www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

mercoledì 13 febbraio 2019

Il compleanno di Peter Gabriel


Compie gli anni oggi, 13 febbraio, Peter Gabriel, professione "Genio".
Happy Birthday Peter!
Wazza

Il cantante della band ha rivelato i problemi con gli altri membri, spesso per motivi futili.

Ci sono tante cose che conducono ad un litigio all'interno di un gruppo, e a quanto pare anche i Genesis non erano esenti da questo tipo di problema. Peter Gabriel ha presentato Tony Banks per il Prog God Award nella notte di mercoledì e prima della consegna del premio ha svelato qualche piccolo retroscena all'interno della band: "Abbiamo sempre litigato, soprattutto per decidere in che modo presentarci al pubblico. Mi ricordo che una volta ho provato a vestirmi come un fiore o come una malattia sessualmente trasmissibile. Tony invece era completamente diverso da questo punto di vista, l'unica cosa che cambiava era la sfumatura di colore pastello del suo maglione. Ma condividevamo una grande passione per la musica".
Gabriel ha descritto Banks come il suo "migliore amico ed il suo peggior nemico allo stesso tempo: "Abbiamo sempre avuto un approccio diverso alle cose. Per me lui era il mio miglior amico e il mio peggior nemico allo stesso tempo, cose normali all'interno di una band. Una delle cose su cui litigavamo di più erano la durata dei suoi assoli. Credo di avergli rovinato qualche capolavoro con la mia voce".





martedì 12 febbraio 2019

Steve Hackett: compleanno e tour


Compie gli anni oggi, 12 febbraio, Steve Hackett, il chitarrista dei Genesis.
Una prolifica carriera da solista... l'unico che continua a suonare dal vivo pezzi dell'ex band.
Ad aprile partirà il nuovo tour Italiano, dove verrà eseguito l'intero album "Selling England by the Pound" e brani tratti da "Spectral Morning"... una garanzia!
Happy Birthday Steve!
Wazza

29 aprile - ROMA, Teatro Brancaccio
30 aprile - BOLOGNA, EuropAuditorium
2 maggio - TORINO, Teatro Colosseo
3 maggio - BERGAMO, Teatro Creberg


Dichiara Steve Hackett sul prossimo tour:
Sono entusiasta di presentare per intero quello che è il mio preferito tra tutti gli album dei Genesis, “Selling England by the Pound”. Quando uscì, nel 1973, catturò subito l'attenzione di John Lennon. In quel momento ho sentito che stavo suonando la chitarra nella migliore band al mondo e che si stavano aprendo le porte per noi. Sono inoltre felice di poter suonare brani tratti da “Spectral Mornings”, che festeggia il suo 40°, di presentare qualche assaggio del nuovo album ed alcune tra le gemme dell'indimenticabile repertorio dei Genesis: sarà un concerto fantastico!”.

Sul palco Steve Hackett sarà accompagnato da: alle tastiere Roger King (Gary Moore, The Mute Gods); alla batteria, percussioni e voce Gary O'Toole (Kylie Minogue, Chrissie Hynde); al sax, flauto e percussioni Rob Townsend (Bill Bruford); al basso e chitarra Jonas Reingold (The Flower Kings); alla voce Nad Sylvan (Agents of Mercy).

Il compleanno di Angelo Branduardi



Compie gli anni oggi, 12 febbraio, Angelo Branduardi, violinista, cantante, autore, arrangiatore... il "menestrello" del rock-folk. Una carriera di successi e brani rimasti nell'immaginario collettivo, uno su tutti "Alla Fiera dell'Est" .
Grande amico e collaboratore del Banco del Mutuo Soccorso. Spesso, non ancora famoso, apriva i concerti del Banco: insieme hanno fatto il mega tour "La Carovana del Mediterraneo"; Branduardi ha tradotto i testi di "As in a lust supper", versione inglese di "Come in un ultima cena".
Nel mastodontico triplo album live "Concerto", sono presenti Gianni e Vittorio Nocenzi, Rodolfo Maltese, Pierluigi Calderoni, e Gianni Colajacomo.
Insomma "uno di noi".
Buon Compleanno Angelo!
Wazza

