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venerdì 16 gennaio 2026

Nel gennaio del 1972 usciva “Gaudete”, 45 giri degli Steeleye Span.



Nel 1972 il chitarrista elettrico Bob Johnson entra negli Steeley Span di Tim Hart, gruppo folk-pop inglese alle prese con il quarto disco.

Johnson propone di inserire una laude religiosa, “Gaudete” e Hart la riconosce subito, avendola imparata da suo padre (reverendo) negli anni dell’infanzia.

Hart aveva fondato gli Steeley Span alla fine del 1969, con il bassista Ashley Hutchings e la cantante Maddy Prior.

La band aveva già inciso tre album tra il ’70 e il ’72, in un periodo fecondo per la musica folk-pop inglese, giorni in cui il successo di Fairport Convention, Strawbs, Albion county band, Lindisfarne e Renaissance aveva trascinato musicisti e giovani alla riscoperta dei patrimoni artistici medievali.

Dopo tre dischi gli Span si erano ritagliati uno spazio proprio e un certo numero di seguaci e nell’estate del ’72 entrano in studio per registrare il loro quarto album, al Sound Techniques di Londra.

Doveva essere carico di ispirazioni antiche, prova ne sarà la presenza di gighe ottocentesche, della famosissima e ancestrale John Barleycorn, della melodia settecentesca scozzese King Henry e di Royal Forrester, i cui versi risalgono a una raccolta poetica del 1293.

In un ricordo misto di gioventù “e di cose per caso ascoltate in un pub di Cambridge”, Johnson propone per il disco anche una laude religiosa, “Gaudete”. La accenna ai compagni di avventure e Hart la riconosce subito.

Il testo recitava...

Gaudete, gaudete!

Christus est natus

Ex Maria virgine:

Gaudete!


La band scava nelle origini di questo canto e scopre che la sua prima trascrizione deriva da una raccolta di laudi e canti sacri datata 1582, assemblata da uno studente cattolico finlandese, Theodiricus Petri. Molto più antica del libro stesso, “Gaudete” si basava probabilmente sulla canzone Ezechielis Porta, rintracciabile in epoca medievale in Boemia. Laa band inglese decide di incidere Gaudete per sole voci, senza alcuna aggiunta strumentale, evitando accuratamente qualsiasi sovraincisione, anche grazie alla richiesta di Jerry Boyrd, produttore che spinge i cinque Steeley Span a offrirne una versione “pura”, senza sovrastrutture o abbellimenti.

Riascoltandola oggi, si coglie ancora – come allora – lo spirito della scoperta, dell’incisione rispettosa, della forza evocativa che il gruppo ha fortemente cercato di esprimere. Pare un coro conventuale, invece è una band che sgomitava con il rock duro per guadagnare un posto al sole nel cuore dei fans.

Il disco, il 33 giri, esce nel dicembre del ’72, subito seguito dall’uscita del ’45 giri. Le radio britanniche, che in quegli anni stanno metabolizzando la fine dei Beatles e l’avanzata di Led Zeppelin, Bowie e Deep Purple, si trovano a trasmettere proprio nel periodo natalizio un 45 giri decisamente… liturgico, con le cinque voci di Tim Hart, Maddy Prior, Bob Johnson, Rick Kemp e Peter Knight che cantanto Christus es natus, con quell’inflessione inglese che trasforma il latino di “gaudete” in un anglofonico “gaude-i-te-i”.

In quell’inverno del ’72 la canzone superò quota 500.000 copie e il disco si piazzò ai vertici delle classifiche inglesi, insieme a Elton John e David Bowie. Era Natale.

Gaudete!

 




giovedì 15 gennaio 2026

Gentle Giant in Italia nel 1973


Su Super Sound del 15 gennaio 1973, copertina ed articolo dedicato ai Gentle Giant, reduci di un tour in Italia. Aprivano i loro concerti gli Area di Demetrio Stratos.

Di tutto un Pop…
Wazza







mercoledì 14 gennaio 2026

Blind Faith il 14 gennaio del 1970

L’articolo annunciato sul Ciao 2001 del 14 gennaio 1970 era da far tremare i polsi”: George Harrison rompe con i Beatles e va con i Blind Faith (supergruppo dell’amico Clapton).

