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lunedì 27 giugno 2022

Racconti sottoBanco: il 27 giugno 2009 il Banco del Mutuo Soccorso esegue dal vivo e per intero l'album "Darwin!"

Darwin, Frascati 2009

Racconti sottoBanco

Nella villa Torlonia di Frascati, il 27 giugno 2009 il Banco del Mutuo Soccorso esegue dal vivo, per intero l'album "Darwin!".

Per ricordare quella memorabile giornata ho scelto questo bellissimo articolo di Teo Orlando, che fa rivivere a chi c'era quelle inconfondibili sensazioni.
Wazza



Articolo di: Teo Orlando

Il Banco del Mutuo Soccorso ha suonato lo scorso 27 giugno a Frascati a Villa Torlonia presentando l'opera Darwin! Alla voce Francesco Di Giacomo per una rentrée di tutto rispetto e del tutto progressive.
Quando l’autorevole rivista inglese Gnosis stilò una sorta di graduatoria dei migliori album del genere progressive, molti appassionati del genere non credettero ai loro occhi vedendo che il primo posto non era occupato da uno dei capolavori di una band britannica.
Né il seminale In the Court of the Crimson King degli insuperabili King Crimson del geniale Robert Fripp o il leggendario Pawn Hearts degli immensi Van Der Graaf Generator con la stratosferica voce di Peter Hammill, o il cesellato Selling England by the Pound dei migliori Genesis di Peter Gabriel (che si classificò al secondo posto di stretta misura) o l’irriverente Aqualung dove Ian Anderson guidava i Jethro Tull verso rotte blasfeme; e neppure qualcuna delle sofisticatissime opere dei sottovalutati bardi della sperimentale scuola di Canterbury, dai Caravan agli Henry Cow fino ai Gong.

A guidare la classifica e a surclassare cotanta concorrenza fu un disco di un gruppo italiano, e d’origine romana, per giunta. Siamo nel 1972 quando il Banco del Mutuo Soccorso pubblica Darwin!, forse il primo concept album compiuto concepito da una band italiana. Tema e testi di notevole complessità, con l’intreccio di argomenti biologici, cosmologici e filosofici, e con un tasso di irriverenza che all’epoca fece gridare allo scandalo.
Per nulla invecchiati se non anagraficamente i musicisti e la musica, e di sorprendente attualità i testi, in quest’anno dedicato ai 200 anni dalla nascita di Charles Darwin e ai 150 dall’apparizione del suo capolavoro, ossia Sull’origine delle specie per mezzo della selezione naturale o la preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita (1859): abbiamo così assistito alla riproposta in concerto di questo capolavoro del progressive italiano.

La performance ha avuto luogo nella suggestiva cornice di Villa Torlonia a Frascati, il 27 giugno scorso, e ha visto il Banco nella formazione originale, con l’aggiunta di una recitazione affidata all’attore Alessandro Haber, preceduta da un’introduzione quasi teatrale ad opera del cantante del gruppo, Francesco Di Giacomo, che in modo semiserio ha cercato di ammaestrare” il pubblico sulle teorie di Darwin.

Le premesse ideologiche del disco del Banco sono in effetti ispirate al darwinismo e alle sue conseguenze: in particolare, viene pienamente accolta l’idea per cui le teorie di Darwin abbiano inferto un colpo mortale alla credenza nella creazione divina dell’uomo e nell’ordine finalistico della natura, voluto dall’intelligent design di un’entità provvidenziale e orientato verso una tendenza intrinseca all’armonia.


