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giovedì 31 gennaio 2019

Ricordando John Wetton


Il 31 gennaio 2017 ci lasciava John Wetton
Non riporto la sua biografia, ma ho avuto il piacere di conoscerlo e scambiare con lui qualche parola quando fu "special guest", con il Banco del Mutuo Soccorso, alla Prog Exhibition del 2010.
Grande musicista, persona discreta, un gentleman inglese.
Francesco lo chiamava "affettuosamente" John Wayne...
Addio John!
Wazza


Si è scritto...

Addio a John Wetton. Il cantante e bassista inglese è morto a 67 anni dopo una lunga battaglia contro il cancro. Tra gli anni '70 e '90 ha segnato profondamente il panorama del progressive e dell'hard rock militando in band come King Crimson e Uriah Heep e ottenendo poi il successo commerciale con il supergruppo degli Asia. Ha anche collaborato come session man con Family, Roxy Music, Uk e mille altri. E' il terzo grande bassista prog scomparso in tempi recenti, dopo Chris Squire (Yes) e Greg lake (ELP).


John Wetton faceva amabilmente discutere. Gli appassionati della musica anni Settanta e oltre si chiedevano se fosse più opportuno apprezzarlo per la sua voce cristallina, la sua abilità nello scrivere melodie o la precisione del tocco sulle quattro corde del suo strumento. Provate In the dead of Night degli Uk per sentire il pulsare del basso, oppure la parte media del giro di Starless (King Crimson), notevole anche per l'uso della voce impastato a perfezione con una melodia drammaticamente toccante. Oppure fate un test con le canzoni degli Asia, da Heat of the Moment in giù. O ancora i suoi tanti dischi solisti, dove troverete la forza della canzone. 

Aveva doti liriche immense, come il suo talento. Su youtube girano delle session con Robert Fripp alla chitarra e Phil Collins alla batteria che sembrano un duello per la qualità estrema. Non amava i fronzoli ma i tempi dispari sì. Era immediato anche nelle cose complesse. Indimenticabile l'album solo Battle Lines, ma tutta la sua produzione con Uk (due) e Crimson (tre album imperdibili) è pazzesca.
Il musicista inglese era di buon carattere, salvo quando gli eccessi della vita rock gli spostavano l'ago della bussola. Aveva condiviso sulla rete il suo male e pareva esserne uscito. Invece no. 

E' scritto nel passare del tempo che tutti se ne devono andare. C'è chi però  lascia una traccia più  profonda. Wetton, come Squire e Lake, è una voce e un musicista che molti non dimenticheranno.



Rovescio della Medaglia: accadeva il 31 gennaio del 1974


Il 31 gennaio 1974 si teneva presso il Piper Club di Roma un concerto per il Rovescio della Medaglia, che aveva da poco subito il furto del TIR, con tutta la strumentazione.
Successe a Roma, in via Trionfale: il furto gettò nello sconforto la band, che con tanti sacrifici aveva acquistato una strumentazione di alto livello.

A questa serata di "beneficenza" parteciparono, oltre al RDM, il Banco del Mutuo Soccorso, la Premiata Forneria Marconi, Osanna, Perigeo, Venditti-Cocciante-De Gregori, Claudio Rocchi, Mauro Pelosi.

Nonostante questa mobilitazione massiccia Pino Ballerini, il vocalist, decise di lasciare la band, che poco dopo si scioglierà.
Di tutto un Pop...
Wazza




mercoledì 30 gennaio 2019

A 70 anni da 1984 di Orwell: 2084 di THE PIANO ROOM!


Irma Records pubblica il nuovo capitolo del progetto strumentale di Francesco Gazzara: una rilettura tastieristica - all'insegna dell'elettronica vintage - di 1984 di George Orwell tra riferimenti musicali, letterari e cinematografici 

2084: il ritorno prog distopico di The Piano Room! 

THE PIANO ROOM
2084
Irma Records | Self distribuzione
4 tracce + 3 bonus - 56' 29''

«2084: The End Of The World di Boulaem Sansal – che riprende  1984 di Orwell immaginandolo in una distopica dittatura dello Stato Islamico – è stata una lettura recente, lo stimolo per immaginarne una sorta di soundtrack prima ancora che Hollywood faccia suo il tema ancora una volta. L’album  1984 dell'ex Genesis Anthony Phillips è invece un riferimento costante, acquistato in vinile poco dopo la sua uscita del 1981, da sempre un magnete tra le mie orecchie e la strumentazione analogica dell’era pre-midi. L’idea di un  disco completamente elettronico nel sound ma ricco di contrappunto nel suo corpus armonico melodico viene proprio da lì. A questo vanno aggiunti la mia passione per le  colonne sonore e il mio lavoro quotidiano come  autore di soundtrack per la tv e il cinema. In particolare, per restare in tema di sonorità analogiche, lo stile di  John Carpenter come soundtracker proprio dei suoi film».

