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mercoledì 27 novembre 2019

The Kompressor Experiment – “2001”, di Luca Paoli

The Kompressor Experiment – “2001

Di Luca Paoli

Interessante lavoro della band Svizzera dei The Kompressor Experiment, che col loro “2001” rendono omaggio sia al film cult per eccellenza, ovvero a “2001 Odissea Nello Spazio” che compie 50 anni, che al suo regista Stanley Kubrik.
Il progetto nasce nel 2016, debuttando dal vivo e riscuotendo consensi sia di pubblico che di critica, e dopo qualche ritocco qua e là raggiungono un alto livello di performance che va oltre ogni più rosea aspettativa.
E così nel 2019 esce il compcet allbum, sia in formato doppio vinile che in CD. In entrambi i casi il lavoro è molto curato anche nella parte grafica e nel packaging.
La stampa di questa opera è stata finanziata dai fan su kickstarter, raggiungendo e superando l’obbiettivo in modo inaspettato.

Ma torniamo al disco. Il concept, musicalmente si muove su territori post metal con ingredienti progressive e psichedelici che si sposano bene con l’opera di Kubrik.
Le sette tracce che lo compongono sono l’ideale colonna sonora del nuovo millenio al film, ma non solo. Provate ad abbinare delle immagini al suono del disco: vi assicuro che l’esperienza risulta essere molto interessante e funziona molto bene.
Evidentemente anche il solo ascolto regala molteplici suggestioni, portandoci in luoghi del futuro dove le chitarre ed il synth emanano sentieri sonori a volte impervi, ma anche distesi, e che regalano all’ascoltatore una esperienza d’ascolto veramente molto intrigante.

Brani come “Monolith I” che apre il disco, nei suoi quasi sedici minuti ci porta in un’altra realtà, il futuro e lo spazio non sono poi così lontano.
Piace, a chi scrive, l’uso del synth molto evocativo e l’assolo di chitarra molto lirico accompagnato da un riff bello duro sempre della sei corde. La sezione ritmica poi è perfetta nel dettare tempo ed umori al brano.
Space Wondering” si apre con un accordo di chitarra elettrica subito affiancato da quella acustica che ci introduce un brano a due facce... la prima parte è decisamente calma, quasi una ballata, per poi esplodere nella seconda parte con urla strazianti e riff metal.
Monolith III” è molto epica nel suo incedere, con momenti di pura psychedelia elettronica che ricorda i pionieri cosmici tedeschi degli anni ‘70.
I brani sono di ottimo livello compositivo e strumentale e vanno ascoltati tutti, come se si guardasse un film.
Il disco si apre e si chiude con le stesse note di un synth dando la possibilità di ascoltare il lavoro in loop.

Il doppio vinile - e il cd - è uscito per la Shunu Records e la parte grafica e i materiali usati per la realizzazione del packaging sono di alta qualità, così come la parte grafica.

Un gran bel lavoro con un piede nel presente ed uno nel futuro.


Track List:

1. Monolith I (15:43)
2. Moon Groove (7:15)
3. Monolith II (5:38)
4. Space Wandering (10:40)
5. EMP.AI (7:39)
6. Monolith III (14:57)
7. Draconic Period (3:43)


Line Up:
Thomas Defago - Bass
Jèrèmie Dèlèze – Drums, Synth
David Bayard - Guitar
Fantin Reichler – Guitar, Synth

Guests:
David Glassey Growl Vocals on Space Wandering
Hubert Papilloud Soundscapes on Monolith III
Enora Fondain Violin on Monolith I, Space Wandering, Draconic Period

www.shunurecords.com



ENGLISH VERSION

Interesting work by the Swiss band The Kompressor Experiment, which with their"2001" pay tribute to both the cult film par excellence, or "2001 Space Odyssey" that turns 50, and its director Stanley Kubrik.

The project was born in 2016, debuting live and gaining acclaim from both audiences and critics, and after a few tweaks here and there they achieve a high level of performance that goes beyond all rosy expectations.
And so in 2019 the concept album is released, both in double vinyl and CD format. In both cases the work is also very well cared for in the graphic and packaging part.
The printing of this work was funded by fans on kickstarter, reaching and exceeding the goal in an unexpected way.
But back to the record. The concept, musically moves on post-metal territories with progressive and psychedelic ingredients that match well with Kubrik's work.

The seven tracks that compose it are the ideal soundtrack of the new millennium to the film, but not only. Try to match images to the sound of the disc: I assure you that the experience turns out to be very interesting and works very well.

Evidently even listening gives multiple suggestions, taking us to places of the future where guitars and synths emanate sound paths sometimes impervious, but also relaxed, and that give the listener a really very intriguing.

Songs like "Monolith I" that opens the record, in its almost sixteen minutes takes us to another reality, the future and space are not that far away.

The writer likes the use of the very evocative synth and the very lyrical guitar solo accompanied by a nice hard riff always of the six strings. The rhythm section is perfect in dictating time and moods to the song.

