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venerdì 22 giugno 2018

Max Rock Polis intervista Riccardo Romano


Riccardo Romano Land, "B612": un'ispirazione principesca.
Trascrizione di audio intervista di Di Max Rock Polis

La musica e la letteratura hanno diverse cose in comune. Una è di poter essere due portatrici sane di cultura, un'altra è che possono trarre ispirazione l'una dall'altra. In questo caso Riccardo Romano, valido tastierista già con i Ranestrane e da qualche anno anche con la Steve Rothery band - la formazione del chitarrista fondatore dei Marillion - ha tratto spunto e rielaborato in musica un libro che tutti conoscono, di cui ci ha parlato lui stesso: “Il piccolo principe”.

Ho qui accanto il mio ospite Progressive, sono molto contento che in Italia ci siano questi talenti Prog. Ti vuoi presentare?
“Ti ringrazio, ciao a tutti. Allora, sono Riccardo Romano, questo progetto si chiama Riccardo Romano Land e il titolo dell'album è “B612”, dedicato e ispirato fortemente dal libro “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry, un libro famosissimo che io ho cercato di raccontare in un modo molto personale. Non volevo fin dall'inizio creare una sorta di trasposizione troppo vicina al libro, quindi è una sorta di mia personale visione, il mio personale viaggio all'interno del viaggio stesso del piccolo principe e del libro.”

Quindi questa è una vera e propria opera rock?
“Sì, questa è un'opera rock perché soprattutto ha la caratteristica che ha differenti voci, differenti cantanti e ogni cantante interpreta un ruolo ben stabilito. L'unica eccezione a questa piccola regola che mi sono dato sono io stesso che interpreto tre ruoli differenti all'interno dell'album: l'aviatore, il piccolo principe e thelamplighter, ovvero il lampionaio. In realtà però nella mia interpretazione, per ciò che è arrivato a me dal libro, la mia intenzione era di mostrare che il piccolo principe e l'autore, quindi Antoine de Saint-Exupéry, siano visceralmente collegati, siano in un certo senso la stessa persona. Il piccolo principe rappresenta un po' l'infanzia e la parte bambina dell'autore stesso, che nel libro è l'aviatore. Quindi in effetti facendone due io interpreto in un certo senso nella mie intenzioni lo stesso personaggio, che interagisce con sé stesso durante tutto il disco. Quindi l'eccezione più che altro è the lamplighter. Per lui avevo pensato a un altro cantante, ma in realtà è una canzone che sento molto personale e quindi ho voluto fare questa eccezione.”

Ricordiamolo questo personaggio, che ha un pianeta che ogni minuto ruota tra giorno e notte, quindi lui ogni minuto accende e spegne la lampada.
“Esattamente, e nel libro è interessante perché appunto l'autore dice che nella sua solitudine lui è un personaggio molto particolare e anche molto affascinante, perché lui è fedele al suo ruolo, fedele a quella che lui chiama “la consegna”, ciò che gli è stato detto di fare: lui continua a farlo anche se apparentemente non ha molto significato. Però secondo me ne ha uno bellissimo perché lui accende la luce per tutti i viaggiatori, e lo trovo molto affascinante.”

È uno che si dedica agli altri, in qualche modo.
“Sì esattamente, è una delle canzoni che sento più vicine perché nelle mie intenzioni è un pò anche la metafora del musicista, e quindi mi sono sentito molto vicino a lui, nel concetto di cercare di accendere la luce e di fare qualcosa che apparentemente non ha molto senso: ne ha solo per chi ha la capacità, il desiderio e la voglia di riceverla.”

