www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

lunedì 18 settembre 2017

Ricordando Jimi Hendrix



Hello,
oggi, 18 settembre, per ogni "rockettaro" o amante della musica dovrebbe essere lutto nazionale!
Nel 1970 a Londra muore Jimi Hendrix


Arriva all'ospedale già morto, dopo che un'autombulanza era stata chiamata a seguito di un collasso avuto nella propria stanza dell'albergo "Samarkand Hotel".

Il certificato dell'autopsia attribuisce la morte a "soffocamento per inalazione del proprio vomito".


Sulla sua morte nasce una leggenda e Jimi diventa simbolo di una generazione... (ma anche di quelle a seguire).
… per non dimenticare

Wazza



Documentario sulla musica progressiva: imperdibile!

MELLOTRON- IL PROGRESSIVE ITALIANO-2 ORE DI STORIA DEL POP ANNI 70

Incredibile documentario focalizzato sul Progressive made in Italy anni’70, per la prima volta nel web… esaustivo ed essenziale… una chicca!

domenica 17 settembre 2017

COMUNICATO A TUTTI GLI AMANTI DEL BALLETTO DI BRONZO




COMUNICATO A TUTTI GLI AMANTES DEL BALLETTO DI BRONZO

La formazione composta da Gianni Leone (voce e tastiere), Riccardo Spilli (batteria) e Alessandro Corsi (basso) fu attiva dal 1998 al 2003 (Spilli però era nel gruppo fin dal '97 e vi rimase fino al 2004). Il Balletto allora fu definito dalla stampa specializzata "una macchina da guerra letale e arrembante". Io sono particolarmente legato a quella formazione, se non altro perché proprio con quell'organico il Balletto cominciò a suonare in giro per il mondo, partecipando con grandissimo successo ai più importanti festival Prog negli Stati Uniti, in Messico, in Brasile, in Francia, in Cile, in Giappone, oltre a fare tanti memorabili concerti in Italia. Spilli e Corsi erano poco più che adolescenti, ma già mostruosamente bravi. Senza nulla togliere alle altre formazioni. D'altronde, poche chiacchiere: se si ha una certa natura, se si ha del talento, questi si manifestano prepotentemente a 13 anni di età o anche prima, di sicuro non a... 56! 


Settembre 2017. Gianni Leone è  felice di annunciare il ritorno di Riccardo Spilli nell'organico del gruppo. La nuova formazione del BALLETTO DI BRONZO, quindi, è: 
Gianni Leone (voce e tastiere), Ivano Salvatori (basso - gloriosamente col Balletto fin dal 2008),  Riccardo Spilli (batteria). 

Il BALLETTO DI BRONZO torna ad essere una macchina da guerra letale e arrembante! 


venerdì 15 settembre 2017

AREA, 15 settembre: usciva "Arbeit Macht Frei"


Non è colpa mia se la tua realtà, mi costringe a fare guerra all' umanità! 
(Demetrio Stratos)

Hello,
usciva il 15 settembre 1973 "Arbeit Macht Frei", primo album degli Area.
Il nome dell’album è preso in prestito dalla scritta che campeggiava sui campi di concentramento nazisti, "Il lavoro rende liberi".
Capolavoro assoluto, fusione tra rock progressivo, jazz-rock, elettronica, avanguardia e influenze medio-orientali (!!!).
Un disco dal grande valore storico e culturale, visto l'anno in cui è uscito, musicisti eccezionali, sopra tutti la straordinaria voce di Demetrio Stratos. “Luglio, agosto settembre nero” diverrà il "manifesto" del gruppo.
Oggi sono tutti filo Area-Stratos, ma non erano di facile fruizione, difficili a volte "capirli" dal vivo, e  furono anche fischiati come ricorda lo stesso Demetrio...