"Space Wondering" opens with an electric guitar chord immediately flanked by the acoustic one that introduces us a two-sided track... the first part is decidedly calm, almost a ballad, and then explodes in the second part with excruciating screams and metal riffs.

"Monolith III" is very epic in its incest, with moments of pure electronic psychedelia reminiscent of the German cosmic pioneers of the 1970s.

The songs are of excellent compositional and instrumental level and should be heard all, as if watching a movie.

The album opens and closes with the same notes as a synth giving you the ability to listen to the work in a loop.

The double vinyl - and the CD - came out for Shunu Records and the graphics and materials used for the packaging are of high quality, as well as the graphic part.

A great job with one foot in the present and one in the future.



martedì 26 novembre 2019

Runaway Totem + Il Segno Del Comando, Genova, 22 novembre 2019, di Enrico Meloni


Runaway Totem + Il Segno Del Comando 
(Genova, 22 novembre 2019)
“Il tuo sangue sarà ridotto a gelo.”
Di Enrico Meloni

Con questo verso in mente, estratto dall’album “In Cauda Semper Stat Venenum” degli incredibili Jacula, mi aggiravo per i vicoli di Genova poche settimane dopo il mio trasferimento nel capoluogo ligure. In quella sera di novembre di ormai undici anni fa diluviava proprio come oggi (siamo in piena allerta rossa), e quell’atmosfera suggestiva e “da paura” mi ha portato persino a vedere ombre sospette sul mio cammino…
Il fatto che il mese di novembre si sia sempre accompagnato a queste atmosfere cupe e terrorizzanti è qualcosa che, nella mia vita, aspetto ogni anno con una certa trepidazione. Ormai so che novembre è il mese per eccellenza per immergersi nel nero e nel viola, colori che associo a questi stati mentali, dove la pioggia (che, per inciso, non amo) la fa da padrone, e la mente vola...
Quale atmosfera migliore per descrivere e immedesimarsi nella serata che vi sto per raccontare, e che ha visto avvicendarsi a La Claque di Genova due band di rilievo, Runaway Totem e Il Segno Del Comando?
Sicuramente non sono state troppe le band e gli album che mi hanno genuinamente trasmesso questa sensazione di terrore puro, primordiale, di spavento quasi. Ascoltando musica si può sì provare eccitamento, tristezza, gioia… ma paura?
Complice la più giovane età, si tratta di un sentimento che nei primi anni in cui mi sono avvicinato alla “musica del diavolo” veniva evocato da grandissime band e in album a mio parere eccellenti e immortali, che nella mia esperienza personale rispondono al nome di “Voodoo” di King Diamond, “Dusk… And Her Embrace” degli inglesi Cradle of Filth, “In Cauda Semper Stat Venenum” dei già citati Jacula, ovviamente il primo dei Black Sabbath e, in anni più recenti, il primo album de Il Segno Del Comando.

Ora, non so se si tratti di un uso sfrenato del cosiddetto “Diabolus in Musica” o tritono, o di qualche altro espediente magico a livello musicale. Ma state certi: questa musica vi farà c****e sotto. Nel senso che dicevo sopra, ovviamente.

In tutti i casi descritti sopra abbiamo una musica potente ed evocativa, non necessariamente heavy in senso stretto (vedi Jacula), che si presta alla perfezione a essere fruita in autunno. Aggiungiamo una copertina sempre di grande effetto, un immaginario cupo e tetro, tematiche spesso legate ai morti o alla morte, ai fantasmi o agli spiriti (notare: niente di necessariamente “satanico”), riferimenti letterari di un certo livello o concept album, ed ecco la ricetta perfetta per una musica “che fa spaventare.”

Gli amici della Black Widow evidentemente questa cosa l’hanno capita molto tempo fa e con amore e passione ci propongono sempre band di ottimo livello e spesso in contesti intimi come quello de La Claque a Genova, venue purtroppo non piena come avrebbe potuto (e dovuto) a causa di una pioggia davvero incessante che ha costretto più di un fan a preferire le mura domestiche al rischio. Ma chi ha assistito al concerto si è portato a casa un’esperienza davvero unica, in tutti i sensi, come vi dirò a breve.

Presenta la serata il boss di MAT2020 Athos Enrile che, prima di dar spazio alla musica, introduce al pubblico due libri con rispettivi autori: Max Rock Polis, anch’egli collaboratore di MAT2020, e autore di “Storie di Prog Rinascimento” (volume che mi sarà molto utile nella stesura di questo breve resoconto, e non vedo l’ora di leggere il resto… grazie Max!), e Mario Gazzola, che ha scritto “Fantarock.”
Il primo volume è una raccolta delle trascrizioni delle interviste ai protagonisti del prog italiano che il buon Max ha realizzato negli anni all’interno della sua trasmissione Radio Godot, in onda ogni giovedì dalle 17 alle 19. Sembra davvero interessantissimo, e i pareri positivi, in rete e non solo, si sprecano.
Il secondo, edito da Arcana e vincitore del premio Vegetti, segue l’intero corso della musica rock, dagli anni ‘50 a oggi, evidenziandone i punti di contatto con l’immaginario fantastico. Come potete immaginare, ci troverete di tutto, dai video e le copertine di dischi con ispirazioni letterarie, cinematografiche e fumettistiche, alle colonne sonore per i film del fantastico, e molto altro ancora… un libro che mi riprometto di acquistare quanto prima.


