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mercoledì 28 febbraio 2018

OAK - Concerto al Planet live club di Roma il 18/02/18, di Max Rock Polis



OAK - Concerto al Planet live club di Roma il 18/02/18
Di Max Rock Polis

Se volete sapere che succede quando il signor Ian (Anderson) incontra il signor Peter (Hammill), Jerry Cutillo prova a spiegarvelo assieme ai suoi OAK, ovvero Oscillazioni Alchemico Kreative. Ci ha provato al Planet live club di Roma la sera del 18 febbraio 2018, con un release party della sua ultima creazione, la Progrock opera “Giordano Bruno”, ovvero quattordici brani raccolti in due LP/un CD per raccontare la vita del filosofo napoletano dal suo arrivo a Roma fino alla sua morte, sempre a Roma in Campo de' fiori, dove in quegli anni l'istituzione ecclesiastica era solita giustiziare i propri nemici, quindi anche quelli considerati eretici come Bruno.
Jerry, il compositore di quasi tutti i testi e musiche dell'opera, è rimasto molto affascinato da questa figura di grande pensatore del sedicesimo secolo, tanto da averne voluto fare una vera e propria opera Rock in chiave Progressive e averla voluto presentare al pubblico esattamente 418 anni e un giorno dopo la morte di Bruno.
Ad aprire la serata è stata la cantautrice e musicista Tiziana Radis, che chitarra acustica e voce ci ha presentato cinque tra i suoi pezzi preferiti: tre composizioni sue (“You came”, “Un mondo che non c'è” e “Slowly in the night”) e due cover (le famosissime “Nights in white satin” e “Over the rainbow”).  Molto brava sia nella vocalità che nell'esecuzione strumentale, ha portato la sala al punto giusto di calore e attesa per ciò che sarebbe seguito. L'inizio di un concerto Prog è importante, Tiziana lo sa e infatti la sua prestazione più che nell'impatto sonoro si è concentrato sull'emotivo, sull'etereo, sul saper suscitare ricordi e atmosfere intime, accendendo il pubblico di entusiasmo con la sua voce calda e l'abile pizzicare la sua sei corde, anche con l'auto di due grandi composizioni del passato.


Dopo qualche minuto di intrattenimento al microfono a cura del giornalista Maurizio Baiata, gli OAK hanno preso il posto sul palco, ovvero Jerry Cutillo a tastiere, chitarra acustica e flauto e Francesco De Renzi alle tastiere, con al fianco un bel numero di ospiti a cominciare dalla sezione ritmica con Shanti Colucci alla batteria e Guglielmo Pirovano al basso, assieme a un vero gigante ai sassofoni: David Jackson ex componente dei Van der Graaf Generator. Egli tra l'altro in intervista ci ha detto che doveva collaborare solo a 5 brani, mentre alla fine sul disco ne ha fatti una dozzina.


Lo spettacolo si è incentrato sull'ultimo album degli OAK, ripercorrendolo tutto in ordine canzone per canzone, arricchito dalle spiegazioni di Jerry che svariate volte ha introdotto ai brani e alla storia di Bruno che in parte si trovano anche nella cover interna dei suoi LP.
La storia comincia e finisce in Campo de' fiori, dove Giordano prima di essere giustiziato ha dei flashback e flashforward sulla propria vita. Il primo brano è solo un'introduzione, ma dal secondo si comincia subito a capire cosa ci aspetterà durante la serata: energia, una grande energia che il quintetto tira fuori dai propri strumenti, pur essendo una formazione che ha provato quasi per niente assieme. Segno distintivo di grande professionalità, oltre che bravura.
Altri due ospiti, stavolta femminili, sono saliti sul palco a cantare un brano che le vede protagoniste anche nell'album: dapprima la brava Valentina Ciaffaglione ha intonato in risvolti vocali lirici e personali la sua interpretazione viva e ammaliante di “Diana/Morgana”, che racconta di Bruno disteso sulla spiaggia di Nola, in contemplazione del paesaggio finché incontra “lei”. L'altra è stata la nota cantante e compositrice anglo napoletana Jenny Sorrenti, che dapprima ci ha regalato la sua visione interpretativa di “Wittenberger fuchstanz”, di cui ha composto pure parte dei testi, facendo la volpe che in inglese si rivolge a Giordano / Jerry, mentre lui risponde in tedesco.
Ma con la Sorrenti non è finita qui, in quanto poi lei stessa si è messa alla tastiera di Cutillo per fare un accenno di “Il risveglio” dal suo primo disco “Saint Just” del 1973 e poi tornando in piedi a cantare “Fragili” da “Burattina” del 2009, carica fino all'assolo finale di Jackson al sax soprano.
Parlando poi di pezzi extra “Giordano Bruno”, bisogna citare il doveroso splendido omaggio ai Van der Graaf, con un brano che Jackson stesso ha dichiarato di non ricordare di avere mai eseguito dal vivo, e cioè “White hammer” dallo storico “The least we can do is wave to each other” del 1970.
Durante tutto il concerto sono così tante le vibrazioni di energia, di intensità, che all'inizio non ci si rende conto molto bene di un particolare, e poi a un certo punto un vecchio amante dell'hard rock si può trovare a pensare: “sì, ma come fanno a essere tanto carichi senza un chitarrista elettrico? Ma per caso è nascosto dietro le quinte?”. Per quanto detto finora quello dell'elettrica è un suono che non c'è, ma di cui non si sente la mancanza.
Il loro stile come accennato all'inizio si rivela un misto di sonorità Progressive alla Jethro Tull, quelle miscele sonore non possono non ricordarli con Jerry molto spesso al flauto, e di un'impronta stilisticamente e sonoramente riconducibile agli anni d'oro dei Van der Graaf Generator, vista la partecipazione eccellente di David Jackson.
Lo spettacolo sul palco è stato anche visuale oltre che sonoro, perché Jerry si è agilmente mosso tutto il tempo col suo mantello, a volte tornando dietro alla tastiera, altre volte imbracciando la sua acustica, altre ancora maneggiando il flauto, anche roteandolo e lanciandolo in aria. 

