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domenica 11 marzo 2018

Claudio Simonetti's Goblin - Concerto romano il 20 febbraio, di Max Rock Polis



Claudio Simonetti's Goblin - Concerto a L'asino che vola, Roma 20/02/18
Di Max Rock Polis
Reportage fotografico di Francesco Pozone

Partiamo col dire le cose più banali: questa band fa paura, anzi fa proprio terrore! Lo fa perché intanto, come dicono da questa parti, suona da paura, meravigliosamente bene, e poi perché esegue i pezzi storici di alcuni tra i film horror più noti, per cui sentirli e pensare a quei film e alle emozioni “dde paura” che essi suscitano è tutt'uno.

L'occasione era ghiotta: una sorta di festa riservata a pochi nel noto locale romano L'asino che vola, la data zero della tournée 2018 che i Claudio Simonetti's Goblin stanno per affrontare, la serata giusta per presentare l'elemento nuovo del quartetto: la bassista Cecilia Nappo (gli altri oltre Claudio sono Bruno Previtali alla chitarra e Titta Tani alla batteria). Tra l'altro il giorno prima era pure il compleanno del maestro, quindi doppia festa per tutti i partecipanti.


Verso le 22.30 il gruppo ha cominciato, senza troppi preamboli, a investirci con il loro potente e spietato impatto sonoro, con canzoni tirate tutte d'un fiato tra cui “Mater tenebrarum” e “Demoni”, seguite dai saluti e dalla presentazione di Claudio,  la prima tra le frequenti spiegazioni che ci ha dato. Lui è stato l'unico che ha parlato durante la serata, anche perché le loro canzoni sono quasi tutte strumentali, a parte i pezzi vocali lirici, suonati su base registrata.

I pezzi si sono susseguiti tra l'entusiasmo dei pubblico, che per quanto presente a invito non si è certo risparmiato nell'apprezzamento e nell'acclamazione: non era proprio possibile trattenersi. Sono stati presentati non solo pezzi da colonne sonore, per la maggior parte da film di Dario Argento come “Opera”, “Suspiria”, “Tenebre”, “Il cartaio” ma anche da album non-OST dei Goblin come “Roller”, il seguito di “Profondo rosso”.


Claudio non si è certo scordato di celebrare i 40 anni di “Zombi” di Romero, rifacendone un brano (e anche uno del remake “L'alba dei morti viventi”), per cui Argento che lo distribuì in Italia operò alcuni tagli e chiese ai Goblin di rifare la colonna sonora.
Tra gli altri poi ha inserito una famosissima aria di suo padre Enrico Simonetti, “Gamma”, tratta da uno sceneggiato Rai del 1975, scherzando sul fatto che fu proprio questa a scalzarne una sua dalla testa della classifica italiana del tempo, dopo un record di 15 settimane e oltre 4 milioni di dischi venduti (parlando del 1975, si tratta certo di “Profondo rosso”).
Questo per far capire che Simonetti, oltre a essere un grandissimo musicista, è anche una persona molto simpatica, e lo si è pure visto quando ha scherzato sul titolo di un'altra canzone dicendo “noi faremo “Chi, parte prima” e “Chi, parte seconda”… E chi parte prima stia bene”. C'è stato anche tempo per un breve siparietto, uno scambio di battute con Pino Insegno che era presente in sala.


Per chiudere il concerto, le note del terrore sono arrivate in versione deluxe: non solo abbiamo potuto gustare le sonorità Hard rock di “Phenomena”, ma addirittura in via eccezionale un quartetto di brani da “Profondo rosso” (“Wild session”, “Deep shadows”, “Death dies” e la title track), il primo e ancora suo insuperato capolavoro del 1975. Impressionante ed entusiasmante allo stesso tempo è stato sentire l'esecuzione di quelle melodie tanto famose quanto di profondo impatto emotivo. Sentirle nel film o nel disco è un conto, trovarsi dal vivo di fronte alla loro esecuzione precisa e imponente è tutt'altra cosa: la mente non può fare a meno di rivedersi davanti agli occhi le immagini del film, con conseguente implacabile brivido.