Secondo Darwin, infatti, tutte le specie viventi e la loro evoluzione sono determinate da tre fattori principali: 1) La variabilità spontanea delle popolazioni, sia vegetali, sia animali: ciò vuol dire che le variazioni genetiche che spiegano le differenze tra gli individui di una stessa specie sono assolutamente fortuite; 2) la selezione naturale prodotta dall’ambiente, in base alla quale gli individui che meglio si adattano alle condizioni ambientali appaiono anche più favoriti nella lotta per l’esistenza e nelle contese sessuali; 3) la trasmissione ereditaria dei caratteri, sviluppati liberamente e selezionati dall’ambiente, a un numero sempre più ampio di discendenti, finché non si forma una nuova specie.
Il ruolo cruciale delle variazioni fortuite rendeva superflua ogni ipotesi di un’autoregolazione finalistica della natura e permetteva di spiegare l’evoluzione biologica unicamente sulla base di cause meccaniche e naturali. Tuttavia, dato che, secondo Darwin, l’adattamento all’ambiente non produce direttamente caratteri nuovi, ma si limita a favorire la permanenza di alcuni caratteri rispetto ad altri, il modello darwiniano è meno rigido e deterministico di quanto si pensi: sono i caratteri genetici intrinseci dell’individuo a essere prioritari, ma essi sono frutto di una variazione casuale di partenza che non si combina agevolmente con previsioni ferree e necessitate.

Così, l’evoluzione biologica non può essere rappresentata come una linea retta che dalle forme più elementari di vita condurrebbe fino alle scimmie antropomorfe e all’homo sapiens. È più corretto dire che l’evoluzione è un processo aperto, costituito da salti e deviazioni impreviste, da tentativi ed errori, da rami secchi e discendenze interrotte fino a possibili regressioni a forme di vita più primitive.
Qualcuno potrebbe obiettare che i temi darwiniani non si prestano particolarmente ad una trasposizione musicale e poetica, in nome di un’astratta separazione tra la creatività artistica e i risultati delle scienze. Ma si tratterebbe di un giudizio erroneo ed affrettato. Il connubio tra poesia e concetti scientifici risale almeno al De rerum natura di Lucrezio e, quanto al darwinismo, esso trovò una notevole trasposizione nella visione pessimistica e agnostica di Thomas Hardy, che ci sembra molto vicino alle liriche del Banco
Il grande scrittore inglese obliterò ogni visione provvidenziale dietro lo spettacolo della pena di vivere e dello struggle for life, come si evince dalla poesia Hap (Il caso, 1898): “Crass Casualty obstructs the sun and rain,/And dicing Time for gladness casts a moan” (La fortuna balorda ostruisce il sole e la pioggia,/E il Tempo biscazziere per allegria getta i dadi di un lamento). L’idea centrale di Hardy, che fonde abilmente il Darwin di On the Origin of Speciescon lo Schopenhauer di Die Welt als Wille und Vorstellung (Il mondo come volontà e rappresentazione, 1818-19) e la sua concezione della volontà ciecamente operante, è forse espressa nella maniera più pregnante da Sue Bridehead, una delle protagoniste del romanzoJude the Obscure (1895): “Il mondo somigliava a una stanza o a una melodia composta in un sogno; si presentava come mirabilmente eccellente per un’intelligenza semi-desta, ma irrimediabilmente assurdo allorché ci si è completamente svegliati. La Causa Prima aveva lavorato automaticamente come un sonnambulo, e non riflessivamente come un saggio.
Temi analoghi presentano appunto i testi del Banco, che non a caso vennero percepiti all’epoca come provocatori e rivoluzionari. E questa carica dirompente si è mantenuta intatta e vitale anche durante il concerto, che ha seguito fedelmente la tracklist dell’album originario.


Stupefacente ancora oggi la possente voce di Di Giacomo, quasi da baritono, che senza il benché minimo tremolio ha accompagnato le tastiere di Vittorio Nocenzi, le chitarre di Rodolfo Maltese e Filippo Marcheggiani, il basso di Tiziano Ricci, la batteria di Maurizio Masi e i fiati di Alessandro Papotto. E questa voce ha cominciato a cantare le liriche all’interno del primo brano, dopo qualche minuto di introduzione strumentale. Brano che si intitola significativamente L’evoluzione. Evoluzione della musica come emblema del progressive ed evoluzione dell’universo senza necessità di postulare una Causa Prima: “Prova, prova a pensare un po' diverso/niente da grandi dèi fu fabbricato/ma il creato s'è creato da sé.