 Locandina concerto Banco M.S. + Branduardi -1976




lunedì 11 febbraio 2019

KENYON BUNTON – “This Guy’s Disguised This Sky”, di Andrea Pintelli



KENYON BUNTON – “This Guy’s Disguised This Sky”
Di Andrea Pintelli

La storia artistica di Keyton Bunton inizia negli anni novanta, in Inghilterra, suo paese di origine. Dopo alcuni esperimenti con varie band, tra cui i Cardiacs che avevano avuto alcuni passaggi anche su MTV e BBC radio. Disilluso dalla scena musicale londinese su cui di poggiava l’industria discografica dell’epoca, si allontanò da essa, sia idealmente (restò alcuni anni lontano da quel mondo), sia fisicamente, tant’è che ad un certo punto emigrò a Genova, culla del Prog nostrano e dispensatrice di ispirazioni per lui importantissime. Da qui ricominciò a scrivere e comporre la sua Musica, fatta di Canterbury sound, Van der Graaf Generator, mescolati a suoni più moderni come Foo Fighter e certo altro driving rock. Da buon intenditore era solito ascoltare Hawkwind, Henry Cow, Frank Zappa, tanto quanto  Black Flag e Sonic Youth. Questo bagaglio culturale lo ritroviamo ben impresso negli album fin qui pubblicati.
Oggi prenderemo in esame “This Guy’s Disguised This Sky”, suo secondo lavoro pubblicato pochi mesi fa dalla Standard Tuna Records. Personalmente ho fatto fatica ad avvicinarmi a questo autore, perché distante dal mio sentire (nonostante la mia versatilità), ma comunque andando ad analizzare questo disco significativo, si può captare la ricerca di uno stile (magari non ancora identificato appieno) e soprattutto la forza interpretativa che Bunton con naturalezza infonde in ogni singolo brano.
“Seeing is Stealing”, prima traccia, è un crescendo di chitarra a cui via via si associano gli altri strumenti, creando una linea d’intermezzo quasi noise, per poi concludere in un simil fuoco d’artificio stilistico. “Seeing Infinity” è corale, distante anni luce dai personalismi pop che assillano il nostro oggi; quasi lirica, in un movimento quasi sospeso fra la novità, lo psych folk e il cielo, trova nel suo doppiare la voce una soluzione venuta da lontano: dagli anni settanta? Già. “Pass the Salt” riprende alcuni stilemi tipici proprio del primo periodo degli anni novanta e ciò infonde a tutto il pezzo una sensazione di tristezza che speri di abbandonare ben presto. “The Sky ain’t Blue” finalmente porta ritmo al percorso, qualche apertura in più rispetto ai precedenti tratti. Sembra essere in un cerchio in cui non si riesce ad uscirne, il perdurare di certe melodie portano a sensazioni monocordi e martellanti. Poi la svolta verso un eclettismo più marcato, ed è lì che si alza l’asticella della creatività. Questa trovata salva il brano. “This Guy’s Disguised This Sky”, che dà il titolo all’album, è una camminata di sei minuti in un elettronico e buio mondo interiore, di cui il titolo dice tutto. O quasi. Vorremmo essere altrove, siccome la difficoltà d’ascolto è alta e l’immedesimarsi in questo “ragazzo” è pericolosa. Voci che ci sorvolano, a volte attraversandoci, sostenute da un tappeto sonoro sinistro, non sembrano essere amichevoli. “The End of a Superhero” riprende il lato più Prog di Bunton, con un ampio spettro sonoro che tanto vuol urlare, per farci sentire e vivere quello che l’autore sta respirando. Sperimentalismo, ma anche capacità d’osare, ci regalano quello che è senza dubbio la miglior traccia del disco. Senza ombra di dubbio. La sua voce posta all’inizio e alla fine, racchiude un momento alto, intenso, sostenuto. “Waiting for a train” è soprattutto eco di se stesso, capacità d’infondere il proprio lato più romantico. Ripetizione del concetto che lui sta attendendo quel treno, ma invano. Nera luce. Orizzonte lontanissimo, quasi rarefatto. “Summer Song” è un pezzo di sentimentalismo messo in musica, una timida speranza sonora e d’idea in mezzo a un oceano di fioca volontà di proseguire. Ma la sua forza è proprio questa. Basta non lasciarsi coinvolgere. Riflessioni e pensieri svelati da contraltare alla rarefatta fiammella dell’esistenza. Io l’Estate l’ho sempre immaginata e vissuta da protagonista insieme al Sole, ai sorrisi e alle avventure che profumano di gioia e nudità. Probabilmente non è così per tutti. Chiude l’album “Waiting in the Rain”, che torna all’inizio del discorso in una dimensione molto intima, quasi a volere preservare il lato più nascosto del nostro musicista. Paure, timori, attese sono aspetti del quotidiano. Il sopravvento non potranno mai averlo se ci si lancia nel mondo là fuori, da cui bisogna a tutti i costi cavare e ricavare il meglio possibile. Anche in presenza di negatività. Siamo noi che dobbiamo vincere. Siamo noi ad essere i protagonisti della nostra strada, che andandosi ad intersecare con le altre non deve comunque avere remore nel coinvolgerle nella bellezza. Bisogna osare, bisogna (sor)volare, bisogna vivere.
Nel corso del 2019 saranno pubblicati due nuovi lavori di Bunton: un cd live e il terzo cd di inediti, il quale viene indicato come il suo miglior lavoro. A voi la scelta. Abbracci diffusi.


