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domenica 29 settembre 2019

La Janara – Tenebra, di Max Rock Polis

La JanaraTenebra
Di Max Rock Polis
Articolo già apparso su MAT2020 di giugno

Nell'accezione comune, janara è il nome che veniva dato a una donna considerata strega nella provincia di Benevento. È rimasto famoso l'albero di noce delle janare, perché nel medioevo esse da lì partivano di notte con le loro scope a piagare la popolazione locale. Come bastava spargere sale davanti alla porta per non farle entrare, così basterebbe metterlo sopra il primo lungo CD de La Janara, ma ve lo sconsigliamo decisamente, non solo per non danneggiare il vostro impianto.
Il fatto è che questo lavoro, edito dalla Black Widow Records di Gasperini e Pintabona, merita una certa attenzione, mescolando atmosfere cupe con un deciso piglio Metal e Rock. 
I componenti sono Raffaella Cangero ovvero la janara alla voce, Nicola Vitale ovvero Il boia alle chitarre, Cantelmo ovvero l’Inquisitore al basso e Antonio Laurano ovvero Il mercenario alla batteria.
Nella carrellata dei titoli si vede la piena corrispondenza con quello dell'intero album, quasi a far intuire una continuità di argomenti in chiave stregonesca, anche se non un vero e proprio concept  Prog style. Infatti le canzoni parlano proprio delle credenze e superstizioni legate alle streghe, anche se purtroppo è stata una triste realtà la persecuzione della chiesa cattolica contro certe donne, ritenute a torto colpevoli di malefici e quindi bruciate vive. La musica li accompagna con stile adeguato, dipingendo scenari scuri, carichi di tensione, vibranti di emozioni di “Tenebra” appunto, senza eccedere mai in velocità o tecnicismi, ma conservando il pathos consono all'argomento.

Il primo brano, “Malevento”, si apre con una voce di donna che con accento e dialetto campano dice qualcosa terminante con janara, e parte la musica. La quale non mostra incertezze nello sprigionare energia e potenza. La voce di Raffaella è adeguatamente forte e senza né fronzoli né concessioni agli acuti.
Mater tenebrarum” fa da conferma allo stile del gruppo, un Rock Metal senza troppi compromessi, diretto e sparato a tutto volume.
La canzone dopo è una ballata (ce ne son molte) che riempie l'atmosfera di note acustiche e sentite, con un testo sognante, una storia tutta da seguire. Notate che in realtà questi testi in italiano sono tutti quanti da ascoltare e capire.
Subito dopo arriva la sferzata della title track, in cui seppure con tempi più calmi, si ritorna alla distorsione e all'impatto, rendendo il senso di una ballad cupa e significativa. Dopo “Mephis”, facilmente mefisto, alterna momenti di rabbia a pause silenti,
Altro cambio di tempo per “Cera” e la distorsione si calma ancora (anche se per poco), il che ci dà modo di ascoltare bene la lirica, molto evocativa e carica. Su questi pezzi si intuisce bene il lavoro paziente che il gruppo ha fatto per creare e fondere assieme le liriche con le musiche, per ottenere questo risultato. Qui non c'è davvero bisogno di spingere sull'acceleratore, il senso da dare alle cose per raggiungere lo scopo di “Tenebra” è un altro.
Abbiamo quindi ormai capito quello che troveremo nelle restanti canzoni: testi forti, scuri, coronati da una tensione musicale sempre concentrata nell'effetto di crepuscolarismo e sofferenza, in maniera anche quieta ma sempre evocativa di scenari molto inquietanti. Il modo di suonare e di cantare le altre, come “Volano i corvi”, “Or poserai per sempre” con il suo altalenarsi di ritmi, voci e armonie a contrasto, finché chiude l'opera “Ver sacrum”, ovvero la primavera sacra, rito popolare contro le carestie, che ritorna ad aggredire tempi e sonorità Metal.
Il racconto di questo mondo medievale femminile è tormentato e oscuro, si procede per immagini, e i ragazzi accompagnano l'incisività del canto della Cangero nel suo percorso da janara, molto uniti e rappresentativi, atmosferici e senza eccedere in ritmo.
Forse non è il genere di CD adatto a essere ascoltato di notte in una strada di campagna, a meno di non voler vedere ombre oscure dietro a ogni albero.
Un ottimo approdo al full-lenght per questi musicisti avellinesi, che si sono presi la briga di esplorare tematiche dei loro luoghi di origine, con un Rock Metal potente e pittorico, adatto allo scopo.


