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giovedì 8 dicembre 2016

Ci ha lasciato Greg Lake: il ricordo di Wazza




Hello…
triste, tristissima giornata, speravo che arrivasse il più tardi possibile, anche se da quasi un anno girava la voce che Greg Lake era ammalato di cancro.
Se ne andato ieri 7 dicembre.. la voce più bella del progressive, "Lucky Man" era parte della mia colonna sonora di vita.


Che altro dire, ha segnato la storia della musica con i King Crimson, E.L.& P., Asia. Grande estimatore del progressive italiano, fu lui mettere sotto contratto per la Manticore PFM e Banco del Mutuo Soccorso...
Ho avuto il piacere di incontrarlo personalmente ed abbracciarlo due volte, sempre disponibile, umile, sorridente... con il suo "faccione", che aveva messo su da "adulto"!
Ci mancherai Greg, a noi ci resta solo che piangerti…
Wazza



Il cantante, bassista, chitarrista, paroliere e anima del gruppo prog rock britannico, si è spento a causa di un cancro. Aveva 69 anni.



"Siamo affranti nel dover diffondere questo annuncio di Stewart Young: 'Ieri, 7 dicembre, ho perso il mio migliore amico dopo una lunga e ostinata battaglia contro il cancro. Greg Lake rimarrà eternamente nel mio cuore, dove è sempre stato. La sua famiglia sarà grata a chi rispetterà la propria privacy in questo momento di dolore". Il messaggio è stato scritto dal manager degli Emerson, Lake and Palmer, Stewart Young, per salutare Gregory Stuart 'Greg' Lake, cantante, bassista, chitarrista, paroliere, produttore e molto altro: in poche parole, l'anima di uno dei gruppi prog rock britannici più noti.
L'epopea del progressive perde un altro dei suoi eroi leggendari. Greg Lake aveva 69 anni e, dopo alcune sperienze minori con band come Shame, Shy Limbs e Gods, aveva fatto parte della prima formazione dei King Crimson. Poi l'esperienza trionfale con Keith Emerson e Carl Palmer, forse il più celebre e fortunato tra i supergruppi della storia del rock
.


mercoledì 7 dicembre 2016

Jimi Hendrix Winter Tour: era il dicembre del 1967, di Wazza


Hello,
nel dicembre del 1967 era in pieno svolgimento lo "Jimi Hendrix Winter Tour", in UK, con i "soliti" due concerti giornalieri (come si usava all'epoca).
Insieme al mancino di Seattle, sul palco "The Move", Pink Floyd, Amen Corner, The Nice...
I Pink Floyd erano una giovane band etichettata come "Space Rock", il termine "Rock Psichedelico ancora non era ancora stato coniato!
Altri tempi.
Di tutto un Pop
Wazza




martedì 6 dicembre 2016

5Friends live al Club Il Giardino - Lugagnano (VR) 03/12/2016, di Marco Pessina


5Friends live al Club Il Giardino - Lugagnano (VR) 03/12/2016
di Marco Pessina

Serata tributo al Gigante Gentile al Club, quella del 3 dicembre. A portare in scena le musiche dei fratelli SHULMAN ci hanno pensato cinque ragazzi dell'hinterland milanese, i 5Friends appunto.
La band composta da ALESSANDRO MATTIOLI (tastiere e cori), TONY ALEMANNO (basso), MATTEO PAPARAZZO (batteria), LUCA SPALLETTA (chitarre e cori) e MATTEO BONFANTI alla voce, in vece della brava ELISA LA MARCA.
I cinque musicisti milanesi erano già stati ospiti del Club un paio di anni fa e hanno l'onore di essere l'unica tribute band Giant nel territorio europeo, tanto da essere stati chiamati in Inghilterra per una serata in un grande teatro.
Il pubblico del Giardino risponde in buon numero a questa serata dedicata ad uno dei gruppi più sottovalutati, in assoluto, nella grande storia della musica colta. Per fortuna in Italia lo furono meno, e anche noi qualche merito ce l'abbiamo.
Il pubblico apprezza da subito le sonorità tutt'altro che facili da riprodurre che furono un vero e proprio marchio di fabbrica della band. I 5 Friends dal canto loro ce la mettono tutta per non far rimpiangere i loro ispiratori e il risultato é eccellente, come del resto testimoniano i lunghi applausi del pubblico in sala. L'amalgama tra di loro é buono e così siamo cullati dalle melodie particolari e sincopate del quintetto britannico. Lo spettacolo verte dei pezzi più significativi e, di quello che noi avventori ci aspettiamo, non manca proprio nulla, nelle quasi due ore di concerto, inframmezzato da una pausa verso la metà dello stesso. Tutto fila liscio, nonostante qualche incertezza al canto, scusabile per via delle non buone condizioni di salute del frontman, che tra l'altro essendo entrato di recente nel quintetto milanese ha dovuto imparare tutto il repertorio in un paio di mesi, come dichiarerà a fine concerto ALEMANNO.
Per gli amanti delle scalette i 5FRIENDS hanno suonato: COGS/PROCLAMATION/VALEDICTORY, precedute da una INTRO, TWO WEEKS, FREE HAND, PROLOGUE, JUST THE SAME, GIANT, PANTAGRUEL'S NATIVITY, THE RUNAWAY/EXPERIENCE, THE BOYS, THINK OF ME, A CRY FOR EVERYONE, PANURGE, Mr.CLASS/THREE FRIENDS con FOR NOBODY come acclamato bis.
Come si vede degli album più significativi non manca nulla. Bravi a tutti, compreso il pubblico, per una piacevole serata di musica.


