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giovedì 23 maggio 2019

Il compleanno di Patrick Djivas


Buon Compleanno a Patrick Djivas,vattualmente impegnato con la PFM nel lungo e fortunato tour "PFM Canta De Andrè Annniversary"

Compie gli anni oggi, 23 maggio, Patrick Djivas, bassista, compositore.
Francese ma naturalizzato italiano, ha iniziato giovanissimo con il gruppo di "Rocky Roberts".

Ma il suo approccio al basso è arrivato casualmente, per esigenza, come racconta lui stesso:

"Dovevamo andare in Germania a suonare nelle basi Americane ma il bassista si prese l'epatite. Mi ricordo che ci trovavamo a Francoforte e dovevamo incominciare a lavorare il giorno dopo. Accompagnammo il bassista, che era scozzese, all'aeroporto, poi ci mettemmo a cercare un sostituto per tutta la città. Ovviamente non si trovò nessuno quindi, siccome è meglio suonare senza chitarra che senza basso, passai tutta la notte a provare i nostri pezzi con il mio nuovo strumento. Il giorno dopo feci il mio debutto come bassista. Beh, non so se fosse stato perché ero un cane alla chitarra o perché il nostro bassista scozzese non era un granché, ma con l’ausilio della mia ritmica il gruppo girava meglio. Quando il bassista tornò, la dura legge del rock'n roll lo estromise definitivamente. Io diventai il bassista ufficiale del gruppo. La mia vita era cambiata: avevo trovato, il mio strumento, il "trait d'union" tra la ritmica e l'armonia, tra la forza e la dolcezza, il tutto sulla stessa tastiera. Avevo trovato... IL BASSO ".

Si unisce agli Area, ma "complice" una Jam session all'Altro Mondo di Rimini, entra nella Premiata Forneria Marconi. Dal 1973 ad oggi è ancora il "cuore pulsante" della PFM.
Considerato uno dei migliori bassisti al mondo, si "diletta" anche a comporre sigle televisive e colonne sonore

Happy Birthday Patrick!
Wazza





mercoledì 22 maggio 2019

David Bowie nel 1973...

DAVID BOWIE cover Qui Giovani magazine may 1973

Nel maggio del 1973 la rivista "Qui Giovani" dedica copertina, articolo e poster, a David Bowie, personaggio troppo avanti, per i "provinciali" giornalisti nostrani!

Di tutto un pop…
Wazza


lunedì 20 maggio 2019

Creedence Clearwater Revival nel 1970

Creedence Clearwater Revival poster from the May 1970 issue of PopFoto Magazine

Dopo aver pubblicato in un anno tre album (oltre il milione di copie vendute per ognuno) i Creedence Clearwater Revival, nella primavera del 1970, fanno la loro prima tournèe europea.

Tutto esaurito, comprese le due date al Royal Albert Hall di Londra, con Booker T e MGs, come band di supporto!
Momento d'oro per la band dei fratelli Fogerty.

Di tutto un Pop…
Wazza

 CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL Live


From left to right: Doug Cliffford and John Fogerty


domenica 19 maggio 2019

Il compleanno di Pete Townshend

Compie gli anni oggi, 19 maggio, Pete Townshend, chitarrista compositore, cantante, membro fondatore dei mitici The Who.

Genio della chitarra, più di 100 canzoni scritte, tra cui due operE rock passate alla storia: "Tommy" e "Quadrophenia"...

Happy Birthday Pete!
Wazza





John Entwistle, Roger Daltrey, Pete Townshend, Keith Moon. THE WHO, 1978

venerdì 17 maggio 2019

Il compleanno di Bill Bruford


Compie gli anni oggi, 17 maggio, Bill Bruford, batterista, colonna della scena progressive.
Ha suonato praticamente con tutti, esempio e modello per generazioni di batteristi.

Da tempo ha deciso di ritirarsi dalla scena (mentre tanti mediocri, ancora insistono!)

Happy Birthday William!
Wazza

 Yes soundcheck at Duke University, Durham N.C., on 20 November 1971



 Jamie Muir, Robert Fripp, David Cross, Bill Bruford rehearsing Larks' Tongues in Aspic
Covent Garden, London


 Bill Bruford joins the live line-up for the Trick tour(Genesis), February 1976


L-R: Holdsworth, Stewart, Peacock, Bruford, Berlin at Trident Recording Studios, London, during the making of Feels Good To Me 1977.

giovedì 16 maggio 2019

Il compleanno di Robert Fripp

Foto scattata il 18 agosto 1979 con Fripp (King Crimson)

Compie gli anni oggi, 16 maggio, Robert Fripp, genio del progressive rock e non solo...
Se pensi ai King Crimson, ti vengono i brividi!