"Grazie veramente... grazie perchè... vi spieghiamo anche perchè GRAZIE... perchè sono due giorni che ci fischiano... a Roma, a Milano... abbiamo fatto Roma e Milano... e pensiamo che questa città forse è quella... che musicalmente è più AVANTI... GRAZIE!"
(Demetrio Stratos al pubblico di Vicenza dopo l'esecuzione del brano "Le labbra del tempo" (5.1.1973)

… di tutto un Pop
Wazza



(Vulcanostatale blog)

Il movimentato ‘68 era passato da poco quando si stagliavano allorizzonte gli Anni di Piombo e nel pieno di quel periodo di incredibile fervore, non solo politico, ma anche musicale e artistico, nel 1973 venne alla luce uno dei più grandi capolavori che la musica italiana abbia prodotto: “Arbeit Macht Frei”, album desordio degli Area che, nati solo un anno prima con la formazione che li consacrerà, si apprestavano a diventare uno dei gruppi più significativi del periodo.
In piena corrente
 progressive, ma spaziando in più generi davanguardia, gli Area proposero un sound personale ed elaborato, mai banale e ripetitivo, rifuggendo il concetto di canzone come siamo abituati a concepirla, essenzialmente mettendo nei propri brani la musica come elemento centrale. Inoltre li distingueva la forte matrice politico-sociale presente nei testi, il loro costante tentativo di creare una rivoluzione che prendesse forma inizialmente in ambito culturale, inseguendo il sogno di un mondo nuovo tanto presente nelle menti di quei ragazzi che manifestavano giorno dopo giorno nelle piazze.
Prima ancora di uscire sugli scaffali, il disco fece scalpore per via della copertina su cui campeggiava unopera di Edoardo Sivelli rappresentante delle statuine incatenate con una chiave in mano, immagine di forte allusione politica a cui si aggiunse, oltre al titolo, la provocazione di collocare nel disco una pistola di cartone.

Il progetto si apre con “Luglio, agosto, settembre (nero)”, brano tra i più celebri del gruppo, che si scaglia contro la borghesia benpensante e falsa, figlia di un tempo intento a distruggere le singolarità in favore di una totale omologazione. Un testo in arabo schiude il brano, costituendo un incipit storico, a cui fa seguito la voce inconfondibile di Demetrio Stratos che danza su un sound spaziante dal prog alle canzoni popolari gitane. Ad impreziosire il brano già si aggiunge una sezione ispirata al free-jazz, con il sax di Busnello a fare da padrone sui continui cambi ritmici.

Il secondo brano, title track dell’album, lo apre un ispirato Giulio Capiozzo, batterista del gruppo, con poliritmie ricercate sempre più vicine al jazz che indicano la strada alla melodia principale, seguita nella seconda strofa da un riff di basso e chitarra degno di nota. La voce di Stratos si muove qui da potente a sinuosa
raggiungendo livelli eccezionali su di un brano in continua evoluzione arrestata solo dalla sua conclusione.

“Consapevolezza” è l
emblema della fusione tra progressive e jazz-rock tanto ricercata dal gruppo, con un sound molto vicino agli anni ‘60 a fare da sfondo in un testo che incita sempre più chiaramente alla ribellione contro il sistema. Anche qui è chiara la fusione tra Occidente ed Oriente, soprattutto nellarpeggio crescente su cui si incastrano le improvvisazioni di Fariselli.
Il Lato B dellalbum è affidato al capolavoro “Le labbra del Tempo”, una melodia vocale accompagnata dal sax tiene le fila del brano nella prima parte, a cui si aggiunge una sezione ritmica che riesce a far convivere limprovvisazione di tutti gli strumenti in un continuo crescendo che, senza perdere coesione, ha il suo apice nellimperioso “IO HO” di Stratos, per poi viaggiare senza più freni in una conclusione da brividi.

250 Chilometri da Smirne”è senza dubbio il pezzo più tradizionale del progetto, ma non per questo inferiore agli altri brani in esso contenuti. Un pezzo interamente strumentale in cui, su una rete dal sound free-jazz, gli strumenti si alternano in singoli soli.