lunedì 5 dicembre 2016

BELLAVISTA-“Tarantella nel Castello Putipù”


BELLAVISTA-Tarantella nel Castello Putipù

Estratto dal comunicato stampa ufficiale…

Tarantella nel Castello Putipù” è concept album composto da 10 tracce, alcune eseguite con strumenti della tradizione popolare, che raccontano storie di vita di persone comuni attraverso metafore, citazioni e messaggi forti celati da una sottile ironia.
Il disco, già disponibile in digital download e su tutte le piattaforme streaming, è stato prodotto da Bellavista, registrato e arrangiato da Luca Stendardo presso lo studio “Kutukù” e il mastering è stato curato da Antonio Ruggiero presso lo studio “Absolute Mastering”.
Questa la tracklist dell’album: “L’Italienne”, “La vera bellezza”, “La storia di Don Mimì”, “Sei in lista? (Il tipo alternativo)”, “Il sovrano e il manuale”, “Tarantella nel Castello Putipù”, “Il pilota coi baffi”, “Pennelli su tela lunatica”, “C’è vita su Marte”, “Dalla stessa prospettiva di una stella”.


Ho posto qualche domanda a Bellavista che ha raccontato qualcosa di se e della sua musica…

Athos: Domanda d’obbligo: come nasce musicalmente parlando Bellavista? Quale è stata la scintilla che ha illuminato la strada da seguire?

Bellavista: Sin da bambino. Ho avuto la fortuna di avere un papà musicista e in casa vi erano un bel pò di strumenti. L’amore è sbocciato in modo del tutto naturale, come se nel sangue ci fosse sempre stata una particella musicale.

A: Il tuo vero nome è Enzo Fiorentino: da dove nasce lo pseudonimo “Bellavista”?

B: Prevalentemente per la similitudine del protagonista di “Così parlò Bellavista” di Luciano de Crescenzo. Un film di cui rimasi folgorato: il protagonista, il professor BELLAVISTA, è  innamorato della sua terra ma al contempo ne denuncia gli aspetti più contraddittori.  Una copia del mio pensiero, praticamente il riflesso di me stesso.

A: Il tuo nuovo album si intitola “Tarantella nel Castello Putipù”: che cosa contiene? Lo si può considerare un concept album?

B: L'intero disco rappresenta un vero e proprio veicolo metaforico, dove attraverso dieci racconti di storie di persone comuni si cela un unico messaggio di rivalsa sociale, il tutto condito da una sottile ironia che é il mio tratto distintivo. Il titolo dell'album ne è rappresentativo, il termine "Tarantella" prende il significato di aggregazione, di corteo, di riunione di uomini felici, in quanto consapevoli di possedere quella che è la vera bellezza nella semplicità delle cose, mentre il castello vuole essere un premio, una meritata ricompensa al popolo. Il Putipù, mi piaceva, é uno strumento della tradizione popolare partenopea e un giusto nonsense conclusivo per dare un pò di vivacità.

A: Come ti esibisci dal vivo? One Man Band o lavori in squadra?

B: Dipende dai contesti, dagli spazi. Io sono un polistrumentista, mi capita di esibirmi da solo: piano e voce o chitarra e voce, altre volte con la band al completo.