Letteratura, musica, cinema. Tre aree del sapere importanti per ogni compositore, ma che per  Francesco Gazzara acquistano un significato ancora più prezioso con l'uscita di  2084, il nuovo album del suo progetto  The Piano Room, stavolta incentrato - come dichiarato dal tastierista romano - su  1984. A settant'anni dall'uscita del capolavoro di  George Orwell, con in mente anche il libro dello scrittore algerino  Boulaem  Sansal e il cult-album dell'ex chitarrista dei Genesis  Anthony Phillips, The Piano Room torna con un  concept album strumentale, una suggestiva  suite in quattro tracce composta, arrangiata e suonata dall'autore, che così ha omaggiato una lettura importante nella sua formazione ma anche i  risvolti musicali e cinematografici con i quali è cresciuto e tuttora lavora. 
Per comprendere il senso della nuova avventura  The Piano Room, è decisivo addentrarsi nelle fonti che hanno offerto a Gazzara numerosi spunti compositivi in un  album davvero unico nel suo genere per premesse, contenuto e risultati. Dichiara l'autore: «E' soprattutto l’impatto del  cinema ispirato a 1984 che ha lasciato il segno nella mia memoria:  La Fuga di Logan di Michael Anderson,  Brazil di Terry Gilliam e lo stesso  Orwell 1984 di Michael Radford, o ancora  L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro (THX 1138) di George Lucas fino al  Blade Runner di Ridley Scott, sono tutti esempi di arte assoluta – in cui immagini e musica si combinano genialmente – scaturita da interpretazioni del  1984 sempre ricche di dettagli diversi. Anche il rock ha detto la sua in proposito e spesso è stata la musica a trasmettermi nella maniera più diretta il messaggio orwelliano:  2112 dei Rush, i due  1984 di Phillips e Rick Wakeman,  Diamond Dogs di David Bowie. Il fascino del  capolavoro di Orwell si rinnova in ogni epoca, dimostrando attualità assoluta. Come interpretare proprio oggi la schiacciante presenza di un  Grande Fratello informatico, che raccoglie i nostri dati a tappeto rendendoci tutti sudditi con gli stessi pochi diritti sempre più a rischio? A cominciare da quello d’autore, per restare in tema».  
Al centro di  2084 troviamo un  arsenale di tastiere dalle classiche sonorità dell’elettronica vintage (sia analogica che digitale):  Polymoog, Arp 2600, Arp Odyssey, Prophet 5, Korg MS20, Mellotron, Hammond B3, pianoforte Yamaha CP80 e la inconfondibile drum machine  Roland CR-78 (la stessa usata dai  Genesis in  Duke e da  Phil Collins in  In The Air Tonight), gestito come una vera orchestra sinfonica ma, e in questo sta un altro punto di forza del disco, partendo dal  pianoforte. «La scelta è caduta su una serie di  synth analogici affiancati dal Mellotron e dal mio inseparabile Hammond B3, con registri molto “prog” e pedaliera dei bassi in piena evidenza. La caratteristica  distopico-futuribile è a sua volta sottolineata da qualcosa di più moderno, come i synth digitali Reaktor e Sylenth. Eppure tutto ciò non tragga in inganno, The Piano Room è ancora centrato sulla  scrittura pianistica. Non a caso in tutta la suite risuonano anche le note di un pianoforte particolare:  l’elettroacustico Yamaha CP80, vintage anche quello. Ho voluto assegnare le parti extra pianistiche ai vari sintetizzatori analogici come se si trattasse di strumenti di  un’orchestra sinfonica, in base soprattutto alle caratteristiche di coloratura del timbro, più o meno caldo, e alle frequenze esaltate nel mix». 


Francesco Gazzara è un compositore di musiche per il cinema e la tv dai primi anni Novanta. Ha lavorato con registi del calibro di  Ferrara, Comencini e  Del Monte, la sua band Gazzara è una delle colonne internazionali dell'acid-jazz, lounge e soul, mentre con  The Piano Room ha voluto omaggiare il suo amore per il rock colto britannico, certo folk-prog e la musica di Canterbury.  2084 è il quarto titolo di The Piano Room, dopo  The Piano Room (2006),  Early Morning (2007) e  Breath Feel (2009). Le tre tracce bonus contenute in 2084, in versione pianistica come sono state scritte in origine, si riallacciano proprio ai precedenti album The Piano Room.