La Janara - Tenebra

01 - Malevento
02 - Mater Tenebrarum
03 - Violante Aveva Un Osso di Capra
04 - Tenebra
05 - Mephis
06 - Cera
07 - Il Canto dei Morti
08 - Volano i Corvi
09 - Or Poserai Per Sempre
10 - Ver Sacrum

giovedì 11 aprile 2019

HeavenBlast – "Stamina", di Max Rock Polis


HeavenBlastStamina
Di Max Rock Polis

Le origini di questo gruppo, gli HeavenBlast, affondano fino a metà degli anni '90, proprio quando il genere più affine al loro attuale stile musicale, ovvero il prog metal, era nel pieno dello sviluppo. Dopo i primi due album la band ha fatto qualche anno di stop, finché Donatello Menna, alle chitarre, decide di ricostituire il gruppo e approda nel 2018 all'uscita di questo “Stamina”, edito dalla Music force, assieme a Nico Di Benedetto alle tastiere, che ha lasciato al termine delle registrazioni sostituito da Matteo Pellegrini, e Alex Salvatore alla batteria, con Chiara Falasca alla voce. In realtà si contano ben sei cantanti in totale, e il risultato del loro lavoro è particolare e curato, ottimamente inserito nel sound complessivo del disco. Tutto quello che potete aspettarvi da un prog metal sinfonico e cantato a più voci, qui c'è. Velocità, energia, ritmo, ballate, atmosfere variegate, c'è proprio tutto in questi nove pezzi, tutti meno uno sotto i 6 minuti, che anche se non raccontano una storia vera e propria hanno il senso del concept su temi come ribellione e libertà.


La prima canzone dal titolo “Mind introuder” è solo d'apertura, una breve premessa per introdurci all'opera, poco rivelatrice di quello che andremo a trovare dopo, come se il gruppo si volesse davvero insinuare con melodie dolci e tranquille nella nostra mente.
Appena parte “Purity” la musica cambia approccio, i suoni si fanno decisamente più veloci, ritmati ed elettronici, le voci si intrecciano sapientemente in una sorta di inno che invita facilmente a unirsi a loro nel ritornello.
La terza è il singolo dell'album, “Alice in Psychowonderland”, completa di video, dove le voci femminili sono addirittura due, convincente pezzo dove ogni membro dà il meglio in potenza e vibrazioni, fino al delicato finale che ci porta alla prima ballata, “The rovers”, dove il duetto vocale misto si stende sopra un tappeto di chitarre acustiche e pianoforte.
Il suo humming finale porta a un altro brano di atmosfera, che caricandosi di pathos un minuto dopo esplode ancora in energia, senza però esagerare col Metal più veloce. L'atmosfera si conserva ancora nell'intro della seguente, acustica con archi, poi tutto si ferma e il paesaggio varia: un coro di sottofondo, una struttura un po' differente e diversi cambi per questa cavalcata da oltre 7 minuti, che in fondo ritrova il carattere veloce tipico della band.
La successiva, dal titolo “Sinite parvuois venire ad me”, in latino di bibliche reminiscenze tra l'altro, conferma l'intuizione che potete aver avuto: è interamente cantata in latino. Si apre con delle campane e voci di bambini, come titolo del resto vuole, poi voci solenni e l'apertura che porta a un ritmo in contro tempo. Quando le cose si raddrizzano un pò, per così dire, non rimane che assaporare una canzone dai toni cangianti, che dimostra la bravura del gruppo nel confezionare il loro stile Prog in una lingua che raramente è usata per esso.
Dopo si sfuma e si passa alla title trackS-T.A.M.I.N.A.”, scritto come fosse un acronimo, molto tirata e classica, veloce e coinvolgente, con cantato maschile.
L'ultima è sinfonica, ariosa, con gli archi elettronici, pianoforte, ancora cantante uomo che va facilmente su di ottave, bella e godibile mid-tempo nei suoi vari cambi di ritmo, finché gli archi chiudono lei e tutto questo “Stamina”.

Riassumendo, è un album sì di prog metal ma vario, anche contaminato, dalle atmosfere e melodie variabili e piacevoli, senza l'acceleratore premuto tutto il tempo, ma anzi, curato e ben valorizzato dalle varie voci che vi si succedono. Un bel ritorno alle scene di un progetto ultra ventennale, non mirato ai tecnicismi e agli assoli fulminei quanto all'insieme, all'armonia, all'equilibrio delle canzoni  che si succedono.
Non solo per gli amanti del Metal, insomma, ma per chi vuole anche espandere i propri orizzonti sonori.


HeavenblastStamina

01 Mind Introuder
02 Purity
03 Alice in Psychowonderland
04 We Are State
05 The Rovers
06 Don't Clean up This Blood
07 Sinite Parvuois Venire ad Me
08 S.T.A.M.I.N.A.
09 Canticle of the Hermit

domenica 27 gennaio 2019

Maurizio Vercon - Slice of Heaven, di Max Rock Polis


Maurizio Vercon - Slice of Heaven
Di Max Rock Polis

A volte succede che un album, dal titolo stesso “Slice of Heaven”, sembra quasi una dichiarazione d'intenti, che l'autore voglia dare a intendere che il suo CD possa regalare a chi l'ascolta un pezzo di Paradiso. Ma lui stesso ci blocca e chiarisce subito che in realtà fa riferimento a delle circostanze di vita che lo hanno fatto sentire in tal modo, che gli hanno dato la serenità e la concentrazione giusta per fare questo disco.