Mi sei stato passato da i ragazzi della Ma.Ra.Cash, ho ascoltato il CD e penso che sia un grande album, e non solo perché ci sono tanti ospiti anche internazionali che ci suonano dentro.
“Sì sono stato molto fortunato perché praticamente tutti o quasi tutti i miei amici compagni di viaggio nelle differenti band, nei differenti progetti che ho avuto, hanno deciso di partecipare con me in questo disco. Quindi ricordiamo Steve Hogarth e Steve Rothery voce e chitarra dei Marillion e poi troviamo anche la figlia di Rothery, Jennifer Rothery che interpreta un ruolo fondamentale nell'album, cioè la rosa. Poi abbiamo i miei compagni Ranestrane, tutti e tre: Daniele Pomo, Massimo Pomo e Maurizio Meo. Anche Dave Foster che è il chitarrista della Steve Rothery band, un altro gruppo col quale collaboro con molto piacere da ormai tre anni, abbiamo Andrea Bassato al violino [ex Le orme, ndr], abbiamo anche Lorenzo Feliciati al basso e Sonia Bertin ballerina e cantante nel ruolo molto particolare e intenso della volpe. Quindi tanti amici con me.”

Tanti guest per fare veramente un album notevole, questo “B612” per chi fosse poco pratico è anche il nome dell'asteroide del piccolo principe. È uscito di recente?
Sì è uscito a dicembre, è ancora molto giovane come album, alcune persone che l'hanno ordinato lo stanno ricevendo in questi giorni, è proprio nel suo lancio. Per averlo potete andare sul sito della Ma.Ra.Cash a ordinarlo perché lì c'è una versione che ritengo molto importante: una deluxe che contiene un libro di oltre 100 pagine dove c'è una mia raccolta di poesie, un bonus EP con altra musica che accompagna l'album stesso, le foto originali delle statuine che sono state realizzate in pasta di zucchero da Ilaria D'Angelo. Insomma è una versione molto interessante, chi l'ha ricevuta è rimasto piacevolmente colpito. La trovate solamente sul sito della Ma.Ra.Cash. E poi anche in versione digitale in tutte le piattaforme.”

Mi sai dire che canzone stiamo ascoltando?
“Questa è una canzone a cui sono molto affezionato, quella dell'aviatore, ed è a tutti gli effetti la canzone di Antoine de Saint-Exupéry. È abbastanza lunga, una delle più Progressive dell'album, e la cosa interessante da dire è che nella prima parte lui si rivolge alla rosa, che nella vita normale era la moglie, e nella seconda invece lui riviva un momento molto importante della sua vita che è l'essere pilota di guerra, perché lui era un pilota che ha combattuto nella seconda guerra mondiale e durante questa è morto, abbattuta da un aereo delle SS nel '44. Quindi appunto verso la fine del brano lui vive questi ultimi istanti in cui il suo aereo precipita in mare.”

Ci tengo a sottolineare questo: Riccardo non è che ha preso “Il picciolo principe” e ci ha fatto il riassunto, non ha preso la trama da Wikipedia e ci ha fatto i testi. Lui ha fatto un'opera rock riscritta, riarrangiata e reinterpretata, quindi ha scritto dei testi personali, che seguono il filone de “Il piccolo principe”, però se ne distaccano.
“Esattamente, e ci tengo a dire che non c'è una sola frase citata testualmente dal libro: tutto è rielaborato e personalizzato. Segue in un certo senso la cronologia, però anche su questo ci sono alcune piccole deviazioni, alcuni flashback, è tutto rielaborato in chiave personale.”


Dentro la versione deluxe ci sono anche delle poesie, quindi immaginatevi non solo la bravura di questo artista, l'ecletticità che non si ferma a suonare, a cantare, ma va anche in altri settori letterari e non solo.
“Sì, guarda, è interessante dire questo, anche per spiegare il nome del progetto, Riccardo Romano Land. Perché “land”: perché io lo immagino veramente come una sorta di mia terra, mio territorio, mio panorama, in cui appunto è una sorta di contenitore, dove mettere veramente varie forme d'arte. Nella versione deluxe c'è fotografia, c'è musica, c'è poesia, diversi linguaggi fondamentalmente per raccontare la stessa cosa: il mio mondo, il mio modo di vedere le cose.”