 2084: UNA CONVERSAZIONE CON FRANCESCO GAZZARA

Se è vero che una delle massime ispirazioni del progressive è il poema sinfonico, e più in generale la musica a programma, in 2084 sono due gli spunti: uno extramusicale come il romanzo di Boualem Sansal, uno profondamente musicale come 1984 di Anthony Phillips. È da qui che parte il nuovo corso di The Piano Room?

Si e non solo. 2084: The End Of The World dello scrittore algerino Boulaem Sansal – che riprende 1984 di Orwell immaginandolo in una distopica dittatura dello Stato Islamico – è una lettura recente, lo stimolo per immaginarne una sorta di soundtrack prima ancora che Hollywood faccia suo il tema ancora una volta. L’album dell’ex Genesis Phillips è invece un riferimento costante, acquistato in vinile poco dopo la sua uscita del 1981, da sempre un magnete tra le mie orecchie e la strumentazione analogica dell’era pre-midi. L’idea di un disco completamente elettronico nel sound ma ricco di contrappunto nel suo corpus armonico melodico viene proprio da lì. Ho proposto personalmente la versione demo di 2084 proprio ad Anthony che ha gradito la complessità della scrittura, anche se dal punto di vista dei suoni analogici lui ha già dato all’epoca, e per l’evoluzione della sua carriera non è mai tornato su quella strada. Il nuovo corso di The Piano Room parte però anche da una terza via: quella della mia passione per le colonne sonore e del mio lavoro quotidiano come autore di soundtrack per la tv e il cinema. In particolare, per restare in tema di sonorità analogiche, lo stile di John Carpenter come soundtracker proprio dei suoi film.

Soffermiamoci su 1984, il disco di Anthony Phillips del 1981. Un lavoro controverso, dal quale tu "prelevi" la struttura, che all'epoca fece scalpore per la sterzata verso sonorità elettroniche. A quasi quarant'anni di distanza cosa pensi sia rimasto di quell'opera?

Un album non semplice, allora come oggi. Intendiamoci, Switched-On Bach di Wendy Carlos, caposaldo dell’elettronica al servizio del consumo discografico, era molto più fruibile. In 1984 di Phillips non c’è traccia (perlomeno evidente) di barocchismi riconoscibili. Anche nella scrittura rimane un disco prog, con cambi continui di ritmo e melodie sviluppate senza riprese orecchiabili. Idem per il sound, non facile interpretare l’utilizzo dell’arsenale analogico, spesso trattato come la tavolozza di un pittore impressionista. Uno step sequencing infinito e creativo, quasi impossibile da avvicinare. Ecco perché il mio 2084 è solo un umile tributo, nella struttura perché divide in quattro parti la suite completa, nel suono in quanto compaiono in buona parte i sintetizzatori e la drum machine usati all’epoca da Anthony.

Una chiave fondamentale per capire 2084 è il 1984 di George Orwell, di cui ricorrono i 70 anni dalla pubblicazione. I romanzi distopici sono stati spesso gettonati dal rock (vedi Pete Sinfield, i Rush etc.): che tipo di fascino ha esercitato la lettura di quello straordinario romanzo su di te?

Essendo una lettura scolastica, su cui sono ovviamente tornato più volte, ha contribuito in maniera essenziale a una visione anche politica della vita che poi si è spesso alimentata di altri classici di letteratura distopica e fantascienza in generale, da Fahrenheit 451 di Ray Bradbury fino alla Trilogia della Fondazione di Isaac Asimov. Ma è soprattutto l’impatto del cinema ispirato a 1984 che ha lasciato il segno nella mia memoria: La Fuga di Logan di Michael Anderson, Brazil di Terry Gilliam e lo stesso Orwell 1984 di Michael Radford, o ancora L’Uomo Che Fuggì Dal Futuro (THX 1138) di George Lucas fino al Blade Runner di Ridley Scott, sono tutti esempi di arte assoluta – in cui immagini e musica si combinano genialmente – scaturita da interpretazioni del 1984 di Orwell sempre ricche di dettagli diversi. Ovviamente anche il rock ha detto la sua in proposito e spesso è stata la musica a trasmettermi nella maniera più diretta il messaggio orwelliano: 2112 dei Rush, i due 1984 di Phillips e Rick Wakeman, e anche Diamond Dogs di David Bowie con 1984 nella tracklist. Il fascino del capolavoro di Orwell si rinnova in ogni epoca, dimostrando attualità assoluta. Come interpretare proprio oggi la schiacciante presenza di un Grande Fratello informatico, che raccoglie i nostri dati a tappeto rendendoci tutti sudditi con gli stessi pochi diritti sempre più a rischio? A cominciare da quello d’autore, per restare in tema.