La visione è senz’altro orientata verso un deciso materialismo: sono solo cellule, fibre, energia e calore”ciò che spiega la genesi del cosmo e della vita. Ogni creazionismo di matrice biblica viene apertamente contestato: “E se nel fossile di un cranio atavico/riscopro forme che a me somigliano/allora Adamo non può più esistere/e sette giorni soli son pochi per creare/e ora ditemi se la mia genesi/fu d'altri uomini o di quadrumani.
E come il cosmo si è originato da pochi elementi, così il progressive ha dilatato i confini del rock ampliando la base blues, aprendosi al jazz e alla musica classica, utilizzando i cosiddetti metri additivi (ossia i tempi dispari), che caratterizzano questo brano e tutti gli altri dell’album. Notevolissimo l ’uso dei sintetizzatori che richiamano alla mente il dispiegarsi dell’universo dal caos originario, scene di origini primordiali e vulcani in eruzione.
Dopo i 20 minuti del primo brano, che si chiude con una polifonia strumentale memore degli impasti sonori dei Gentle Giant, si viene proiettati ex abrupto nell’evoluzione della specie umana: La conquista della posizione eretta ci ricorda irresistibilmente la scena iniziale di 2001: Odissea nello spazio, nella quale il genio di Stanley Kubrick aveva messo in scena una tribù di australopitechi che si ergevano trionfanti, dopo aver conquistato la capacità di camminare come bipedi eretti, brandendo un osso d’animale trasformato in arma offensiva. Prima di trasformarsi in ominide, la scimmia antropomorfa cammina a quattro zampe, inseguendo l’odore di bestia” e l’orma di preda. Poi, provando e riprovando (il trial and error, che daDarwin stesso a Karl R. Popper caratterizza così tanto l’intelligenza umana!), ergendosi e cadendo ripetutamente, si avvierà verso la definitiva emancipazione dal mero stato animale, proiettandosi verso traguardi infiniti: “E dove l’aria in fondo tocca il mare/lo sguardo dritto può guardare.


Segue poi a mo’ di intermezzo la Danza dei grandi rettili: il mellotron e le chitarre intrecciano una sorta di ballo funky-progressive. Poco importa che cronologicamente questo brano avrebbe dovuto precedere il secondo: come è noto, infatti, i dinosauri si sono estinti molti milioni di anni prima della comparsa dei primi ominidi. Ma l’anacronismo serve anche a sottolineare la dimensione profondamente “preistorica” in cui si muove tutto l’album e la performance che ne deriva.
Dalla preistoria si passa comunque alla protostoria con Cento mani e cento occhi. Siamo immersi in una dimensione hobbesiana, dove cominciano a formarsi i primi consorzi sociali, seppure finalizzati alle battute di caccia: “Laggiù altri ritti vanno insieme/insieme stan cacciando carni vive/bocche affamate braccia forti/scagliano selci aguzze con furore. Si pone però il dilemma all’incerto ominide: unirsi alla forza di cento mani e alla vigilanza espressa da cento occhi, propri di esseri che diventeranno da branco una tribù e costituiranno prima villaggi e poi città? Oppure fuggire dagli altri uomini, praticando un solitario bellum omnium contra omnes?
Il vero culmine poetico viene però toccato con 750.000 anni fa ... L'amore, forse la canzone più celebre del disco. Il sentimento dell’amore viene espresso con gesti delicati, che precedono addirittura l’elaborazione di un vero e proprio linguaggio verbale: “Se fossi mia davvero/di gocce d'acqua vestirei il tuo seno/poi sotto i piedi tuoi/veli di vento e foglie stenderei. Ma “il labbro inerte non sa dire niente” e quindi nella mente dell’ominide si mescola l’istintiva brama di possesso con un’oscura consapevolezza dell’impossibilità di possedere una donna che non è stata prima gentilmente corteggiata. Sembra di sentire il poeta statunitense Langdon Smith (1858-1908), che nella celebre poesia Evolution, quasi immedesimandosi in esseri primitivi, dice che “Mindless we lived and mindless we loved” (Dimentichi abbiamo vissuto e senza pensieri abbiamo amato).