È un'opera complessa, ma quanto ci hai messo per concepirla?
“Il viaggio è stato molto intenso e molto lungo, c'è un lavoro e una gestazione molto lunga, addirittura il progetto iniziale, l'idea parte dal 2012, quindi è un progetto che veramente ha 5 anni di lavorazione in diverse fasi, anche se non continuativa. Ho fatto diverse cose nel frattempo, però la forbice del progetto è di 5 anni.”

Però si sentono la qualità, l'intensità, le sonorità. Non è una copia delle suite del Prog anglosassone: è personale e studiata. Non si può rinchiuderlo in una definizione, ci sono tante contaminazioni.
“Dici una cosa molto interessante, mi viene in mente uno dei miei dischi preferiti che mi ha cambiato la vita: “Brave” dei Marillion. In una intervista Steve Hogarth dice appunto questo: che la magia di “Brave” forse non solo è nelle canzoni singole, ma nel totale che è più forte delle canzoni prese singolarmente. Forse in un certo senso anche quest'album è così, va ascoltato tutto per cogliere il senso del viaggio, del percorso.”

Intanto abbiamo messo la title trackB612”.
Sì “B612” musicalmente presenta uno dei temi, delle melodie fondamentali dell'album che poi torneranno in vari modi. Nel brano “Echo of solitude” verrà cantata la stessa melodia però dalla rosa, quindi è un tema portante dell'album. “B612” rappresenta una sorta di introduzione al viaggio, che inizia nel brano successivo “Invisible to the eyes”.”

Ci canti ancora tu qui?
“Sì in “B612” sono io alla voce, nelle mie intenzioni è l'autore del libro, quindi l'aviatore che si rivolge al piccolo principe e gli dice “io seguo la tua vita, io seguo il tuo cammino, e in un certo senso io sono legato a te perché tu sei una parte di me”.”

È prevista qualche data dal vivo, qualche modo di poterti sentire?
“Sì guarda io sono riuscito a incastrare i vari impegni con la Steve Rothery band in Europa, poi ad aprile io e Jennifer Rothery saremo di supporto a una band molto importante per una data o più e a maggio sarò in tour con le Ranestrane. In tutto questo siamo riusciti a organizzare al Crossroads di Roma il 30 marzo la presentazione dell'album, assieme a una tribute band dei Marillion, i Neverland. Sarà molto interessante con questa nuova band che abbiamo formato, ottimi musicisti.”

Grazie a te allora, break a leg per le tue attività con Ranestrane e i tuoi altri impegni.
“Ti ringrazio moltissimo. Ciao a tutti.”




giovedì 21 giugno 2018

La grande casa...




 Mogol Battisti "padroni di casa"

C'era una volta Il Mulino, che non era quello "bianco" della Barilla, ma uno studio di registrazione che si trovava ad Anzano del Parco (Lecco).
Era un vecchio mulino, che Mogol trasformò in studio di registrazione, ribattezzato "La grande Casa", che divenne anche il titolo di un album della Formula 3 che fu registrato lì.
Conobbe il suo splendore tra gli anni'70 '80, quando venivano incisi tutti i dischi della "Numero Uno", e gli artisti vivevano quasi in una comune: oltre a Lucio Battisti ci incisero Ivan Graziani, Premiata Forneria Marconi, Eugenio Finardi, Adriano Pappalardo, Loredana Bertè, con Walter Calloni, Hugh Bullen, Claudio Maioli e lo stesso Ivan Graziani, come gruppo fisso che suonava per altri artisti.
Sembra che il Mulino sia stato distrutto da un'alluvione... la fine di un 'era!
Di tutto un Pop!
Wazza

In questa foto i musicisti che suonarono nei dischi di Lucio Battisti nel periodo 1976 -1977 (Album "La batteria, il contrabbasso, ecc... " e "Io ,noi, tutti"). Da sinistra Gianni Prudente (tecnico del suono), Ivan Graziani (chitarre), Hugh Bullen (basso), Walter Calloni (batteria), Claudio Maioli (tastiere).

