molto caro a musicisti e studenti. San Lorenzo è un quartiere storicamente operaio con un’anima profondamente cambiata negli ultimi anni in parte dalla gentrificazione.
Dopo questo excursus socio-antropologico, se non ricordo male per te è stata la prima volta al Wishlist, vero?

Sicuramente la prima volta… e spero non l’ultima! Mi trovavo a Roma in occasione della conferenza per amanti della programmazione Codemotion (ciao Ale!), ma ho sempre amato molto le infinite possibilità che il dover viaggiare può fornire quando si tratta di mischiare una trasferta di lavoro con la musica live ed eventi che mi interessano. E così è stato.
Ho un ottimo ricordo del Wishlist, locale in cui l’acustica è stata pressoché perfetta per tutta la serata. Per non parlare del prima e del dopo… paninozzi belli ignoranti e qualche birretta. Cosa puoi chiedere di più?
Ricordo anche la presenza di un tuo collega, fan del prog con qualche anno più di noi ma con uno spirito giovanile perfettamente intatto. Un trio d’eccezione per una serata indimenticabile.
Ed è anche probabile che abbiamo contribuito ad abbassare un po’ l’età media dei frequentatori abituali dei concerti prog, che ne pensi?

Mitico il mio collega Stefano, un’anima rock resta “forever young” come direbbero gli Alphaville. Sinceramente un aspetto che mi fa sempre piacere e che mi fa sentire meno mosca bianca è l'abilità e l’intelligenza con le quali gli Osanna sono riusciti ad allargare la loro platea ad un pubblico più eterogeneo rispetto agli standard del genere. Era sì certamente presente la “storica guardia” cresciuta con quegli album storici e più o meno coetanei di Lino Vairetti, tuttavia credo tu potrai confermare che c’era un buon numero di persone nella fascia di età 30-40 e una preponderanza maschile non troppo schiacciante.

Sì, questa volta il pubblico era bello variegato, sia per genere che per età.
Lino stesso si è circondato di giovani per continuare a portare avanti il progetto Osanna, musicisti preparatissimi tra cui il figlio Irvin, che non si risparmiano affatto sul palco, regalando uno show coi fiocchi.

Visto che parliamo di giovani (e meno giovani), ne approfitto per presentare la band: Lino Vairetti, fondatore, cantante, chitarrista, armonicista e artista a tutto tondo (è anche insegnante di scultura, scultore e fotografo), unico membro originario del primo nucleo degli Osanna, è oggi accompagnato da una formazione affiatatissima, in cui troviamo Gennaro Barba alla batteria, Nello D’Anna al basso, Sarà Priore alle tastiere, Pako Capobianco alla chitarra, e il figlio Irvin Vairetti ai synth, coadiuvati dall’ingegnere del suono Alfonso La Verghetta.

Tornando al pubblico in sala, è stato divertente fare “Indovina chi?” avendo notato tra il pubblico alcune delle star del prog tricolore.
Queste rispondono ai nomi di Jenny Sorrenti, Claudio Simonetti e Gianni Leone. Se della prima purtroppo non abbiamo aneddoti divertenti da raccontare, per gli altri due sicuramente sì.

Ebbi già occasione di incontrare Claudio a Londra in occasione della riproposizione di “Suspiria” e “Profondo Rosso” con tanto di colonna sonora suonata dal vivo in due occasioni diverse (ciao Matteo!).
Lino Vairetti dal palco poi continuava a chiamarlo “Enrico Simonetti”, il che aggiungeva quel pizzico di trash a una serata già divertente di suo.


Ahaha! Ricordo il fatto che continuava a chiamare Claudio Simonetti con il nome del padre (Enrico).
Guarda, si potrebbe fare un effetto memoria “binario” perché nel febbraio 2019 andai al Teatro Parioli di Roma (quello del Costanzo Show, esatto!) a vedere il grande Carl Palmer accompagnato in “Lucky Man” proprio da Lino Vairetti:


Concluso il concerto di Palmer, la chiusura della serata fu affidata a Goblin. Uno show pazzesco durato complessivamente tre ore.
Le composizioni di Claudio Simonetti sono davvero immortali, tuttora attuali nel loro sound decisamente avanguardista dell’epoca, rese famose soprattutto dal sodalizio con il maestro del cinema del brivido Dario Argento.
Ed è giusto citare, nella serata che stiamo ricordando insieme, il grande Gianni Leone presente al concerto e davvero in splendida forma. Personalmente reputo l’album “YS” dei Balletto di Bronzo davvero geniale, una pietra miliare del genere.
Incontrarlo di persona e parlare con lui a ruota libera di argomenti random è stato davvero piacevole e divertente. La tematica web e social è stata l’apoteosi, con Gianni che si lamentava (non a torto) della tempesta di foto con gattini e “buongiornissimo kaffè” che tempestano il web e la sua casella messaggi di Facebook. Dal prog ai cuccioli batuffolosi il passo è veramente e inspiegabilmente breve!