Chiude lalbum L’abbattimento dello Zeppelin”, brano di pura sperimentazione in cui Stratos dà degna prova di sè, con un canto a tratti nervoso e sincopato, su continue fughe  strumentali.


 

Tracce:
Lato A
Luglio, agosto, settembre (nero)
4:27
Arbeit Macht Frei
7:56
Consapevolezza
6:06

Lato B
Le labbra del tempo
6:00
240 chilometri da Smirne
5:10
L
abbattimento dello Zeppelin 6:4

Formazione:
Demetrio Stratos voce, organo Hammond, steel drum
Victor Edouard Busnello
sassofono, clarinetto basso
Giulio Capiozzo
batteria, percussioni
Yan Patrick Erard Djivas
basso elettrico, contrabbasso
Patrizio Fariselli
pianoforte, piano elettrico
Paolo Tofani
chitarra elettrica, EMS VCS3, flauto

articolo Ciao 2001 "agosto 1973"
1973"


Compie gli anni Gianni Leone...



Hello,
compie gli anni oggi (anche se lui questo termine non lo conosce!), 15 settembre, Gianni Leone, l'enfant prodige del prog, il Peter Pan della tastiera, il Dorian Grey della musica...
Bravissimo tastierista e bellissima voce (che secondo me usa poco, Balletto di Bronzo, Volti di Pietra, Citta Frontale, Leo Nero, sono queste le sue "creature" musicali.
Vive ne suo mondo "leonino", sperimentatore e ricercatore di suoni... uno "sopra le righe", in poche parole un marziano!
Habby Birthday e besos Gianni
Wazza





giovedì 14 settembre 2017

Magia egiziana per i Grateful Dead: 14-15-16 settembre, di Wazza

Hello,
nel settembre del 1978 i Greateful Dead riescono a realizzare il loro sogno, suonare in un luogo pieno di magia ed energia, precisamente il 14-15-16 settembre, presso la Valle delle Piramidi in Egitto.
L'ultima notte, a rendere tutto più magico, si verificò un’eclisse totale di luna! La leggenda racconta che cammelli e beduini, non abituati a questi suoni, si spaventarono e pensarono ad una "maledizione" dei faraoni.
L'intero incasso venne devoluto al dipartimento archeologico egiziano.
…di tutto un Pop
Wazza


Articolo Massimo Battistutta

L'enigmatico volto della sfinge che fa da sfondo a questo concerto fa capire da subito che siamo dinanzi a qualche cosa di "grosso"! 14-15-16 settembre 1978 i Grateful Dead realizzano il loro sogno, quello di suonare ai piedi delle piramidi nella piana di Giza, e questo loro sogno li proietterà nella storia per aver dato vita ad un evento rock a dir poco epocale.
Ma faccio un passo indietro e per ricostruire la genesi di quella che sarà una autentica perla leggendaria nella loro lunghissima carriera.
Nel 1975, la line up che diede vita al trionfale tour europeo del 1972, e che nel 1973 vide perdere il suo front man, cantante e pianista Ron "Pigpen" McKernan - l'anima blues della band - portato via da una cirrosi a soli 27 anni, incide uno dei suoi lavori più complessi da studio, “Blues For Allah”, ricco di richiami arabeggianti, ed inizia a covare l'ambizione di suonare con alle spalle le piramidi in una location che sfiora il metafisico.
Nel 1978 l'idea inizia a concretizzarsi, e l'allora manager della band, Richard Loren, compie un viaggio esplorativo in Egitto a visionare il Ligth and Sound Theatre della piana di Giza, e lo trova decisamente adatto al progetto.
Inizia un autentica battaglia burocratica che vede il manager affiancato dal bassista Phil Lesh e dal business manager Alan Trist.
La prima tappa è lambasciata egiziana a Washington dove, ovviamente, i funzionari cercano di capire il fine di quello strambo (ai loro occhi) progetto. «Volete portare con voi tonnellate di amplificatori e centinaia di persone al seguito?», dice stupefatto lambasciatore. «Certo» gli risponde Lesh, «ma pagheremo tutto noi e doneremo i proventi dei concerti in beneficenza, magari al dipartimento egiziano per le antichità». 