Alcune testimonianze…

FULVIO ZAFRET: «Per circa quindici giorni si elaborava, si inventava e si mangiava benissimo. Lo studio il Mulino era appunto un vecchio mulino, completamente ristrutturato, e comprendeva stanze da letto, una serie di saloni con divani e caminetto e una meravigliosa cucina gestita dai genitori di Gianni DallAglio, storico batterista di Lucio.
I due gestori, genovesi DOC, cucinavano in modo esemplare, e il momento dei pasti era delizioso. Lo studio era, per l’epoca, tecnologicamente allavanguardia, ed era situato in una suggestiva vallata, vicino a un lago. Ricordo che ogni mattina una gallina veniva a deporre un uovo dietro la porta della regia che comunicava direttamente con lo spiazzo davanti allo studio: era diventato un rito, verificare tutte le mattine se c’era l’uovo. A conferma dellatmosfera bucolica che si respirava al Mulino, nello stesso periodo, per circa una settimana ci sono stati i Pooh a fare delle prove; montarono gli strumenti in un enorme terrazzo coperto, realizzato tutto in legno, dal quale si godeva un bellissimo panorama sul bosco antistante lo studio e in fondo il lago


 La Banda Bertè...


 Venditti e Graziani


ROBERTO MASOTTI: «Fui contattato da Claudio Bonivento, ora noto regista e produttore cinematografico, allora in forza alla Numero Uno. A quel tempo ero il fotografo ufficiale della rivista Gong, e il mio lavoro era sotto gli occhi di molti; lavoravo anche per altre testate, e questo attraeva i responsabili, che intravedevano una più ampia circolazione per le foto e speravano che queste stimolassero degli articoli. Anche il mio lavoro per la Cramps o per Bla Bla, Area, Battiato, Finardi circolava parecchio ed era apprezzato. Nel 1973 avevo pubblicato foto su due dischi di Keith Jarrett, su ECM e Impulse. Il Mulino andava presentato tramite un occhio più filtrato dalla musica o dalla ben architettata fascinazione sonora del luogo, una specie di sguardo del musicista che abbinasse a quel posto il sogno di esprimersi liberamente e senza condizionamenti.
Si usciva dalla città e si raggiungeva la campagna, un casale rimesso a posto con i dovuti tratti rustici. Oggi sarebbe stato un agriturismo-style, un luogo confortevole e rassicurante dove un gruppo di musicisti poteva ritirarsi a provare e a incidere isolandosi da influenze esterne. Cera uno scorcio attraverso una finestra del primo piano, sulla campa-gna, assolutamente idilliaco, che ho fissato in fotografia. Riassumeva la magia del luogo. Lo spazio era stato risolto in modo funzionale e permetteva di avere regia e sala con gabbie e gabbiotti più ristretti per gli strumenti da isolare. Alcune macchine erano allavanguardia e praticamente in esclusiva, dati i costi. Molti musicisti erano passati dagli studi di Londra, e anche i produttori più avveduti sapevano oramai come si realizzavano i dischi.»



Al Mulino si provava solo in una saletta in acustica, quella che sarebbe diventata poi la sala di ripresa, e il banco-mixer non era ancora stato cablato, come ricorda il sassofonista Claudio Pascoli, circostanza confermata dal batterista Franco Dede” Loprevite, che avrebbe voluto registrare le prove: invece Lucio non registrava: non è che avesse un registratore o che. E, daltro canto, avevamo solo gli amplificatori aggiunge il batterista genovese. Leggermente diverso il ricordo del tastierista Claudio Maioli: “Al Mulino” mi sembra che ci fosse per il momento solo un registratore a quattro tracce, giusto per un pronto ascolto dopo le prove, e non cerano ancora le macchine per registrare i dischi veri e propri. Facemmo al Mulino una prima stesura delle canzoni, anche se si sapeva fin dallinizio che sarebbe stato lasciato un ampio spazio allimprovvisazione in studio, e così infatti accadde.