Sei sempre attento al parco tastiere che usi. Il tuo Play Me My Song (Gazzara Plays Genesis) cominciava non a caso con un pianoforte Bosendorfer Grand Coda, 2084 invece è il trionfo dell'elettronica vintage. il clima distopico e futuribile non poteva che essere evocato così...

Il Grand Coda citato era quello della Sala Assunta in Vaticano, donato dalla Bosendorfer alla Radio Vaticana nei primi anni ’80. Un tributo in prevalenza pianistico ai Genesis doveva per forza partire da lì. Nel caso di 2084 invece la scelta è caduta su una serie di synth analogici – Arp 2600, Arp Odissey, Mini Moog, Prophet 5, Korg MS20 – affiancati dal Mellotron e dal mio inseparabile Hammond B3, con registri molto “prog” e pedaliera dei bassi in piena evidenza. La caratteristica distopico-futuribile è a sua volta sottolineata da qualcosa di più moderno, come i synth digitali Reaktor e Sylenth. Eppure tutto ciò non tragga in inganno, The Piano Room è ancora un progetto centrato sulla scrittura pianistica, come negli album precedenti Early Morning e Breath, Feel. Non a caso in tutta la suite di 2084 risuonano anche le note di un pianoforte particolare: l’elettroacustico Yamaha CP80, vintage anche quello. Da segnalare infine che le tre bonus track del disco ripropongono buona parte dell’album per solo pianoforte acustico.

A proposito della versione pianistica, in cosa differisce dalla suite principale?

Dal vivo 2084 è proprio la versione pianistica della suite intera – così come è stata scritta originalmente – ma sincronizzata con le sonorità elettroniche di
synth e drum machine dell’album originale e con le immagini suggestive e distopiche sia della copertina del disco che del teaser clip. Tutto ciò anche per rendere possibile l’esecuzione aggiunta di almeno un brano sia dalla discografia precedente di The Piano Room che dal mio tributo pianistico ai Genesis, Play Me My Song. Restando in tema di suite, l’obiettivo è di abbinare dal vivo 2084 a Supper’s Ready, la cui trascrizione pianistica farà parte proprio del follow-up di Play Me My Song, in uscita entro la fine del 2019.

Mentre il suono di strumenti come il classicissimo Hammond B3 o il Moog dà una sensazione di persistenza nel tempo, il sapore di certe macchine vintage può suonare datato, tanto da “incatenare” l'ascoltatore a certi ricordi (la Roland CR-78 che rimanda inesorabilmente a In the air tonight). È una scelta voluta?

L’unica vera scelta di base è stata quella di assegnare le parti extra pianistiche ai vari sintetizzatori analogici come se si trattasse di strumenti di un’orchestra sinfonica, in base soprattutto alle caratteristiche di coloratura del timbro, più o meno caldo, e alle frequenze esaltate nel mix. Idem per la drum machine Roland CR-78, i cui suoni vintage sono stati comunque lavorati molto prima del missaggio definitivo. Il resto più che voluto è stato forzato, in quanto la maggior parte di questi strumenti delicati tende a non reggere l’accordatura e spesso le esecuzioni delle linee melodiche sono state fatte dal vivo, senza le possibilità di correzione sulla singola nota come invece avviene sempre con gli strumenti virtuali o il midi. Il mastering fatto da Max Paparella al Groove Sound Design Studio ha aiutato questo processo, riuscendo nel miracolo di rendere il paesaggio sonoro dell’album molto più caldo, dinamico e coinvolgente rispetto al mix.

Le sonorità di 2084 rimandano anche a un certo tipo di immaginario fantascientifico dell’epoca, alla Tron per intenderci…

Credo che sia frutto della costruzione, vintage anche quella, delle sequenze melodiche e ritmiche dell’album. In fondo lo step sequencing delle macchine analogiche precedeva di poco l’era di un film come Tron. Stavano per arrivare gli anni dei primi home computer applicati alla musica, gli albori del midi e del leggendario Atari ST1040. Anche per questo il teaser clip costruito sulla traccia di apertura Prologue 2084 prende come spunto la grafica a 8 bit di quel periodo.