Per farsi subito un'idea di chi sia l'artista Maurizio Vercon, in difetto di ascolto del CD si può leggere la sua bio, ma è più funzionale fare l'opposto: ascoltando il CD non si può non intuire che lui sia un arrangiatore e musicista molto ricercato, con tante collaborazioni importanti all'attivo, e che questo sia “solo” il suo terzo lavoro solista perché lui non ha così tanto tempo e modo di rinchiudersi in studio. Infine leggervi sul retro Videoradio fuga ogni dubbio: si ha per le mani l'opera di un maestro delle sei corde che non si trova tutti i giorni.
Del resto, non crediate che personaggi come Charlie Morgan, Luca Colombo, Ricky Portera, Fabio Valdemarin e Paolo Muscovi, o il Frank Gambale del precedente CD, si mettano agli strumenti con chiunque. Devono essere ben convinti di quello che fanno, della bontà del progetto e della bravura di chi lo propone, quindi si capisce che ci deve essere più di una ragione valida per mettersi all'ascolto di Vercon.

Il bello di Maurizio, uno degli svariati, è che dalle sue canzoni lui ci lascia soltanto intuire che, se volesse, potrebbe lasciarsi andare a toccare ritmi e velocità notevoli. Invece no: già dall'inizio, dai primi brani, si intuisce che non lo farà, che non si esibirà in assoli spericolati, anche se questo è il lavoro solista di un virtuoso. Del resto la tecnica non fa la bravura, o meglio la fa solo in parte, visto che è qualcosa che con l'esercizio e la volontà molti possono raggiungere, mentre il gusto è qualcosa di innato, di naturale, che si può affinare ed evolvere, ma di base ci deve essere. Ed è qui che Vercon eccelle: nel tocco, nella fantasia, nel saper creare melodie che rimangono impresse.
Questo lo mette anche in contrapposizione, in evoluzione e maturazione, rispetto ai suoi due precedenti lavori, dove invece le cascate di note sono come ci si aspetta. Ma coloro che lo conoscono di già non rimarranno certo delusi.


Vi ho già anticipato quindi che le canzoni che incontreremo lungo “Slice of Heaven” sono perlopiù tranquille, mezzi tempi, anche se non necessariamente ballate. Ora ve lo posso dire: in questo disco si canta molto. Nel senso che le melodie rilassate risultano così accattivanti che non è difficile avere voglia di canticchiarle tra sé mentre si ascoltano.
Si parte subito con “Vita” e con la prima collaborazione, con il chitarrista Luca Colombo, e già si possono gustare le prime arie da cantare, poi a un certo punto si ha una specie di controcanto chitarristico, per cui le note armonizzate si alternano tra canale destro e sinistro, che dà un effetto come se stessero suonando ai nostri lati, mentre la linea principale rimane al centro della scena. In fondo il pezzo prende ritmo, e arrivano le prime cascate elettriche e i duetti tra Luca e Maurizio.
Stesso copione su colori differenti per “Valzer”, anche se un poco più lenta, più ballata.
La terza “Indians” è con Ricky Portera, storico chitarrista degli Stadio. Dopo una partenza molto morbida i toni si alzano, e i due giungono all'obiettivo di farci sentire quanto siano bravi e quanto bene se la intendano assieme.
Con “My godness” entra in scena la collaborazione tra le più ripetute nel disco: Charlie Morgan, batterista di Elton John per diversi anni, di cui tra l'altro Vercon è grande estimatore e membro della cover band ufficiale europea. Bel pezzo armonico e armonioso, con i suoi punti lenti e veloci.
Così l'album prosegue tra atmosfere emozionali, in cui Maurizio è bravo a farci notare la sua capacità di comporre melodie che restano in testa.
Il brano col tastierista Fabio Valdemarin, protagonista dell'assolo di fender rhodes sul finale, è un gran Funky, ritmato ed energico, e non a caso dal titolo “Funk”. Ancora dal ritmo notevole “11:11”, ancora con Morgan, guarda caso undicesima canzone dell'album.
Ma questi pochi tratti scritti non vi possano far capire tutto quello che c'è in questo e altri pezzi, per i cambi di passo e sound che si susseguono, sarebbe troppo complesso,e noioso, Meglio ascoltare.

Da segnalare il tratto finale di “The witch”, in cui dopo una partenza rilassata si arriva a un notevole assolo fusion, dove tutta la band si diverte e dà il meglio di sé con controtempi e una progressione che si fa davvero notare.
Sorpresa finale: la cover di “Purple Rain” di Prince, pleonastico a dirsi, che prima di arrivare all'amato solo finale ben tirato e di tapping, personalizzato dal nostro, troviamo il cantato di Andrea Longo in pieno stile Leonard Cohen, di cui Maurizio è un grande ammiratore.