La grande casa...




martedì 19 giugno 2018



Pierpaolo Bibbò, Via Lattea. Un incantautore in terra sarda
Di Max Rock Polis (trascrizione di intervista radiofonica)

Suggestioni tra il passato ed il futuro, che si soffermano su un recente passato anche tragico, nell'ultimo lavoro del cantautore sardo Pierpaolo Bibbò, sospeso tra canzone d'autore e contaminazioni Progressive Rock e Blues, tanto da farne un lavoro che rompe gli schemi e affascina i cultori di buona musica. Eccolo ai nostri microfoni.







Eccoci qua con Pierpaolo Bibbò. Ci stavamo sentendo  da “Via Lattea” uscito qualche giorno fa.
Buonasera, un abbraccio. Sì, è uscito il 22 di questo mese [gennaio, ndr], lunedì, quando ci siamo sentiti al telefono. Della canzone c'è già il video su Youtube.


Non si sente tanto dal tuo cognome che sei sardo. Una terra che esprime molta creatività.
Sì, è proprio il mio cognome, non è un nome d'arte. È un po' atipico, credo di origini francesi. Cagliari, la mia città natale, come tu ben sia ha subito la dominazione francese e spagnola.

Questo album non è esattamente un concept, però c'è un filo conduttore che unisce tutte le canzoni.
“Sì, il filo conduttore è la Sardegna e nello specifico la mia città natale. Inizialmente il titolo provvisorio, quando stavo ancora registrando, era “Corso Vittorio Emanuele secondo”, che è la via dove sono nato e cresciuto. Poi in corso d'opera si è optato per “Via Lattea”, che è un titolo più universale, che prende appunto spunto dal primo brano, lo strumentale che apre tutto l'album “Dal nuraghe alla Via Lattea” dove si vuole immaginare in musica un passaggio dalla origini, dalla preistoria all'uomo del futuro proiettato verso le stelle.”

Poi la metteremo la canzone dove parli di bambini che mettevano le cartucce sui binari per farle crepitare. Non è un album facile da definire, non esattamente Prog o Blues o Rock.
Sì, succedeva davvero così, avevo circa otto anni e facevamo questa pazzie. E’ musica registrata da me che ho suonato tutti gli strumenti tranne la batteria che è suonata dall'amico Simone Spano, che ha eseguito le parti di percussioni. Il resto è stato un lavoro fatto con sovra incisioni, dove mi sono divertito a suonare un pò tutti gli strumenti.

C'è una sorta di suite, la seconda traccia, che dura quasi 15 minuti e parla di un avvenimento storico preciso.
Esatto, la suite è “17 febbraio 1943” narra appunto del primo bombardamento aereo da parte degli “alleati” durante la seconda guerra mondiale che ci fu sulla città di Cagliari, e il fatto viene visto attraverso gli occhi di un bambino di 10 anni che mentre va a scuola in una giornata che sembrava uguale a tutte le altre si ritrova coinvolto in questo tragico avvenimento.

È una canzone molto varia, molto intensa, si sente che c'è passione, partecipazione, dolore. Hai anche una bella voce e la usi bene. È un pò un Prog cantautorale.
Mi fa piacere che ti piaccia e spero piaccia anche agli altri ascoltatori. Sì, se proprio lo vogliamo incasellare in un genere è un Progressive rock tutto sommato, dai. Già l'etichetta Musiche Particolari la dice lunga, Vannuccio Zanella che è il direttore artistico va a cercare delle cose fuori dagli schemi.

Via Lattea” è uscito da pochi giorni, ma se uno lo volesse comprare come può fare?
Allora, si trova ovviamente sul sito della G.T. Music Distribution o M.P. & Records. Poi non so se è stato messo già su Amazon o altre piattaforme digitali, penso di sì perché anche per l'album precedente, “Genemesi”, uscito 5 anni fa era stata fatta la stessa cosa, quindi penso che ci sia. Il punto di riferimento  è la G.T. Music.