Pure David ci ha messo del suo, facendo un pezzo col suo famosissimo modo di impugnare e suonare due sassofoni assieme, e i suoi assoli sono sempre ispirati e trascinanti, accompagnati dalle mosse del suo corpo, quel tirarsi indietro di schiena carico di intensità. Anche Shanti, Guglielmo e Francesco hanno fatto il loro solido lavoro  di reggere tutto l'impianto sonoro e ritmico, davvero con grande bravura.
Ampio spazio è stato poi dedicato alla Sorrenti, la quale non si è certo risparmiata nel metterci del suo. L'entrata in scena repentina a metà canzone, poco prima di dover intonare le sue note, e poi la gestualità. la teatralità, la trance artistica hanno riempito il palco ed entusiasmato il pubblico in sala. Una volta tanto il mantello di Jerry ha smesso di volteggiare, al servizio di Jenny e del suo mondo musicale. La sua voce molto particolare ed espressiva, spaziando tra le ottave ha fatto breccia nel duetto e nelle canzoni degli OAK, dando una gradazione di colore che mancava allo show.
Ciò detto, appare chiaro che il concerto sia stato un crescendo continuo di vibrazioni ed emozioni, ammaliando tutto il numeroso pubblico che ha riempito il locale, a sedere e in piedi, in continue ondate di acclamazione.
È superfluo stare a descrivere qui tutte le canzoni una per una, sappiate che “Giordano Bruno” appena uscito è un ottimo lavoro: ispirato, coinvolgente e splendidamente suonato, specie dal vivo da questo straordinario quintetto di artisti. Gli sforzi di Cutillo per creare una Progrock opera sofisticata seppur diretta e d'impatto sono andati ben a frutto sia in studio sul disco che tanto più dal vivo. Ci auguriamo proprio che questo album, questo concerto, possa essere portato in altre città e situazioni, per essere fatto conoscere a più persone possibile, per regalar loro altre emozioni.



martedì 27 febbraio 2018

27 febbraio 1972: VdGG su CIAO 2001...


Sul numero 8 di "Ciao 2001" del 27 febbraio 1972, articolo sui Van der Graaf Generator dopo il favoloso concerto del Piper a Roma.
… di tutto un Pop!
Wazza




lunedì 26 febbraio 2018

Accadeva nel febbraio del 1994...


Su "Keybord Magazine", edizione Giapponese del febbraio del 1994, copertina dedicata a due "alfieri" delle tastiere: Jon Lord (Deep Purple) e Keith Emerson (EL&P)...
Purtroppo accomunati dal tragico destino, che ci ha privato troppo presto della loro bravura!
Wazza



domenica 25 febbraio 2018

"Killing Rock Revolution- Alessandro Bruni, di Max Rock Polis


Alessandro Bruni - Killing Rock Revolution
Di Max Rock Polis

Chissà quante volte avrete sentito parlare del Club 27, ovvero di tutti quegli artisti che, soprattutto a cavallo degli anni '60-'70, sono morti a 27 anni. E se non fosse esattamente un caso, e se ci fosse una volontà dietro a qualcuna di quelle scomparse illustri? Ragionando di fantasia si possono tirare fuori degli scenari interessanti, intriganti.
Questo è in pratica ciò che ha fatto Alessandro Bruni, giovane autore bolognese che nel suo “Killing Rock Revolution”, edito nel 2017 da Persiani editore, ha appunto cercato di dare un senso a certi tragici avvenimenti. Il titolo la dice lunga, perché il termine “killing” sottintende una precisa volontà nei riguardi della rivoluzione del Rock in atto in quegli anni.