Riflessioni finali su questo album. Non è un CD di un virtuoso per amanti solo di scale a pioggia, ma un'opera che si sa far ben apprezzare per la varietà, la bravura tecnica e soprattutto compositiva in chiave morbida e riflessiva. Un ascolto molto piacevole e consigliato per chi non cerca solo il testo nelle canzoni.

Maurizio Vercon - Slice of Heaven
01 - Vita
02 - Valzer
03 - Indians
04 - My Godness
05 - Eric
06 - Beck'O
07 - Bolero
08 - Atmo
09 - Funk
10 - Caro Sello
11 - 11:11
12 - The Last
13 - The Witch
14 - Purple Rain

giovedì 11 ottobre 2018

Monjoie – “And in thy heart inurn me”, di Max Rock Polis



MonjoieAnd in thy heart inurn me”
Lizard Records
Di Max Rock Polis

Chi conosce l'inglese, alla prima occhiata non potrà non interrogarsi sul significato del titolo di questo album dei Monjoie: “And in thy heart inurn me”, a meno di non avere buone reminiscenze di studi liceali, in cui si ricordano certe forme in inglese arcaico di qualche centinaio di anni fa. Quel “thy” parla abbastanza chiaro e basterebbe da solo per intuire diverse cose sul lavoro dei ragazzi savonesi. Proviamoci insieme: se thy può essere ricordato come your, inurn è meno immediato: ha il senso di bury, seppellire, e infine la costruzione della frase col verbo in fondo fa subito pensare a una poesia di un autore classico. Leggere i titoli delle canzoni serve solo da conferma: in questo album c'è un deciso accostamento alla letteratura inglese del '700-'800.

Il libretto del CD, uscito per Lizard Records, conferma che i testi delle quindici canzoni sono tratti da poesie di William Blake, William Wordsworth e John Keats, tre dei maggiori poeti romantici inglesi. Il contenuto sonoro non tradisce le aspettative e gli umori che si vengono a creare dalla semplice lettura dei testi, tutti inseriti nel libretto.
Si comincia a capire perché assieme ai bravi Alessandro Brocchi alla voce, Valter Rosa alle chitarre, Davide Baglietto a vari fiati, Alessandro Mazzitelli alle tastiere c'è una lunga lista di musicisti:  Daniele Marini al piano, Fabio Biale al violino, Giampiero Lo Bello a tromba e flicorno, Edmondo Romano al clarinetto basso, Lorenzo Baglietto al sax contralto, Federico Fugassa al contrabbasso, Roberto Rosa e Ivan Ghizzoni al basso, Leonardo Saracino, Davide Bonfante e Nicola Immordino alla batteria.



Come nota particolare del CD, come lo stesso Mazzitelli ci racconta, in occasione dell'avvicinarsi del loro ventennale sono stati chiamati all'opera tutti gli ex bassisti e batteristi del gruppo.

Ricapitoliamo: testi tratti da poesie romantiche inglesi e strumenti più acustici che elettrici. Se adesso ci aspettiamo da loro un Art Rock di atmosfera e classe, mettiamo il CD sul lettore per scoprire quanto ci siamo andati vicini.

Nel brano di apertura “The world is too much with us”, si possono sentire subito degli umori autunnali, la bella e profonda voce di Alessandro viene accompagnata da assoli di flauto e flicorno.
Stessa atmosfera nel secondo “I cannot exist without you”.
Il terzo invece, “Ah sunflower”, nasce con voce e piano, e si apre pian piano agli altri strumenti, mentre l'incedere ritmato rimane sempre lento.
Anche nel quarto, “London”, i toni rimangono romantici, in tema con i testi poetici dei tre autori inglesi, ma senza mai annoiare, perché Alessandro è capace di ben mescolarsi agli assoli dei vari fiati, di alzare le ottave e con esse l'intensità del brano.
The day is gone” dopo l'apertura di piano diventa quasi una marcia allegra, e gli assoli di ocarina contribuiscono a un mood più arioso e vivace. La malinconia amorosa ritorna subito dopo, in varie colorazioni, con le successive canzoni dove si alternano pianoforte, archi, fiati e synth a variare gli scenari musicali.
Accade anche quello che non ti aspetti dal richiamo alla solitudine di “O solitude”, dove questa è trascritta in piano, synth e una batteria in evidenza, finché a un certo punto il ritmo cede a una parte centrale molto più rilassata, che poi torna battente per il minuto finale.
E così l'album va avanti fino alla fine con la più sostenuta “The human abstract”, e chiude con un trittico che riapre il filone malinconico, come nella particolare “A slumber did my spirit see”, con solenni rintocchi di campana, fino all'ultima “Eternity auguries of innocence” dove ai dominanti voce e piano si riapre per un attimo l'orchestrazione collettiva, per poi lasciare ancora al pianoforte la chiusura del brano e del CD.