La risposta convince il diplomatico: il primo passo è fatto. Il secondo è col governo americano, al dipartimento di stato, dove c’è da superare la fama di pazzoidi che la band si porta dietro. «I Grateful Dead», dicono i tre negoziatori, «sono ambasciatori di cultura che portano, in segno di amicizia, la musica dei giovani americani in una travagliata regione. Lo scambio culturale è un contributo alla comprensione e una via alla pace tra le nazioni».
Secondo ostacolo superato. Il terzo e ultimo è quello del ministero della cultura egiziano. Lesh, Loren e Trist volano in Egitto, è lestate del 78, e qui incontrano il ministro della cultura. «Per quale ragione volete suonare ai piedi delle piramidi?», chiede il capo del dicastero culturale. Efficace e studiata la risposta di Lesh: «Nel corso degli anni abbiamo suonato per genti diverse in posti diversi, e abbiamo capito che è il contesto a fare la differenza. Come musicisti, dediti principalmente allattività concertistica, questo è per noi un tema di grande interesse. Siamo sicuri che non esista al mondo un posto con unispirazione più grande di quella che possono dare le piramidi». A quel punto fiorisce un sorriso sulle labbra del ministro: autorizzazione concessa.

Ai primi di settembre, via Londra, i Grateful arrivano al Cairo portandosi dietro con uno sforzo enorme 25 tonnellate di amplificazione, un centinaio di hippy capitanati da Ken Kesey, leader dei Merry Pranksters (e noto scrittore, è l'autore di qualcuno volò sopra il nido del cuculo), quelli che giravano per l'America con un pullman multicolore con alla guida Neal Cassidy, il padre della beat generation e ispiratore del protagonista del romanzo “On The Road”, di Kerouac, e Bill Graham, l'impresario delle maggiori band californiane e di locali per concerti mitici,come il Fillmore e il Winterland.
Il pomeriggio del 14 settembre c'è un immagine che sintetizza questa incredibile avventura: Ken Kesey, con un gruppo di hippy, scala la grande piramide per apporre sulla cima la bandiera con il teschio (simbolo della band) squarciato da un lampo.
Ma non solo folklore, questo viaggio vuole essere per i Grateful fonte per dare vita al loro lato più mistico e sperimentale, cercando di trarre dalla magica location la massima fonte di ispirazione. Attraverso un sistema complesso di cavi e microfoni vogliono far passare la musica attraverso la camera funeraria del faraone all'interno della grande piramide, usandola come camera di risonanza per poi riversarla all'esterno, l'obiettivo è di impreziosire la loro musica con un eco come proveniente dal passato. L'impresa fu titanica e in un libro che è una raccolta di interviste a membri e crew della band dal nome il “Simposio Psicadelico”, il capo dei tecnici del suono racconta con quante difficoltà si riuscì a portare a termine questo progetto che alla fine lasciò tutti non propriamente soddisfatti.
Ciò, però, non tolse unincredibile suggestione allevento e l'impatto emotivo di cui era intrisa la musica suonata in quei giorni. Saranno tre spettacoli unici nella lunghissima carriera dei Grateful Dead che si segnalano per la strana energia che li sostenne. Il primo concerto è del 14 settembre, le luci si accendono sul palco, sul pubblico scatenato dei Deadhead, sugli Egiziani sorpresi da tutto quello che sta accadendo. Le luci si accendono su una delle più grandi traveling band di tutti i tempi, i Grateful Dead, che si presenta nella tipica line up degli anni 70: Jerry Garcia (voce e chitarra solista), Bob Weir (voce e chitarra ritmica), Phil Lesh (basso), Bill Kreutzmann e Mickey Hart (batterie e percussioni), Keith Godchaux (voce e tastiere), Donna Jean Godchaux (voce e cori). Il primo show riscontra notevoli problemi a livello sonoro che saranno risolti nelle due serate successive.
Ma la performance immortale sarà la terza, i Grateful e loro musica non sono divisibili dalla loro dimensione mistica e spirituale, la terza sera è anche una sera di eclissi totale di luna, evento appositamente ricercato dalla band. La luna sparisce nell
ombra della terra nel momento esatto in cui la band inizia a suonare, e in un’atmosfera che definire magica è poco riappare sulle note di una sognante “Ramble On Rose”, purtroppo non inclusa nel video che testimonia questa performance a cavallo tra musica e misticismo.
Performance leggendaria che da poco è uscita dalla leggenda per poter essere vista ed ascoltata grazie alla pubblicazione di un box composto da due CD e da un DVD dal titolo di “Rocking The Cradle Egypt 1978”, per fortuna i Grateful Dead sin dai loro esordi permisero la registrazione di tutti i loro concerti in modo professionale facendo impazzire la loro casa discografica che trovava il mercato letteralmente inondato di bootleg dalla qualità altissima a discapito dei dischi ufficiali poco considerati dalla band stessa che si è sempre ritenuta una live band e basta, però questa loro scelta cosi inusuale permette di poter vedere la pubblicazione dei loro concerti ininterrottamente da anni e anni e si dice che esista materiale per i prossimi 50 di anni, intanto è stata recuperata la tre giorni egiziana in audio video e documentario. Il concerto oltre ai loro classici vide i Grateful invitare sul palco un gruppo di musicista nubiani con cui improvvisarono una jam.
Un sabato notte unico quello che congeda la musica dei Dead dal deserto! La band resterà, dopo gli show, ancora una settimana in Egitto, alla scoperta di un universo fantastico e lontano dallAmerica.
Oggi che Jerry Garcia Ken Kesey e Bill Graham sono nuovamente insieme, in un altro spazio e in un altro tempo, il cerchio è chiuso.
Cè scritto, nel libro egiziano dei morti: «Ora noi restituiamo le nostre anime al creatore e quando saremo sulla vetta del buio eterno lasciate che il nostro canto riempia il vuoto affinché gli altri possano saperlo: nella terra della notte la nave del sole è condotta dal Morto Riconoscente».