Il libro racconta due storie parallele destinate prima o poi a unirsi. La principale è quella di Steve McBrown, un ragazzo di 25 anni di origine scozzese, l'altra è quella di due agenti, Bill, americano e  George, inglese, che appaiono negli interludi tra i capitoli di Steve.
Lo conosciamo nel suo ultimo giorno di galera, ma non è un delinquente incallito, piuttosto un tipo un pò sfortunato che in una rissa colpì un poliziotto e quindi fu condannato a tre anni di galera, dal 1966 al 1969. Uscendo trova il mondo giovanile molto cambiato, fatica a trovare un lavoro e una casa dove dormire, visto che i suoi non ne vogliono più sapere, nessuno si è più fatto vivo con lui, tanto meno la madre di sua figlia di 5 anni che, saputo dei suoi continui tradimenti poco prima di sposarlo, prima che lui finisse dentro, lo scarica, mentre suo suocero lo minaccia fisicamente per non farlo riavvicinare a loro. Tant'è che un giorno che ha la malaugurata idea di andare a vedere com'è cresciuta la figlia, all'uscita di scuola, viene successivamente picchiato duramente da tre individui. Per fortuna riesce a trovare cure e ricovero presso una ragazza innamorata di lui, con cui inizia una relazione e fa la conoscenza dei nuovi gruppi musicali di quegli anni. Per il suo compleanno lei gli regala una costosa macchina fotografica, visto che lui prima faceva il fotografo. Fortuitamente nel negozio di lei Steve conosce PJ, Peter Joyce, che è un giornalista molto ben intrallazzato con le nuove rockstar, e convince Steve a fargli da fotografo per una tournée che sta per intraprendere.
In quei mesi assieme a lui Steve, oltre a farsi droghe di ogni tipo, lavora come fotografo per concerti, conosce molti artisti famosi, in pratica si fa un nome nell'ambiente. PJ gli parla di un dossier che avrebbe scritto con prove che la CIA avrebbe tentato di uccidere qualcuno dei musicisti più in vista per il loro impegno politico, e gli affida i documenti da consegnare a un amico giornalista per la pubblicazione, nel caso che riuscissero a farlo sparire.
Dopo che PJ è partito per gli Stati Uniti in aiuto alla propria madre, Steve si trova a viaggiare verso l'isola di Wight, dove si terrà uno dei festival più memorabili della storia, nell'agosto del 1970. Durante il viaggio in nave conosce Anita, con la quale una volta sbarcati si stabilisce in una comune dove, in attesa del concerto, si mettono a lavorare. Lui si innamora di lei, anche se lei a volte ha dei comportamenti strani.
Qui non vi racconto più nulla per non svelarvi dettagli importanti. Sappiate solo che dopo qualche settimana la storia di Steve proseguirà a Parigi, dove lui cambierà professione (non più fotografo). La vicenda si chiude nell'estate del 1971 con un colpo di scena da maestro.


Lo stile di scrittura di Alessandro è fluido, scorrevole, niente affatto pesante. Il libro si legge velocemente e senza troppi pensieri, è avvincente, ogni capitolo porta a voler scoprire cosa succederà in quello dopo. La storia è un continuo movimento di situazioni e personaggi, il ritmo cala solo a un certo punto nella parte centrale di Parigi, per poi riprendere nel finale.
Complici situazioni e personaggi reali molto amati da noi rocker, ci potrebbe capitare a un certo punto di avercela, di arrabbiarsi proprio col protagonista, per quello che riesce a fare. Chiaramente essendo fiction quello raccontato è solo un'elaborazione di fantasia, però ciò non toglie che non è tanto facile non lasciarsi prendere da certe sensazioni, ad appassionarcisi.
Il libro infatti contiene molti elementi richiamanti alla realtà del tempo, quando davvero quei gruppi, quegli artisti non erano i mostri sacri che tutti amiamo oggi ma solo dei ragazzi in continua ascesa, osannati ma da un non grande numero di persone.
Le tre ambientazioni: Londra, Parigi e l'isola di Wight (l'unico posto dove l'autore non è stato di persona) sono realisticamente descritte… ci si potrebbe mettere tranquillamente con una cartina a ripercorrere tutti i luoghi contenuti nel libro. In questo Alessandro ha posto attenzione, come anche nell'immergere i suoi personaggi negli usi e costumi del tempo, con i vestiti e le altre abitudini di vita più sregolate, leggasi droghe di ogni tipo.
Il libro è disponibile in versione cartacea, basta andare su Facebook a cercare “Killing rock revolution” per vedere come ordinarlo in copia fisica, oppure su Amazon per acquistarne copia digitale. A voi la scelta.



sabato 24 febbraio 2018

Febbraio 1980: usciva "Civilian", ultimo album dei Gentle Giant

Il look dei Gentle Giant nel 1980

Usciva a fine febbraio 1980 "Civilian", ultimo album dei Gentle Giant, un concept album sull'alienazione dell'uomo moderno. Messo da parte il "prog" e le loro complessità vocali, i G.G. optano per un rock lineare, a volte "hard", a "sacrificio" delle tastiere di Kerry Minner, messe in secondo piano... ricordo che la critica lo aveva ribattezzato "In-Civilian", abituati ai capolavori che la band aveva prodotto fino al 1977.
A distanza di anni, e soprattutto ascoltando ciò che si produce oggi, questo suona lavoro come un signor disco di pop-rock
Wazza


Recensione catturata in rete...

Tra l'agosto ed il settembre del 1979 i Gentle Giant si recano in California per registrare i brani del loro ultimo disco ufficiale. La scena musicale si sta allontanando dalle oscure e dure trame punk e stanno nascendo suoni parecchio elettronici che saranno definiti poi "New Wave". Pubblicato nella primavera del 1980, su Chrysalis, "Civilian" è un disco che riconsegna il complesso al meglio della propria creatività, sempre rapportata alla nuova tendenza, che porta il rock ad essere di più facile comprensione e stesura.
Il risultato è davvero incoraggiante. Lo strumento che acquista evidenza maggiore in tutto il LP è la chitarra elettrica, spesso distorta, di Gary Green che si trova assolutamente a suo agio in riff ed assolo da antologia. Anche le linee di basso di Ray Schulman sono realmente impeccabili anche perché in "Civilian" è utilizzato un basso a 8 corde per la prima volta. Nei precedenti dischi Ray ha sempre utilizzato un Fender Precision. La produzione americana, del grande Geoff Emerick, ha sicuramente portato beneficio al gruppo dei fratelli Schulman, che proprio in America hanno ricevuto i consensi commerciali maggiori.
I brani sono sempre di relativa lunghezza e le trame progressive sono ancor più lontane che nei precedenti due ultimi dischi da studio. La sensazione è però quella di essere di fronte alla maturazione ed alla completa trasformazione del gruppo in un grandissimo fenomeno del rock classico. Le canzoni sono molto tirate, il rock è davvero deciso ed a tratti hard. Sono chiari i riferimenti a band come Who o Led Zeppelin, ma la proposta resta di grande originalità. "Civilian" si lascia ascoltare con piacere e con inaspettata attenzione. E' un disco intriso di pezzi radiofonici e singoli da classifica (stranamente non ne furono emessi ufficialmente) di grande impatto e qualità. 