Una volta firmava anche gli autografi...

Happy Birthday Bob
Wazza
 Robert Fripp alla Tower Records di Campbell, California, 1978



martedì 14 maggio 2019

Belloni/Mugiati – A Lifelong Journey, di Alberto Sgarlato


Belloni/Mugiati – A Lifelong Journey
(2019)
Di Alberto Sgarlato
Articolo già apparso su MAT2020 di aprile (WWW.MAT2020.COM)

A Lifelong Journey” è il titolo con cui si presenta il nuovo progetto di Brian Belloni (chitarre) e Mauro Mugiati (tastiere e chitarra acustica), giovani musicisti appartenenti al giro dei Beggars’ Farm e Giorgio “Fico” Piazza Band).
Il concept-album, articolato su tredici tracce, si snoda (come gli stessi titoli recitano) tra Ombre e Realtà, Illusioni e Disillusioni, Riflessioni ed Empatia: tutto ciò che fa parte della nostra quotidianità, quindi. Tutto ciò che rappresenta effettivamente “il viaggio di una vita”, come ben riassume il titolo di copertina.
I frequenti alternarsi di Mellotron struggenti che poi esplodono in roboanti ma molto melodici e “cantabili” temi di Moog, così come gli altrettanto brillanti “salti” tra riff chitarristici quasi hard e rapide fughe di tastiere e piano elettrico di gusto molto fusion/jazzrock, sono tutti fattori che richiamano immediatamente all’orecchio quei due “pilastri” del new-prog degli anni ’90 che forse più di ogni altro hanno influenzato e condizionato il genere al di qua e al di là dell’oceano. Stiamo ovviamente parlando, al di là dell’Atlantico, degli Spock’s Beard e, qui in Europa, sul Mare del Nord, dei Flower Kings. O, se preferite, delle contaminazioni nate tra questi progetti, come i Transatlantic. Tredici tracce, dicevamo. Ma in realtà tutto è ben coeso nell’andare a formare una sola suite di circa 50 minuti di durata.


Sì, effettivamente si respira un’aria molto “transatlantica” nello squisito, elegante e molto virtuosistico neo-prog di Belloni e Mugiati. Un genere che non cerca mai troppo il cerebrale, il cervellotico, l’ipertecnico fine a se stesso, ma mette la grande perizia tecnica al servizio di un gusto melodico che rimane sempre in primo piano.
E, ovviamente, se di Flower Kings e di Spock’s Beard si parla, è inevitabile andare con la mente un po’ più indietro nel tempo, a quelli che a loro volta sono le loro influenze più evidenti: gli Yes di And You and I nei crescendo di Mellotron e nelle languide steel-guitars, la melodiosità dei Genesis nei temi di tastiere, qualche nostalgia floydiana nei tappeti di organo Hammond ad ampio respiro, persino qualche ammiccamento di gusto cantautorale americano negli intrecci di chitarre elettriche e acustiche.
Un disco, quindi, che fa subito breccia nel cuore di chi, come il sottoscritto che lo sta recensendo, è cresciuto profondamente “immerso” (per ovvie questioni generazionali) nel rock progressivo degli anni ’80 e ’90, in quel momento in cui gli USA e la Scandinavia sembrava persino avessero la meglio, per creatività, prolificità e varietà di formazioni, rispetto alla tradizione britannica. Tuttavia è un disco che potrà catturare anche chi si sente legato alla storia progressiva dei decenni precedenti.


A Lifelong Journey  

         01. Overture            02. Streets Of Empathy             03. The Shadow            04. Illusion            05. Reality            06. The Shadow (Reprise)              07. Reflections From The Window            08. Disillusion            09. Fate            10. Open Up            11. Where We Belong            12. Memories            13. Streets Of Empathy (Reprise)
total running time 50.17

Lineup e credits

Mauro Mugiati: Vocals, Keyboards, Bass Guitar, Acoustic Guitars.     
   Brian Belloni: Electric and Acoustic Guitars, Lap Steel Guitar, Drums   
     Produced by Mauro Mugiati & Brian Belloni    
    Recorded at Elfo Studio, engineered by Alberto Callegari

lunedì 13 maggio 2019

I Led Zeppelin nel maggio del 1972


Maggio 1972Pop Music Magazine, tedesco, dedica, copertina, articolo e poster ai mitici Led Zepelin.