Alla fine dello spettacolo quel che rimane ben impresso sono le grandissime vibrazioni, il vero muro sonoro Prog rock che i quattro, con la conduzione del maestro Simonetti, hanno saputo creare, suonando con grandissima abilità tecnica e notevole intensità emotiva. La base ritmica di Tani e Nappo è nuovissima ma già molto unita, solida e martellante, il substrato ideale per i virtuosi inserimenti di Previtali e soprattutto per le architetture melodiche di Simonetti. C'è stato modo e spazio anche per il tremito, per la scossa interiore che ha dato il richiamare tutti quei film alla luce della memoria.
Siamo stati fortunati ad assistere a questa data zero, per pochi amici. È chiaro che qui ci sono tutte le premesse per far diventare la tournée del Claudio Simonetti's Goblin un successo nazionale e internazionale, ne siamo convinti. Break a leg, ragazzi!


sabato 10 marzo 2018

Ricordando Keith Emerson a due anni dalla sua morte...


"Non mostrerò mai più i miei arcobaleni a voi daltonici "

Se ne andava il 10 marzo 2016 Keith Emerson, il più grande pianista, tastierista innovatore del progressive rock!
Non aggiungo altro...
Wazza



venerdì 9 marzo 2018

GOBLIN-"FOUR OF A KIND", di Luca Nappo

GOBLIN-"FOUR OF A KIND"

(Black Widow Records)

Di Luca Nappo

Articolo già apparso sul numero di dicembre di MAT2020

La storia dei Goblin è ricca di grandi album che ne hanno fatto uno dei gruppi più amati nel nostro paese ma ancora di più all'estero.
Il mondo delle colonne sonore legate principalmente all'opera del maestro del brivido Dario Argento li ha resi famosi ma anche un pò ghettizzati nel genere, rimanendo ai margini di quel filone del nostro progressive in cui meritano, in realtà, un posto di sicuro rilievo, tanto quanto altri gruppi storici.
Purtroppo la loro storia è anche contraddistinta da scioglimenti, reunion e divisioni in varie formazioni (sopratutto negli ultimi anni) che hanno spiazzato e confuso gli stessi fans devoti.
Four Of A Kind è un nuovo capitolo della storia dei Goblin, originariamente pubblicato dalla label indipendente BackToTheFudda nel 2015 ma ristampato in questo 2017 dalla nostra attenta etichetta Black Widow in cd ed impreziosito da una bonus track (l'esecuzione di "Goblin" da Roller tratta dal tour in USA nel 2014).
Per evitare equivoci, questo lavoro vede protagonisti in pratica tutti i Goblin storici ad esclusione di Claudio Simonetti (impegnato già da tempo con i Claudio Simonetti’s Goblin e in altri progetti) e quindi presenta la line-up con Massimo Morante (chitarra), Agostino Marangolo (batteria), Fabio Pignatelli (basso e autore di buona parte dei brani) e Maurizio Guarini (tastiere) con l'espediente
del numero 4 nel logo per evitare problemi legali sul marchio usato.
A nove anni di distanza dal precedente “Back To The Goblin”, la stessa formazione prosegue un discorso musicale che sicuramente recupera le sinistre caratteristiche del Goblin sound ma gli otto brani in scaletta mostrano anche elementi peculiari, esaltati dagli ottimi musicisti presenti.
Esempi evidenti sono l'iniziale "Uneven Times", dominata delle tastiere di Guarini e dal basso pulsante di Pignatelli su un tappeto sonoro che non sfigurerebbe in un thriller della nostra tradizione cinematografica, il tutto impreziosito del sax di Antonio Marangolo, presente come special guest
mentre la celebrativa "In The Name Of Goblin" e "Mousse Roll"  (con l'inquietante uso del bouzouki) ci riportano alle atmosfere di lavori seminali come "Profondo Rosso" e "Suspiria" sia per la scelta dei suoni che per le atmosfere create.
L'album prosegue con ottimi brani quali "Bon Ton" e "Kingdom", quest'ultimo dall'incedere epico e maestoso, ma è con "Dark blue(s)" che diventa assoluto protagonista Morante, grazie al suo tocco delicato di chitarra che lo ha contraddistinto in tutte le sue composizioni, relegando i suoi compagni di viaggio a momentanei spettatori.
Con la successiva "Love & Hate" ricompaiono sonorità più serrate (con un incipit che ricorda lo strumentale YYZ del trio canadese dei Rush) per evolversi in atmosfere soffuse ed intime in cui Guarini torna protagonista con il suo hammond ed un tappeto di synth per terminare in passaggi meno rassicuranti.
L'album si conclude con 008, forse il passaggio più prevedibile con il suo ritmo circolare condotto dalla sezione ritmica Pignatelli-Marangolo e da un sostenuto e ripetuto riff di chitarra.
Impreziosito dall'affascinante cover art di Sean Chappell, artista fantasioso che è riuscito perfettamente a ricreare il messaggio dell’album, l'ascolto di questo nuovo capitolo della famiglia Goblin è risultato molto convincente.
Sicuramente lontano dai capolavori del passato, “Four Of A Kind” dimostra in ogni caso l'elevato livello compositivo ed esecutivo dei musicisti presenti e sarebbe un peccato che passasse inosservato.
Consigliato non solo ai Goblin fans.