Si sarebbe potuta aprire una nuova grande pagina della storia dei Gentle Giant, invece al termine del tour statunitense il gruppo decide consensualmente di sciogliersi e di lasciare solitaria questa opera davvero pregevole. Il disco inizia con "Convenience", caratterizzato da un sound molto aggressivo e da un interessante introduzione post-punk guidata da batteria e chitarra elettrica. Sono sparite le trame classiche e progressive. I Gentle Giant, di "Convenience", traspaiono come un gruppo rock molto aggressivo e di grande impatto. Davvero degni di nota i solo di Green alla chitarra elettrica. Come nella seguente "All Through The Night", meno sparata della precedente ma sempre guidata da un orecchiabile riff di chitarra elettrica distorta. Ottimo anche l'organo di Minnear, che completa la scena in modo davvero impeccabile, soprattutto sul finire del pezzo. Un’introduzione delicata (che ricorda un po' l'attacco di "Free Hand") di Minnear al pianoforte regala momenti e vaghi ricordi progressivi in "Shadows On The Street", davvero memorabile la voce di Kerry che nei brani lenti e dolci ottiene sempre il massimo dei consensi. Uno degli apici dell'intero disco. Il lato A si chiude con "Number One" dove è d'uopo il ritorno su passi più rock. Il brano è certamente convincente, grazie ad un'astuta miscela tra la chitarra elettrica e le basi tastieristcihe di Minnear. Il refrain entra sicuramente in testa e avrebbe meritato un’esposizione maggiore. Tra le cose più riuscite di "Civilian" c'è di certo "Underground" che si apre proprio con il suono della vettura metropolitana, che si avvicina alla stazione e si ferma per far accomodare i passeggeri. Incalzante l'introduzione e l'andamento strumentale, che è sorretto da un fantastico basso e dalla chitarra elettrica, qui utilizzata in stile più funky che hard rock. Minnear, con le tastiere, regala incisi spaziali ed una jam incredibilmente variopinta, quasi in conclusione.
Anche "I Am A Camera" ha un incedere aggressivo. Anticipata da alcuni insoliti scatti di macchina fotografica, si espande su lidi hard forse meno trascinanti che in altri brani presenti sul disco. Ha tuttavia il merito di sottolineare, ancora una volta, le straordinarie doti canore di Derek in brani tirati e molto aggressivi. Da notare singolarmente che nello stesso anno gli Yes pubblicano il disco "Drama" e che nel brano "In The Lens" è contenuta la frase "I Am A Camera". Il brano termina di netto con l'ennesimo clic dello scatto fotografico.
Dal ritmo sempre convincente, ma meno violento, è l'ipnotica "Inside Out" con un riff chitarristico marmoreo e memorabile. La batteria di Weathers ricorda un pò i Led Zeppelin di "In Through The Out Door". "Inside Out" dura circa sei minuti ripetendo all'unisono, ma con interessanti e diversi intrecci soprattutto di tastiere e sintetizzatore, la ritmica iniziale. Il refrain è composto da magnifici intrecci vocali che ricordano i grandi pezzi cantati a madrigale o più da vicino i cori a cinque o sei voci. Il disco si chiude con l'alterna "It's Not Imagination" che ha una struttura musicale davvero densa e decisa, con batteria e chitarra che traggono il meglio da tutta la scena sonora. Purtroppo le parti vocali non sono all'altezza del resto del brano, che resta uno spiazzante epitaffio della band.
Alcune versioni in vinile e qualche ristampa in CD, riportano prima della fine del disco un breve groove che è stato intitolato (pur non avendo un’intestazione ufficiale) "That's All There Is". Tali parole sono un collage ripreso da quattro brani presenti sul LP e precisamente: "That's" è ripresa da "I'm Your Security, That's What They Say" da "I Am A Camera", la parola "All" è ripresa da "All Through The Night", il termine "There" è estratto da "Now They're Mine No More" dal brano "Heroes No More" e "Is" da "Everything Is Spinning Round" da "Inside Out". Proprio "Heroes No More" è un brano molto bello rimasto stranamente inedito su LP, ma aggiunto sulle ristampe CD sia della One Way Records che della Terrapin Records.
Curiosità: in copertina è difficile notare la dicitura "Civilian" del titolo che è invero riprodotta in rosso ai piedi della dicitura Gentle Giant, in un geniale effetto ottico.


venerdì 23 febbraio 2018

Isproject, The Archnauts: intervista di Max Rock Polis


Isproject, The Archnauts: Andare oltre il Progressive
28 settembre 2017
di Max Rock Polis

Gli Isproject sono un duo di giovani musicisti pugliesi, Ivan Santovito tastiere e voce e Ilenia Salvemini voce. Sono giovani ma già con le idee molto chiare, visto che il loro progetto musicale è arrivato all'attenzione di un noto personaggio del Progressive italiano scopritore di talenti. Da qui all'uscita del loro primo lavoro il passo è segnato. Scopriamo come.