Di tutto un Pop…
Wazza

 Led Zeppelin article from the April / May 1972 issue of Pop Magazine


domenica 12 maggio 2019

Zeitmaschine-"Zeitgeist": commento di Claudio Milano


Band: Zeitmaschine
Titolo: Zeitgeist
Anno: 2019
Label: Darkitalia

Tracce:
A Poison Tree
Don't Stop
A new Creation
The Cure

Formazione:
Luca Milano – voci, synth, drum machine
Alberto Miccoli – cori
Mimmo Frioli – suoni, produzione


Voto: 7.5

E' questo il terzo EP pubblicato da Luca Milano aka Henry Bowers, dopo “Lune di Collera” (2012) e “La Finestra sulle Differenze” (2013) dei suoi Nero Moderno, a cui aveva fatto seguito l'album “Diapositiva” (2017), a portare la band dell'entroterra tarantino in giro per l'Europa, col supporto di Darkitalia.
Il verbo post-punk non è affatto abbandonato con questo nuovo progetto, Zeitmaschine, anzi! Laddove prima però il carattere romantico-decadente era stato primo traino con una dichiarata e genuina evocatività, la musica di Luca è andata via via asciugandosi nella forma, che aveva raggiunto su “Diapositiva” strutture dall'ordito ben estraneo al linguaggio puramente gotico, trovando nell'elettronica punto di approdo perfetto.
Un'elettronica febbricitante, che fa diretto ricorso alle dinamiche EBM (riferimento dichiarato i Front 242), ma anche alla techno dei Prodigy, per fare un'esempio, a tribalismi figli dei Virgin Prunes e dei loro diretti discendenti (The Soft Moon), allo shoegaze a viaggiare come un treno in corsa degli A Place to Bury Strangers, l'industrial dei Public Image Limited e suggestioni metal.
Tanti dunque e strutturati i riferimenti, viva la percezione dell'urlo, di una rabbia non più trasfigurata in lirismo, ma diretta, frontale, senza sconto alcuno.
La produzione certo aiuta, il lavoro fatto da Mimmo Frioli presso il Karma Room Studio di Fragagnano (Ta), livido ma vitale borgo di provenienza dell'autore, è impeccabile.
Non c'è neanche una virgola fuori posto.
La lingua scelta per il canto è l'inglese.
Tutto è perfetto, nell'esecuzione, tutto da Luca muove, ma ciò che più conta nel “suono”, inteso come sostanza sonica.
La drum machine è geometria pura, nervosa, un battito pulsante e affamato; i synth, minimali nel cesellare il magma musicale con tante piccole lumeggiature; la voce di Luca abbandona ogni formalismo passato e diviene sanguigna, gutturale a tratti, al punto da suonare dolorante e dolorosa, per quanto mai scoperta, sempre imbevuta in tonnellate di effetti e filtri.
Anche l'artwork è pura eccellenza, dall'immagine di copertina, al bellissimo logo, sorta di evoluzione futuribile del fulmine bowiano da Aladdin Sane.

Le tracce:

A Poison Tree, innesta la voce/proclama su tastiere roboanti e ritmiche sferraglianti. Pian piano la materia trova riff di tastiera assai convincenti, capaci di diventare avvolgenti, appresso alla voce di Luca, che arriva come minaccia, in tante declinazioni. Controtempi organizzano la corsa di questo treno impazzito ricca di contrazioni e spasmi.

Don't Stop trova subito tribalismi ritmico-tastieristici, accompagnati a campionamenti e arpeggiatori a disegnare “autostrade” di krafterwekiana memoria, ma il canto porta direttamente all'anno 2019. Siderali i suoni di tastiera disegnano folate nord-europee, poi associate a ribattuti decisamente “metal”, nella declinazione a la Wagner. Un episodio che rimane subito in mente, assai efficace.

Il minaccioso incedere di A new Creation, è la migliore intuizione del lotto, sempre sospeso tra campionamenti pari a “strappi” della superficie musicale, percussioni martellanti, tastiere ora mantriche, altrove puntillistiche. La voce qui si fa davvero urlo dannato.