Evidentemente la lentezza di arrivo delle notizie d’oltremanica all’epoca non giocò a favore del “volenteroso” giornalista.

I Blind Faith si erano sciolti nell’agosto del 1969, dopo un concerto alle Hawaii, mentre il buon Harrison, a novembre del 1970, faceva uscire il suo triplo/capolavoro album “All Things Must Past”.

Di tutto un Pop…

Wazza





Ricordando Gino Campoli...


Il 14 gennaio 2019 il panorama del rock progressivo italiano perdeva una delle sue figure più solide e carismatiche: Gino Campoli. Storico batterista del Rovescio della Medaglia, Campoli non è stato solo un esecutore, ma il motore ritmico di una delle band più audaci e tecnicamente preparate degli anni Settanta.

Quattro anni sul tetto del Prog (1971–1975)

Entrato nella formazione nel 1971, Campoli ha vissuto il quadriennio d’oro del gruppo, un periodo di straordinaria fertilità creativa che ha prodotto tre pietre miliari della nostra musica. Con le sue bacchette, ha dato forma all'hard rock viscerale de "La Bibbia" (1971) e alle architetture filosofiche di "Io come io" (1972).

Tuttavia, è con "Contaminazione" (1973) che il suo talento ha trovato la massima espressione: collaborando con il premio Oscar Luis Bacalov, Campoli riuscì a far convivere la potenza del rock con le strutture millimetriche della musica di Johann Sebastian Bach. In quegli anni, il Rovescio della Medaglia non era solo una band, ma una vera "macchina da guerra" sonora, celebre per un impianto audio mastodontico che non aveva eguali in Italia.

Gino Campoli rappresentava l'essenza del batterista prog: precisione chirurgica nei tempi dispari e una forza travolgente nei momenti più oscuri e pesanti. La sua uscita di scena nel 2019 ha lasciato un vuoto profondo tra i fan della "vecchia guardia" e i giovani collezionisti che ancora oggi riscoprono i vinili del Rovescio come tesori d'altri tempi.

A distanza di anni dalla sua scomparsa, il suo contributo resta impresso nei solchi di dischi che hanno definito un'epoca. Oggi lo ricordiamo così: dietro i suoi tamburi, nel cuore di quel suono "totale" che ha reso grande il rock italiano nel mondo.

RIP Gino.

 Wazza!








martedì 13 gennaio 2026

ASTRAL HAWK MACHINE -Omonimo-Commento di Andrea Pintelli


 