lunedì 5 marzo 2018

Pierpaolo Bibbò - "Via Lattea", di Max Rock Polis


Pierpaolo Bibbò - Via Lattea
Di Max Rock Polis

Non c'è bisogno di avere una laurea in astrofisica o aver fatto un corso presso l'Istituto geografico militare per riconoscere in un battito di ciglia cosa campeggia sulla cover del CD di Pierpaolo Bibbò. Non è la “Via lattea”, bensì una fotografia filtrata della sua Sardegna, quasi a voler simboleggiare in una volta il punto di partenza, il nuraghe come da prima traccia, e il punto di arrivo, appunto la parte più luminosa della nostra galassia.
È questo il primo lavoro scelto per la pubblicazione nel gennaio 2018 da Zanella di M. P. & Records, e per chi ne conosce la filosofia e l'impegno, oltre che la competenza, il nome stesso è già un commento fatto al disco: musica particolare.

Senza avere la pretesa di sostituirsi a un ascolto accurato di questo disco, di volerlo rinchiudere in poche parole, potremmo definirlo una sorta di Progressive con forte chiave Cantautoriale e Folk. In sostanza parliamo di una piacevole e riuscita commistione, contaminazione di stili, unendo una tradizione italiana a delle sonorità più nord europee.
Tutti gli arrangiamenti e i testi sono di Pierpaolo, come quasi tutti gli strumenti suonati: tastiere chitarre acustiche ed elettriche, basso, ma sopratutto la voce. Simone Spano suona batteria e percussioni.

Il CD parte solenne ed elettrico, proponendo proprio il tema del viaggio “Dal nuraghe alla Via Lattea”, un pezzo molto vario nelle sonorità, sostenuto da ottime tastiere e batteria spesso robusta e ritmica.
Il pezzo più forte dell'album, quello più sentito, denso e carico di storia e significati, è la seguente cavalcata di ben 13 minuti: “17 febbraio 1943”, dove Bibbò si mette nei panni di un ragazzo di Cagliari quel giorno alle ore 15, quando vi fu il primo terribile bombardamento “alleato”, cioè dei supposti amici liberatori, sulla sua città. Ne seguirono altri due i giorni seguenti “lasciandosi alle spalle una città fantasma”, come dicono le note interne della cover. È dramma in musica e parole, ma senza voler spingere in ormai inutili pensieri di pietà, senza lacrime. Il destino “ineludibile, incomprensibile ed inspiegabile” del ragazzo e le parole di rabbia sono ben scandite da una batteria quasi Hard rock. Poi viene il tempo dei ricordi e il pezzo si dilata in un'altra attesa musicale, finché tutto a un tratto le ombre nere arrivano sulla città a incendiare l'aria e riempirla di schegge. Il dopo è vissuto solo tra urla del silenzio. È chiaro tutto il sentire che ha l'autore di questo dramma, figurato nel ragazzo di quasi 11 anni la cui vita cambia per sempre, come continuano a cambiare le atmosfere proposte dal duo di musicisti. Abbiamo Prog, sinfonia, Rock duro, elettronica.
Dopo questa massiccia prova d'autore e di musicista, gli altri brani devono essere all'altezza, per non fare da semplice corollario. “Nient'altro” è una poesia d'amore pianoforte e voce, si apre alle melodie nel finale, poi ancora atmosfere elettroniche ed evocative in “Corso Vittorio Emanuele II (1962)” dove Pierpaolo ci racconta un pezzo della sua infanzia, quando d'estate loro bambini si divertivano a far esplodere cartucce, facendole schiacciare dai tram sui binari. È sempre Cagliari, ma in situazione e ambientazione ben diversa da 19 anni prima, in “quei '60” comunque “indelebili”, con un bell'assolo di elettrica a chiudere il ricordo.
Poi arriva “Il matto del villaggio”, che può essere visto come il singolo di questo “Via Lattea”, dove ci si trova da soli a viaggiare con l'immaginazione, e allora ecco che si diventa folli nella propria libertà e solitudine, a rincorrere miraggi. “Quando rinascerò” è la tavola colorata in musica di ognuno di noi, che vorrebbe avere la possibilità di rifare quello che abbiamo sbagliato nella nostra vita. C'è ancora intensità e varietà stilistica, seppur immersa tuta in tastiere, effetti e chitarre elettriche di contorno.
È ancora l'ultima poesia, malinconica, amara confessione in “Ho quasi smesso di sognare”, dove si fanno i conti con le proprie ambizioni e prospettive non realizzate.