The Cure ritorna all'evocazione del metal nordico ed è anche il brano che più si presta al dancefloor, per quanto la melodia del canto, qui più dispiegato, sia a mio avviso la meno a fuoco.

Ecco, se un EP può essere un piccolo miracolo, “Zeiltgeist” lo è di certo.
Il messaggio era e resta, “don't stop the fight!”.

Un plauso sincero.

mercoledì 8 maggio 2019

PROTOCOLLO C - “PROTOCOLLO C”, di Evandro Piantelli



PROTOCOLLO C - “PROTOCOLLO C” (2018 LIZARD RECORDS)
Di Evandro Piantelli

I Protocollo C sono un gruppo italiano, più precisamente piemontese e, se vogliamo scendere ancor più nel dettaglio, sono provenienti da Bra (Cuneo).
La band è composta da quattro giovani musicisti: Alessandro Aiello (tastiere), Marco Vona (chitarre), Daniele Saglia (basso) e Alessandro Dellarocca (batteria).
Come si può notare da questa stringatissima presentazione, nei Protocollo C è del tutto assente l'elemento vocale e, infatti, il disco di cui parliamo oggi è interamente strumentale. Se vogliamo a tutti i costi inserire il sound della band in un genere predefinito, direi che possiamo utilizzare con una certa tranquillità il termine Psichic-prog, proposto dalla stessa Lizard Records nella scheda di presentazione. E, infatti, fin dal primo minuto di ascolto si capisce che il gruppo si ispira moltissimo alla psichedelia ed al (proto) prog della seconda metà degli anni '60, regalandoci un sound che ci riporta alle colonne sonore dei film del periodo citato, così ricche di tastiera Farfisa e organo Hammond. Per questo motivo non è azzardato accomunare questo gruppo ad altri che utilizzano sonorità non dissimili, in primis i Calibro 35 (non trascurando certe cose dei The Winstons).
Ma partiamo dall'inizio.
Se il brano di apertura di un disco deve servire a dare un'idea del suo contenuto, allora “Adolescenza” è veramente un ottimo biglietto da visita, con le tastiere di Aiello che introducono un tema, che subito dopo cambia più volte, per ritornare al punto di partenza, splendidamente sorretto dai suoi compagni di viaggio, per regalarci atmosfere che non stonerebbero in un film “poliziottesco” degli anni '60/'70. E l'aspetto cinematografico della proposta dei Protocollo C è riconosciuto dagli stessi musicisti, che invitano l'ascoltatore a fare del disco la colonna sonora di un personalissimo film immaginario. E c'è anche qualche sonorità che rimanda al Canterbury sound, il che non guasta mai.
Quanto detto per il brano di apertura vale anche per tutto il resto del disco, dove le tastiere la fanno da padrone, ma la chitarra è sempre ben presente, più in funzione ritmica che solista (anche se in “Premeditazione” c'è un notevole assolo) e dove basso e batteria non perdono mai un colpo. La mancanza di brani cantati fa sì che questo lavoro, all'inizio, possa sembrare un po' monocorde, con difficoltà a memorizzare i pezzi e a distinguerli tra loro. Vi posso assicurare però che, dopo qualche ascolto, i pezzi dell'album cominciano a prendere forma autonoma e allora si scopre che i loro titoli non sono dati a caso, ma che ne rispecchiano il contenuto, con un alternarsi continuo di drammaticità e leggerezza. In questo senso, uno dei pezzi più rappresentativi del disco è “Consapevolezza”, brano elaborato, ricco di spunti e pieno di rimandi (Canterbury, Pink Floyd, e qualcosa delle prime Orme).
Il disco si chiude con la lunga “Flashback” (9'.10”), una composizione molto interessante che parte in sordina, per crescere successivamente, con tante belle tastiere (organo Hammond in evidenza), ma con la chitarra ancora protagonista nella parte centrale.
Descrivere a parole un disco interamente strumentale non è facile, ma credo di poter riassumere il mio (modestissimo) giudizio in due sole parole: ottimo lavoro! Il disco d'esordio dei Protocollo C è un prodotto fresco, che si ascolta volentieri e fa affiorare piacevoli ricordi di gioventù. Direi che possiamo esserne contenti.