Volendoti sentire dal vivo, ci sarà la possibilità?
Per il momento ancora è prematuro, sto valutando l'idea assieme ad alcuni amici di portare in giro la musica di quest'album e dei precedenti dal vivo, però ovviamente si devono creare le condizioni giuste. Oggi come oggi non è tanto facile, specialmente fare un genere Prog e portarlo in giro. Già è difficile quando fai le cover, poi per il Prog lo è ancora molto di più, per cui è un discorso ancora in via di definizione. Comunque, nel caso dovesse partire un tour, sul mio sito www.pierpaolobibbo.it ci sarà un riferimento e le date.

La copertina del tuo CD è qualcosa che varrebbe veramente la pena di vedere in formato 30x30, il LP, perché è una foto dalla Sardegna particolare.
Sì, la grafica che è stata curata da Daniele Massimi è molto particolare, infatti si vede la Sardegna su un fondo stellato. Hai ragione tu forse andrebbe bene anche su vinile, e chi lo sa, mai dire mai.



domenica 17 giugno 2018

Racconti sotto BANCO: quando Benigni...


Racconti sottoBanco

La foto di Roberto Benigni che prende in braccio Enrico Berlinguer è ormai un'icona della storia italiana.
Questa foto fu scattata il 17 giugno 1983, giorno in cu il Partito Comunista organizzò una manifestazione al Pincio (Roma), contro l'istallazione dei missili americani nella base militare di Comiso (Sicilia).
Ma forse non tutti sanno che sul palco a suonare in quella manifestazione c'erano il Banco del Mutuo Soccorso e i Nomadi.
Perchè il Banco c'era, c’è , e ci sarà! Fatevene una ragione…
Wazza




sabato 16 giugno 2018

Compie gli anni Malcom Mortimore...


Compie gli anni oggi, 16 giugno, Malcom Mortimore, batterista e percussionista inglese, passato alla storia come membro dei Gentle Giant.
Venne chiamato a sostituire Martin Smith che nel frattempo si era ritirato per fare l'antiquario.
Con i Giant registò l'album "Three Friends".
Nel 1972 a causa di un brutto incidente di moto - si ruppe praticamente tutti e quattro gli arti - venne anche lui "momentaneamente" sostituito da John Weathers, che rimarrà con i Gentle Giant fino allo scioglimento della band.
Mi immagino Derek Shulman che lo và a trovare in ospedale: "A Malcom, stai sereno, come te rimetti a posto te richiamiamo!"
Ha suonato anche con Artur Brown, Ian Dury, Chris Spedding, i fratelli Jagger...
Ultimamente, insieme a Gary Green e Kerry Minner, ha formato i Three Friends, una specie di cover band dei Gentle Giant.
Happy Birthday Malcom!
Wazza



Hatfield and the North: accadeva il 15 giugno del 1975


Ciao 2001 del 15 giugno 1975 dedica un articolo a un nuovo gruppo, gli Hatfield and the North, composto da ex membri dei Matching Mole, Gong e Caravan: Dave Stewart, Phil Miller, Pip Pyle e Richard Sinclair. Il gruppo prende il nome dall'autostrada che collega Londra al nord.