Eccoci qua con Ivan ed Ilenia degli Isproject.
Iv: “Ci sono io al telefono ma accanto a me c'è Ilenia.”
Il: “Ciao!”

Siete una terra poco usa al Prog, al Post prog. Al vostro progetto c'è chi ci ha creduto assieme a voi: Zuffanti, la AMS records.
Iv: “Il disco si chiama “The Archinauts”, è un progetto parecchio ambizioso. Siamo stati scoperti dal nulla da Zuffanti, perché effettivamente il nostro intento non doveva avere esito discografico. Volevamo comporre più per noi che per qualcosa di più grande. In maniera molto casuale c'è stato l'incontro con Fabio. Siamo in Puglia e non è una terra così ricca di possibilità, così ci siamo scontrati con una realtà parecchio difficile per un genere non etichettabile come il nostro. Io non lo chiamo Prog perché non abbiamo capito nemmeno noi che genere facciamo, ma non ci interessa etichettare.”

Ma infatti è detto “Post prog”, si parte dal Prog e si va oltre.
Iv: “Abbiamo preso questo termine dall'estero perché non abbiamo mai saputo come chiamarlo. Ma per farci comprendere abbiamo cercato un modo per dargli un nome. All'estero si chiama Post prog, gruppi come Steven Wilson, Anathema usano il termine perché nemmeno loro sanno cosa stanno facendo, fanno semplicemente musica e la fanno molto bene. Possiamo dire che quel genere è morto ormai, è così come la fenice è riuscita a rinascere sotto nuove vesti.”

Che il Prog sia morto, forse nella sua veste classica, anni '70.
Iv: “Esatto. Per alcuni quel Prog è ancora vivo, ma per noi non esiste più, è nato sotto determinate caratteristiche sociali e politiche, avevano un senso rapportati a quelle. Sono nati in un periodo ma adesso c'è bisogno di rinnovamento.”

Vogliamo citare chi ci ha suonato oltre a voi due?
Iv: “Innanzitutto in veste di direttore artistico Fabio Zuffanti. È un ottimo talent scout, assieme a noi ha scoperto gruppi come Il Paradiso degli Orchi, Unreal City e ne sta scoprendo tanti altri. Oltre a lui Giovanni Pastorino in veste di tastierista e programmatore, ha fatto un lavoro eccelso, tantissimi riarrangaimenti delle parti ritmiche e tutte le parti tastieristiche. Simone Amodeo alla chitarra, che ha fatto degli assoli fantastici, riempiendo in modo esaustivo l'album, come in “Between the Light and the Stone” e “Lovers in the dream”. In veste di batterista Paolo Tixi, conosciuto per tanti altri lavori, grandissimo lavoro ritmico. Come bassista Andrea Bottaro conosciuto in questa collaborazione e poi ringraziamo la presenza di Martin Grice flautista e sassofonista dei Delirium che ha voluto farci questo immenso regalo ed è stato fantastico perché ha riempito la suite nella maniera migliore possibile.”

Una grande band, che però è complicato portarsi dal vivo.
Iv: “Facendo un rapido calcolo siamo in sette. Facendo i conti col budget è tanto. Un po' per queste un po' perché ci piace riarrangiare il nostro lavoro, abbiamo pensato di farlo in tre step. Uno con tutta la band in giro per i festival d'Europa, uno in trio con il pianoforte e chitarrista e uno in duo con solo pianoforte e voce per dare accezione diversa a questo album.”

Per un genere come il Prog non è facile suonarlo in due o tre.
Iv: “Come progetto in prospettiva, un progetto ambizioso, volevo sempre dare un ottimo spettacolo. Non sarà facile ma è il nostro obiettivo.”

Tra le vostre creazioni ce n'è una col titolo in italiano: “Mangialuce”. Ma cosa è un “mangia luce”?
Iv: “È una vecchia leggenda. Questo “mangia luce” si rifà a un videogioco francese, “manger de la lumière”. Questa entità orribile sta in un orfanotrofio, segue i ragazzi, li prende e ti accorgi che sta arrivando perché si spegne la luce. La luce è intesa anche come la positività, l'anima, che è una cosa perlopiù positiva. Quindi tratta di depressione, di problematiche della negatività. Nel finale del brano, che è complesso, anche lui è stanco di mangiare la positività e bisogna uscire fuori dalla depressione, che porta la morte. È difficile spiegare questa cosa a parole, così ci ho scritto un brano sopra.”

Non ci sarà un relaase party per il CD ma tenete d'occhio il loro Facebook e da domani il loro lavoro è in uscita in digitale.

Iv: “Sì andate su “isproject”, l'opera sarà sulle piattaforme digitali tra cui il nostro bandcamp  con i merchandising e tutto quanto.”





giovedì 22 febbraio 2018

Aldo Tagliapietra, “Invisibili realtà”: intervista di Max Rock Polis


Aldo Tagliapietra, “Invisibili realtà”. Pura classe e influenze orientali

Ci sono grandi nomi di storici gruppi del Prog italiano che già da tempo seguono delle strade parallele, per la grande voglia di fare musica anche nei momenti di pausa. Uno di questi è l'ex, cantante e bassista de Le orme, Aldo Tagliapietra, che continua a produrre ottimi lavori grazie alla sua indiscussa personalità ed esperienza. Parliamo col Greg Lake italiano del suo ultimo CD.