Alla fine si vede come l'idea di farsi ispirare da testi romantici abbia ben pagato. I ragazzi sono partiti in due: il cantante Alessandro alla voce e Daniele al pianoforte, e poi affiancati dagli altri membri dei Monjoie hanno avuto la bravura di mettere su arrangiamenti per un vero e valido ensemble di artisti, capace di trovare lo spirito giusto, di autunnale malinconia e calda atmosfera, adatto al tema poetico e in sintonia con gli argomenti. Il lavoro risulta così uniforme seppur vario, molto godibile, che si presta ottimamente per un ascolto anche  approfondito e calmo, per coglierne tutti i differenti aspetti e umori.

Come detto, si possono trovare tutti i testi delle poesie nel libretto del CD, e visto che non stiamo parlando di brani veloci e difficili da seguire, una lettura mentre si ascoltano le varie canzoni può essere un'esperienza interessante da fare per entrare ancora di più nell'aria che si respira per tutto il lavoro dei Monjoie.
Il titolo del loro album, come si può intuire, è tratto da una delle poesie musicate: “You say you love” di Keats.

Alla fine abbiamo un Art Rock contaminato, un ispirato Chabmer rock venato di Jazz e Folk, qualcosa di artistico, elaborato, raffinato, avanguardista. Pensiamo che a questo punto abbiate tutti gli elementi per valutare se vi può piacere la loro proposta: sicuramente sì, se cercate qualcosa di diverso dal solito e musica di qualità.



Monjoie - And in thy heart inurn me

01 - The World Is Too Much With Us
02 - I Cannot Exist Without You
03 - Ah Sunflower
04 - London
05 - The Day Is Gone
06 - You Say You Love
07 - The Sick Rose
08 - O Solitude
09 - Introduction
10 - To Sleep
11 - Daffodils
12 - The Human Abstract
13 - A Slumber Did My Spirit Sea
14 - Never Seek To Tell Thy Love
15 - Eternity Auguries of Innocence

mercoledì 11 luglio 2018

Ephyra - The day of return, di Max Rock Polis


Ephyra - The day of return
Di Max Rock Polis

Il gruppo degli Ephyra ha origine quasi 10 anni fa, nel 2009, ha già tre album all'attivo e varie tournée anche all'estero. Sono in sei, con la particolarità di avere oltre a due chitarristi, cosa nel Metal abbastanza comune, anche due cantanti, un uomo e una donna, con stili di canto piuttosto differenti tra loro, cosa che permette di mescolare e contaminare assieme due generi di Metal, e come vedremo non solo questo. Per la cronaca i sei ragazzi sono: Nadia Casali e Francesco Braga alla voce, Paolo Diliberto e Matteo Santoro alla chitarra, Patrick Segatto al basso e John Tagliabue alla batteria. Il CD si compone di dieci tracce, uscito il 18 maggio in fisico e digitale per l'etichetta Volcano records.

Nella prima canzone, che è anche title trackThe day of return”, ci troviamo subito a capire lo stile del gruppo, che può essere definito Death metal. La prima parte è per le chitarre elettriche a tutto volume e la voce in growl, dopo 30 secondi però si inserisce la voce femminile, decisamente armoniosa, assieme a uno strumento a corda orientale, forse un giapponese koto, per fare il contrappunto Melodic metal.
La seconda “Your sin” parte con atmosfera decisamente celtica, ma non ci si faccia ingannare: ben presto riprende lo stile Metal dei ragazzi, col muro di chitarre e le due voci contrapposte. La contaminazione folk in ogni caso funziona piuttosto bene, è singolare sentir cantare assieme voce melodica e growl  accompagnate da certe sonorità.
Scopriamo subito che questa non è un caso ma una caratteristica ben precisa del modo di suonare degli Ephyra, per chi non li conoscesse ancora. Il sound è permeato non solo da chitarre elettriche distorte, ma esse sono inframmezzate e compensate da strumenti folk, etnici, e una decisa e matura voglia di usarli al meglio per arricchire i suoni a cui il Metal ci ha abituato. Una strada parallela, diversa, qualcosa su cui fare sperimentazioni di un certo livello. Aggiungete il forte contrasto tra il growl maschile e la voce femminile melodica e lirica e avrete un effetto interessante e di un certo pregio.