mercoledì 13 settembre 2017

The Zutons, di Giampiero Frattali




Ci fu un tempo in cui... Giampiero Frattali, romano,  descrisse  The Zutons: era il 2009.

"Ecco un gruppo che ho scoperto qualche anno fa perché facevano da supporter ai Muse in un concerto qui a Roma.
Gli Zutons si sono formati a Liverpool nel 2001: hanno preso il loro nome dal chitarrista della storica The Magic Band, Bill Harkleroad, in arte Zoot Horn (o "Zuton") Rollo.
Il cantante Dave McCabe aveva fatto parte in precedenza dei Tramp Attack, e Russ e Sean, rispettivamente bassista e batterista, erano nei The Big Kids.
In origine i membri degli Zutons erano solo quattro, e la fidanzata di Sean, Abi Harding, si univa a loro sul palco solamente per poche canzoni, suonando semplici battute al sassofono.
La ragazza era molto popolare presso il pubblico e agli altri membri della band piaceva il modo in cui il suo sassofono arricchiva i loro pezzi, pertanto Abi entrò a far parte del gruppo a tutti gli effetti.La musica della band non è di facile categorizzazione: è stata descritta come "cartoon punk psichedelico". McCabe, che è anche il principale autore delle canzoni, include fra gli artisti che più lo influenzano Talking Heads, Devo, Sly & the Family Stone, Dexy's Midnight Runners e Madness.
La prima pubblicazione discografica della band fu un CD di sole 3 tracce, Devil's Deal, nel settembre 2002. La primavera seguente venne pubblicato Creepin' And A Crawlin', quindi il singolo Haunts Me, disponibile solo per il download digitale, nel novembre 2003.
L'album di debutto, Who Killed...... The Zutons?, venne pubblicato nell'aprile 2004 e raggiunse la posizione n. 13 della classifica degli album britannica. Dopo circa un anno dall'uscita salì fino alla posizione n. 9, all'inizio del 2005. Il disco aveva una copertina in 3-D e, nella versione in vinile, nella confezione erano inclusi gli occhiali 3-D degli Zutons, che i fan presero l'abitudine di indossare ai loro concerti. L'album uscì anche in edizione limitata con un cd bonus con le versioni alternative di quattro pezzi.
Le critiche furono molto positive, e gli Zutons ottennero una nomination come Miglior Band Emergente ai BRIT Awards del 2005.
Who Killed...... The Zutons? venne ripubblicato includendo anche il singolo Don't Ever Think Too Much.
L'album successivo, Tired of Hanging Around, venne pubblicato il 17 aprile 2006 e raggiunse la posizione n. 2 delle classifiche britanniche.
I singoli estratti furono Why won't you give me your love e Valerie, che raggiunsero entrambi la posizione n. 9, finora il maggior successo commerciale del gruppo.