Avevano appena pubblicato il loro secondo album, "Rotter's Club", “il club degli emarginati".
Progressive, Canterbury e lunghe suite strumentali erano il loro biglietto da visita.
Da rivalutare!
Wazza




venerdì 15 giugno 2018

Le Orme: accadeva il 15 giugno del 1979


Usciva il 15 giugno 1979 l'album "Florian" delle Orme.
Pochi capirono questo cambiamento radicale nel sound del gruppo. L'idea venne a Toni Pagliuca, conscio che il punk ed altri stili musicali stavano affossando il progressive rock. Una "protesta", non usare strumenti elettrici e dedicarsi a strumenti acustici alternativi, violino, violoncello, vibrafono, clavicembalo, una svolta sottolineata dall'amaro testo di "Fine di un viaggio".
Un disco da rivalutare e da ascoltare!
Wazza


(Dalla rete..)
"Chamber rock"... se ne fa un gran parlare, ultimamente, negli ambienti progressive, band che si spogliano di chitarre elettriche, tastiere elettroniche e batterie zeppe di ogni orpello per riscoprire gli strumenti della tradizione e della musica classica. E di nuovo salta la proverbiale mosca al naso: ma non l'avevano già fatto Le Orme nel 1979, proprio con questo album?
Non credo che, soprattutto qui in Italia, ci si renda conto dell'importanza del gruppo in questione, e soprattutto del motivo che rende Le Orme così importanti e speciali, e cioè il loro essere sempre stati dei pionieri. Qualcuno preferisce sommergerli con gli altri gruppi del rock progressivo nostrano (la PFM suonava meglio, Francesco Di Giacomo cantava meglio, gli Area erano più politicizzati), che guarda caso ogni volta che si riuniscono e fanno qualche concerto ottengono subito perlomeno un'ospitata su mamma Rai, al contrario del gruppo veneziano, che pur rendendosi ancora oggi protagonista dei più importanti festival prog internazionali non passa neanche al telegiornale regionale, e questo anche a scapito del considerevole successo goduto dalla band negli anni ‘70. Eppure furono loro, con "Collage" (prima ancora del “Concerto Grosso” dei New Trolls) ad aprire in Italia le porte al prog di stampo sinfonico, e furono pure i primi a rendersi conto che proprio la stagione del prog era finita (sicuramente qualcuno se lo ricorda il brano "E' finita una stagione", b-side di "Canzone d'Amore") e a volgere l'attenzione ad un sound più asciutto, vera e propria new wave italiana ante litteram, elegante e ricca di melodia.
Nessuno dei "grandi" ci aveva pensato: la PFM si era votata al jazz rock raggiungendo gli Area, ma in un ambito meno politicizzato, i Banco di "Come in un'ultima cena" rimanevano sostanzialmente ancorati al sound dei primi anni ‘70, giusto un po' più dinamico; le Orme di "Se io Lavoro" (tanto per citare un brano come esempio) ibridavano basi di synth-pop "berlinese" con il gusto melodico della tradizione italiana, quasi presagendo certe cose del Battiato dopo l'era del cinghiale bianco.
Noi che abbiamo la memoria corta abbiamo finito praticamente per dimenticare anche l'ultima, preziosissima trasformazione delle Orme alla fine degli anni 70, con la decisione drastica di volgersi "anima e core" alla loro passione smodata per la musica classica e il folk italiano. Si narra che nel biennio intercorso fra "Storia o Leggenda" e "Florian" il quartetto (già da due anni lo storico trio era stato raggiunto da Germano Serafin, una dei talenti chitarristici più sopraffini che l'Italia abbia mai conosciuto) si fosse temporaneamente diviso e mentre Aldo Tagliapietra e Germano Serafin si erano rifugiati nelle montagne del Cadore portandosi appresso rispettivamente un violoncello e un violino, Toni Pagliuca e Michi dei Rossi avevano ripreso a frequentare il conservatorio Benedetto Marcello.