È un onore e un piacere averti qui con la tua musica, questo album “Invisibili realtà” di cui abbiamo sentito “Musica e parole”. Qualcuno si ricorda di te come cantate e bassista de Le Orme, ma adesso questo tuo è un progetto solista.
“Sì, da quando non sono più con Le Orme [dal 2009, ndr], abituato com'ero a lavorare in team, ho dovuto cercare dei collaboratori, musicisti, che suonassero con me soprattutto nel live, perché la dimensiona live è per me sempre stata molto importante e quindi da tenere presente. Il disco si fa, e bisogna farli anche belli altrimenti non ne vale la pena, però, ripet,o quando si è sul palco e si propongono pezzi nuovi, è un'altra cosa ovviamente, si ha più soddisfazione.”

Vogliamo ricordare e salutare chi ti affianca dal vivo?
“Nei live abbiamo Andrea De Nardi alle tastiere, musicista bravissimo con un background che va dalla musica classica alla sperimentazione. Poi c'è Matteo Ballarin che è un chitarrista, elettrico e acustico, in questo disco ad esempio ha suonato molto la chitarra acustica, perché qui ho voluto che ci siano intrecci di chitarra, alcuni suonati da me, altri da lui. Poi c'è Manuel Smaniotto, batterista. Anche lui è uno che suona “di pancia”, è uno che vuole esprimersi attraverso il proprio strumento, è molto bravo. In questo disco siccome ho voluto suonare la chitarra acustica, ho preso un amico della mia stessa età, Andrea Ghion, al basso. Praticamente sono diventato una specie di cantautore con una bella band alle spalle, ecco [ride. ndr].”

In questo modo ti sei rinnovato e i risultati sono tutt'altro che deludenti. Si sente la notevole qualità di questo lavoro, e ne siete veramente contenti.
“Sì, molto, molto. E anzi alla fine è venuto meglio di quello che ci aspettavamo, ecco, perché un conto è la canzone suonata voce e chitarra, e un conto è sentirla con i suoni, con gli arrangiamenti e tutto il resto. Siamo molto soddisfatti.”

E saranno soddisfatti coloro i quali compreranno questo CD. Diamo qualche riferimento, è uscito per…?
“Allora, l'etichetta è Self Clamore. Sono autoproduzioni, perché tu sai benissimo che le produzioni ufficiali si occupano di altri tipi di musica, quindi bisogna andare sull'auto produzione e lì si possono trovare le cose un po' più di qualità.”


Se uno vuole acquistare questo “Invisibili realtà” va sul tuo sito o su Facebook e può trovare tutto le informazioni per prenderlo.
“Sì, ma può andare anche in qualsiasi negozio e ordinarlo. In un paio di giorni il distributore, appunto la Self, glielo procura. Poi ci sono dei negozi che ne prendono a scatola chiusa una certa quantità e allora lì si trova pronto.”

Vista la qualità vorrei vedere. Questo non è il primo tuo album solista…
“Questo qui è il sesto, eh sì, perché se andiamo indietro nel tempo nei momenti nei quali ero con Le Orme, nei momenti di stasi io ho sempre continuati a produrre, a fare delle cose. Il primo si chiama “...Nella notte”, poi ho fatto un disco live che si chiama “Radio Londra”, poi c'è stato “Il viaggio”, molto bello, con sonorità indiane, poi ho fatto i tre dischi ultimi qui [“Nella pietra e nel vento”, “L'angelo rinchiuso” e questo, ndr]]. Quindi c'era già una produzione solista.”

C'è da andare su Youtube a sentire qualche pezzo dal vivo e sostenere i grandi artisti italiani, come Aldo che è un gran nome, ma se lo merita veramente perché è un artista di tutto rispetto. Hai parlato di influenze indiane e anche in questo album non le hai abbandonate,
“No non le ho mai abbandonate, né per quanto riguarda gli argomenti dei testi né per la sonorità perché qui sull'ultimo disco c'è un pezzo che si chiama “Radici” che ha delle sonorità indiane di cui appunto sono sempre stato affascinato e un po' un cultore.”

C'è anche questo strumento di cui mi parlavi.
“Sì, questo strumento qui si chiama duduk, è di origine turca. Poi sotto, se ascolti attentamente, senti anche delle cosine fatte col sitar, e quindi il pezzo orientale, indiano, mediorientale c'è sempre: “Radici” in questo disco.”

L'India ha affascinato tanti artisti. Ma c'è qualcosa dietro al titolo “Invisibili realtà”?
“Nel pensiero indiano e orientale in generale, quello che stiamo vivendo, l'umanità, la nostra specie, noi la chiamiamo realtà. Loro invece la chiamano “māyā” che vuol dire illusione. Ecco, vuol dire che tutto quello che noi vediamo, tocchiamo, odoriamo è un'illusione perché, anche se non le vediamo e non le tocchiamo, esistono realtà invisibili che sono molto più importanti. Uno può abbinare queste cose anche alla spiritualità. La musica viene da una di queste dimensioni, che è la stessa dell'anima in definitiva. Questo è un po' il concetto generale del disco.”