Il concerto volge alla conclusione con un’accorata meditazione sul destino dell’umanità. È Miserere alla Storia, dove i versi “Quanta vita ha ancora il tuo intelletto/se dietro a te scompare la tua razza?, alludono sinistri alla possibile autodistruzione del genere umano. E in effetti, l’ultimo brano dal disco, Ed ora io domando tempo al Tempo, ed egli mi risponde…non ne ho! sembra scandire le eterne domande che assillano gli uomini dai loro albori: qual è la nostra vera origine e quale sarà la nostra fine? Qual è il senso del tempo?
“Ruota eterna, ruota pesante/lenta nel tuo cigolio/stai schiacciando le mie ossa e la mia volontà: è la ruota del Mulino di Amleto, per usare il titolo di un libro di Giorgio De Santillana ed Hertha von Dechend, che coincide con il tempo ciclico e qualitativo, ritmato da scansioni scritte nel cielo, fatali perché si identificano con il Fato stesso.

A questo punto, conclusa l’esecuzione del disco, tocca ad Alessandro Haber riprendere alcuni brani leggendone i testi senza accompagnamento musicale e dando una veste teatrale a quella che Darwin chiamava The Descent of Man (l'origine dell'uomo).

Il concerto continua ancora con la ripresa de L’evoluzione e con due altri brani dalla produzione del Banco, la pacifista R.I.P. e Non mi rompete: una conclusione perfetta per un connubio tra il progresso nella scienza e il progressive nella musica.




domenica 26 giugno 2022

YES: accadeva nel giugno del 1969

Nei primi giorni di giugno del 1969, un causale incontro tra un giovane Chris Squire e un ragazzo che lavora in un bar sopra al Marquee, tale Jon Anderson, darà vita ad uno dei gruppi più amati nel prog rock: gli YES.


Insieme a Peter Banks, Tony Kaye e Bill Bruford, tengono il loro primo concerto in un campeggio sull'isola di Mersea (Essex), con un repertorio che contiene molte "cover".
Un pò di gavetta  - come supporter dei più famosi The Who e Cream -  li porterà ad incidere il primo "omonimo" album, che verrà accolto molto bene da pubblico e critica... il resto è scritto nella storia del prog-rock!
…di tutto un Pop!
Wazza







sabato 25 giugno 2022

Il 24 giugno 1965 i Beatles suonano per la prima volta in Italia


Il 24 giugno 1965 i Beatles suonano per la prima volta in Italia.

Paul, John, Ringo e George si esibiscono due volte al Vigorelli di Milano.

Il primo concerto si svolge alle 17 (davanti a 7.000 spettatori), il secondo alle 21 (davanti a 20.000 persone).

Entrambi i concerti dureranno 40 minuti.

Reportage fotografico fornito da Wazza...















 

giovedì 23 giugno 2022

Ci ha lasciato Massimo Morante


Ci ha lasciato oggi Massimo Morante: era nato a Roma il 6 ottobre 1952.

E’ stato un chitarrista, cantante e compositore, cofondatore del gruppo rock-progressive dei Goblin e autore di celeberrime colonne sonore horror, fra cui “Profondo rosso”, “Suspiria” e “Zombi”.





 




mercoledì 22 giugno 2022

De De Lind su Ciao 2001 nel giugno 1973

Sul numero 22 di Ciao 2001 del giugno 1973, articolo sui De De Lind.

Gruppo dell'interland milanese, prese il nome da una modella diventata "Miss Playboy".