La musica che fanno non è rock... non è pop... nun te lo so dire che è (non amo etichettare).

Ma che è successo dal 2009 in poi?




martedì 12 settembre 2017

Per non dimenticare: "Biko", di Wazza

Hello,
il 12 settembre 1977, dopo un interrogatorio-pestaggio nella prigione di Walmer, a Port Elizabeth (Sudafrica), moriva in una prigione di Pretoria dove era stato trasferito Stephen Biko, attivista anti-aphartaid sudafricano.

Nel 1980 Peter Gabriel gli dedicò un brano tratto da "Peter Gabriel III", intitolato  "Biko".
Il brano diventò un inno alla libertà e alle lotte per i diritti umani, fu ripreso ed interpretato da altri artisti:

·         Robert Wyatt nel suo EP Work in Progressdel 1984.
·         Joan Baez sul suo album Recently del 1987.
·         il cantautore tedesco Wolfgang Niedecken del gruppo rock BAP ha riscritto la canzone con un testo in tedesco nel 1988.
·         I Simple Minds sul loro album Street Fighting Years del 1989.
·         Manu Dibango sul suo album Wakafrika del 1994.
·         Il gruppo Playing for Change sul loro album Songs Around the World del 2009.
·         Paul Simon per il tribute album And I'll Scratch Yours del 2013.
Inoltre Steve Van Zandt ha dichiarato di essere stato ispirato da questa canzone a scrivere la sua canzone di protesta anti-apartheid "Sun City" del 1985, suonata dagli Artists United Against Apartheid.

Grazie a Peter Gabriel  la storia di Biko, fu conosciuta da milioni di persone...
Oer non dimenticare

Wazza


BIKO
Settembre '77 Port Elizabeth tempo bello.
Era un'attività normale al posto di polizia 619.
Oh Biko, Biko, perché Biko Yihla Moja,
Yihla Moja, l'uomo è morto.
12 settembre 1977- Biko ucciso di botte in carcere


Il 18 agosto 1977, Biko, leader non violento del movimento anti-apartheid in Suafrica, fu arrestato e rinchiuso nel carcere di Port Elizabeth per un mese e sei giorni. Durante la detenzione fu sottoposto a interrogatori e torture dolorose e umilianti, compresi colpi alla testa, nella stanza del commissariato 619, per circa 22 ore. 
L’11 settembre 1977 la polizia decise di trasferirlo al carcere di Pretoria, munito di una struttura sanitaria. Con una frattura al cranio, Biko non resse. Il giorno seguente, dopo aver viaggiato per 1100 km nel baule di una Land Rover, morì poco dopo l’arrivo per lesioni cerebrali, ma la polizia sostenne che la morte era stata causata da un prolungato sciopero della fame. La successiva autopsia stabilì che la morte era conseguenza delle numerose contusioni e delle lesioni massive alla testa.
 Al suo funerale parteciparono decine di migliaia di persone.  I giornalisti che indagarono sull’assassinio furono costretti a scappare dal Sud Africa a causa delle persecuzioni della polizia e nessuno dei due poliziotti colpevoli delle percosse fu mai processato dal governo razzista bianco, né dal successivo governo “democratico”. 
La morte di Biko, che venne riconosciuto come un eroe, contribuì a farne un simbolo per la popolazione sudafricana nera e i suoi funerali furono l’occasione per una grande manifestazione di massa e di sfida.