A: In un mondo pieno di etichette, poco eleganti ma a volte utili, come descriveresti la tua musica a chi ancora non ti conosce?

B: Sono un cantastorie, un menestrello, e  i miei testi li affido a melodie prevalentemente pop, che a loro volta incontrano l'elettronica, il valzer, lo swing, il folk, il rock & roll, lo ska, il tutto sempre in via sperimentale.

A: Quanto ti ha segnato/insegnato, come artista, la città in cui sei nato, Napoli?

B: Sono attratto dalla bellezza, di qualsiasi forma e genere. Ho avuto la fortuna di nascere a Napoli, dove in ogni angolo vi è fermento artistico, una città ricca di cultura, storia e soprattutto di tanta BELLEZZA... e tutto ciò, credo ti condizioni in qualche modo!

A: Ho visto il video di “Pennelli su tela Lunatica”: quanto sono importanti gli aspetti visual nella proposizione del tuo lavoro?

B: L'idea del video in Stop-Motion è uscita dopo varie opzioni messe in gioco. Insieme al regista Luca Esposito, ci piaceva dare un tocco di colore e movimento, tra il reale ed il fotogramma. L'aspetto visivo gioca sempre un ruolo fondamentale...

A: Esiste un tuo punto di riferimento sicuro, un modello che da sempre guida il tuo lavoro di musicista?

B: Si, la sensibilità. Poi c'è anche "la verità" in ciò che faccio e dico, che viaggia in parallelo alla prima.

A: Come pubblicizzerai l’album dal vivo? Sono state pianificate delle date?

B:In realtà sono in tour da qualche mese, Tarantella nel castello Putipù è in giro per lo stivale. Il primo dicembre ero ad Eboli, l'8 a Salerno aprirò il concerto di Bunna e Zibba, 11 e 12 ritorno a Roma, sarò a Pescara, Genova, Bologna e Reggio Emilia... date in continuo aggiornamento, che può essere seguito sulla mia pagina facebook .

A: Quale potrebbe essere il futuro prossimo di Bellavista?

B: Metà 2017 in tour, l'altra ho già un nuovo album tra le mani e nella mente.


Biografia
Bellavista, all’anagrafe Enzo Fiorentino, è un cantautore e polistrumentista nato a Napoli, il 24 Novembre 1978.  Si avvicina alla musica sin da bambino studiando pianoforte, chitarra e basso elettrico. Negli anni ha stabilito un feeling naturale con qualsiasi strumento definendosi ironicamente come “un menestrello che saltella da una parte all'altra del palco, ma soprattutto da uno strumento all'altro”. Durante la sua carriera ha suonato in tour con l’orchestra del Festival di Napoli, e ha collaborato con Tony Esposito e, come musicista, con Alessio Caraturo per il disco di platino “Ciò che desidero”, contenente il singolo “Goldrake”. Nel 2002 riesce ad entrare nei primi otto finalisti di "Destinazione Sanremo" con i Callisto.  Successivamente si esibisce da "one-man-band" per far ascoltare la sua musica: cantautoriale, d’autore, Pop/Folk. Il nome d’arte "BellaVista” è ispirato dalla filosofia e dallo stile di vita del professor Bellavista nel film "Così parlò Bellavista".


domenica 4 dicembre 2016

Il nuovo numero di MAT2020... tra pochi giorni...


MAT2020 si avvicina al Natale con un nuovo numero ricco di argomenti e qualche novità tra i collaboratori.

Partiamo dalla descrizione dei grandi live, questa volta davvero importanti e numerosi: Athos Enrile propone la prima data torinese dei King Crimson e quella milanese dei The Who, a cui si aggiunge il commento di Antonio Pellegrini, presente anche a Bologna. Giorgio Mora era a Parigi per la celebrazione dei 50 anni di “Pete Sounds” e ci fa rivivere attimi della performance di Brian Wilson. Non meno importante il racconto di una serata storica e di estrema qualità, il concerto genovese degli Analogy. A Franco Vassia il compito di disegnare il “nuovo” Gianni Nocenzi e il Prog To Rock torinese, di cui è stato presentatore.