La bella voce di Bibbò è sempre fondamentale nella struttura delle sue canzoni, dove il messaggio dei suoi testi si integra sempre nell'atmosfera delle musiche, il senso ne diventa parte integrante e colpisce per intensità e corpo. Pur con ampio uso di tastiere ed elettronica, l'album diventa vivo e vitale grazie all'interpretazione vocale, accompagnata e sottolineata comunque da tutti gli accenti musicali che vi si trovano. Canzoni mai banali, mai piatte, sempre diverse e variopinte, tanto che chi ascolta è indotto a farsi il proprio film mentale per rivedere le scene di vita qui raccontate.

Alla fine dei 45 minuti del CD, anche se fisicamente non siamo riusciti a viaggiare dal nuraghe al cielo stellato, perlomeno abbiamo immerso la testa nelle immagini suggerite da Pierpaolo e Simone. Se ci pensate, non è certo cosa da poco avere un pezzo d'arte che riesce ad aprirci la mente. 




sabato 3 marzo 2018

Mysteria Noctis, di Max Rock Polis


Mysteria Noctis, Quid est veritas? Il Progressive latino è coinvolgente
14 settembre 2017
di MAX Rock Polis

Il gruppo dei Mysteria Noctis è formato dai fratelli Alberto Negretti e Alessio Negretti a voce e chitarra, Giacomo Piccinini alla batteria, Mattia Di Lorenzo alle tastiere e Pietro Francili al basso. In collegamento con i primi tre abbiamo parlato del loro nuovo lavoro con indirizzo Prog e non solo, con cui hanno abbandonato la vena Metal che avevano coltivato finora.

Ciao ragazzi. “Quid est veritas” è una scelta particolare, ma voi non siete esattamente romani...
Ale: “Siamo un pochino più su, ecco, siamo abbastanza lontani ma facciamo uso del latino nel titolo piuttosto che nei testi,”

La scelta del latino è piuttosto inusuale. Come mai vi siete chiamati Mysteria Noctis?
Alb: “Ma guarda, per la scelta del latino io e mio fratello Alessio abbiamo fatto il classico, quindi siamo legati al latino e al greco, ci sembrava particolare usare qualcosa che abbiamo fatto negli studi, almeno sono serviti a qualcosa [ride, ndt]. Il nome inizialmente, visto il genere che facevamo prima, era una scelta di genere, era un po' sul Metal, poi si è rivelato in linea pure con quel che facciamo adesso, con il senso delle nuove canzoni e nuovo album.”

Ce lo spiegate in quest'album “Quid est veritas”? Riuscite a darci una risposta?
Ale: “Una risposta in teoria non possiamo darla in assoluto, la lasciamo a chi ascolterà i brani. Essi sono una ricerca più che una risposta, che inizia con “Quid est veritas” e continua con “Swinging mind”, cioè la follia di non riuscire ad arrivare alla risposta della domanda: “che cos'è la verità”.”

Verrebbe da chiedersi “dov'è la verità”, ma voi la mettete su un altro piano, volete capire, non cercare.
Ale: “Esatto, è una ricerca in prospettiva che parte da sé stessi e si sviluppa, ma parliamo della verità.”

Swinging mind” parla di follia.
Ale: “Sì, parla della follia, il titolo è un pò simpatico perché contiene swing, che noi usiamo un po' come stile, vuole rappresentare la mente malata, che ricerca e non riesce a raggiungere la verità e si tormenta e impazzisce.”

C'è una ricerca elaborata, come elaborate sono le vostre canzoni. “Quid est veritas” si potrebbe suddividere in più pezzi, non è il solito brano Progressive.
Gia: “Abbiamo cercato di mettere dentro varie cose, c'è un intro di 4 minuti, noi cerchiamo di fare dei pezzi lunghi e variegati, di fare cose che li rendano più digeribili e interessanti, compatibilmente con la durata. Se anche la mia band preferita facesse le stesse cose per 13 minuti, io mi annoierei.”