Sono quasi le 22 e salgono sul palco Runaway Totem, band che conoscevo solo di nome. Per dare un minimo di inquadramento al duo, unisco elementi della bio contenuta nella pagina ufficiale di Runaway Totem e della bio tratta dall’evento Facebook della serata:

“Runaway Totem esiste da sempre.
La storia e l’origine di Runaway Totem sono la storia e l’origine del Cosmo.
Runaway Totem ha deciso di rendersi manifesto a questa realtà attraverso un linguaggio universale che, come la matematica, possa essere da tutti compreso: la Musica.
Per questo motivo ha iniziato la sua Opera nel 1988 a Riva del Garda (Italia), a seguito di un preciso progetto di Cahål de Bêtêl (Roberto Gottardi) e Mimïr De Bennu (Renè Modena).

Gli Elementi che compongono Runaway Totem hanno preso possesso nel corso del tempo di differenti persone. È importante capire che il loro avvicendarsi non è dato da vicissitudini umane, ma è frutto della volontà di Runaway Totem. Ogni Elemento, ogni accadimento, è funzionale all’obiettivo che Runaway Totem si è dato. Ecco quindi che quando un Elemento se ne va, è perchè ha esaurito la sua funzione in quel luogo ed in quel tempo. L’Elemento torna quindi al suo luogo d’origine, mentre la persona che lo ha ospitato non può far altro che seguire questi eventi, allontanandosi così dal gruppo
Gli Elementi di Runaway Totem ci sono da sempre e ci saranno per sempre: sia quelli già manifesti, sia quelli che ancora attendono il momento di fare la loro comparsa.

La musica di Runaway Totem si dipana tra rock e prog, tra sperimentazione e psichedelia, tra elettronica e avant-garde, tra voci diplophoniche, cori surreali e strumenti acustici creando una tavolozza di colori sonori che descrivono la società attuale.
La band attualmente formata da Cahål de Bêtêl (Roberto Gottardi - Chitarre, liuterie elettroniche, sintetizzatori, cori, sound designer), e dall’allievo di Demetrio Stratos, Re–Tuz (Raffaello Regoli - Voce, diplophonie, sintetizzatori, sound designer), in questa occasione presenta in anteprima mondiale il nuovo lavoro dal titolo “Multiversal Matter.”
Questo concept album è un ulteriore passo in avanti nella ricerca sonora di Runaway Totem dove viene sperimentata l'accordatura con l'intonazione del LA a 432 Hz (come auspicava Giuseppe Verdi) invece che a 440 Hz.
“Multiversal Matter” tratta di un viaggio negli stati della materia di universi multipli. Il viaggio è concepito come nella Divina Commedia con un Viaggiatore e il suo accompagnatore.
Il viaggiatore è chiunque di noi e il suo accompagnatore, in questo caso è “Il Guardiano della Soglia”. In questo caso viene concepito il multiverso come un insieme di universi che coesistono nello stesso momento temporale e nello stesso spazio, creando multi spazi e multi tempi che si avvolgono come le spire di infiniti serpenti. La materia dei multiversi passa da essere solida (coagula) ad essere etere (solvet) ed ogni universo contiene questa infinita materia.”


Questa premessa per farvi capire fin da subito che la musica, in Runaway Totem, è un accessorio. Questo non intende affatto sminuire l’aspetto puramente musicale, che anzi è peculiarissimo, ma rimarcare come ciò che conta è l’esperienza del Multiverso. Il fatto che questo viaggio venga fatto attraverso la musica, e che per caso questa musica sia di tipo progressive, è quasi accidentale.
Qualcosa a cui certamente non sono abituato, considerato il mio background principalmente rock e metal, per cui la curiosità è tanta, vista anche l’aura di mistero che aleggia intorno a Runaway Totem e la presenza scenica dei due.
Con Runaway Totem non si tratta di creare musica per il fine di creare musica (come avviene nella stragrande maggioranza dei casi). La musica è un mezzo per collegarsi all’Elemento venuto dal Cosmo, e non il fine ultimo.

Tratto dal libro di Max Polis, in cui viene intervistato Cahål de Bêtêl: “(L’Elemento) viene per fare, come la matematica, per creare un linguaggio, un linguaggio che sia capibile da tutti, ma particolare. Che è la musica, non costruita per essere musica di ascolto e divertimento, ma proprio per dire delle cose importanti, e non solo. Per essere qualcosa che entra in rapporto con il tutto.”