Una meteora del progressive rock italian: incisero un solo album, con un titolo alla "Lina Wertmuller"… "Io non so da dove vengo e non so dove andrò. Uomo è il nome che mi han dato", un concept che parla di guerra e memoria. Ma la mancata risposta di vendite convinse il gruppo a sciogliersi, solo il cantante Vito Paradiso, continuò una breve carriera da solista incidendo due album, tra cui "Per lasciare una traccia", del 1980, che vede ospiti Vittorio e Gianni Nocenzi, alle tastiere e pianoforte...

Di tutto un Pop…

Wazza

Copertina disco

DE DE LIND - CIAO 2001 - GIUGNO 1973

L’originale De De Lind






martedì 21 giugno 2022

21 giugno dedicato a Francesco Di Giacomo


Sono tante le giornate che ho sprecato 

quante volte incosciente e disperato 

aspettando che il domani fosse lui, e lui da solo 

a risolvermi i problemi, ad offrirmi le occasioni 

(Francesco Di Giacomo)

 


21 giugno

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano 

Wazza

 

“C’è il Banco del Mutuo Soccorso al festival della FGCI! Cazzo, và che manifesto!”. Che poi è la copertina di ‘Banco’, il primo album inglese del gruppo, con la famosa foto in bianco e nero di Francesco Di Giacomo che lancia in aria una scarpa, ma il mio amico Zante non lo sa. Non li abbiamo mai visti dal vivo: PFM, Area e altri sì e più volte, ma il Banco no: sono una “cosa di Roma”, a Milano si sono visti poco. Ma hanno suonato tanto in casa mia, con ‘Darwin!’ avanti e indietro sullo stereo, grazie a una copia prestatami da un compagno di banco sì, ma non del loro, visto che li amava come un gatto ama il limone. A colpirmi era stata prima la grafica – a un passo di quelle della Cramps di Gianni Sassi – e l’idea alla base del disco, uno dei primi concept album di primo piano. Poi, la musica. Pezzi come “La conquista della posizione eretta” non sono pane e nutella per un ragazzino di 15 anni, ma i tempi erano molto diversi e una larga fetta del pubblico del prog rock viaggiava intorno a quell’età, per quanto possa sembrare incredibile. Così, ‘Darwin’ era l’unico disco che conoscevo bene del gruppo. Sì, “gruppo”. Band? E chi la usava, quella parola?

Arriviamo nel pomeriggio. Parco Ravizza, un sole quasi agostano che picchia come un katanga. Platea di sedie di legno vuote, non c’è nessuno, solo io e Zante. Mancano sei ore all’inizio del concerto, è il mio primo sound check di un gruppo famoso, tutto mi fa un’impressione enorme. Pierluigi Calderoni prova i suoni fragorosi della sua batteria; Gianni Nocenzi, sciarpa di seta al collo, seria aria bohemien, fa in fretta: un paio di minuti e il suo piano verticale è a posto. Il mega crinieruto e baffutissimo tecnico di palco è di una calma olimpica, tra una mitragliata di “Marce’… Marce’, chiama al mixer la spia di Rodolfo che nun arriva…”. E’ Marcello Todaro, chitarrista del gruppo nei primi due album, che da un po’ ha lasciato il posto a Rodolfo Maltese, che sta provando al microfono il suo corno inglese. Gli altri non si vedono. E Francesco Di Giacomo? Dov’è il cantante, il leader, il look del Banco?