2084 è sostanzialmente una suite in due parti, aperta e chiusa da Prologo e Epilogo. Sono finiti i tempi delle grandi suite del passato oppure secondo te il pubblico ha ancora voglia e disponibilità all'ascolto attento e prolungato?

Le durate di una composizione musicale sono sempre state influenzate dal “mercato” contemporaneo, che si tratti di un mottetto vocale rinascimentale, di una sonata barocca, di una canzone beat, di una prog suite, di una base trap o di un’improvvisazione jazz ambient sperimentale. La vera differenza la fa il contenuto e quasi sempre – tranne il caso della trance elettronica e di molta world music in cui la ripetizione è funzionale a un effetto fisico e ipnotico – più cose cambiano e succedono al suo interno e più viene stimolato l’interesse dell’ascoltatore nel tempo. In 2084 ci sono riprese modulate o trasposte dei temi, ma la sensazione globale è quella di un movimento in divenire, un fiume che scorre verso la foce senza ripetersi mai uguale nelle sue molteplici correnti e increspature.

Che differenze ci sono rispetto ai due precedenti lavori The Piano Room?

La differenza sostanziale è con il secondo e terzo album pubblicati con la IRMA Records, in cui il materiale composto ed eseguito al pianoforte era affiancato a una sezione ritmica di contrabbasso e batteria. In realtà il primo album omonimo di The Piano Room, pubblicato da Terre Sommerse nel 2006, era a sua volta un disco di pianoforte solo. Si può interpretare quindi 2084 come un nuovo capitolo di uno stile definito di scrittura musicale ma con un abito sonoro totalmente nuovo.

Da una parte c'è Gazzara, con il suo storico solco acid-jazz, dall'altra The Piano Room con la sua devozione al prog-rock e in particolare ai Genesis. Al centro ci sei tu. È la tua figura l'unico elemento in comune tra i due progetti o c'è dell'altro?

Si tratta di due progetti molto diversi tra loro e a cui ho dedicato gran parte della mia carriera musicale in un arco temporale piuttosto esteso. Ecco perché anche analizzandoli singolarmente si riscontrano differenze notevoli al loro interno. GAZZARA in realtà è una band nata nel 1996 e ancora attiva come trio, con sette album in studio all’attivo e un “file under” non solo acid jazz ma anche bossa, lounge, soul. The Piano Room, a sua volta, nasce come veicolo ideale per unire le mie due passioni musicali di sempre, il prog rock e le colonne sonore. Una unione maturata finalmente grazie a 2084.

Info:
2084 preorder:
Gazzara:
Gazzara Plays Genesis:
Synpress44 Ufficio stampa:www.synpress44.comDonato Zoppo:   www.donatozoppo.it

martedì 29 gennaio 2019

Tanti auguri a Franco Cerri



Compie gli anni oggi, 29 gennaio, sicuramente il più autorevole chitarrista jazz in Italia.
Da quasi 60 anni sulle scene, come musicista, insegnate e attore.

Negli anni '60 divenne popolarissimo per una pubblicità il famoso "uomo in ammollo".

Molto apprezzato a livello internazionale, ha lavorato al fianco di artisti del calibro di Django Reinhardt, Gorni Kramer, Chet Baker, Gerry Mulligan, Billie Holiday, Stéphane Grappelli, Lee Konitz, Dizzy Gillespie, Tullio De Piscopo, Pino Presti, Jean Luc Ponty.

L'ultimo album inciso risale al 2012.

Buon compleanno Maestro!
Wazza




lunedì 28 gennaio 2019

Ricordando Jim Capaldi


Ci lasciava il 28 gennaio 2005 Jim Capaldi, cantante, batterista, percussionista, produttore.
Figlio di immigrati italiani, fu membro fondatore dei magnifici Traffic, insieme al "fratello" Steve Winwood.

Steve racconta che i genitori non vedessero di buon occhio l’amicizia con un ragazzo più grande di lui, e figlio di immigranti… ma la forza della musica e dell'amicizia prevale qualsiasi preconcetto.


Con i Traffic ha scritto pagine indelebili della storia del rock, una per tutte il brano "John Barleycorn Must Die"...

Per non dimenticare…
Wazza


Il compleanno di Robert Wyatt



Compie gli anni oggi, 28 gennaio, Robert Wyatt, cantante, compositore, tastierista, ma sopratutto batterista dei Soft Machine prima e Matching Mole dopo.