Nella serata a cui sto assistendo viene presentato il nuovo album “Multiversal Matter” e la prima esperienza proposta è un omaggio a Demetrio Stratos, dove la vocalità di Re–Tuz aka Raffaello Regoli regala emozioni colorate di nostalgia agli estimatori del cantante e paroliere degli Area.


Il resto del concerto, per un totale di oltre un’ora e mezza, è suonato con grande trasporto da Runaway Totem, come dicevo formato per l’occasione da due sole persone, che quindi si avvalgono di tastiere a volontà, un theremin, strumenti a fiato, uno scacciapensieri, chitarre di vario tipo e basi ritmiche pre-registrate per creare un tappeto sonoro accompagnato da immagini tipiche da “viaggio” (no, non parlo del viaggio dell’agenzia turistica). Cerchi che si aprono e chiudono, spirali, l’universo che si comprime e rinasce da zero… un vero trip.
La musica di per sé è formata da lunghi(ssimi) brani dove un’idea viene sviluppata e dilatata nel tempo. Alcune parti sono leggermente più energiche, altre più lente e di atmosfera. Al di là del fatto che la musica di per sé non sia il fulcro dell’esperienza di Runaway Totem, va sottolineato come la musica, però, sia davvero particolare e ricercatissima. Non aspettatevi i barocchismi o i virtuosismi a cui ci hanno abituato i nomi storici di questo genere, né alcun tipo di struttura (la forma-canzone è un lontanissimo ricordo qui, così come un approccio di tipo “suite”, tanto caro al prog).
Come riportato nel già citato libro dell’ottimo Max Polis, “Già il prog è una nicchia di mercato, quindi fare ricerca all’interno del progressive vuol dire andare addirittura in un’altra nicchia, sempre più in profondità.”

Ho trovato l’esperienza sicuramente interessante ma non del tutto rispondente al mio gusto. Ho provato uno straniamento simile ascoltando opera davvero d’avanguardia come gli Opus Avantra e, per quanto provi e riprovi a dare a questo tipo di proposte una possibilità di creare delle impressioni positive e durature in me… non ci riesco.
Vi invito a immergervi in una performance di Runaway Totem se vi capiterà in futuro (le sue apparizioni sono a dir poco centellinate) per giudicare voi stessi e per regalarvi un’esperienza decisamente fuori dalle righe, anche all’interno di un contesto, come quello progressive, dove la regola è non avere regole.


Arriviamo alla seconda parte della serata dopo le 23:30: la presentazione della ristampa, anche in limited edition con vinile colorato, copertina argentata, medaglione esoterico metallico, bonus track inedita “Magia Postuma” del primo album de Il Segno Del Comando, uscito nel 1996 per, indovinate un po’, Black Widow Records, un pezzo di storia del progressive e non solo, sia italiano che mondiale.
La ristampa di questo gioiello della musica “che fa spaventare”, che oggi verrà suonato nella sua interezza, è un evento a lungo atteso anche da chi, come me, si è avvicinato alla band in tempi recentissimi, e l’attesa viene ripagata in pieno e con gli interessi. Per sicurezza, scelta che si rivelerà azzeccatissima visto il tempo da lupi, vado a ritirare la mia copia della ristampa in vinile limited edition, la numero 7, il pomeriggio prima del concerto. Ora posso sfoggiare il medaglione esoterico nella mia zona musica: si tratta infatti del plus più gustoso che accompagna il vinile in questione, a parte la musica, ovviamente! 


Per l’occasione, l’altissimo Diego Banchero, deus ex machina della band e unico superstite ai numerosi cambi di formazione che hanno segnato la storia della band in questi oltre 20 anni, ha deciso di fare le cose in grande e richiamare ben tre dei musicisti che incisero il disco nel ‘96. Si tratta di Carlo Opisso alla batteria e di Gabriele Grixoni e Matteo Ricci, entrambi chitarristi. Che dire, una bellissima rimpatriata tra vecchi amici e che ci delizieranno sul palco per la parte centrale del concerto, in cui verranno riproposti alcuni brani dal primo album.


Completano la formazione de Il Segno Del Comando dei musicisti di prim’ordine e di varie estrazioni e trascorsi musicali. Come si diceva col grande Massimo Gasperini, fondatore di Black Widow records, la grande capacità della musica de Il Segno è in una certa sintesi musicale e concettuale: si tratta di un rock occulto a tratti più prog, a tratti più metal, a tratti quasi jazz… che riesce a interessare ed emozionare (e, ovviamente, a spaventare) amanti della musica di estrazioni diverse tra loro.
Complimenti, non è facile nel 2019 riuscire a creare qualcosa di originale e a modo suo trasversale. Certo, i riferimenti e i rimandi ai vari Goblin, Black Sabbath e Jacula ci sono tutti, ma non si può mai gridare al plagio né al “già sentito”. La musica de Il Segno Del Comando risulta freschissima nel suo essere “retrò.”