E’ un’altra parola che non si usa, “look”, nel giugno 1976. E nemmeno “immagine”: quando c’è qualcuno che spicca in un gruppo lo si indica come “elemento più rappresentativo”, per motivi artistoidi e mai legati all’aspetto. Nella PFM è lotta tra Franz Di Cioccio e Mauro Pagani, negli Area domina Demetrio Stratos e nei parenti un po’ poveri delle Orme noti Aldo Tagliapietra perché è quello col basso davanti al microfono. Ma quando dici ‘Banco del Mutuo Soccorso’ tutti vedono Francesco Di Giacomo: nessun gruppo si identifica con un suo componente come il Banco col suo “cantante ciccione”, famosissimo anche tra chi non segue non solo il progressive, ma la musica tout court. I soli a non accorgersene sono i discografici della Ricordi, che sulle copertine dei primi tre album del gruppo (‘Banco del Mutuo Soccorso’, ‘Darwin!’ e ‘Io sono nato libero’) non spingono più di tanto sull’immagine del vocalist. Cantanti obesi? Da noi si conoscono Gepy (& Gepy), in pista dagli anni ’60, Demis Roussos degli Aphrodite’s Child (poi rivale di Julio Iglesias nel cuore delle mamme) e il leggendario – negli USA – The Bear dei Canned Heat, quelli di ‘On The Road Again’, da noi conosciuta in seguito per l’agghiacciante versione dei Rockets. Per il Banco dovranno arrivare Emerson, Lake & Palmer e un contratto con la loro etichetta, la Manticore, per adeguarsi all’ovvio: è sulla cover di ‘Banco’ (debutto europeo in inglese, sulle orme della PFM di qualche tempo prima) che finalmente Francesco appare in tutta la sua magnitudo nei panni di un surreale ciabattino nudo e decisamente sovrappeso: farà epoca la famosa foto sul retro copertina, così come mamma l’ha fatto, con un capitello a proteggere le parti nascoste. ‘Ciao 2001’, il settimanale-Bibbia del prog-rockista, parla benissimo dell’album, come aveva fatto coi due album inglesi della PFM. Dischi ignorati all’estero, tutti e tre, nonostante le bufale propinateci dai nostri giornalisti musicali.

Si spengono le luci, il sole è tramontato da un pezzo dopo le esibizioni di Angelo Branduardi in duo con Maurizio Fabrizio e dei tedesconi Babylon. Adesso saremo in diecimila. Un faro illumina Francesco Di Giacomo, enorme, imponente e ispirato. “Ci avete aspettati per due ore, stasera vi dobbiamo tanto”. Parte ‘Requiescant in pace’, potente, drammatica, quasi metallica. La folla è una curva calcistica: ovazione, poi un’altra ovazione, e ancora. La voce è un aquilone che sale e ondeggia. Suono assordante, gruppo al top della forma che spara a raffica tutte le pallottole: ‘Dopo niente è più lo stesso’, ‘L’albero del pane’, ‘La conquista della posizione eretta’. Il piano e voce di ‘750.000 anni fa…l’amore?’ vengono coperti da un ruggito da gol al derby, che raddoppia ai primi accenni di ‘Non mi rompete’. Nel bailamme generale, l’inedito ‘Il ragno’ e ‘Suggestioni di un ritorno in campagna’ scavano il finale di ‘Metamorfosi’. Intorno è quasi isteria collettiva. Pierluigi Calderoni, Renato D’Angelo, Rodolfo Maltese, Gianni e Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo lasciano il palco. Ce ne andiamo groggy come dopo un aperitivo con Sonny Liston. Dalle casse parte una versione in inglese di ‘Si dice che i delfini parlino’, che uscirà in autunno. La voce ci risuonerà nelle orecchie per giorni.

Una voce che fa pensare. Definita spesso come tenorile, a torto: Di Giacomo del tenore avrà forse fraseggio e tonalità, ma timbrica ed estensione non lo avvicinano nemmeno a un tenore di grazia. Il difetto di volere trovare a tutti i costi parentele stilistiche ridondanti non rende giustizia a una delle nostre pochissime voci autenticamente originali, una voce indefinibile perchè inclassificabile. Se ci aggiungiamo la musicalità del Banco del periodo 1972-1976 (gli anni-apice del progressive), ecco che alle nostre orecchie la voce e i testi di Francesco Di Giacomo volano sulle intuizioni spesso folgoranti di Vittorio Nocenzi rilanciando la posta nel fine corsa del prog-rock, scavalcato dall’urgenza dei tempi e dissoltosi alle prime avvisaglie del 1977. Il sentiero che il Banco percorrerà in seguito e che porterà a Sanremo non si potrà lontanamente paragonare alla strada da cui veniva. Comprammo tutto del gruppo, dopo il concerto di quella sera, e li rivedemmo altre volte, anche se già l’album che uscì di lì a poco – ‘Come in un’ultima cena’ – ci suonò poco ispirato. Forse erano le avvisaglie dei tempi che cambiavano, di noi che cambiavamo, dell’arrivo di altre cose a cui guardare prima e in cui tuffarsi dopo, della musica che non era più solo musica.