Dal 1973 è paralizzato agli arti inferiori, ma questo "handicap" non gli ha vietato di diventare un grande sperimentatore e ricercatore della musica, sia con i suoi numerosi lavori da solista, sia con collaborazioni con altri artisti.

Da sempre impegnato politicamente per i diritti umani.
Happy Birthday Robert!
Wazza






domenica 27 gennaio 2019

Maurizio Vercon - Slice of Heaven, di Max Rock Polis


Maurizio Vercon - Slice of Heaven
Di Max Rock Polis

A volte succede che un album, dal titolo stesso “Slice of Heaven”, sembra quasi una dichiarazione d'intenti, che l'autore voglia dare a intendere che il suo CD possa regalare a chi l'ascolta un pezzo di Paradiso. Ma lui stesso ci blocca e chiarisce subito che in realtà fa riferimento a delle circostanze di vita che lo hanno fatto sentire in tal modo, che gli hanno dato la serenità e la concentrazione giusta per fare questo disco.

Per farsi subito un'idea di chi sia l'artista Maurizio Vercon, in difetto di ascolto del CD si può leggere la sua bio, ma è più funzionale fare l'opposto: ascoltando il CD non si può non intuire che lui sia un arrangiatore e musicista molto ricercato, con tante collaborazioni importanti all'attivo, e che questo sia “solo” il suo terzo lavoro solista perché lui non ha così tanto tempo e modo di rinchiudersi in studio. Infine leggervi sul retro Videoradio fuga ogni dubbio: si ha per le mani l'opera di un maestro delle sei corde che non si trova tutti i giorni.
Del resto, non crediate che personaggi come Charlie Morgan, Luca Colombo, Ricky Portera, Fabio Valdemarin e Paolo Muscovi, o il Frank Gambale del precedente CD, si mettano agli strumenti con chiunque. Devono essere ben convinti di quello che fanno, della bontà del progetto e della bravura di chi lo propone, quindi si capisce che ci deve essere più di una ragione valida per mettersi all'ascolto di Vercon.

Il bello di Maurizio, uno degli svariati, è che dalle sue canzoni lui ci lascia soltanto intuire che, se volesse, potrebbe lasciarsi andare a toccare ritmi e velocità notevoli. Invece no: già dall'inizio, dai primi brani, si intuisce che non lo farà, che non si esibirà in assoli spericolati, anche se questo è il lavoro solista di un virtuoso. Del resto la tecnica non fa la bravura, o meglio la fa solo in parte, visto che è qualcosa che con l'esercizio e la volontà molti possono raggiungere, mentre il gusto è qualcosa di innato, di naturale, che si può affinare ed evolvere, ma di base ci deve essere. Ed è qui che Vercon eccelle: nel tocco, nella fantasia, nel saper creare melodie che rimangono impresse.
Questo lo mette anche in contrapposizione, in evoluzione e maturazione, rispetto ai suoi due precedenti lavori, dove invece le cascate di note sono come ci si aspetta. Ma coloro che lo conoscono di già non rimarranno certo delusi.


Vi ho già anticipato quindi che le canzoni che incontreremo lungo “Slice of Heaven” sono perlopiù tranquille, mezzi tempi, anche se non necessariamente ballate. Ora ve lo posso dire: in questo disco si canta molto. Nel senso che le melodie rilassate risultano così accattivanti che non è difficile avere voglia di canticchiarle tra sé mentre si ascoltano.
Si parte subito con “Vita” e con la prima collaborazione, con il chitarrista Luca Colombo, e già si possono gustare le prime arie da cantare, poi a un certo punto si ha una specie di controcanto chitarristico, per cui le note armonizzate si alternano tra canale destro e sinistro, che dà un effetto come se stessero suonando ai nostri lati, mentre la linea principale rimane al centro della scena. In fondo il pezzo prende ritmo, e arrivano le prime cascate elettriche e i duetti tra Luca e Maurizio.
Stesso copione su colori differenti per “Valzer”, anche se un poco più lenta, più ballata.
La terza “Indians” è con Ricky Portera, storico chitarrista degli Stadio. Dopo una partenza molto morbida i toni si alzano, e i due giungono all'obiettivo di farci sentire quanto siano bravi e quanto bene se la intendano assieme.
Con “My godness” entra in scena la collaborazione tra le più ripetute nel disco: Charlie Morgan, batterista di Elton John per diversi anni, di cui tra l'altro Vercon è grande estimatore e membro della cover band ufficiale europea. Bel pezzo armonico e armonioso, con i suoi punti lenti e veloci.
Così l'album prosegue tra atmosfere emozionali, in cui Maurizio è bravo a farci notare la sua capacità di comporre melodie che restano in testa.
Il brano col tastierista Fabio Valdemarin, protagonista dell'assolo di fender rhodes sul finale, è un gran Funky, ritmato ed energico, e non a caso dal titolo “Funk”. Ancora dal ritmo notevole “11:11”, ancora con Morgan, guarda caso undicesima canzone dell'album.
Ma questi pochi tratti scritti non vi possano far capire tutto quello che c'è in questo e altri pezzi, per i cambi di passo e sound che si susseguono, sarebbe troppo complesso,e noioso, Meglio ascoltare.