Molti i commenti delle nuove uscite discografiche: Andrea Zappaterra, al suo esordio su MAT, ci illumina sull’ultimo album dei Kuadra, mentre Evando Piantelli propone i Basta! e i Disequazione; ritorna Gianni Sapia che ha ascoltato il nuovo disco di Tara Degl’Innocenti e dei Tenebrae; nella sua rubrica metal Maurizio Mazzarella ci svela l’ultimo lavoro degli HYAENA e Alberto Sgarlato si occupa dell’omonimo CosaRara. Tocca ad Antonello Giovannelli introdurci al mondo di Hyris Corp. Ltd

Diamo il benvenuto ad una new entry straniera, la russa Nadia Fedenko che ha intervistato Lino Vairetti in una recente occasione. Sempre straniera, ma residente in italia, la nostra Alex Pana, che regala una novità, uno scorcio sul rock islandese.
Andrea Pintelli ci riporta alla sua infanzia fatta, anche, di rock e Uriah Heep.

Tante le rubriche fisse: Riccardo Storti arriva al secondo capitolo della sua analisi su Armando Sciascia mentre Mauro Selis ci parla del Prog in Israele e ripropone il connubio tra musica e psiche. Paolo Siani assume il ruolo di “provocatore” positivo e Alberto Sgarlato ci riporta a un album dei Discipline di un ventennio fa; Carlo Bisio ci riporta alla cultura della sicurezza sul lavoro utilizzando l'elemento musicale. 

E poi le novità di Black Widow Records e Ma.Ra Cash Records.
E siamo ormai a quattro anni di attività… e queste sono soddisfazioni!





venerdì 2 dicembre 2016

TREWA – BEWARE THE SELVADIC, di Evandro Piantelli


TREWA – BEWARE THE SELVADIC (2016)
di Evandro Piantelli

I Trewa sono un gruppo di giovani musicisti provenienti dalla zona di Como, giunti al terzo lavoro discografico. Ma se con il loro primo disco (At the firelight) si muovevano in ambito folk e col secondo (Many meetings on a blythe journey) viravano verso il folk-rock, col terzo lavoro – Beware The Selvadic - tentano un esperimento ancor più coraggioso, cioè amalgamare, come farebbe un alchimista, ben tre generi musicali: il folk, il progressive ed il metal.
Sia chiaro, i Trewa non sono i primi e non saranno neanche gli ultimi che si avventurano su questa strada (penso soprattutto ad alcune band del Nord Europa); tuttavia mi sembra che in Italia questo esperimento non sia stato proposto molto di frequente.
La band comasca è formata da cinque elementi: Luca Briccola (Chitarre, tastiere, flauti, fisarmonica, banjo, percussioni e cori), Lucia Amelia Emmanueli (Voce, flauti e clarinetto), Claudio Galetti (Voce), Joseph Galvan (Basso), Filippo Pedretti (Violino, glockenspiel e cori) e Mirko Soncini (Batteria e percussioni). Inoltre nel disco sono presenti alcuni ospiti, impegnati soprattutto agli strumenti della tradizione folk (cornamusa, arpa, bodhran, whistle, ecc.).
Il lavoro svolto dall'ensemble lariano per la realizzazione del disco è consistito soprattutto nel prendere brani folk (provenienti dalle varie tradizioni: celtica, klezmer, mediorientale, ecc.) e rielaborarli in chiave metalprog, con testi in inglese cantati alternativamente o insieme dai due singer del gruppo.
Dopo ripetuti ascolti posso dire che il lavoro è interessante e si ascolta volentieri, rivelandoci molte più luci che ombre. Ma vediamo nel dettaglio.
Il disco inizia con Skaldic Kin, che riprende una dolce melodia medioevale di flauto, successivamente arricchita da basso, batteria, tastiere, violino e chitarra elettrica. Dopo poco entrano le voci dei due cantanti. Il risultato è interessante, ma lo schema (melodia folk che, dopo poco vira al metalprog) si ripeterà forse qualche volta di troppo nel corso dell'ascolto.
Il brano successivo Where The Eagles Wait Ready non fa eccezione: un tema celtico si sposta rapidamente verso tempi più veloci segnati da una batteria potente. Nella parte centrale c'è un bel  dialogo tra tastiere e flauto che da spessore al brano, con un la chitarra che domina il finale.
The Soldier's Scars è introdotto dalla fisarmonica (che riprende il tema anche in seguito) ed è il primo brano che potremmo definire solamente folk, senza altri aggettivi. Certo il basso è sempre ben presente, ma la mancanza della batteria rende il brano leggero e gradevole. Bello il ritornello cantato insieme da Lucia e Claudio.
Awakening (Nemus Cibeles) è un brano potente, col violino che si inserisce spesso nella trama e ricorda a tratti i Kansas, mentre The Woodwose è un altro esempio di ballata celtica arrangiata in chiave metalprog.
White Sails, invece, è basato su una famosa melodia mediorientale, ma le variazioni sono numerose e il cantato impreziosisce il brano.
Sublime Selvadic è il brano più folk dell'intero disco, caratterizzato da un introduzione recitata in inglese e dall'utilizzo esclusivo di strumenti acustici, avvicinandosi molto al primo lavoro del gruppo.
The Quiet Lady è un brano dolce in stile Fairport Convention cantato da Lucia, mentre Olaf The Stoner è un'altra aria medioevaleggiante riarrangiata in chiave metalprog.
A Shimmering Sword è introdotto da una cornamusa e contiene un bell'arpeggio di chitarra acustica che mi ricorda gli Steeleye Span.
A Toasto To Prague è un breve intermezzo che introduce la successiva Clayton. Questo brano è in realtà un pezzo famosissimo della tradizione Klezmer (la musica degli ebrei askenaziti dell'Europa centrale) dal titolo “Odessa Bulgar”, di cui esistono tante interpretazioni. Qui il brano inizia nella versione canonica, ma vira rapidamente dalle parti dei Dream Theater e, a mio parere, questo è il pezzo dove il lavoro dell'alchimista di cui vi parlavo all'inizio è riuscito al meglio e sono sicuro che sarà uno dei loro brani più apprezzati ai concerti.
Horizons, che chiude l'album, è un country rock che odora di palude della Louisiana e ci mostra un altro lato del gruppo (e che, forse ci fa intravedere qualche scenario futuro …).
Il bilancio finale dell'ascolto di Beware The Salvadic è complessivamente positivo. Il disco è suonato molto bene da un gruppo di giovani e capaci musicisti con un solido background. Il cantato in lingua inglese dà al lavoro uno spessore internazionale che potrebbe portare al gruppo ad avere apprezzamenti anche fuori dalla Patria di Dante. Con un piccolo sforzo per evitare una certa ripetitività negli schemi credo che ci potrannio riuscire.