E quindi non a caso l'India esercita questo fascino, ci sono concetti molto diversi dal mondo occidentale.
“Esatto, siamo proprio all'opposto. Il pezzo “Siamo del cielo” dice che c'è un modo di vedere spirituale di altre dimensioni, rivolto al cielo. Quindi anche quello è un pezzo molto bello, un pochettino Progressivo.”

Senza voler fare classificazioni, nel tuo album c'è il Cantautorato, c'è il Rock, c'è il Progressive.
“Sì assolutamente, è una specie di unione di tanti stili e di tutto quello che in questi 50 anni ho in qualche modo seguito, imparato, visto e toccato.”

La musica mantiene giovani e freschi.
“Sì, è un CD che io definisco un po' alla anni '70, però è un modo nuovo di proporsi come ho cercato di fare.”

Prima dei saluti ricordiamo che domani sera sei dal vivo da qualche parte.
“Sì domani sera sono sull'isola di Murano, che è l'isola dove sono nato, per inaugurare con un concerto un teatro dedicato a Lino Toffolo, che era un mio vecchio amico da tanti anni, e hanno voluto rendergli omaggio chiamando Aldo Tagliapietra.”

Poi ovviamente tu sei in promozione quindi andando sul tuo Facebook si potranno scoprire le date successive. Se non sbaglio anche a Il giardino.
“Sì, a Lugagnano vicino a Verona, un posto molto interessante dove si ascolta e si suona buona musica.”

Invitiamo tutti a seguire Aldo, a mettergli il like su Facebook, comprare il CD perché è un grande lavoro di un artista di cui andiamo tanto orgogliosi.

“Ti ringrazio, ringrazio tutti quanti. Io vi abbraccio.”




mercoledì 21 febbraio 2018

Un ricordo di Francesco Di Giacomo a 4 anni dalla sua morte...


21 febbraio 2018

 "Meglio inseguire un sogno tutta la vita che rimpiangerlo sempre". 
(Francesco di Giacomo)

 Ci sarai sempre... Buon viaggio Capitano
Wazza



Il terzo giorno...la zingarite! Faccia a faccia con…
 Francesco Di Giacomo, del Banco del Mutuo Soccorso

Ad una manciata di minuti dall' inizio del concerto de Le Orme e del Banco del Mutuo Soccorso al Viper di Firenze, Di Giacomo il 14 Aprile si è concesso per 60 minuti alle nostre domande: i ricordi di una lunga carriera dal 1970 ad oggi.

Una intervista ed un concerto favoloso!

Giancarlo Passarella:-Dario, hai davanti la storia del rock italiano…
Francesco Di Giacomo:-… beh, anche la geografia!


Quest’intervista inizia col sorriso, e non nascondo che in quel momento rompere il ghiaccio sia stato un sollievo. Daltro canto Francesco Di Giacomo è la voce del Banco dal 1971, un grande artista oltre che un simbolo. Per motivi di brevitas ho dovuto operare qualche taglio, dunque non perdiamo altro tempo. Ecco riproposto per voi il nostro dialogo! 

Francesco, fra poco più di un
ora sarai con il Banco sul palco del Viper insieme a Le Orme. Ma dove nasce lidea di affiancare due nomi così grandi in un solo tour?
Lidea è venuta a Giancarlo Amendola, il nostro manager. Venivamo da una data particolare in cui il Banco e Le Orme avevano condiviso lo stesso palco, con una bellissima risposta del pubblico. Perché non unirci, di questi tempi, in un tour che ci rendesse più fruibili e meno invasivi economicamente sul pubblico? Non è stata una passeggiata, perché per spartirsi un palco ci vuole affiatamento, e organizzazione. A chi non piacerebbe suonare con la New York Philharmonic!


Per voi questo è anche un compleanno!
Beh sì, non siamo artisti maledetti, però abbiamo la presunzione di dire di aver vissuto con attenzione quello che ci accadeva intorno. Un concerto viene da 300000 note, 300000 frasi scritte, cose bellissime che accadono e altre cose che hai dimenticato. Abbiamo cercato di riassumere questi anni in momenti musicali. Tante soddisfazioni, ma anche tante difficoltà. Cito sempre l’intervista ad un ragazzo che aveva assistito al concerto del nostro trentennale. Il ragazzo disse: -Per me era un giorno bellissimo, lo aspettavo da tanto. Arrivato là, grande delusione. Il gruppo è stanco, il cantante affaticato, non ce la fanno più... Non mi sono detto, guarda che stronzo questo! C’è un equivoco di fondo: the show must go on. Assolutamente no. Io non sono un medico che deve far di tutto per non sbagliare la diagnosi. Io porto avanti delle emozioni, e le emozioni non possono essere ripetute all’infinito. Cantando dei brani, per centomila volte ho avuto la pelle d’oca, qualche volta no! Questa società ci priva del senso critico. Io devo essere inattaccabile, bellissimo, forte: ho sessantacinque anni. Sul palco non può passare un nastro emotivo che ha sempre la stessa altezza, lo stesso colore. Quel ragazzo poi però ha detto: “Che bello però il concerto è sempre diverso. Il Banco non dice mai le stesse cose: mi piace sentire l’odore del pubblico che ho davanti, e cambiare il canovaccio.