Tracklist:
1.      Adolescenza
2.      Maturità
3.      Perdita della routine
4.      Premeditazione
5.      Metamorfosi degli innocenti
6.      Presa di coscienza
7.      Fierezza
8.      Consapevolezza
9.      Goodbye Italia
10. Flashback

martedì 7 maggio 2019

O.G.M. - OZ GARDEN, di Andrea Zappaterra

O.G.M.  -  OZ GARDEN
Di Andrea Zappaterra

Gli O.G.M. nascono a Tovo San Giacomo, provincia di Savona, band formata inizialmente da cinque elementi: Eros Indimberge - voce - (Flower Flesh), Pasquale Adinolfi  - basso -, Paolo Sole -batteria -, Daniele Marini  -pianoforte tastiere e flauto traverso -, e alla nascita del gruppo il chitarrista era Gabriele Cattaneo, sostituito dopo qualche mese da Elia Colnaghi chitarrista effettivo del gruppo.
Si aggiungerà un sesto componente come chitarra acustica, Stefano Costantini.


Il genere varia tra Prog / Pop / Rock e si snoda tra vivaci brani di grande impatto sonoro (I’m Your Child, l’esaltante Destruction of the world, Midnight Express) e brani molto più melodici (I Want You By My Side, Oz Garden, Shy Lady, la splendida A New Moon che nasce melodica ma sfocia in un impetuoso riff ) passando per il latino quasi heavy/metal (Mary Dum Sigillum).
La ritmica è sostenuta e determinante è la voce di Eros a sovrastare chitarre languide e sfuggenti in spaziali assoli, ottima la tecnica esecutiva.


Gli otto brani scorrono via veloci accompagnando l’ascoltatore in un mondo incantato gestito dalla fantasia testuale di Eros Indimberge e l’unico appunto che si può addurre è di aver scelto la lingua inglese, che anche se più musicale rende meno l’idea creativa, mentre è azzeccatissima la scelta del latino per il quinto brano.
Perfetto l’inserimento di basso e batteria in un contesto prevalentemente ritmico con controtempi puntuali a far da cornice ai riff di chitarra sia elettrica che acustica, prezioso il flauto traverso in Mary Dum Sigillum.



Il giardino delle meraviglie ha svelato il suo tesoro con questo gruppo il cui acronimo significa appunto Oz Garden Music.


I Brani:

1.      I Want You By My Side
2.      Oz Garden
3.      Shy Lady
4.      I’m Your Child
5.      Mary Dum Sigillum
6.      Destruction of the world
7.      A New Moon
8.      Midnight Express

domenica 5 maggio 2019

Zorama Mariano Rongo-"Virus in Fabula"-Commento di Claudio Milano

 Zorama Mariano Rongo: quando un cortocircuito genera bellezza.

Autore: Zorama Mariano Rongo
Disco: Virus in Fabula
Anno: 2018
Label: Blu Music International
Genere: progressive-pop

Tracklist:
01. La Fiera dei Fieri
02. Munch
03. Spari e Altari
04. Lividi sui Pensieri
05. E quando Troverò l’Iperuranio…
06. L’Estensione
07. Io non Muoio più (tranne il venerdì)
08. Motel Desolazione
09. Campi di soia (Made in China)
10. Virus in Fabula
11. La Transumanza
12. Dal Sottobosco delle Inquietudini

Musicisti:
Zorama: voce, cori, piano, tastiere, synth, chitarre addizionali, effetti
Davide Ferrante: batteria
Corrado Calignano: basso
Andrea Palazzo: chitarre acustiche ed elettriche
Ciro Genno: tastieri, synth, piano, organo, programmazione
Carmine Tammaro: organo (9)
Davide Matrisciano: synth (3, 12), effetti e sintetizzatori virtuali (10)
Saughelli: basso (6, 7), cori (6)


Percorso ragionato alla musica dell'autore:
“La Transumanza” (2018): https://www.youtube.com/watch?v=hT4kJvf66e4
“Tra il Coraggio e la Follia” (2009): https://www.youtube.com/watch?v=sHDgxj6mEhI
“Ke Kosì non Sia” (2005): https://www.youtube.com/watch?v=WZG4UkoNi7U
“E quando Troverò l'Iperuranio” (2018): https://www.youtube.com/watch?v=bw4aMQjwl6E
“Il tuo Arredamento” - per MINA (2018): https://www.youtube.com/watch?v=W0isTD60iXE
“Il Diavolo in Corpo” (2009): https://www.youtube.com/watch?v=xiTTrg32FeU
“Spari e Altari” (2018): https://www.youtube.com/watch?v=DI0v8m8XQ4Y
“Io non Muoio più – Tranne il Venerdì” (2018): https://www.youtube.com/watch?v=TbphLIXe-S0
“Amore Nucleare” (2005): https://www.youtube.com/watch?v=kQ4k3cmXOvs