Altri spunti da notare, altre differenze nella quinta “Sublime visions” dove un inizio vocale quasi spirituale con evocativi suoni di fiati sempre orientali fa solo da premessa a un suono decisamente più etnico, seppur anche metallico, e vocalizzi sostanzialmente senza testo.
La seguente “Being human” all'inizio è di decisa ispirazione orientale con prevalenza di ocarina e al solito bisogna dare tempo alla canzone per svilupparsi nelle sue varie componenti Folk metal.
In altre canzoni come “Wayfarer” e “The spirit of the earth” anche senza avere i testi scritti si percepisce un accostamento a tematiche naturalistiche, e lo stile principale rimane comunque il Metal anche se c'è qualche inserimento di strumenti acustici e orientali come lo Shokuhachi (una sorta di flauto) e altri simili. Essi sono presenti a mo' di guest anche in altri brani come “Dance between the rocks”, mentre “Infinite souls” ci si basa proprio e non ne può fare a meno, mettendo ancora in luce quella vena Folk che caratterizza tutto l'album.
Infine “True souls” si avvale di una bella lunga introduzione totalmente acustica, tra chitarre sovrapposte e percussioni che poi lasciano spazio alla voglia di Metal degli Ephyra.

Alla fine in questo lavoro non c'è molto a ricordare il Death metal se non la voce growl di Francesco, mentre le chitarre sono al servizio delle canzoni e degli altri strumenti etnici, e non si sperticano nei tipici assoli funambolici. Rimane molto più in evidenza il Melodic metal con Nadia e il Folk metal con il frequente, sapiente uso di strumenti acustici particolari. Anche i testi sono di buon accompagnamento alle tematiche più affini alla natura del richiamo acustico. Lo scorrere dei brani fa apparire abbastanza chiaro che i ragazzi comaschi hanno scelto, ormai da tempo, di contaminare la loro missione metallica con delle influenze varie, stavolta soprattutto in direzione orientale.
Il risultato è un ottimo album di miscela Metal con varie altre sonorità e tendenze, ben confezionato e piuttosto godibile.


Ephyra - The day of return
01 The Day Of Return
02 Your Sin
03 Run Through The Restless Fog
04 Wayfarer
05 Sublime Visions
06 Being Human
07 The Spirit Of The Earth
08 Dance Between The Rocks
09 Infinite Souls
10 True Blood



giovedì 19 aprile 2018

Ypnos, "Beholder". Quell'occhio che vede ogni cosa, di Max Rock Polis



Ypnos, "Beholder". Quell'occhio che vede ogni cosa
Di Max Rock Polis
Ottobre 2017

A colloquio con Christian Peretto, cantante degli emiliani Ypnos, che hanno appena rilasciato il loro primo album “Beholder”, un progetto ambizioso di Progressive con sonorità più Rock e Metal, edito da un'etichetta dell'Est europeo grazie a una raccolta fondi su internet di grande successo. Un esempio da seguire.

Allora “Beholder”, oggi è una data a cavallo tra due eventi importanti di questo disco.
“Sì perché domani abbiamo il release party ufficiale. Il disco è uscito il 19 settembre ma domani facciamo il concerto con la presentazione ufficiale, speriamo che sia una bella serata  con tanti amici, tanta gente che civiene a trovare. Siamo in un locale bellissimo, storico di Bologna, Ca'de' Mandorli, e abbiamo molta fiducia in una buona serata. Si mangia anche molto bene lì.”

Invitiamo tutti dall'Emilia, dalla Romagna e anche oltre ad andare a vedere gli Ypnos, scritto con la Ipsilon. Qual è l'origine del nome?
“La faccio abbastanza corta, la parola ha a che fare con il lato più onirico del sogno, qualcosa che non è legato tanto al sonno quanto al sogno.

Mi ricorda una puntata di Dottor Who, quella con gli uomini minuscoli dentro al robot.
“È un’analogia che mi piace tantissimo, temevo di più una somiglianza con una copertina dei Porcupine Tree, ma questa mi piace decisamente di più, è meno concorrenziale [ride, ndr].”

La copertina fa pensare, poi si apre il disco e si gode. Nove o dieci pezzi...
“Sono dieci pezzi usciti per la Sliptrick records che non smetteremo mai di ringraziare perché ci ha dato la possibilità di pubblicare questo album da perfetti sconosciuti ed è una possibilità gigantesca.”

Anche chi lo comprerà dovrà essere grato a questa etichetta, ha pubblicato un bel disco. Progressive, ma non solo. Salutiamo i tuoi compagni.
Giacomo Calabria batteria, Marco Govoni basso, Davide Morisi chitarrista, Valentino Bosi tastierista. Veniamo da scene e ascolti diversi. Aldilà di quello che ognuno di noi ha suonato in precedenza, dall'Elettronica all'Hard rock, Metal, Prog più anni '70 o Rock più anni '60, ci siamo ritrovati che ci piaceva suonare insieme anche perché è una formazione che all'inizio era un progetto, che si è rimescolato tanto fino a trovare da diversi anni la stabilità. All'inizio si dice ”mettiamo su qualche cover, io vorrei fare questo“ “no a me quello fa schifo, facciamo quest'altro” “no fa schifo a me quello lì” e allora diventi matto fino a che dici “ma se provassimo a scrivere qualcosa?” e non sai come va a finire. È andata a finire piuttosto bene, siamo molto contenti. Non siamo i più obiettivi però ci fa piacere quando qualcuno è contento di quello che sente. È una scommessa in divenire e l'etichetta “Prog” è più una facciata, ti permette di dire “faccio quello che mi pare, ci metto dentro quello che mi pare e visto che c'è un pezzo con uno stile un pezzo con un altro dico che faccio Prog così non sembro strano” [ride. ndr].”