Per finire una comunicazione di servizio.

I Trewa presenteranno il loro ultimo lavoro il prossimo 16 dicembre al Centrale Rock Pub di Erba (CO). Una buona occasione per vederli dal vivo!


Trewa:
Luca Briccola (Chitarre, tastiere, flauti, fisarmonica, banjo, percussioni e cori)
Lucia Amelia Emmanueli (Voce, flauti e clarinetto)
Claudio Galetti (Voce)
Joseph Galvan (Basso)
Filippo Pedretti (Violino, glockenspiel e cori)
Mirko Soncini (Bateria e percussioni)



Special Guests:
Irina Solinas (Violoncello in “Skaldic Kin”, “The Quiet Lady” e “Olaf The Stoner”)
Massimo Volonté (Whistles in “Where The Hawks Wait Ready”)
Riccardo Tabbì (Bodhran in “Where The Hawks Wait Ready”, “Sublime Selvadic” e “A Shimmering Sword”)
Richard George Allen (Voce in “Sublime Selvadic” e “A Toast To Prague”)
Rossana Monico (Arpa in “Sublime Selvadic”)
Melissa Milani (Cornamusa in “A Shimmering Sword”)
Prodotto e mixato da Luca Briccola.

L’album è stato registrato al Mentalchemy Sound Dungeon (Como) tra 2014 and 2016.
Violini registrati al Everybody On The Shore Recording Studio (Milano) da Giulio Farinelli.
Grafica di Mattia Zoanni.
Foto di Teo Teuz Musazzi www.matteomusazzi.com