Kenyon Bunton - Voce, chitarra
Ackley Stephen Alder - chitarraelettrica
Richard Harris - Basso
Joanne Johannsson - Tastiere, pianoforte, arrangiamenti
Donk - Batteria, percussioni

Registrato a Bonkon Studios
Mastering fatto da Kyle Samgard a More Peak For The Week Farm Studios

sabato 9 febbraio 2019

Loggins & Messina: accadeva nel 1976




Nel febbraio del 1976, dopo 6 anni di successi, si divideva il duo country-rock Loggins & Messina, nato dall'incontro dell'ex Buffalo Springfield e Poco Jim Messina con il cantautore Kenny Loggins.

Kenny Loggins, sempre a febbraio, ma del 1984, sbanca al botteghino con la colonna sonora del film "Footloose".

Di tutto un Pop…
Wazza




giovedì 7 febbraio 2019

Ricordando Marcello Vento



E' un dovere ricordare "Marcellino" Vento, artigiano delle percussioni, che ci lasciava il 7 febbraio 2013.
Per non dimenticare...
Wazza




Gli Alberomotore sono stati un gruppo rock progressivo romano degli anni settanta, formato inizialmente da Maurizio Rota come voce e alle percussioni, da Fernando Fera alla chitarra, da Glauco Borrelli al basso e come voce e da Marcello Vento alla batteria, cui si aggiunsero nel novembre 1972 Adriano Martire alle tastiere e Carlo Magaldi alle chitarre. Quest'ultimo fu costretto a lasciare il gruppo a Giugno del 1973 per problemi di salute.


mercoledì 6 febbraio 2019

Delirium... un ventata di novità nel festival della tradizione: era il 1972



Visto che "Sanremo" bombardati per una settimana dal Festival dei fiori... vale la pena ricordare l'apparizione dei Delirium nel febbraio 1972, nella categoria "esordienti".
Si classificarono al sesto posto con il brano "Jeshael" di Fossati/Prudente.
Il disco schizzò in testa alle classifiche dei 45 giri diventando un "tormentone", e facendo conoscere al grande pubblico italiano medio l'uso del flauto nella musica pop-rock (cosa che all'estero faceva Ian Anderson da anni...).
Sul palco si fecero accompagnare da un gruppo di amici, "finti hippy", tra cui l'amico Roberto Bernoni, in arte "Zorro", scomparso lo scorso anno.