Ma torniamo al rapporto tra gli Osanna e il cinema. Come già detto, un collegamento abbastanza naturale è poi quello tra la band napoletana e il film “Milano Calibro 9”. Non a caso la locandina del concerto e i video proiettati erano tratti da quel film.
Loro crearono la colonna sonora di quello che è considerato un vero e proprio cult del cinema italiano per quel genere noir-poliziottesco. Uscì nel 1972 in pieni anni di piombo e ha ispirato fortemente un certo Quentin Tarantino, di cui torneremo a parlare in seguito.
Io forse sarò di parte ma l’intro del film è tra le più belle del cinema italiano per ritmo, inquadrature e ovviamente… musica!
Francamente non riuscirei a pensare a quella intro così ben fatta senza QUELLA musica degli Osanna. Tu che rapporto hai con la musica nei film, e che ne pensi di questa in particolare?

Siamo dinanzi a un classico dei classici della musica nei film, con degli splendidi arrangiamenti curati dal maestro Luis Bacalov, già all’opera con altre band prog di quegli anni album “Concerto Grosso per i New Trolls” dei New Trolls (1971) e “Contaminazione” de Il Rovescio della Medaglia (1973). Che trittico!
Quella sequenza di cui parli, l’inizio del film, è a dir poco sublime, e all’interno dello stesso film non possiamo tralasciare il balletto di Barbara Bouchet…
In generale non sono un fan esagerato delle colonne sonore, ma ci sono casi in cui la compenetrazione tra musica, immagini, trama e recitazione danno vita a momenti davvero esaltanti. E stasera, ovviamente, è uno di quei casi.
Una riproposizione abbastanza fedele all’originale, questa volta, senza troppi stravolgimenti o riarrangiamenti. E poi riascoltare queste musiche con la proiezione del film, violentissimo, che scorre dietro al palco mentre la band suona… fa un effetto davvero incredibile e che mi emoziona ancora dopo due anni.

A proposito di Quentin Tarantino… Tu sei un suo grande fan o sbaglio? Si sa che gli anni ‘70 italiani sono stati di grande ispirazione per il regista di “Pulp Fiction”.

Senza voler fare l’esperto di cinema (non lo sono e ne è pieno il web), penso che Tarantino sia davvero straordinario.
In lui ho sempre visto un amore per il nostro Paese e un’autentica ricerca nel rielaborare e interiorizzare concetti e stili appresi dal cinema italiano, tra cui Di Leo appunto e il maestro Sergio Leone, l’indiscusso inventore dello “spaghetti western”.
Il periodo d’oro di questo filone fu indiscutibilmente a cavallo tra gli anni ‘60 e ‘70 e sfociò anche in un sottogenere con una marcata vena comica e brillante. Tra tutti, citerei i due film di Trinità con la mitica coppia Bud & Terence.
Senza divagare ulteriormente ma sempre a proposito di western, hai citato prima lo straordinario Luis Bacalov. Beh, sai, l’ho scoperto relativamente da pochi anni e devo dire che si annovera davvero tra quegli artisti versatili e poliedrici nella composizione. Fece anche il main theme di “Django”, film western di Sergio Corbucci (1966), il cui cantante era pensate Rocky Roberts. Sì, proprio la voce di “Stasera mi butto e “Sono tremendo” (a mia madre starà scendendo qualche nostalgica lacrimuccia).
Il film “Django”, guarda caso, venne poi preso come spunto sia nel titolo che nel main theme ancora una volta da Tarantino per il suo “Django Unchained” uscito nel 2012.
“Tutto goingide alla perfezione!” direbbe il nostro vate Lino… Banfi in questo caso!
Tornando semiseri (mai del tutto, non sia mai), la cosa che mi è sempre dispiaciuta, ma che è ineluttabile, è che certe intuizioni quali il face-painting (a cui accennavi tu sopra) degli Osanna, o cinematografiche di Di Leo o di Corbucci, siano diventate veramente famose e apprezzate solo in seguito a degli omaggi più o meno palesi di artisti internazionali quali i Genesis, i Kiss o Tarantino.
La mia non è una critica nei loro confronti, anzi, sono stati intelligenti e onesti in quanto hanno sempre ammesso le loro fonti d’ispirazione. Tuttavia, a volte nella mia mente pindarica, mi chiedo cosa sarebbe successo se Corbucci, gli Osanna e altri avessero avuto l’inglese come lingua madre e di conseguenza una platea più estesa e visibile?
Domanda da un milione di dollari, ma mi andava di farla e chiedere una tua opinione.