                                   ASTRAL HAWK MACHINE                   

Commento di Andrea Pintelli

ASCOLTO


Space rock! No, non la canzone dei grandissimi Rockets, ma l’ambito in cui ci troviamo ascoltando Astral Hawk Machine, dell’omonima band. Pubblicato il 10 dicembre 2025 dalla Black Widow Records (gloria sempre), è un sopraffino esempio di quel che il genere può essere e può dare ad altissimi livelli. Astral Hawk Machine potremmo definirlo un super gruppo, in quanto composto da tre dei maggiori rappresentanti legati al genere; Jay Tausig - polistrumentista americano, già impegnato nel progetto "Chromium Hawk Machine", collaboratore di Nik Turner e Helios Creed, autore di oltre trenta album da lui interamente suonati e cantati; Bridget Wishart – cantante inglese, già parte degli storici Hawkwind, ma anche delle band Spirits Burning e Mooch; Santtu Laakso – compositore e polistrumentista finlandese, in precedenza parte dei gruppi Oppression (trash metal), Exitus (doom/death metal) e Dark Sun (space rock), autore di diversi dischi solisti (cito "Magical Kingdom" su tutti), poi fondatore del progetto Astral Magic col quale attraversa diversi generi musicali insieme ad altri musicisti coinvolti. Il lavoro si apre con Wolf Moon, e fin da subito si è proiettati nello space rock psichedelico più tradizionale, carico di atmosfere cosmiche. La resa sonora complessiva è ottima, dove spicca la palese preparazione tecnica e stilistica dei nostri. Spicca il riferimento ad andamenti ritmici cari al krautrock. Time In The Sun spinge l’acceleratore sull’ambientazione galattica dell’opera, in cui il doppiaggio delle voci rende l’ascolto ancor più distaccato dal contesto terrestre. Nulla di innovativo, ma una scelta incisiva per rappresentare il mondo caro agli Astral Hawk Machine. Love Is Endless, con i suoi oltre dieci minuti, è traccia esplorativa dello spazio profondo in cui ci troviamo: un lungo paesaggio sonoro dilatato, avente una ritmica che sembra sospesa tra rituale e viaggio interstellare. Fluttuante e meravigliosamente analogica. Skin Of A Cosmonaut ha tiro, presenza, incisività; di fatto una celebrazione dello space rock addensata in cinque minuti. Knots torna a proporre l’identità del combo, grazie a una melodia circolare, dove sprazzi di ambient trovano la giusta collocazione. Si è completamente avvolti dal senso dell’estetica siderale, si è quasi sopraffatti dal viaggio astrale in cui si è coinvolti. Time To Kill offre una visione altra dello stesso concetto, ma qui più conciso. L’andamento rallentato rispetto al discorso globale ne fa un tassello importante del disco, atto a rappresentare un universo in tutte le sue sfaccettature. Where The Air ha al centro del racconto la multivocalità, qui spinta al massimo della visionarietà, quasi a coprire l’importanza della melodia. Ipnotica. Tangles sembra uscita dalla penna dei Neu!, non una mera copia ovviamente, ma gli agganci sono talmente limpidi che non possono non essere citati: motorik beat, riff psichedelici, temi onirici, espansione delle coscienze sono celebrati e omaggiati. No More War torna allo space, ma vira maggiormente verso il doom, in quanto lo scenario è ora più teso e sinistro. Allucinante e surreale, incede per espandere la tavolozza di colori dell’interiorità. Rosa, ultima canzone, prosegue nell’intento precedentemente citato, ma con una forza intrinseca che ha nell’idea e nell’esecuzione i punti fondamentali del discorso. Texture spaziale, synth vintage e chitarre riverberate sono gli assoluti protagonisti. In sintesi “Astral Hawk Machine” è un cammino psichedelico nello spazio sonoro, ricco di suggestioni vintage e di atmosfere siderali. Fatelo vostro. Abbracci diffusi.

 

Tracklist:

1 – Wolf Moon

2 – Time In The Sun

3 – Love Is Endless

4 – Skin Of A Cosmonaut

5 – Knots

6 – Time To Kill

7 – Where The Air

8 – Tangles

9 – No More War

10 – Rosa

Componenti:

Jay Tausig

Bridget Wishart

Santtu Laakso

  

Per contatti con lo scrivente:

andrea.pintelli@gmail.com




lunedì 12 gennaio 2026

"Palepoli" degli Osanna: era il 12 gennaio del 1973


"Prima Assoluta" di presentazione alla stampa dell'opera teatrale -PALEPOLI", autori e interpreti Osanna
Venerdi 12 gennaio ore 16 e 21- Teatro Gonzaga via settembrini 19, Milano
(cosi riportava la locandina del 1973)


Il "progetto" Palepoli è forse il più ambizioso ed innovativo a livello musicale degli Osanna. Siamo nel 1973, in Italia c'era stato solo un precedente, "Orfeo 9" di Tito Schipa jr.
Il programma dello show riportava queste parole: "E' facile ora, dopo aver chiarito lo scontro, conciliare gli opposti e far convivere fraseggi di flauto con pieni di batteria, atmosfere evanescenti con interventi crudi ed ossessivi, l'ilarità del pulcinella con le immagini di distruzione che si svolgono in uno spazio che non ha più riferimenti reali. Le voci popolari non stonano più con il linguaggio esasperato con la musica d'avanguardia".


Il tour-opera, comprende una serie di attori, mimi, ballerini con Pulcinella protagonista dell'opera, interpretato da Antonio Aiuti.
La "prima assoluta" è prevista per il 12 gennaio 1973 al Teatro Gonzaga di Milano, ma per motivi di sicurezza viene dirottata in un tendone da circo. Lo spettacolo è introdotto da un gioco di luci multicolore. La scenografia ed i costumi sono curati da Tony Newiller, con fondali ispirati all'antica Roma ed alla rivoluzione francese, e momenti di storia attuale dove gli attori raccontano le violenze nei secoli.
In alto, su di una pedana, siede l'uomo moderno simboleggiato come "l'animale senza respiro", con una maschera antigas ed un'aureola stellata. Gli Osanna sono al centro del palco davanti a loro è posizionata una gabbia di ferro dove è richiuso un drogato che ha scelto di fuggire dalla realtà rimanendo indifferente a tutto quello che gli succede intorno, ma alla fine verrà ucciso dal soldato e non potrà assistere alla morte "dell'animale senza respiro" e alla costruzione di Palepoli.