Come dicevo all’inizio dell’articolo, l’efficacia massima nel creare quella sensazione di inquietudine e paura è dovuta anche a un certo immaginario sia testuale che visivo. E anche qui Il Segno non delude: il nome evocativo si rifà chiaramente al mitico sceneggiato della RAI degli anni ‘70 (se non l’avete mai visto andatelo a ripescare, in questi tempi di serie TV, anche questa è invecchiata davvero bene), compresa la civetta presente anche nel magnifico medaglione esoterico e che oggi continua a essere parte dell’immaginario della band benché in forma 2.0, ossia stilizzata, i testi sono basati su libri, romanzi e storie di vario tipo, tra cui ovviamente quelli del primo che traggono ispirazione dallo sceneggiato stesso. E le copertine? Spaventose, davvero. Gli ingredienti ci sono proprio tutti.


Ah, dicevamo dei musicisti (da paura): oltre a Diego, bassista e maestro di cerimonie della serata, abbiamo Riccardo Morello alla voce, Davide Bruzzi nel duplice ruolo di chitarrista e tastierista, Roberto Lucanato alla chitarra, Fernando Cherchi alla batteria e, questa sera, alla fisarmonica (stupenda l’interpretazione di “Ghost Lovers in Villa Piuma”, che chiude il primo album) e Beppi Menozzi alle tastiere. Come si suol dire: bravi tutti.
Tra gli altri ospiti, per “Il Calice dell’Oblio”, tratta dall’ultimo album “L’Incanto dello Zero”, abbiamo anche Dorian Mino Deminstrel alla voce, cantante e mente dei Fungus Family, altra band della Black Widow che costituisce un pezzo importante della storia del progressive genovese degli ultimi 20 anni.


Completano la rimpatriata due Artisti che espongono le proprie opere visual: Danilo Capua, con alcune opere realizzate per la band, e Ksenja Laginja, presente con il suo "Kairos Sensorium", un viaggio immaginifico tra fantascienza ed esoterismo, simbologia e silenzio cosmico, dove la visione si unisce alle proiezioni astrali con uno sguardo oltre l'umano.


Il concerto scorre velocemente e l’entusiasmo è tanto. La resa dal vivo de Il Segno è un mix di energia, bravura tecnica e atmosfere cupe. Non manca un certo umorismo “a denti stretti” nelle parole di Diego nell’introdurre i vari brani, il che strappa più di un sorriso a varie riprese. Una band compatta e potentissima che non dovreste perdervi mai e poi mai se dovesse capitare dalle vostre parti.


 Si è trattato insomma di un evento unico, reso ancor più unico dalle circostanze che ci circondano (fuori piove davvero tantissimo) e dal livello degli ospiti in sala... un setting speciale per una ricorrenza che i presenti non dimenticheranno presto. Anche perché tutti sentiremo nuovamente questa stessa musica nei nostri peggiori incubi, ne sono certo.


Come diceva Lucarelli… Paura, eh? 


lunedì 25 novembre 2019

Nick Drake, 25 novembre 1974


Il 25 novembre 1974 ci lasciava Nick Drake, tormentato songwriter. Ci ha lasciato in eredità delle autentiche gemme.

Per non dimenticare…
Wazza


(dalla rete)

Ha scritto canzoni di disarmante bellezza, espresso emozioni uniche e irripetibili, cambiato il volto della musica d'autore. Una rivoluzione silenziosa durata soltanto quattro anni. Nessuno all'epoca si accorse di lui. Quella notte sua madre si svegliò alle tre. Nick era in cucina, mangiava qualcosa, non riusciva ormai più a dormire se non con l'aiuto dei farmaci. Ma i farmaci funzionavano sempre di meno. Lo sentì risalire le scale. Chiudere la porta della sua stanza. Il mattino dopo non c'era già più. Overdose di Trypizol. Nick Drake era stanco. Si è addormentato così, per sbaglio o volutamente, per sempre.