Da segnalare il tratto finale di “The witch”, in cui dopo una partenza rilassata si arriva a un notevole assolo fusion, dove tutta la band si diverte e dà il meglio di sé con controtempi e una progressione che si fa davvero notare.
Sorpresa finale: la cover di “Purple Rain” di Prince, pleonastico a dirsi, che prima di arrivare all'amato solo finale ben tirato e di tapping, personalizzato dal nostro, troviamo il cantato di Andrea Longo in pieno stile Leonard Cohen, di cui Maurizio è un grande ammiratore.

Riflessioni finali su questo album. Non è un CD di un virtuoso per amanti solo di scale a pioggia, ma un'opera che si sa far ben apprezzare per la varietà, la bravura tecnica e soprattutto compositiva in chiave morbida e riflessiva. Un ascolto molto piacevole e consigliato per chi non cerca solo il testo nelle canzoni.

Maurizio Vercon - Slice of Heaven
01 - Vita
02 - Valzer
03 - Indians
04 - My Godness
05 - Eric
06 - Beck'O
07 - Bolero
08 - Atmo
09 - Funk
10 - Caro Sello
11 - 11:11
12 - The Last
13 - The Witch
14 - Purple Rain

venerdì 25 gennaio 2019

Creedence Clearwater Revival: accadeva in Italia nel gennaio del 1971


Usciva a dicembre del 1970, ma i tempi di comunicazione  e diffusione erano molto lenti rispetto ad oggi, tanto che in Italia arrivò a gennaio del 1971 "Pendulum", sesto album dei Creedence Clearwater Revival, forse l'album della crescita musicale per la band dei fratelli Fogerty, non solo tracce di pochi minuti, ma corposi brani che supervano i 5', come la trascinante "Pagan Baby", che apriva l'album.
Nonostante la critica storse il naso a queste aperture, l'album contiene tre classiconi del rock: "Hey Tonight", "Have you ever seen the Rain", "Molina", più il brano "Rude Awakening N.2", che non ha niente da invidiare ad un brano psichedelico (ascoltare per credere!)
Il disco segna anche l'uscita di Tom Fogerty dal gruppo...
Io sono di parte, ma Pendulum è un grande album!
Di tutto un Pop…
Wazza






Marillion: 1979-2019

Si formavano nel 1979 (40 anni fa...) gli “Silmarillion” band composta da Steve Rothery, Mick Pointer e Brian Jellimen, ispirata al cosidetto "rock romantico".
Ma è nel 1981, con l'ingresso del bassista Diz Minnitt, ma sopratutto con il cantante scozzese "Fish", che la band, ora Marillion, inizio ad avere un certo successo, aprendo quella che sarà la "rinascita" del prog, ispirata ai gruppi degli anni '70... Genesis, Yes...e accorciando il nome in "Marillion" 
Di tutto un Pop...

Wazza





giovedì 24 gennaio 2019

Francesco Di Giacomo: accadeva il 24 gennaio del 2013


La differenza tra la favola e lutopia è che la prima inizia con “Cera una volta”, e pretende di essere creduta” la seconda inizia con  “Ci sarà… forse”, ma ci devi credere tu .
(Francesco Di Giacomo)

Era il 24 gennaio 2013, quando Francesco di Giacomo, presentò la prima di "Cenerentola - La parte mancante".
Per non dimenticare
Wazza