mercoledì 30 novembre 2016

Billeri & Ombrelettriche – "Giona", di Andrea Pintelli


Billeri & OmbrelettricheGiona
di Andrea Pintelli

Opera dedicata ad Antonietta Cipriani, luce della crescita di Valerio Billeri, romano. Sediamoci e ascoltiamo, o meglio, imbarchiamoci e lasciamoci trasportare dalla nave capitanata dall’ammiraglio Billeri, voce, anima e timoniere di questo viaggio. Questo veliero, idealizzato fin dalla copertina, ci porterà in vari luoghi, si fermerà in tanti posti, assumerà le dimensioni del sogno voluto da Billeri, a patto che noi chiudiamo gli occhi e riponiamo in lui la nostra fiducia in lui e il suo equipaggio. Fin dalla prima nota si è come avvolti da un’atmosfera rarefatta, (volutamente) scarna, evocativa.
In “Giona” (inteso come primo pezzo di questo puzzle fatto di chiaroscuri) ci si ritrova nel bel mezzo di una storia di sopravvivenza che profuma di esperienze forti e determinanti. “Giona” ti tiene stretto a sé; non si può non essere sopraffatti dalla voce narrante, i cui riferimenti sono waitsiani e gucciniani, ma da cui spicca la personalità matura di Billeri.
Pequod” è sempre mare, si va, si va, dove questa volta…? L’importante è andare, ci canta il capitano, in questa esistenza che deve essere addentata per capirne e carpirne i sapori; alcuni sono in questo breve brano, agrodolce, ma intriso speranza.
In “Squotivento” fanno capolino dei suoni luccicanti; il Sole che lasciano presagire, si fa attendere perché i ricordi di un vissuto fatto di una quotidianità di amori, bugie, solitudini, e sconquassamenti d’anima si fanno nuvola, come fosse un boccone amaro da ingoiare per proseguire nel cammino. Chi più, chi meno, tutti abbiamo respirato queste atmosfere, quindi il pezzo è per ognuno di noi, non solo per chi la canta e chi la suona, portando la sua visione che è matrice di ogni occhio aperto alla strada.
Dietro La Porta” è desertica; siamo nel West, sia di riferimenti, sia di idee, quasi un post-country minimalista utilizzato dalla nostra ciurma per raccontarci il mistero del luogo, il padre che dispensa consigli, la notte che non ti fa dormire.
Sta Scendendo Sera” è tramonto, siamo ancora nel nuovo mondo, ce lo fa capire una chitarra magnifica che pone contrappunti di rara bellezza. Balzano alla mente momenti lontani, che Valerio ci riporta alla mente, riflettendo sul cambiamento del giorno, rapportato a quello del nostro domani. In una parola: ricordo.
Prima Di Casa” fa risalire il tono, ci riporta al presente, anche se di notte comunque si parla; è ancora strada, in cui può capitare di entrare in bar molto cattivi, dove pesti cicche spente, dove le moquettes ai muri respirano gli sguardi truci degli avventori, come il melange che i nostri marinai ti suggeriscono con un impostazione da vecchio saloon dove non si può essere al sicuro, in cui spicca una minacciosa armonica a bocca. La radio gracchia canzoni sghembe, e se ti capita di bere una birra, bevine due: ti conviene.
E arriva “Ulisse”: pianoforte e voce bastano per far venire i brividi, e il titolo la dice lunga sul significato del desiderio di approdare che ha il viaggiatore, dove per giorni e giorni si è rimasti soli coi propri desideri, coi propri pensieri, dove un’urgenza di felicità fa di tutto per raggiungere la propria terra interiore fin oltre l’orizzonte, al buio prima, all’ora blu poi, dove la notte si fa alba. Di caposseliana memoria, questo pezzo è rarità per chi vuole realmente dare un valore aggiunto al perché si decide, a volte, di ascoltare musica.
In “Zong” si è nel bel mezzo della bufera, demoni e visioni tenebrose fanno la lotta per impossessarsi dell’altrui persona, mentre un banjo risponde piccato ad una voce quasi lontana di chi vorrebbe raccontare senza timori, dove il sorriso lascia spazio al dubbio. Parla di echi, di paura di andare a fondo, ma dove, se si è forti, alla fine della tempesta ci si arriva per poter poi rimettere i piedi a terra, per raccontare che si è stati all’inferno e  ritornati.
Era Soltanto” è polverosa, gli stivali sono intrisi di cammino, si gira e rigira per cercare acqua per poter restare giovani; interlocutorio momento di vita di profonda importanza, dove gli errori fanno crescere, come un assolo di chitarra fa capire con ardore. Si era soltanto, ma si era fortemente, e quell’essere stati non ce lo potrà rubare nessuno.
Van Gogh”, ultimo brano d’accompagnamento a questo errante navigare, è arrivo, è respiro; è terra. Il Sole è arrivato a scaldare noi e il grano. Squarci di colore dove si può rimirare, dove si deve immaginare per non perdersi ancora. Forti di questo sospiro, ora si possono aprire gli occhi. E restiamo solo noi.

Teniamoceli stretti e supportiamoli questi marinai del racconto, comprando i loro lavori e andando ai loro concerti. Ne vale ampiamente la pena. E quando saranno dalle mie parti, fatemi un fischio, anzi portatemi un biglietto per salire a bordo.