Avete questa suite (le vedevo negli album dei Genesis 40 anni fa)… questa “Tyranny Suite” divisa in capitoli. Sono sette, come vi è venuta, di cosa parla? Di che tirannia stiamo parlando?
“Non vorrei farla sembrare una cosa troppo pesante, però è il concetto che durante l'arco della vita, a seconda delle varie fasi, siamo dominati da alcune emozioni rispetto ad altre, e queste emozioni non le possiamo controllare, nel senso che nell'adolescenza non controlli il fatto di essere massacrato da emozioni che ti esplodono, così nell'infanzia o in età adulta. L'idea è che alla fine noi siamo sballottati a destra e sinistra da emozioni che si alternano e ci possiamo fare poco, solo accettarle e cercare di rimanere in piedi. l tiranni sono gli stati d'animo prevalenti. Abbiamo cercato di fare una piccola disamina di tutto l'arco vitale, appoggiandoci ad un'amica psicologa che ci ha fatto una consulenza preziosissima, perché altrimenti scrivere stupidaggini non è bello.”

Complimenti per l'idea. Tra l'altro nella copertina del Cd le canzoni sono descritte una per una, e c'è una lista di ringraziamenti lunghissima.
“Esatto, noi siamo riusciti a terminare le registrazioni dell'album e mixaggio grazie al contributo di tante persone che ci hanno dato fiducia e hanno deciso di mettere qualcosa di loro in questo nostro progetto tramite una campagna di Musicraiser ed è finita molto bene, ci ha permesso di coprire tutti i costi. Quando si finisce un album si hanno sempre le tasche più che vuote ed è soltanto grazie a tutte queste persone, che noi abbiamo voluto elencato una per una e continuiamo a ringraziare ogni volta che abbiamo l'occasione.”

La cosa grande è la condivisione, la musica si deve sentire propria ed è quello che hanno fatto questi ragazzi.
“Assolutamente sì!”

Gli Ypnos fanno Prog, ma siete lontani da Youtube per ora.
“Forse si vede che siamo di una generazione cresciuta negli anni '90 e ancora non abbiamo un video, dobbiamo farlo e lo faremo, è in programma la realizzazione del video del primo singolo di Beholder, dovrebbe essere “State of grace”. Devi raccontare una storia anche in un video, ci sono generi in cui puoi giocare con altre chiavi di lettura, nel nostro devi raccontare una storia ed è più complesso.”

Poi partirete in concerto per qualche altra data?
“Siamo in programmazione, ancora nulla di definito. Tenete d'occhio il nostro sito e la pagina Facebook!

E il video è arrivato!

giovedì 5 aprile 2018

Andrea Orlando, "Dalla vita autentica". Passare dalla batteria alla melodia, di Max Rock Polis




Andrea Orlando, Dalla vita autentica. Passare dalla batteria alla melodia
Di Max Rock Polis

Abbiamo avuto il piacere di conoscere Andrea Orlando per vie traverse, essendo lui il batterista dei Finisterre e de La coscienza di Zeno. È molto piacevole scoprire che questo ritorno del Progressive italiano sta formando come una grande famiglia, tra artisti e appassionati che li seguono. I continui intrecci al suo interno portano alla luce insospettabili opere soliste, come quella di Andrea, di cui ci ha parlato.

Ci vuoi un pò parlare del tuo album, com'è che un batterista si mette a scrivere?
“Sì, io l'album ho iniziato a scriverlo e arrangiarlo l'estate dell'anno scorso. Ho sempre scritto, sono alcuni anni che lo faccio, ho anche partecipato alla composizione di alcuni brani dei La Coscienza di Zeno, che è uno degli altri due miei gruppi. A un certo punto mi son voluto cimentare a vedere cosa posso fare da solo, ad avere il controllo di tutto: composizione, arrangiamento e produzione. È una sfida con me stesso di cui sono molto contento perché mi sembra di aver fatto un buon lavoro. Alla fine la cosa più importante è essere soddisfatti, ma quando ci sono riscontri positivi fa molto piacere. Sono contento.”

I riscontri a Roma sono positivi. Sette brani usciti per una classica etichetta del Prog italiano.
“Sì, AMS records di Matthias Scheller. Gliel'ho fatto sentire: ho registra tutto, una volta finito il master gliel'ho mandato. Lo conosco perché lavora con Fabio [Zuffanti, ndr], che è un amico, in varie occasioni, ha sentito il master, gli è piaciuto e mi ha detto: “guarda ti produco”. È andata così.
È un album un pò particolare, secondo me risente delle influenze Prog. Io ascolto Prog da tanto tempo e si sente, però ho ascolti diversi, anche Jazz o Classica e secondo me qualcosa è uscito fuori, soprattutto per la musica sinfonica che a me piace molto. La mia compagna, Melissa Del Lucchese, è anche la violoncellista del disco e quindi entrambi siamo abbastanza portati per questo tipo di arrangiamenti [tutti scritti da lui, ndr], per queste suggestioni musicali della Classica. Secondo me è questo che rende l'album particolare. pur nella musica Prog.”