Qual'è la vostra band preferita?
Gia: “Adesso di Prog non ascolto gran che, sono virato su cose elettroniche, quindi sicuramente i Dulberg, che un pò come noi è partita facendo cose Metal e adesso fa cose più elettroniche, tipo i Depeche mode. Poi anche James Blake mi piace molto come tipo di canzoni che fa.”
Ale: “Io invece sono molto legato al Rock, la musica elettronica l'ascolto meno. La mia influenza sono i Dream Theater, mi piacciono tantissimo, però ultimamente mi sono avvicinato al Prog italiano, in particolare al Banco [del Mutuo Soccorso, ndr], sono la band che più sto ascoltando. Prog anche più pesante come gli Opeth.”
Alb: “Io invece sono molto più lineare, anche io non sul Prog, io amo alla follia i Dark Traqnuillity, il cantante è una bestia, è molto bravo. Se devo pensare a chi mi piacerebbe arrivare come livello, adoro Corey Taylor dgli Stone Sour, che sulla piazza del Rock ha una voce tra le più belle, graffiato, preciso.

Quid est veritas” è formato da due pezzi, ma molto variegati. Un po' meno Metal dell'album precedente.
Gia: “Sì, sono abbastanza diversi, “Higher dimension” conteneva canzoni che suonavamo da quando avevamo 16-17 anni, 6-7 anni fa. Ce le siamo portate dietro per un po' di anni, cambiando formazione in maniera drastica, poi abbiamo registrato parecchi anni dopo la composizione. Poi abbiamo migrato su altri lidi.”

Farete dei concerti per propagandare l'album, uscito il 7 settembre?

Ale: “Sicuramente ci saranno per questo certi nuovi pezzi che stiamo scrivendo. Questi di ora faranno ancora parte in un modo diverso e amplieranno il nuovo discorso discografico. Cercateci sul nostro Facebook e canale Youtube.”



venerdì 2 marzo 2018

Cecilia Amici-“Bluviola”, di Gianni Sapia



Cecilia Amici-Bluviola
Di Gianni Sapia

Non so come cominciare. Non perché non ne abbia idea, ne ho diverse, ma nessuna mi sembra abbastanza. Bjork, certo. Il richiamo all'artista islandese è evidente, le analogie palpabili, le modulazioni, le atmosfere, la complicità tra corde vocali e sentimento. Ma non è abbastanza. E poi la musica new wave, l'aria dark che si respira, le contaminazioni medio orientali. Vero. Ma non è abbastanza. E ancora la sensazione del viaggio tra stelle e pianeti all'interno di una bolla di sapone. Ma non è abbastanza. La cura certo, la cura negli arrangiamenti, nei dettagli, come una madre d'altri tempi che veste il figlio per il primo giorno di scuola. Ma non è abbastanza. E la bellezza dell'artista, mutevole e decisa, mai banale, che cambia col cambiare di note e suoni, bellezza esteriore generata da grovigli viscerali, bellezza impattante, carnale, senza additivi aggiunti. Ma non è abbastanza. L'onirico mondo che lentamente prende forma attorno a chi ascolta, pennellate calme e sfumate, che danno vita ad un intorno impressionista, altre volte ben definite, pur in un contesto surreale. Ma non è ancora abbastanza. Allora la voce. Voce da favola, fatata, forgiata da emozioni, modulata con classe, elemento primario come aria e acqua, che ti accarezza e ti graffia, ti seduce, ti ipnotizza, antigravitazionale, voce che ti fa innamorare. La voce certo, la voce con cui canta Cecilia è abbastanza. Cecilia è Cecilia Amici e della sua voce che rimbalza tra le nuvole potete goderne ascoltando “Bluviola, il suo ultimo album. Tutto comincia con Cornucopia ed è subito chiaro che si ha a che fare con qualcosa che tocca il cuore. L'amalgama tra strumenti e voce è così naturale da risultare straordinaria. Si continua con Starship e qui l'atmosfera si fa più dark, quasi inquietante e Cecilia t'incanta e t'incatena. La sua voce ferma il battito del cuore e poi ti defibrilla nell'altalena d'emozioni di un viaggio tra le stelle. Rainbows scivola leggera tra i colori che ispira, si sentono profumi di verde, di blu e di viola. Odori di rosso, di giallo e d'arancio. L'inizio solo voce di Nero all'Orizzonte ci spinge nella tempesta emozionale di un pezzo di una rotondità quasi imbarazzante. La maniera con cui Cecilia amalgama la sua voce a tutto il resto è da brividi. E per tutto il resto non intendo soltanto gli altri strumenti, ma proprio tutto il resto, dallo stomaco fino all'ultimo visibile orizzonte di chi ascolta. Ora devo ringraziare Cecilia per il regalo che fa ad un vecchio rockettaro come me. Il pezzo che segue è infatti un omaggio ai Doors e alla loro Hello, I Love You qui rivista in chiave dark e sicuramente molto dark è il video che potete vedere qui...