Partiamo da un presupposto, io amo sinceramente le manifestazioni di quest'uomo.
Nel momento in cui il musicista poteva mirare al “grande pubblico”, lui ha scelto di pubblicare un parto sincero, diretto, coraggioso, a segno nell'esito, pur essendo a tratti eterogeneo.
Un quadro dai tanti, vivaci e rigogliosi colori che per sua scelta dichiara “è il mio momento, per quello che sono”.
La sua è musica autenticamente rock (nella forma senza dubbio) che non rinuncia a una scrittura di liriche significanti, alcune (ma solo alcune), tra le più belle scritte di recente in Italia, nella musica pop. L'impegno civile dei nostri cantautori in lui trova la ricerca fonetica che della poesia pura è propria.
Una ricerca che a tratti si fa un po' verbosa e proprio in quel momento incontra metafore così bizzarre (il che non vuol dire necessariamente “riuscite”, ma che... arrivano) da rimanere in mente (il rospo ingoiato da “E quando Troverò l'Iperurario”, o cito: “i campi di soia e in mercati di noia, la pelle si scuoia e si incolla una gioia” da “Campi di Soia – Made in China”).
Quando parlo di poesia non intendo chiaramente quell'ormai consunto ideale tardo-romantico che pervade gli animi di chi “poeta” si auto-proclama” spesso.
Qui i temi appartengono al quotidiano, ad un agito che viene trasfigurato, analizzato con un occhio clinico, capace di vedere tra le righe ed oltre.

Un viaggio.
Tra questi solchi, tutto è viaggio, ma giocoso, altero a tratti, ma senza necessariamente quel vizietto italico (vivo nel pop come nelle avanguardie presunte tali, che avanguardie “devono essere”, pur di far parte di un “genere”) dell'auto-castrarsi in partenza, pur di fare arrivare al pubblico la propria musica.
C'è tantissima costruzione, un fare artigianale reso con una maestria (perché Zorama, è maestro) tale che artigianato trasforma in creazione a prescindere e portatrice di identità.
Coraggioso perché queste melodie “pop” sono fatte per restare e il vestito che portano appresso è un dire “questo è l'abito più calzante per esse, perché così possa esso lasciare che questi suoni, queste parole sappiano respirare libere”.
Un coraggio che verrà ripagato, perché questa musica ha anche stimmate radiofoniche (la bellezza di una melodia come quella di “Spari e Altari” è indiscutibile, ad esempio).

Le composizioni del musicista napoletano, nei migliori casi di grande slancio lirico, attingono direttamente al nuovo progressive rock, quello che conosce l'arte di scrivere arie contemporanee dalle vertiginose progressioni armoniche. Gli arrangiamenti (Ciro Genno ne è co-artefice) sposano sinfonismo romantico, neo-classico ed heavy metal, tempi dispari, continui cambi di quadro emotivo, ma anche pop ballad italica (spesso il richiamo a Grignani è forte, anche se con tutta certezza si tratta di una pura coincidenza, meno il contatto con gli amati Muse, che però fonte di ispirazione non clonata, fortunatamente restano). Un ideale techno-pop targato Italia pur fedele ad un canto traino “semplicemente complesso”.

Il canto corrusco è perfettamente inserito nel contesto delle “voci odierne”, non formate.
Un canto che cerca costantemente il cielo (col reiterato falsetto senza sostegno, di sfiato, un po' flebile, un po' ruffiano, un po' tante cose, nel bene e nel male), ma a terra resta, con un graffio interiore che è prodigo di vita vissuta ed è qui la sua identità, in questo curioso slancio apparentemente tarpato, a mostrare, come il pop nostrano richiede, caratteristiche (anche) proprie, ma appena accennate.