Quanto ci hai messo per concepire questo lavoro?
“Ho iniziato a lavorarci in modo serio l'estate del 2016, a livello di composizione, di arrangiamento, ci sono voluti 5-6 mesi. Alcune cose c'erano già prima, altre sono venute fuori nel mentre. È stato un lavoro abbastanza lungo  concepire un disco dal punto di vista pratico: per composizione, pre produzione e arrangiamento ci vogliono alcuni mesi. Certe cose vanno molto indietro nel passato, certe suggestioni, certe idee le avevo tanto tempo fa. Un disco si costruisce con gli anni, secondo me. Se l'avessi fatto nel 2012 sarebbe stato molto diverso.”

Billy Cobham, uno dei tuoi miti, si mette in primo piano, invece tu hai lavorato per tutti. Non ci sono tuoi assoli.
“Sì, a me è sempre piaciuto suonare musica e altri strumenti. Ho smanettato sulle tastiere, sul piano. Non avevo intenzione di fare un disco per batteristi, volevo curare come non solo l'arrangiamento ritmico ma anche la composizione, è una cosa che mi stimola molto curare altri aspetti musicali. I batteristi musicali come Phil Collins, Stewart Copeland sentono molto la musica, è difficile trovare l'equilibrio giusto, essere un virtuoso ma riuscire a entrare nella musica. I batteristi fondamentali nel Prog sono quelli più musicali, più istintivi. Io la vedo così.“

Dalla vita autentica” è uscito il 29 settembre, in digitale e CD. Diamo i riferimenti per comprarlo.
“Lo possiamo trovare sul sito della BTF, la casa di distribuzione della AMS. Basta andare su www.btf.it e si trova lì. Sennò credo che si possa trovare su Spotify e sugli altri mezzi che ci sono adesso in digitale. Per qualcuno che viene a qualche concerto, io suono anche in un gruppo di cover dei Genesis [i Real dream, ndr], spesso suono nella zona di Genova, in quel caso ho delle copie del CD.”

Ho messo sotto “Fragile”, un'altra canzone in cui si sentono gli archi veri, non sono tastiere.
“Sì abbiamo registrato con gli archi veri, mi piace il loro suono e ho la fortuna di avere la mia compagna violoncellista, mi ha consigliato le persone con cui lavorare: contrabbassista. una violinista e abbiamo arrangiato un quartetto d'archi. È bello perché si sente la diversità, il suono degli archi veri. si sente.”

Ci vuoi citare gli artisti che hanno suonato in questo album?
“Sì, qui ci sono alcuni musicisti amici con cui ho lavorato nel passato e che conosco: il cantante è Alessandro Corvaglia, per molti anni cantante del gruppo tributo dei Genesis, attualmente canta coi Delirium e La maschera di cera. Poi c'è al piano e alle tastiere Agostino Macor, anche lui de La maschera di cera e Finisterre, in un pezzo c’è Stefano Marelli del Finisterre alla chitarra, negli altri Laura Marsano chitarrista di Genova e Marcella Arganese chitarrista degli Ubi maior. Poi c'è Paolo Priolo al basso, un ragazzo giovane che ho conosciuto grazie a Rossano Villa che ha registrato il disco e ha fatto la produzione con me. C'è Marco Callegari alla tromba e anche lui ha collaborato in vari progetti dove ero coinvolto tra cui Höstsonaten di Fabio Zuffanti. Poi ci sono gli archi: Roberta Tumminello al violino e alla viola e Alessandro Paolini bassista dei Garibaldi al contrabbasso. Infine c'è Simona Angioloni, un'altra cantante genovese, con cui ho collaborato in passato, nell'unico brano cantato da una ragazza.”

Non ti ho fatto firmare la scaletta dei Finisterre al concerto al Legend lo scorso 31 marzo.
“Speriamo di vederci in qualche occasione durante qualche festival, peccato che sei a Roma. Salutiamo le varie pagine su Facebook che fanno un bel lavoro perché diffondono la musica Prog che purtroppo continua a essere abbastanza elitaria. Ma è un lavoro importante, che anche attraverso la rete si deve diffondere gli artisti che valgono.”

State in contatto con lui, Andrea Orlando, su internet.
“C'è la mia pagina Facebook e anche un sito: www.andreaorlandomusic.com in costruzione. Lo sto portando a termine, se qualcuno è interessato a qualche mio progetto può collegarsi lì.”