"Florian", risultato di questa sorta di ritiro spirituale, avrebbe positivamente sorpreso molti, e ancora oggi suona divinamente in tutta la sua (spesso anche ingenua) bellezza. Colpiscono subito la strumentazione e la nuova immagine del gruppo (quest'ultima pienamente apprezzabile solo nella fotografia all'interno del gatefold del vinile originale): Pagliuca lascia i synth e l'hammond per sedersi al pianoforte, al clavicembalo e all'harmonium; Dei Rossi passa dalla batteria ad un set di percussioni assortite (vibrafono, xilofono, marimba, conga e chincaglierie varie), Serafin abbraccia chitarra acustica e violino, mentre il buon Tagliapietra ci mette la sua preziosissima voce, la chitarra classica e il violoncello. I quattro si presentano, insomma, come un'orchestrina di Piazza San Marco, ed ecco perché il nome "Florian", come il più antico Caffè della Serenissima, ed il perché dello strumentale d'apertura, che porta lo stesso titolo dell'album: cinque minuti di pura
 gentilezza fatta musica, note leggere, rapidi tocchi di strumenti ad arco, melodie rimbalzate dal pianoforte allo xilofono, una stupenda apertura centrale affidata al pianoforte, "ritornelli" ricchi di gioia. Il risultato magari poi sarà anche un pò naif, con violino e violoncello talora non perfettamente in tono, ma poco importa: la musica ci trascina come un sogno ad occhi aperti fra le calli e i ponti di Venezia, città di cui si fa colonna sonora altamente efficace.
Bellissimo, a questo punto, risulta il contrasto con "Giaffa", primo dei brani cantati, un largo dal sapore barocco dove le ampie note degli archi sono contrappuntate da una superba melodia affidata al vibrafono. La preziosa voce di Tagliapietra, in questo contesto, spicca meravigliosamente, così come i testi di Pagliuca che in poche righe descrivono la forza e la fragilità di Israele. Le liriche sono sicuramente un punto di forza dell'album (così come di tutta la produzione delle Orme degli anni ‘70, uno dei rarissimi gruppi del prog italiano a vantare testi a livello cantautorale, sicuramente l'unico che, sotto questo punto di vista, non si possa accusare di supponenza o pretenziosità). "Il mago" si apre, invece, con una stupenda introduzione per buzouki e strani suoni percussivi, per poi evolvere verso una melodia fortemente radicata nella tradizione popolare italiana, non lontana da certe cose di Branduardi, forse leggermente meno enfatica. "Pietro il pescatore", nonostante i bei cambi di accordi e l'atmosfera soffusa, quasi misteriosa, è il brano che forse convince meno, e quello dove il violino di Serafin sbava più fastidiosamente.
Poco importa: la coppia di brani che segue, infatti, è fra le cose più belle che il pop italiano abbia mai prodotto.
"Calipso" non è una danza caraibica, ma una delicatissima ballata dove, in uno dei testi più belli di Pagliuca (Poiché riconosco la tua canzone / e il disegno sul tuo telaio / a te rivolgo, dolce Calipso, questo mio pensiero...), viene messa in bocca ad Ulisse l'immensa nostalgia di casa di ogni immigrato. Semplici e mirabili intrecci di chitarre, struggenti passaggi di violino e pianoforte, la grande malinconia nascosta nella voce di Tagliapietra costruiscono un brano che sa veramente commuovere. Altrettanto bella è "Fine di un Viaggio", probabilmente il brano più famoso dell'album, dove le strofe, dalla musica meditativa e quasi sofferta, si contrappongono all'andamento da marcia del gioioso ritornello, che in chiusura del brano si trasforma in una stupenda coda liberatoria e trascinante.
Chiude le danze "El Gran Senser", altro strumentale, meno organico e riuscito rispetto a "Florian", ma con un gran lavoro timbrico, soprattutto nell'affascinante ed orientaleggiante sezione centrale, dove il gruppo si lancia in gustose sperimentazioni sonore (su tutte un interessante Pagliuca che trae mille suoni da un pianoforte preparato).
Con il loro consueto coraggio, Le Orme avrebbero portato questa musica in concerto fra i "Travoltini" nelle discoteche di mezz'Italia, riscuotendo anche un buon successo (questo è il loro ultimo album ad entrare nella top 10 italiana), quindi l'Italia decise di scordarsi del gruppo di Mestre. E se finalmente si trovasse un modo di rimediare a tanta sconsideratezza?