Nulla è sgradevole (copertina a parte, bruttarella invero).
Nulla nonostante “l'esplicito” appiccicato appresso ai brani.
Uno può urlare (e Zorama lo fa spesso) “culo” (anche nella variante “fottersi il culo”), “merda”, “fottuto” (pur nella variante “strafottutissima”), ma non è quello che tange, figuriamoci... si facesse un disco di bestemmioni venderebbe al pari di un Tweet politico in voga! E' l'assenza di quello senza luoghi comuni “finto-sacrali”, che ormai può sortire un effetto “dissacrante” e Zorama, di quello è pure capace.
Siamo tutti “nervosetti” del resto e allora “P**** di quel maledetto peloso cinghiale bruno di colore venerato su Marte, penetrato da una Malombra vergine e sieropositiva!
Non c'è ombra di dissonanza, nulla che non sia stato concepito per “non restare”, ma neanche (o poco in questo caso) di studiato a tavolino per “piacere a tutti i costi”.

Zorama, è tale oggi, ha forma, ma anche sostanza esuberanti, qualche volta anche capaci di arrivare alla sfera emotiva, senza però chiedere troppo a chi ascolta.
La realtà è che tutta la musica dovrebbe essere concepita “almeno” così. Intendo, dopo 60 anni di rock music e di odierni inni ai Queen in qualità di “supremi innovatori” cos'altro dovrebbe essere la musica altrimenti???
Insomma perché continuiamo ad ascoltare canzoni tutte uguali da decenni?
Questo è un nuovo standard, ma dovrebbe essere un “minimo standard sindacale” di partenza, per tutti”.
E' (anche) talmente genuino, naturale, da suonare come un cortocircuito, perché si, fa piacere quando qualcuno viene riconosciuto per quello che sente come intimamente suo.
Questo è Zorama e questa è la sua musica che inevitabilmente diverrà una colonna sonora dell'indie rock italico.

Questo è uno di quei dischi che adolescenti e tardo-adolescenti dovrebbero avere nelle cuffie, in macchina, su un impianto stereo e da fare ascoltare agli amici senza aver timore d'essere scambiati per matti, o “strani” (cosa ancora peggiore, perché il termine lascia spazio a dubbi in un mondo che pur non avendo certezze se le auto-crea, di plastica) e facendo una gran bella figura.
Uno di quei parti che possono configurarsi come “piccolo classico” della musica pop italiana.

Ci sono cose che nel mucchio convincono meno e sono quelle che proprio il pop radiofonico lo inseguono con affanno (“L'Estensione” e “Lividi sui Pensieri”), o che semplicemente “non forano completamente la cortina” (“Virus in Fabula”) di un disco che è tanto urlato, esibito, ma che comunque “sanguina”.
La sola durata dei brani supera la media dei 6 minuti e non ha paura di raggiungere i 9, ma i pezzi sembrano di durata radiofonica media.
Altre cose sono sensazionali e già basta per dire “bene, ci siamo”, la melodia di “Spari sugli Altari”, di cui ho accennato e le sue increspature sui tasti d'avorio; il perfetto singolo “E quando Troverò l'Iperuranio” (qui ha ben capito l'autore quello che aveva donato a sé e agli altri, la sua semplice, grandissima bellezza), che raggiunge un acme melodico di italo-pop, senza alcuna forzatura e soprattutto, avendo quella capacità rara di scrivere il facile attraverso armonizzazioni oggettivamente ardite; la fuga strumentale di “Io non Muoio più - tranne il Venerdì”; le trascolorazioni di “Munch”; le armonie incantevoli di “Dal Sottobosco delle Inquietudini”.
Una menzione a parte merita “La Transumanza”, dal bellissimo testo accompagnato pure a una melodia davvero potente, a soluzioni strumentali rigogliose e suoni di pregio. Un gioiello, a mio avviso il più luminoso.
Altre rimangono “a metà”, trovando negli interventi strumentali le soluzioni più convincenti (“Campi di Soia – Made in China”), con interventi che richiamano in prima linea Fabio Zuffanti, Il Balletto di Bronzo e Le Orme... ma i riferimenti culturali sono così vari e assortiti che davvero, non vale la pena star a qui a citarli. Quando tanti diventano, si deve parlare di personalità. Punto.

E' questo un disco densissimo, “tanto”.
Come parto “pop”, degno di nota, come parto “rock”... anche e a ben vedere, perché la musica oggi sta soffocando tra produzioni “autenticamente altre” che mai arriveranno (oggi) a un pubblico (sono “in sospeso”, domani, chissà...) e altre che nascono già cotte e mangiate.