lunedì 11 settembre 2017

Racconti sottoBanco, di Wazza


 Racconti sottoBanco

Hello,
Banco del Mutuo Soccorso e Le Orme, in tour insieme, chiudono alla grande il "Progressivamente Festival 2011" con un concerto strepitoso e sold-out.
Accadeva alla Casa del Jazz a Roma l’11 settembre 2011.
Un 11 settembre da ricordare, "diverso".
Wazza


Recensione di Carlo Cammarella

Non cè discussione sul fatto che i primi anni ’70 siano stati i più prolifici per il rock progressivo italiano, anni in cui le più importanti formazioni di questo genere producevano i migliori dischi e i migliori concerti. E le persone che spesso ci hanno raccontato di quel periodo, ce lhanno definito come magico e irripetibile, come un qualcosa che si respirava nell'aria e che forse non sarebbe tornato più. Certo, se ci pensiamo un pò su, la prima cosa che potremmo rispondere è che probabilmente hanno anche ragione, ma pensandoci meglio, potremmo anche contestare dicendo che domenica 11 settembre alla Casa del Jazz (nell'ambito del Festival Progressivamente), a vedere Le Orme e il Banco del Mutuo Soccorso, cerano quasi tre mila persone. E non parliamo soltanto di nostalgici amanti della musica degli anni 70, ma di un pubblico che forse rappresenta tutte le generazioni e che semplicemente ama la buona musica. Quindi, cerchiamo di proiettarci per un attimo in quella serata e per capire meglio latmosfera diciamo subito che ben prima dellinizio del concerto non era rimasta lombra di un posto a sedere. Gente seduta per terra, in piedi, vicina al mixer e ai lati del palcoscenico per un concerto davvero indimenticabile che ci ha fatto sentire come dei privilegiati baciati da una buona stella, magari da La croce del sud, giusto per fare una citazione ad hoc. Ma lasciamo stare le parole rubate a persone che sicuramente hanno più inventiva di noi e cerchiamo di tuffarci nell'atmosfera di questa splendida serata.