Dopo tutti questi anni mi dispiace ancora di avere causato un incidente diplomatico a Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi. Poco dopo l’uscita di ‘Come in un’ultima cena’ erano stati ospiti in una trasmissione a Radio Regione a Milano, che il giorno prima li aveva definiti “politicamente ambigui”. Il giorno dopo avevo telefonato in studio in diretta dicendo a Francesco e Vittorio dell’accusa del giorno prima: non mi sembrava per niente corretto parlare a vanvera in assenza degli interessati. Loro prima mi ringraziarono, poi Vittorio Nocenzi si lanciò in una memorabile analisi in diretta di cosa poteva e non poteva essere definito “politicamente ambiguo” nel mondo della musica e delle radio libere. A fine trasmissione, Francesco e Vittorio mi telefonarono a casa invitandomi a un’assemblea pubblica che si sarebbe tenuta il giorno dopo alla Palazzina Liberty: sarebbe stata l’occasione per conoscerci di persona. Non potei andarci.

Non potevo sapere che Francesco Di Giacomo non l’avrei mai incontrato, e oggi mi dispiace molto di più. Gli avrei detto che ai miei occhi era l’unico a non avere pagato il dazio dell’oblio riservato ai suoi colleghi dell’epoca anche grazie al suo personaggio, che resta nell’immaginario di chi è venuto dopo e non può sapere cosa fossero il Banco del Mutuo Soccorso e gli anni Settanta. Perché il cantante, l’autore, l’uomo colto e dolce che gli amici ricordano oggi sono tutt’altro che sminuiti dalla foto in bianco e nero nei panni di un ciabattino che lancia in aria una scarpa sulla copertina di un disco. Johnny Stewart nel suo libro ‘Rockers’ ci parla di un’epoca lontana, quella degli anni ’60-’70, in cui il brutto diventava cool e spianava la strada a modelli improbabili, dalla musica alla cultura pop trasversale. Pensando a Francesco Di Giacomo, preferisco rievocare di seguito l’umore delle parole di Mario Pasi nel suo imprescindibile volume dedicato a Maria Callas.

Un giorno si dirà che c’è stato un tempo in cui un personaggio improbabile, grasso e con una lunga barba saliva sul palco per fare una musica astrusa, e la folla acclamava lui e la sua voce. Lo spettacolo finisce, lui si inchina e saluta con la mano, gli gridano “Bravo! Bis!!!”, e lui saluta ancora e ancora. Così era, prima degli addii.

(pubblicato da "Indiscreto")



lunedì 20 giugno 2022

Gentle Giant: accadeva nel giugno del 2015


Usa Tour 1973

Nel giugno del 2015 la rivista Rolling Stone colloca l'album dei Gentle Giant, "Octopus", alla sedicesima posizione dei 50 migliori album progressive di tutti i tempi.


L'album vede l'ingresso alla batteria di John Weathers, che nel marzo del 1972 aveva sostituito "momentaneamente" Malcom Mortimore, reduce da un brutto incidente stradale.

Phil and JPW. Advision 1972

Naturalmente venne confermato per tutto il tour e a dicembre i Gentle Giant pubblicarono "Octopus", uno dei tanti capolavori dei G.G.

Di tutto un Pop…
Wazza

  ”At a hotel in Milan”, Italy 1972