A questo punto i vari personaggi dell'opera (il drogato, l'imbianchino, una donna, il pezzente, il soldato), simboleggiano gli stereotipi dell'umanità, mentre i mimi in calzamaglia simboleggiano la massa silenziosa e passiva.
Gli Osanna dal vivo fanno grande uso di mellotron e sintonizzatori, per dare più accento ai vari cambi di atmosfera, affinché il connubio con la rappresentazione scenica sia perfetto... conditi dagli interventi graffianti al sax e pacati al flauto di Elio D'Anna..
Purtroppo le spese di gestione elevate, la presenza di "sponsor" poco ricettivi per progetti così avanti per la mentalità provinciale di molti manager, ed altri problemi, non permisero agli Osanna di completare il tour previsto per l'opera rock Palepoli.
(liberamente tratto da giornali dell'epoca…).

Lino Vairetti

Ricordiamo gli autori di questo "capolavoro"
Lino Vairetti - voce, chitarra 12 corde, mellotron, sintetizzatori
Danilo Rustici - chitarre elettriche, organo, voce
Elio D'Anna - sassofoni, flauto, voce
Lello Brandi - basso
Massimo Guarino - batteria, percussioni, voce

Palepoli, un pezzo di storia della musica (come si chiamava all'epoca) d'avanguardia.
Prima di "osannare" artisti stranieri ascoltate gli Osanna, senza pregiudizi, veri capiscuola di nuovi orizzonti musicali, sia visivi (con le maschere), sia con la loro personale musica, che unisce tradizione e rock, sdoganando il dialetto napoletano, dal cliché di musica melodica, e cantandolo in contesti rock -progressivo, prima di tanti "osannati" musicisti che verranno dopo di loro.
… di tutto un Pop
Wazza









domenica 11 gennaio 2026

Il compleanno di Tony Kaye

Oggi, 11 gennaio, ricordiamo il compleanno di Tony Kaye, figura chiave del rock britannico nato nel 1946. Sebbene il grande pubblico tenda spesso ad associare il suono degli Yes ai virtuosismi barocchi di Rick Wakeman, è a Kaye che si deve la definizione dell’identità sonora originaria del gruppo. Primo tastierista della band, ha impresso una direzione precisa ai primi tre album, privilegiando la concretezza dell’organo Hammond e del pianoforte rispetto alla sperimentazione elettronica che avrebbe caratterizzato i suoi successori.

La sua carriera è stata segnata da una particolare alternanza nel ruolo di tastierista degli Yes, che lo ha visto protagonista della fase iniziale tra il 1968 e il 1971 e, successivamente, del grande rilancio commerciale degli anni Ottanta. È proprio con il suo ritorno nel 1983 che la band ha raggiunto la vetta delle classifiche mondiali con l'album 90125, dove Kaye ha saputo integrare il suo stile classico con le sonorità più moderne e taglienti dell'epoca.

Oltre all'esperienza con gli Yes, Kaye ha dimostrato una notevole versatilità navigando attraverso diversi progetti di rilievo. Dopo la prima uscita dal gruppo fondò i Badger, esplorando territori più vicini al rock melodico e al soul, per poi collaborare con i Flash, i Detective e i Badfinger. In tempi più recenti, la sua attività è proseguita con i Circa: e con la pubblicazione del suo primo lavoro solista, End of Innocence, arrivato nel 2021. La sua poliedricità lo ha portato a ricoprire anche i ruoli di produttore e manager, confermando una visione pragmatica e completa del settore musicale. Festeggiare oggi il suo compleanno significa riconoscere il valore di un musicista che ha preferito la solidità esecutiva all'esibizionismo, diventando un pilastro fondamentale per l'evoluzione del rock progressivo.

Wazza






Tony Kaye con Chris Squire

YES from Maxipop magazine december 1972