24 Gennaio 2013 - All'Auditorium Parco Della Musica a Roma, va in scena la prima di "Cenerentola la parte mancante", spettacolo multimediale di Francesco di Giacomo.
Di seguito sono riportate sia la presentazione e la recensione di questo particolare e straordinario spettacolo, nato dalla mente di Francesco, arrangiato e musicato da Paolo Sentinelli.
Piccolo aneddoto personale. Quella sera con molta rammarico, dovetti rinunciare allo spettacolo, avevo mia moglie "zincata" a letto con un'emicrania micidiale e non me la sono sentita di lasciarla sola. Ho detto..."và beh, lo vedrò la prossima volta..." Purtroppo la "Favola", si è interrotta per sempre, è ho avuto modo di vederne solo un "assaggio", recitato da Francesco qualche mese dopo alla "Festa Maltese".
Ma è necessario ricordarlo a chi la visto, e farlo conoscere a chi non ne sapeva l'esistenza... leggete sotto.
per non dimenticare.
Wazza


Francesco Di Giacomo in Cenerentola. La parte mancante
di   Alessandro Sgritta

Giovedì 24 gennaio alla Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica di Roma la prima dello spettacolo Cenerentola. La Parte Mancante, di e con Francesco Di Giacomo (voce), Fabio Massimo Iaquone (regia) e Paolo Sentinelli (arrangiamenti).
Giovedì 24 gennaio alla Sala Petrassi dell'Auditorium Parco della Musica di Roma la prima dello spettacolo multimediale Cenerentola. La Parte Mancante, di e con Francesco Di Giacomo (voce, musica e testi), Fabio Massimo Iaquone (regia) e Paolo Sentinelli (arrangiamenti, musica e testi), in scena con Ashai Lombardo Arop
"Cenerentola è un pretesto per riflettere, attraverso la favola di tutte le favole, sul mondo del senso creato culturalmente. Lo spettacolo sarà composto da sette quadri più un prologo ed un epilogo. Nove differenti situazioni dove i testi, i suoni, le immagini e le canzoni ci racconteranno delle storie avvalendosi della tecnologia, come strumento complementare di comunicazione.
E  uno spettacolo multimediale che offrir à  spunti e ragionamenti per una riflessione sull’indecifrabilità  di questo presente ricco di   possibilità  ingannevoli che ci fanno intravedere una parvenza di riscatto a buon mercato. Queste   possibilità  come  la scarpetta  di Cenerentola, diventano le nostre protesi -inganno, sempre maggiori, sempre più diffuse. Siamo nascosti dietro di esse.
Che hanno trasformato la nostra società e che fanno parte di un sistema cieco che manipola l’uomo, promettendo un sogno di comodità  infinita esattamente come il principe a Cenerentola.
Ma la nostra eroina esce dalla realtà/fiaba sovvertendo il suo stesso personaggio ribellandosi ai luoghi comuni per la sopravvivenza in questa vita.
Cosa succederebbe se fossimo padroni del nostro futuro? Ci sarebbe condivisione?
Intimità? Distanza? Illusione? Arte? Dove portano le immagini e i suoni?
Mentre mi pongo queste domande desidero rispondermi con gli occhi, con i volti, il sudore, il calore della parola dei suoni per passare in un  esperienza raccontata con la democrazia dei sensi e delle emozioni.
Mi piace pensare a questo spettacolo come ambientato in una camera anecoica per ritrovarsi nella dimensione infinita e nell’assenza di riflessioni; questo per tenere lontani i condizionamenti".
(Francesco Di Giacomo)

"Vorrei che i suoni e le immagini di questo spettacolo, come Metabole, si staccassero da tutti i rumori di fondo".
(Fabio Massimo Iaquone)


FRANCESCO DI GIACOMO
in
CENERENTOLA
La parte mancante

Giovedì 24 Gennaio Sala Petrassi ore 21
AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA (ROMA)

di Fabio Massimo Iaquone, Francesco Di Giacomo, Paolo Sentinelli
regia: Fabio Massimo Iaquone
produzione: Fattore K. con Immagini Audio srl
creazioni video: Fabio Massimo Iaquone e Luca Attilii
musica e testi: Francesco Di Giacomo e Paolo Sentinelli
arrangiamenti: Paolo Sentinelli
in scena: Francesco Di Giacomo, Paolo Sentinelli e Ashai Lombardo
Luci: Diego Labonia
fonica: Maurizio Matteo D  Errico
scene e costumi: Erminia Palmieri
attrezzeria: Francesca Rossetti
aiuto regia: Luca Attilii e Ugo Bentivegna
direttore di produzione: Paolo Monaci Freguglia
organizzazione: Ippolita Nigris Cosattini

si ringrazia Fonderia 900 - Roma