I Delirium, avevano già pubblicato nel 1971 l'album "Dolce Acqua", e con il successo di Sanremo vennero invitati in tutti i festival e raduni pop. Dopo aver partecipato ad "Un disco per l'estate", con la canzone "Haum", Ivano Fossati lasciò la band,  e ne seguì una prestigiosa carriera da solista.
Di tutto un Pop…
Wazza




martedì 5 febbraio 2019

Il compleanno di Mauro Pagani


Compie gli anni oggi, 5 febbraioMauro Pagani.
Musicista polistrumentista, arrangiatore, produttore, direttore artistico, autore di colonne sonore, innovatore e ricercatore musicali... in parole povere un "fenomeno".
Conosciuto per aver fatto parte della Premiata Forneria Marconi e per aver collaborato con Fabrizio de Andrè.

Buon Compleanno Maestro

Wazza


 Estratto dell’articolo di Antonio Gnoli per “la Repubblica” 

Mentre attendo, in una sala di registrazione, l'arrivo di Mauro Pagani, osservo un terzetto di giovani che sosta durante una pausa. Sono fonici e missatori che lavorano alla registrazione di un nuovo disco. È un ambiente, dalle cupe venature industriali, che Pagani ha rilevato una ventina di anni fa, in un lembo della periferia milanese […]

«[…] Il Sessantotto servì anche ad adeguare i comportamenti sociali al resto del mondo occidentale. Fu allora che cominciò a farsi strada la categoria "giovani". La pubblicità, la moda, la politica, i beni culturali avevano ignorato quella generazione uscita dal dopoguerra. Per me, che venivo dalla provincia e mi ero trasferito a Milano, fu una svolta».

Dove è nato?
«A Chiari non distante da Brescia che per uno venuto da una piccolo paese era il massimo della trasgressione. Sotto un cattolicesimo duro e prospero Brescia alimentava inquietudini insospettabili. Negli anni Sessanta ci fu il primo scandalo omosessuale. Rubricato come " balletti verdi". Incombeva il "popolo della notte", con le prime drag queen, i travestiti, e la moltiplicazione dei locali, dove la musica e il divertimento sfondavano le prime ore dell' alba».
[…] «Negli anni mi feci una certa fama nel bresciano. […] Fu il periodo dei night. […] Dormivo in una pensione frequentata da ballerine, spogliarelliste, qualche ragazza di vita e un paio di papponi. La sera presto mangiavamo tutti assieme. Il crooner in giacca di lamé, le puttane con le parrucche color platino, gli stivaloni di plastica lucida e le minigonne, i protettori con le camicie aderenti e i pantaloni attillati a zampa di elefante».

Era quello il clima?
«[…] In quell' atmosfera di spavalda ruffianeria feci il mio apprendistato. Corso Buenos Aires non era via Veneto ma sfavillava di mondi che non si sarebbero mai incontrati di giorno. Erano gli anni in cui la malavita si era iscritta all'anagrafe sotto il nome di Francis Turatello».

Lo ha conosciuto?

«Non personalmente. A volte si affacciava nel night dove lavoravo. Ricordo un uomo piuttosto bello, con addosso un cappotto di cammello che gli copriva le caviglie e un feltro grigio calato sulla testa. Entrava guardandosi in giro, l'aria spavalda con due grossi ceffi che gli guardavano le spalle. Quella Milano, contesa tra la banda di Turatello e i clan calabresi e siciliani, si liquefece dopo l'attentato di Piazza Fontana. […] Per mia fortuna nel 1970 entrai a far parte della Premiata Forneria Marconi».


Come fu l'impatto?
«Indolore, venivo da un' esperienza significativa, gli altri del gruppo avevano fondato una band che si chiamava "Quelli" il cui successo procedeva sulla falsariga di quei gruppi italiani che facevano cover. Ma erano stanchi anche perché la vera innovazione musicale passava dai nuovi gruppi: i Genesis e i Chicago. Cercavano un flauto o un violino e io suonavo entrambi».