domenica 24 novembre 2019

The Musical Box – Teatro Politeama (Genova, 17 novembre 2019), di Enrico Meloni

 The Musical Box – Teatro Politeama 
Genova, 17 novembre 2019

“Ma perché ti piacciono così tanto i Genesis?”
Questa domanda della mia compagna Michela, qualche ora prima del concerto dei The Musical Box, riporta alla ribalta una di quelle domande tipo: “è nato prima l’uovo o la gallina?”, ossia: divagazioni sui cosiddetti gusti musicali e, più in generale, personali.
Quando ho ascoltato per la prima volta “Nursery Crime”, al liceo, ancora sapevo poco o nulla dei Genesis. Per anni e fino a pochissimo tempo fa ho creduto che Phil Collins fosse il cantante fin dal principio (partano pure gli sfotto’!), e che quella voce così bella e sgraziata al contempo fosse sempre appartenuta a lui, e non a Peter Gabriel. Il quale, secondo una ricostruzione presente solo nella mia testa, non si sa bene quando sarebbe dovuto entrare in scena, benché sempre presente nelle chiacchiere sulla band. Quando ho scoperto la verità, ma altresì che le due voci sono abbastanza simili, sono rimasto basito.
Questo per dire che non c’è bisogno di chissà quale conoscenza di una band, della sua storia o dei suoi trascorsi per amarla o, allo stesso modo, odiarla.
Per me i Genesis non erano ancora quelli delle copertine piene di riferimenti storici, letterari, esoterici e chi più ne ha più ne metta. Né quelli dei legami strettissimi con la musica prog italiana degli anni ‘70. Non ne sapevo un bel niente, se non che erano “uno dei giganti del rock di tutti i tempi”.
Eppure, me ne sono innamorato immediatamente. Perché? Non lo saprò mai. E va bene così.
Devo ammettere però che quella domanda mi ha tormentato per tutto il pomeriggio, e il fatto che mi sia sforzato di fornire una risposta nell’immediato mi ha anche sorpreso, ripensandoci.
Eh sai, sarà quella voce così potente (che a lei per inciso non piace per nulla), i continui cambi d’atmosfera, le canzoni i cui testi andrebbero studiati a scuola tanto sono carichi di significati, riferimenti alla storia ma anche all’attualità degli anni ‘70 e chissà cos’altro, i concept album, l’innovazione, la poliedricità, il fatto che tutti suonassero davvero bene e che tutti gli strumenti fossero perfettamente complementari l’uno all’altro…” e un sacco di altre scuse.
Sì, scuse. Se qualcosa ti piace, ti piace e basta. Basta ricordarsi del primo momento in cui si è amata per spogliarla di tutti i costrutti che, lo dice la parola stessa, ci costruiamo attorno negli anni, e apprezzarla nella purezza del piacere che questa ci può dare e che ci ha dato fin dall’inizio.
Per chiuderla con altri riferimenti tratti dalla mia vita personale, come disse una mia amica: “Ci sono due tipi di musica: quella che ti piace, e quella che non ti piace”. Right on, babe!

E con questo tipo di ragionamenti circolari che si rincorrono nella mia zucca vuota, mi avvio al Politeama, teatro situato in pieno centro a Genova e che spesso ospita anche bellissimi concerti come quello a cui sto per assistere. Questa stagione sarà fortunata per gli amanti di prog e dintorni: ci saranno anche Banco del Mutuo Soccorso (o quel che ne resta) e Van Der Graaf Generator nella prima metà del 2020, e non vedo l’ora.
L’età media, ovviamente, è piuttosto elevata, e sono convinto che molti dei presenti e delle presenti hanno avuto la fortuna di assistere a uno dei numerosi concerti che i Genesis, quelli veri, hanno suonato proprio in questa città. Beati voi, davvero. Anni magici (almeno per chi li guarda con gli occhi di chi non li ha vissuti) in cui Italia e Inghilterra, vera patria del progressive, andavano a braccetto. Ma queste sono tutte cose che saprete già e anche molto meglio di me. Torniamo ai The Musical Box, che riescono quasi a riempire il Politeama Genovese in questa fredda serata di novembre.

Leggo più o meno ovunque: “band canadese formata nel 1993, unico tributo ai Genesis ufficialmente autorizzato dagli ex componenti dei Genesis in persona, si ripropone di riportare in vita l’esperienza di un concerto dei Genesis degli anni ‘70 sotto ogni punto di vista: musicale e visivo, ossia anche riproponendo i costumi dell’epoca Gabriel in maniera fedele”.
Acciderbolina. Mi aspetta un concerto coi controfiocchi e le aspettative sono piuttosto alte viste le premesse, unanimi, presenti su tutta la stampa specializzata e non solo.
Ci tengo ad aprire un ennesimo inciso: a me le cover band interessano poco, e le tribute band anche meno, per cui cerco di non andare mai ai loro concerti. Suono da oltre 20 anni e so con quanta difficoltà le persone che creano musica propria cercano di farsi notare ed emergere in un affollatissimo panorama musicale.
L’unica eccezione è rappresentata a mio modestissimo parere da cover/tribute band di band non più esistenti. I The Musical Box giustificano pienamente l’investimento fatto stasera.