Il rock non è una chitarra elettrica, è coraggio.
Per rimanere solo tra i nostri confini, quel coraggio che ha animato gli Area; i CCCP di “Affinità e Divergenze”; i CSI di “Linea Gotica”; il Franco Battiato di “Sulle Corde di Aries”; i Massimo Volume di “Lungo i Bordi” e “Aspettando i Barbari”; Ivano Fossati di “Macramè”; Piero Ciampi di “Andare, Camminare, Lavorare e altri Discorsi”; Lucio Battisti di “Anima Latina” e “L'Apparenza”; gli Starfuckers di “Sinistri”; i Deadburger di “La Fisica delle Nuvole”; i Butcher Mind Collapse di “Night Dress”, Paolo Saporiti del disco omonimo; Alessandro Grazian di “L'Abito”; Stefano Ferrian (Lophophora #2); Dalila Kayros (NUHK), De Andrè di “Creuza de Ma”, il Banco di “Io Sono Nato libero”, gli ZU di “Carboniferous”... ma c'è tutto un mondo appresso che continua a urlare, vivo e... mai avvicinato, per distanza culturale, dai più giovani, i Maisie; i Rosolina Mar; Iosonouncane (DIE); Claudio Rocchi; Juri Camisasca (La Finestra Dentro); Milva che canta Brecht, Piazzolla, Berio; Luciano Cilio, Fausto Romitelli; Fabrizio Modonese Palumbo & Ernesto Tomasini; Alan Sorrenti (Aria – testi a parte); Alio Die e Mariolina Zitta; Raoul Moretti di “Harpness”; Stefano Giannotti; Gianni Lenoci; Gianni Mimmo; Alice/ Fedigrotti di “Mélodie passagère”; Mina di “Mina quasi Jannacci”; Antonella Ruggiero di “Pomodoro Genetico”; Nada di “Ho Scoperto che Esisto anch'Io”; Alessandro Seravalle, Coucou Sèlavy... Giusto per citare dischi che ho sulla mia disordinata scrivania. Una lista infinita che è parte del DNA di pochi, perché se dovessero tagliarci le vene, ne verrebbe fuori sorridente Gigi D'Alessio con appresso le sue ombre a noi tanto care (“Care Selve, Ombre beate”, verrebbe da dire).

Nel mentre, ben venga Zorama Mariano Rongo, che c'è vita tra questi solchi e a ben vedere, rabbia, rivincita, perché si, il successo lui l'ha cercato, ma ha saputo anche capire cosa per lui meglio era e cioè non la via più ingannevole.

Ascoltatelo, ma avvicinate anche i lavori precedenti, “Cerchi e Semicerchi” del 2005, a tratti ingenuo (ma che bella quell'ingenuità) e fatto anche e soprattutto da spunti di grande freschezza, coesistenza di antitesi musicali a definire unicità di carattere (“Amore nucleare”, le poliritmie singhiozzanti della title track, ma anche e in primis la meravigliosa ieraticità ricca di iperboli musicali quanto lirici di “Ke Kosì non Sia”, a trattare uno dei temi più cari all'autore, ovvero il conflitto con un Dio subìto); “Frequento il Vento” del 2009 in particolare, cantato a piena voce, una voce ben più pulita ma già viva, tra art-rock ed electro-pop (e con quel gioiello di “Tra il Coraggio e la Follia”, manifesto della sua abilità di intessere melodie su armonie apparentemente impossibili; con le magnifiche evoluzioni musicali e liriche di “Sindrome”, “Il Diavolo in Corpo”); “Involitudine” del 2012, dove la voce cercava quel “carattere” che oggi gli è tanto più suo, ma dove l'avvicinamento al “pop”, in qualità di ripiego pensoso, si faceva totale.
E' sempre bello capire il percorso di una vita.

P.S.: non l'ho scritto e fa testo a parte, ma un miracolo Zorama l'ha già compiuto (no, non parlo del suo inno juventino, che probabilmente più di qualsiasi cosa gli porterà fortuna), ovvero, far cantare un suo brano a Mina, che in modo altrettanto coraggioso, con “Il tuo Arredamento” (da “Maeba”, pure del 2018), si è regalata la migliore e più sorprendente perla da tanti, tantissimi anni in qua. Un brano che in un certo modo diviene “bonus track” di diritto del disco in questione.
L'altro miracolo... è in arrivo, perché questo non è ancora il “disco definitivo” (ammesso che uno possa e “debba” essercene) dell'autore e non avrà nomi appresso oltre il suo, luminoso e fiero.