Ma quel nome come è nato?
«Fu del tutto casuale. Nell'altro gruppo c'era un batterista che si chiamava Marconi e la madre faceva la fornaia. A quanto pare tutte le cambiali che i "Quelli" facevano, arrivavano a questa signora, l'unica a possedere dei beni. Fu in omaggio a lei che trovammo il nome, aggiungendovi "Premiata" per dargli il tocco della tradizione».

La Pfm è considerato uno dei grandi gruppi storici della musica italiana: cosa vi contraddistinse?
«La piena adesione ai canoni internazionali. Credo di non esagerare dicendo che fummo il solo gruppo italiano che sfondò in Inghilterra e negli Usa. Fu Greg Lake, bassista e cantante degli Emerson, Lake & Palmer, che dopo averci ascoltato in un concerto romano ci portò a Londra presentandoci al produttore Pete Sinfield. […] Il successo arrivò quasi subito e la riprova l'avemmo al Reading Festival, la più importante manifestazione rock. Quel giorno, subito dopo di noi, suonarono i Genesis».

Come viveste questa consacrazione?
«In maniera frenetica. Ci chiamarono a suonare in tutta Europa e finalmente si aprirono le porte dell'America. In tre tournée facemmo all'incirca centosettanta concerti. Nelle prime due da supporto alle grandi band, come i Beach Boys e i Santana. Un giornale americano scrisse che insieme ai Led Zeppelin noi della Pfm eravamo la più interessante novità europea. Poi, tutto a un tratto, perdemmo il biglietto vincente della lotteria».

Che cosa accadde?
«La nostra estrazione politica di estrema sinistra ci convinse a tenere un concerto in California a favore dei palestinesi. Qualche giorno dopo comparve su Billboard, una delle riviste più prestigiose, un articolo che, partendo dalla prima pagina, stroncava la Pfm. Il nostro manager, Bill Graham, lo stesso di Bob Dylan, che ci aveva guidati nelle tournée americane, era costernato.
 Ricordo una riunione drammatica che si concluse con una specie di epitaffio di Bill: dimenticatevi la West Coast. Guardammo quell'uomo, di origini tedesche, che aveva effettivamente fatto molto per noi, credendo nella nostra musica, come qualcuno che ci risvegliava brutalmente da un sogno. Qualcosa si era spezzato. Per fortuna, o forse no, cominciavo ad essere stufo del rock».

Cosa non andava?
«Il rapporto liturgico con il pubblico somigliava sempre più a uno stanco rituale. Avevo l'impressione che fossimo diventati solo un pretesto per la gente che veniva ad ascoltarci. Oltretutto, il genere di musica che suonavamo, il Progressive, stava esaurendosi. Il guaio è che non ce ne accorgevamo. Almeno fino al momento in cui decisi di uscire dal gruppo. Era il 1976».

Ci fu allora l'incontro con Fabrizio De André?
«Avvenne un po' più tardi, quello che iniziai a fare fu ascoltare la musica che proveniva dal Mediterraneo. Fu su questo sfondo di ricchezza polifonica che in seguito sarebbe nato Creuza de ma. Fu un'esperienza che risolse la mia inquietudine musicale di quegli anni».

Come vi conosceste con De André?
«La Pfm aveva in alcune occasioni collaborato con Fabrizio.
Poi ci perdemmo di vista salvo ritrovarci in uno studio di registrazione a Carimate. Era il 1981, c' era già stato, un paio d' anni prima, il rapimento suo e di Dori. Non vivevano più in Sardegna […]».

Fu un rapporto complicato?
«Direi di no. Lui era molto maniacale e pieno di dubbi […] Scrissi la musica e gliela cantai in una specie di arabo finto. […] Per allentare una certa tensione gli dissi che il tutto andava rivisto, aggiustato. Come se volessi prevenire qualche sua critica. Lui mi guardò e poi disse "Belìn, il disco si fa così!" […]».