(Se mi vedete a un concerto di una cover o tribute band, o peggio ancora di una tribute band di una band ancora esistente… fate finta di nulla. Anche io ho i miei peccati!)
Il livello di emulazione/impersonificazione di Peter Gabriel da parte del cantante e polistrumentista Denis Gagné è tale che negli anni, per assomigliare sempre più al cantante inglese, si raderà parte della fronte per simulare, appunto, l’importante attaccatura dei capelli del cantante originale dei Genesis. Se non è dedizione questa!
Completano la line-up François Gagnon (chitarra), Sébastien Lamothe (basso e chitarra, nonché fondatore della band), Ian Benhamou (tastiere e voce) e Bob St-Laurent (batteria e voce).
Per chi ha vissuto i suddetti anni d’oro, immagino che l’abbigliamento, e forse persino l’atteggiamento (staticità massima e nessuna interazione tra i componenti della band in nessun momento del concerto), fosse perfettamente rispondente con quanto avveniva negli anni ‘70. Ma vi prego, smentitemi se non era così: non c’ero e sono curioso.
Tutti vestiti di bianco, pantalone a zampa per l’imponente bassista e chitarrista Sébastien, che si esibisce anche con un classico dei classici, ossia la chitarra/basso a doppio manico… commovente.
L’unica eccezione al bianco è per il batterista, dotato di un mustacchio d’epoca davvero impressionante. In puro stile Phil Collins, sul primo set avrà una maglietta a righe nere e bianche, e sul secondo set sfoggerà la mitica maglietta nera con la scritta GENESIS bianca che compare su molte delle foto di quegli anni, per non parlare delle Adidas che riesco a scorgere dalla mia posizione.
Abbiamo poi il tastierista completamente murato vivo dietro al suo strumento, e un palchetto sulla sinistra per il chitarrista. Puri anni ‘70, insomma, e la somiglianza anche fisica, a grandi linee, c’è tutta.
Massima importanza agli strumenti e “pochi fronzoli”. Sì, peccato però che di fronzoli si parlava, e anche parecchio, nelle presentazioni della band. Ma andiamo con ordine.
Il primo dei due set della serata (per la cronaca, si è trattato di un totale di oltre 2 ore e mezza di musica complicatissima e con migliaia di passaggi difficilissimi da ricordare a memoria) copre un periodo che la band, in questa “A Genesis Extravaganza 2” - mi pento amaramente di non aver assistito ai loro concerti in passato - non aveva mai affrontato, ossia gli album “A Trick of the Tail” (il primo senza Peter Gabriel), “Wind & Wuthering” e “… And Then There Were Three…”.
Insolito, direte. D’altra parte, è comprensibile che una tribute band che ha passato gli ultimi 25 anni a suonare sempre e solo i grandi classici che tutti comprensibilmente vogliono ascoltare (e che stasera non sono mancati per fortuna, insieme a numerose chicche) abbia il desiderio di spaziare e dar spazio anche a composizioni sì famosissime ma forse meno considerate dai fan dei Genesis dell’era Gabriel.
Sogno che un giorno venga organizzato un tour di una band che mi piace molto (gli articoli indefiniti sono voluti) in cui vengono riproposte quelle canzoni… “sfigate”, le ultime del lato b, i b-sides, quelle contenute nei dischi che non hanno venduto tanto, quelle che la stampa per anni ci ha fatto credere fossero “le meno ispirate dell’album” ma che in realtà a volte hanno un posto speciale nel cuore dei fan e che soprattutto, grazie a internet, possiamo finalmente scoprire essere delle canzoni molto belle e valide. Magari non dei classici, ma comunque interessanti ed emozionanti, quindi meritevoli di essere riproposte in sede live.

Il pubblico si è mostrato comunque molto entusiasta dalla prima parte della serata. Non mi ero informato troppo su cosa i The Musical Box avrebbero suonato, per cui per me è stata una sorpresa completa, e vi dirò di più: ammetto anche di non essere ferratissimo sui tre album proposti fin qui, per cui è stato tutto uno scoprire musiche nuove. Le meraviglie della vita, non si smette mai di imparare.
Il simpatico Denis Gagné ha una certa dimestichezza con l’italiano, le prime parole che dice sono proprio in italiano e legge un foglio su cui ha scritto cosa dire. Presenterà quasi tutti i brani in italiano. Gli accenti sono tutti sbagliati (“Grazi Genòva”) e sembra di ascoltare un imitatore di accenti. Ma è tutto bellissimo, strappa più di un sorriso (“Romeo aveva una foglia di fico… non di fica”) e il suo sforzo è davvero encomiabile.
Da ex italiano all’estero, confermo che la vita a volte non è affatto facile. 