Grazie Ceci! Non poteva mancare un omaggio a Biork, di cui Cecilia potrebbe essere la sorella italiana, o almeno la cugina. Con Jòga ci regala un'altra piccola perla coadiuvata... ma meglio dirlo con le sue parole:« L'album contiene anche una particolare versione di "Jòga" di Bjork, da me arrangiata per coro e realizzata con i due cori che dirigo, il Vocal Ensemble di Campagnano di Roma e il laboratorio Vocale Moderno della Scuola Popolare di Musica Donna Olimpia, riuniti per questa occasione». Tra i Vari gruppi con cui Cecilia ha collaborato e collabora ci sono gli Hàndala, storico gruppo italo-palestinese, con il quale ha inciso 3 dischi, cantando in tre lingue (italiano, inglese, arabo) e con loro ha inciso Aem, qui riproposta in versione live accompagnata appunto dagli Hàndala. Un pezzo che profuma di spezie e di mistero. Ora la title track. Da quando ho imparato "title track", ogni volta non vedo l'ora di usar... scusate, sto divagando. Bluviola appunto. Un pezzo che potrebbe essere la summa dell'album. Ne racchiude infatti un po' tutti i principi. Dalle sonorità ricercate, alle atmosfere dark e new wave, con una strizzatina d'occhio al folk, fino alla luce vocale di Cecilia. Wing of a Butterfly possiede anch'essa la naturale propensione all'infinito tipica di tutto l'album. Spariscono i confini e la linea d'orizzonte non è più visibile, come guardare il mare, là dove si confonde col cielo. Fine. Siamo alla fine. Vento è l'ultimo pezzo di un album maledettamente intenso. Un congedo intenso e poetico, come tutto l'album. "Carne e sangue, sono viva, porto spine come rosa, sono pure cristallina come l'acqua" canta Cecilia e con queste parole fa un perfetto Bignami della sua musica, della sua voce. Bluviola di Cecilia Amici è un disco bello, passionale, poetico, le cui atmosfere vestono a pennello le sensazioni che viviamo nella nostra vita. E poi c'è la voce, la voce di Cecilia, che solo il pensiero di provare a definire mi fa sentire un povero idiota. è come quando si cerca di descrivere qualcosa ma non è mai abbastanza. Non ci sono abbastanza aggettivi, né abbastanza avverbi, né abbastanza sostantivi, particelle, locuzioni, preposizioni. Ci posso provare, ma non è abbastanza. La voce con cui canta Cecilia, lei, solo lei è abbastanza.


Track list:
01 – Cornucopia
02 – Starship
03 – Rainbows
04 – Nero all'orizzonte
05 – Hello, I love you
06 – Jòga
07 – Aem
08 – Bluviola
09 – Wings of a butterfly
10 – Vento

BLUVIOLA
CD & digital download
TIDE Records 2017

Prodotto da David Petrosino
Registrato, missato e masterizzato presso gli studi della Tide Records da
Raimondo Mosci e David Petrosino
Design copertina ed artwork di Terrence Briscoe




giovedì 1 marzo 2018

Il compleanno di Mike Giles


Compie gli anni oggi, 1 marzo, Mike Giles, batterista originale dei King Crimson.
Con il suo stile ha "influenzato" intere generazione di batteristi nei primi anni '70.
Con i King Crimson ha inciso il "capolavoro assoluto "In the Court of the Crimson King”, lasciando la band durante le registrazioni del secondo album. Insieme ad un altro ex incide un'altro capolavoro, “Mc Donald and Giles”.
Dopo anni di silenzio nel 2002, grazie al "genero" Jakko Jakszyk, torna "on stage" con il gruppo "21st Century Schizoid Band".
Happy Birthday Mike!
Wazza