Quanto tempo avete collaborato?
«All' incirca sedici anni. A un certo punto gli venne voglia di collaborare con Ivano Fossati e a me di lavorare autonomamente. Poi, qualche mese prima che morisse, prendemmo in considerazione un nuovo progetto comune».

Di cosa si trattava?

«Fabrizio voleva realizzare un disco sulla fine orribile dello scorso secolo. Gli dissi: vuoi una musica solare? Scherzi, mi rispose, deve essere il funerale del Novecento. Fu l'ultima volta che ci parlammo, come due amici che avevano ritrovato una strada comune. La sua morte interruppe definitivamente quel cammino».

lunedì 4 febbraio 2019

Genesis in Italia nel febbraio del 1974


E’ sempre un piacere ricordare il tour dei Genesis che partiva da Torino il 3 febbraio 1974... rileggendo i giornali dell'epoca!
di tutto un Pop…
Wazza






domenica 3 febbraio 2019

3 febbraio ricordando Rudy


"Le persone non smettono mai di mancarci. Impariamo soltanto a vivere tenendoci dentro, in qualche modo, lenorme abissale vuoto lasciato dalla loro assenza”.
(Alyson Noël)

Ciao Rudy, sempre con noi !
Wazza


sabato 2 febbraio 2019

GTO – "SUPER", di Andrea Zappaterra


GTO – SUPER
Music Force
Di Andrea Zappaterra

Nati nell’ormai lontano 1993 (anche se il loro primo album, “The Best of”, esce nel 1998) a San Leo Bastia (Perugia) i GTO sono una band folk rock e festeggiano quest’anno 25 anni di musica e di successi pubblicando l’album dal titolo “SUPER”.
I loro inizi sono prevalentemente legati alla produzione cinematografica, con alcuni brani come “Pellerossa” e la “Cimbolera” - colonne sonore di film della televisione tedesca - o “In the market” - colonna sonora dell’omonimo film di Lorenzo Lombardi -, e dopo vari successi, come “La Sposa”, i GTO approdano a questo sesto album, composto di 13 brani tutti validissimi e carichi di ritmi accattivanti.

Acronimo di "Gran Turismo Omologata", la sigla automobilistica presa a nome dai GTO imprime un certo sprint al rock/folk vivace suonato con virtuosismo dal gruppo, con il grande pregio di usare la lingua italiana nei testi, semplici e divertenti, anche se le tematiche sociali sono ben presenti e non sempre così leggere: l’immigrazione (“Francis”, ”1970 Hostel”), l’educazione genitoriale (con le splendide ”Dove ho sbagliato”,”Mi parlerai di te”, preziosi cammei), la convivenza urbana sempre più cosmopolita (”L’amore è una scelta”, ”Passione”, ”Di notte sabato alle 3”), ma anche la gioia delle prime esperienze e spensierate avventure vacanziere on the road (“I re della riviera”,”La Rambla”,”La strada è liberazione”, “Destinazione anywhere”, ”Johnny’s back summer’s back”, ”Ma maladie”).
Il suono è una miscela di rock (chitarre elettriche) e folk (fisarmonica e mandola) che ben si temperano rendendo i brani di piacevole ascolto, in una conformazione forse più tipicamente cantautorale italiana che esterofila, da qui l’accostamento al folk nostrano.

Nel complesso tredici visioni multicolori con tante sfaccettature che non mancheranno di far evocare all’ascoltatore anche le proprie esperienze giovanili, magari spensierate, come quelle suonate e cantate magistralmente dai GTO.


Formazione:
Stefano Bucci: voce
Romano Novelli: chitarre – mandola – armonica - cori
Alessandro Bucci: batteria
Giampiero Passeri: basso
Luigi Bastianoni: chitarre – fisarmonica - cori 



Tracklist:
I re della riviera
1970 Hostel
La Rambla
L’amore è una scelta
Di notte sabato alle 3
La strada è liberazione
Destination anywhere
Dove ho sbagliato
Johnny’s back summer’s back
Passione
Francis
Ma maladie
Mi parlerai di te