Recentemente Musicalnews ha incontrato i dirigenti SIAE, ponendo domande scomode e sfatando alcune leggende. Anche in relazione alla lettera di Tony Pagliuca a Celentano durante il Festival di Sanremo, nella quale si denuncia la soppressione del sussidio mensile di 615 euro, che ne pensi delle recenti novità nella gestione dei diritti d
autore?
Sarò breve, perché non sono molto ferrato sullargomento. Io sono andato in pensione due mesi fa, ed ho il mio assegno mensile. Fino al 1996 cera una legge che prevedeva di dover fare 900 versamenti allE.N.P.A.L.S.; io ero a 1400 versamenti - quindi ben oltre - e tuttavia ci sono stati alcuni problemi. Preferisco non pronunciarmi sul caso Pagliuca, però è risaputo, siamo in un momento critico. Per fortuna ogni tanto faccio altri lavori. Bisogna sforzarsi di capire cosa significa essere artisti in Italia. Se sei artista in Francia e non hai lavoro, ti danno 300 al mese, una casa dove paghi molto poco ed hai diritto ad andare a vedere tutti gli spettacoli artistici ad un prezzo irrisorio. Sei artista tutto lanno. E il concetto di fondo ad essere diverso. Qui in Italia vale ancora quella frase che mi disse il mio ex suocero:- sì, lei suona, ma che lavoro fa? In effetti io facevo un non lavoro, senza orari e stabilità: ho precorso il precariato con 40 anni danticipo. (ride)

5 anni fa vi abbiamo seguito nel vostro tour in Giappone, con un reportage che iniziava a Fiumicino e vi seguiva fra Tokyo e Kyoto. Qualche aneddoto particolare?
E’ una situazione sicuramente preoccupante: loro cantano i nostri pezzi a memoria senza sapere cosa dicono. Però il pubblico è molto appassionato, e se si parla di giapponesi non è cosa da poco. Diventano un pò pensanti a fine concerto, quando mille persone vogliono farsi una foto con te!

Quanto cambia il Banco davanti ad un popolo così diverso?
Lultima cosa che voglio è snaturarmi. Ho passato il pomeriggio ad imparare a memoria a dire Benvenuti, spero che quello che facciamo possa piacervi, possa toccarvi in qualche modo, possiate gradirlo. Cerchiamo di dare sempre il meglio perché se eseguire una hit famosa è un doping che chiama da sola metà dellapplauso, laltra metà delleccitazione deve venire da noi. Laffetto del pubblico è qualcosa di unico. Negli States cera anche un ragazzo con la maglia della Roma, e non eravamo a Little Italy! Ognuno di noi ha una vanità. Ti viene da pensare di aver dato qualcosa, di averlo fatto nel modo giusto.

Adesso una curiosità da musicista: che aria si respirava nei Settanta e quanto sono cambiati i rapporti fra musicisti dai Settanta ad oggi?

Ho dei ricordi vaghi. Innanzitutto a vent’anni si ha diritto all’imbecillità: ne ho avuto diritto anche io e l’ho usato. C’era chi misurava lo stare sul palco dalla lunghezza del camion o dalla grandezza delamplificatore. Una prova di muscoli, anche fra chi non ne aveva bisogno. Ricordo che nel 1970 quel che ci mancava era il rispetto economico. Eravamo giovani e si suonava spesso senza essere pagati, con grandissima fatica nel montare e smontare tutti gli strumenti. Allo storico Piper Club ci offrirono 25.000 lire per suonare sabato e domenica, da dividere in 6. Ci fu come unassemblea di musicisti e nessuno suonò quel sabato al Piper. Ma la domenica c’era già un’altra band decisa a suonare, pagata 20000 lire. Glielo dissi: “se facciamo così è finita, siamo comprabili”. L’altro aspetto era il tutto è possibile. Si facevano cose meravigliose. Ricordo un viaggio col furgone FIAT 238, col pianoforte sopra. C’era anche Stefano D’Orazio dei Pooh, per suonare a Milano. A concerto terminato annunciammo che non avevamo un’etichetta, e a fine serata eravamo sistemati. Erano altri tempi. C’era un vuoto musicale enorme. Un pò quel vuoto musicale che c’è anche oggi, solo che adesso se non appari non esisti. I talent show dell’assurdo e della crudeltà sono fabbriche d’ipocrisia.

Tornando al vostro compleanno, leggo che fra biografie, cd e dvd vi aspetta una stagione di fuoco!
Dopo il libro di Vittorio (Nocenzi) a fine anno uscirà la biografia del Banco di Francesco Villari. Inoltre stiamo lavorando ad un album molto particolare, Sacro Massacro: saremo ospiti dei nostri brani, reinterpretati per loccasione da musicisti che stimiamo. Lalbum conterrà anche 3 pezzi nuovi, di cui uno con Battiato. Che poi è sempre inutile concentrarsi troppo sul futuro, le occasioni verranno da sole. Il progetto è arrivare in salute al gran finale, come diceva il grande Lucio.

Chiudo chiedendoti: che ne pensi della decisione di Ivano Fossati di ritirarsi dalla scena musicale?
La trovo una cosa molto bella. Si tratta di una scelta difficile e matura. Cè gente che sta in tour tutto lanno, che ha la sindrome da palco e che non lo lascia mai. Sono vicende personali. Sarà triste non vederlo più in concerto, ma se lo voglio ascoltare metto su un bel disco, ed è un gran disco. E ti dirò, quando sono fuori non vedo lora di tornare a casa, perché sono stanco. Quando sono a casa, dopo tre giorni arriva questa zingarite che mi dice…oh, ma quando se riparte? E’ un virus reale, non solo una condizione mentale. Ti accorgi un giorno di non poter più fare a meno di quel rumore nelle orecchie