I primi a salire su questo palcoscenico e ad incantare un pubblico più che mai ansioso di ascoltare sono Le Orme. Certo, è probabile che tutti gli amanti del progressive siano a conoscenza della separazione avvenuta fra gli ultimi due membri della storica line up, ovvero il batterista Michi Dei Rossi e il vocalist Aldo Taglialapietra, ma questo non vuol dire che il gruppo abbia perso la voglia e l'inventiva per stupire e stupirsi. E quindi, se pensiamo che adesso alla voce c'è Jimmy Spitaleri, fondatore dei Metamorfosi, allora possiamo proprio dire che sebbene le cose cambino, come a volte è anche giusto che sia, la buona musica rimane sempre tale e riesce sempre ad emozionare, E poi la presenza scenica non è da sottovalutare per niente. Spitaleri si presenta con una chioma lunga e folta e con tutta l'energia necessaria per affrontare una serata del genere.
Fin dallinizio, infatti, da quando Le Orme cominciano a suonare, riescono a creare atmosfere surreali, a trascinarti in quellarte della sperimentazione che soltanto pochi musicisti riescono a fare così bene. La prima parte è dedicata tutta allultimo lavoro d studio, La via della Seta. Testi che parlano di viaggi, sia terreni che mentali, musiche che hanno il potere di farti abbandonare la realtà per permetterti di tuffarti in un universo parallelo fatto di suoni, colori, ma anche di arte e poesia. Due viaggi, uno compiuto attraverso il suono degli strumenti, laltro attraverso la narrazione e la conoscenza. Cè anche il tempo per fare un tuffo nel passato con il disco Felona e Sorona, suonato al momento della chiusura, e per ascoltare quella musica corale, sinfonica, monumentale che da sempre è stata, secondo noi, la principale caratteristica di questa formazione. E il concerto in questo modo acquista diverse sfaccettature, diversi momenti che lo rendono unico e irripetibile fino all'ultima chiusura della batteria di Michi Dei Rossi, sempre impeccabile, come del resto tutti gli altri membri delle Orme.
Ora, solitamente dopo che termina il primo concerto bisogna aspettare un pò di tempo perché cominci il secondo. In generale passano una ventina di minuti, ma questa volta, forse perché la voglia di suonare era davvero tanta, non ne sono passati neanche cinque. Il Banco del Mutuo soccorso, infatti, sale sul palcoscenico della Casa del Jazz dopo un brevissimo tempo di intervallo e comincia a suonare con tutta lenergia che tutti gli amanti di questa band si aspettano di percepire. Francesco Di Giacomo, voce della band, a 60 anni suonati ha ancora energia da vendere e Vittorio Nocenzi piuttosto che suonare vola sulla tastiera. Ma la cosa bella, che viene spesso sottolineata da più membri della band, è che la musica è condivisione. Senza il pubblico non ci sarebbe la stessa alchimia e quindi niente di tutto quello che abbiamo visto e sentito sarebbe possibile. Sono parole che ci fanno capire la passione che cè dietro ogni singola nota suonata o pizzicata su ogni strumento. Energia pura, energia positiva, energia che ci fa viaggiare nello spazio e nel tempo e che allo stesso tempo riesce a metterti nelle migliori condizioni possibili.
Francesco Di Giacomo ha ancora una voce capace di emettere suoni irripetibili e di alternare ad essi momenti di recitazione pura, come se il concerto fosse unopera darte in continuo movimento. E sebbene ci sia un momento in cui ogni singolo elemento riesca ad emergere, la cosa più bella rimane sempre quella musica dinsieme che durante questa serata indimenticabile è riuscita ad ipnotizzare il pubblico per oltre unora e mezzo. Il concerto, quindi, scorre veloce e nella sua complessità risulta, leggero, coinvolgente quasi inafferrabile. Con il Banco tutto diventa semplice, si crea un legame fra pubblico e palco, i ritmi incalzanti e la potenza che viene sprigionata dalla formazione coinvolge tutti, anche quelli che magari si trovavano lì per caso ignari di quello che avrebbero ascoltato. E la cosa che ci ha davvero colpito è lumiltà, la semplicità, la spensieratezza con cui la serata viene affrontata, come se questi illustri signori con alle spalle 40 anni di rock progressivo si fossero fermati davanti allo scorrere del tempo per regalarci attimi di estasi per i nostri timpani.
E come grande conclusione di questa serata, che sicuramente ricorderemo per un bel pò di tempo, salgono sul palco insieme al Banco le Orme. E immaginatevi cosa può succedere in un concerto con due formazioni del genere che suonano insieme canzoni capolavoro come Non mi rompete. Equalcosa che ci viene veramente difficile da spiegare senza lausilio di quei musicisti che per 20 minuti ci hanno fatto viaggiare con ritmi e melodie che non si possono definire coinvolgenti perché altrimenti sarebbe troppo riduttivo. Insomma, quella di domenica è stata la conclusione in grande stile di un festival (Progressivamente) che per una settimana ci ha davvero tenuto compagnia con alcuni dei migliori musicisti della scena di ieri, di oggi, e chissà, forse anche di domani.