… Sarebbero forse i vari Genesis, Kiss o Tarantino!
Ma a parte la colonna sonora di “Milano Calibro 9” ... com’è andata la serata secondo te? Che mi dici del resto del concerto?

Riguardo alla scaletta, nessuna sorpresa clamorosa. Hanno eseguito tutti i loro pezzi storici più qualche excursus in lingua napoletana oltre alla già citata “Oro caldo”.
“L’uomo”, primo loro grande successo, è stata suonata due volte e ho apprezzato il fatto che nel corso di questi anni sia stata riarrangiata e “modernizzata” nella sua versione live.
L’unica “storica” che non è stata eseguita è “Non sei vissuto mai”. Tra parentesi, si trova su YouTube una versione suonata negli studi RAI con un giovane Renzo Arbore a presentarli...


Tornando a noi, mi è dispiaciuto non sentirla ma d’altronde qualche pezzo che manca c’è sempre nella scaletta ideale di ognuno di noi e che poi non trova riscontro nella realtà.
Tra l’altro, da qualche anno c’è un sito a tutti noi ben noto ovvero setlist.fm che aggiorna le varie scalette dei concerti di tutto il mondo con una rapidità a tratti quasi spaventosa. Un sito che ammetto di guardare spesso e che se da un lato è prezioso, dall’altro “toglie” quel mix di ansia e trepidazione durante il concerto. Il classico mantra-preghiera “dai, fai quel pezzo ti prego”.


Per me il resto della serata è stata energia allo stato puro gli Osanna: una band in ottima forma che ha regalato grandi emozioni.
Gli arrangiamenti dei brani storici sono molto simili, quando non identici, a quelli registrati nell’album… tra cui “L’uomo” con basso in slap sulle note di “Purple Haze”! L'album è stato pubblicato nel 2008 a nome Osanna/Jackson ed è intitolato “Prog Family”. Jackson, per chi non lo sapesse, è David Jackson, storico sassofonista dei Van Der Graaf Generator.
Un disco fenomenale, un greatest hits dove i vecchi brani sono risuonati e riarrangiati e che ripercorre le tappe fondamentali della band partenopea.
I nostri, truccati come si confà alla loro storia e alla loro tradizione musicale, ci danno dentro e la serata scorre che è una meraviglia.
Gli Osanna sono dei maestri nell’intrattenimento: la loro anima più verace, quella vena scherzosa e quel piglio incalzante non li abbandonano mai e Lino è un ottimo frontman sotto tutti i punti di vista. E ogni tanto, tra un brano e l’altro, un bel “Fuje A’ Chistu Paese” urlato a squarciagola, incitati da Lino, non ce lo toglie nessuno!
Ripeto: una band in gran forma, che ha saputo evolversi e trasformarsi ma senza mai snaturarsi. Non è facile, in questo mondo che corre davvero troppo in fretta, non è vero? A te la chiusura, Davide.

Sì, penso che di nostalgici del “come eravamo” ne è pieno il web (altro paradosso) e invece Lino Vairetti ha dimostrato di essere personaggio social, innovatore nei suoi primi anni artistici di carriera ma con nessuna voglia di fermarsi nemmeno ora.
Gli Osanna sono fantasticamente attivi, con iniezioni di gioventù da te citate prima e con un pubblico “social” di tutto rispetto. Facebook, Instagram e Twitter sono utilizzati massicciamente e attivamente da Lino e la band. E forse è anche qui una delle risposte al perché il pubblico sia così eterogeneo. Lino ha ravvivato un passato glorioso senza però voler rinunciare a un approccio da “millennial”.
Abbiamo esempi di persone nate artisticamente negli anni ‘60 e ‘70 che hanno occupato i social. In alcuni casi con grande successo (pensate a Gianni Morandi), a volte con un effetto da “ok boomer ” ... anzi “ok boomerang”!

Ma com’è stato il concerto, nelle parole di chi l’ha raccontato due anni fa? Ecco un articolo di VeroRock scritto da Raffaele Pontrandolfi sulla serata (contiene foto della serata e la setlist completa del concerto degli Osanna):


Video tratto direttamente dal profilo YouTube di Lino, in cui la serata al Wish List di Roma viene presentata all’interno della trasmissione STRACULT: 


Che cosa è “Effetto Memoria”? Si tratta di una serie di articoli commemorativi in cui si ricordano alcuni concerti memorabili… di qualche anno fa.
Qui puoi trovare la storia completa:


Un concerto più recente…