L’aspetto visual (ossia le proiezioni di immagini dietro il palco) non distrae mai né risulta preponderante, piuttosto le immagini accompagnano le canzoni senza distrarci troppo dalla musica, magnifica, che i nostri ci propongono con fedeltà oserei dire assoluta.
Gli stacchi di batteria sono praticamente identici agli originali, da wanna-be batterista li conosco abbastanza bene e devo dire che quanto ascolto mi lascia a bocca aperta. Il nostro Bob St-Laurent è persino riuscito a ricreare quel suono acuto di barattoli che caratterizza i tom della batteria di Phil Collins degli album dei Genesis era Gabriel e, in realtà, di molte delle batterie degli album di quegli anni. Davvero magnifico.
Se avesse avuto anche gli stessi tom posizionati a un’altezza considerevole e scomodissima (pensate alla batteria di Nicko McBrain degli Iron Maiden e vi verrà il mal di schiena automaticamente), e se fosse stato mancino (mancino è, in compenso, il bassista), sarebbe stato una copia perfetta anche visivamente.
Dopo una pausa di una decina di minuti, i nostri tornano col botto: “The Fountain of Salmacis” ci porta dritti nell’era Genesis per la quale tutti e tutte, confessiamolo pure, siamo qui stasera: quella dei tre capolavori massimi e rispondenti ai nomi di “Nursery Crime”, “Foxtrot” e “Selling England By The Pound”.
Ho avuto la fortuna di assistere al concerto di Steve Hackett quest’estate al Porto Antico di Genova col mio amico Antonio Pellegrini (il report del concerto è presente nell’ultimo numero di Mat2020, che si trova qui: http://www.mat2020.com/files/MAT2020_OTT19.pdf), durante il quale il chitarrista dei Genesis ha riproposto proprio “Selling” nella sua interezza, per cui… forse si trattava delle canzoni, quelle tratte da quel disco, che mi interessavano di meno. E, come dire, una volta che lo senti fatto da lui… non c’è cover band (tribute, pardon) che tenga. E infatti fu un concerto fotonico.
Il concerto prosegue con alcuni dei classici che hanno reso immortale questa enorme band inglese, chiudendosi con “Supper’s Ready”, e le emozioni non sono mancate, complice, come dicevo sopra, una riproposizione fedelissima e a tratti sconvolgente dei brani.
Ciò che è mancato, a mio avviso, e di cui mi sono accorto verso la fine, quando la testona della volpe ha fatto il suo ingresso su “The Musical Box”, momento nel quale Denis Gagné stava anche per cadere rovinosamente sul palco, è stato l’aspetto “costumistico” e relativo a maschere e costumi della band e del cantante Denis Gagné. Capiamoci: si parla di questo gruppo come dell’unica tribute band autorizzata dai Genesis… e i folli, visionari travestimenti di Gabriel fanno capolino solo una volta durante tutto lo show?
Finché non me ne sono accorto e ricordato ero molto preso dallo show; ritrovarmi a pensare a questo dettaglio mi ha fatto sentire come se mi avessero improvvisamente tolto qualcosa. Ho poi verificato e visto che in altri concerti e tour dei The Musical Box le maschere effettivamente c’erano. Quelle più rinomate usate da Gabriel e riproposte dai canadesi? Il soldato inglese, il fiore, la scatola, il vecchio, le ali sulla testa col cerchietto, e chissà quante altre. 
Rifletto attentamente: forse questo è accaduto perché le canzoni scelte e suonate durante questo specifico concerto/set/tour NON comprendono quelle in cui Gabriel indossava alcune delle maschere/dei travestimenti che l’hanno reso ancor più celebre?
La risposta è no, e internet mi viene in soccorso, non avendo io vissuto quegli anni né avendo spulciato/visionato migliaia di concerti dei Genesis. La conferma è che sì, anche nelle canzoni che hanno suonato domenica sera “ci sarebbero dovute essere “più maschere.
(Il paradosso dei paradossi: nel video in cui si parla delle maschere di Peter Gabriel sono presenti anche i The Musical Box in quanto band che ha ricreato alcune di quelle maschere!)
Datemi una risposta se l’avete, vi supplico. L’intento polemico è davvero minimo, sono curioso di capire perché non abbiano usati i costumi di scena come promesso. E altre brutte parole che non posso scrivere qui.

Ho visto almeno un’altra tribute band dei Genesis, gli ottimi Get’Em Out, al Prog Fest di Genova del 2018, e… non è mancata neanche una maschera (well done, guys), oltre a una resa sonora davvero potente e impeccabile. Ve li consiglio vivamente.
Saranno piccolezze, ma per una band il cui apporto sul palco non è solo quello musicale, e anzi, questo apporto è fortemente coadiuvato da un importantissimo apparato visivo (luci, maschere, proiezioni) ... beh, sicuramente non è stato uno show completo, anche se sonoramente ineccepibile.
L’anno prossimo saranno nuovamente in Italia con il monumentale “The Lamb Lies Down on Broadway”, ultimo con Peter Gabriel… li aspetto al varco! 
Setlist:

Set 1:
Eleventh Earl of Mar
Dance on a Volcano
Entangled
Down and Out
...In That Quiet Earth / Robbery, Assault and Battery / Wot Gorilla?
Ripples
Los Endos

Set 2:
The Fountain of Salmacis
Stagnation
Can-Utility and the Coastliners
Looking for Someone
Firth of Fifth
The Cinema Show
After the Ordeal
The Musical Box
Supper's Ready

CINQUANTA MINUTI DI AUDIO…