Era il 6 febbraio 2011 quando
ci lasciava Gary Moore, formidabile
chitarrista e pilastro del rock blues.
Per non dimenticare…
Wazza
GARY MOORE muore improvvisamente il 6
febbraio del 2011, all'età di 58 anni, mentre si trova in vacanza a Estepona,
nella Costa del Sol.
Leggenda della chitarra rock blues,
Moore viene considerato un chitarrista molto espressivo, dotato di grandi
capacità compositive e tecniche.
Nella sua carriera ha suonato e
collaborato con band ed artisti del calibro di Thin Lizzy, Jack Bruce e Ginger
Baker (Cream), Greg Lake, Cozy Powell, George Harrison, Ozzy Osbourne, B.B.
King, Albert King e Albert Collins.
Artista molto stimato, molti sono i
chitarristi che hanno affermato di aver attinto e tratto ispirazione dalla sua
musica.
«Ogni volta che ero in camerino
per conto mio, mi piaceva suonare un po' di blues per me stesso. Una notte, Bob
Aisley, il bassista, entrò e mi disse: "Sai, Gary, dovremmo fare un album
blues. Potrebbe essere la cosa più grande che tu abbia mai fatto". Io
scoppiai a ridere e anche lui scoppiò a ridere. Ma l'ho fatto, e aveva ragione.»
(G. Moore)
Compie gli anni oggi, 5 febbraio,
Mauro Pagani… come diceva una vecchia
pubblicità: basta la parola!
Buon compleanno maestro!
Wazza
"Noi alla fine siamo
diventati fratelli, mi sembra quasi di avere sostituito Mauro che a un certo
punto morì. Avevamo un legame speciale. Il mio ruolo un po' s'incastrava con il
suo ma eravamo degli animali simili. La malattia e la mala sorte hanno
cancellato anche i pochi scazzi che si erano venuti a creare. Ci siamo lasciati
senza strascichi; nelle ultime telefonate, quando lui era già malato, abbiamo
chiarito anche i più piccoli dettagli, ci siamo chiesti scusa per quello che
avevamo in conto uno con l'altro".
"È stata una grande storia e ho
imparato tantissimo. [.....] E forse qualcosa gli ho insegnato anch'io, perché
nel canto di CREUZA ci ho messo dentro il mio modo di cantare rock e
soprattutto blues. E da lì in avanti, mi sembra, Fabrizio ha cambiato il suo
modo di cantare; si è sentito libero di farlo in una maniera nuova e diversa".
Il termine “Jam Session” era molto di
moda in UK e USA negli anni ’70.
L’interscambio di musicisti, sia nei
concerti che sui dischi, arricchiva la musica.
In Italia questa moda non ha mai attecchito,
ognuno coltivava il proprio orticello. Ma nel febbraio del 1971, in un locale
di Roma, forse il Piper, forse il Titan… si tenne la prima “Jam Session dè
Noatri”.
I componenti dei Folks, Panna Fredda,
Trip, Francesco di Giacomo delle Esperienze (non ancora BMS) si ritrovano sullo
stesso palco a suonare insieme.
Ciao 2001 del febbraio 1971 pubblica
articolo e foto di queste “inaspettate” performance.
Come prassi per gli anni’70, la
rivista musicale “Qui Giovani” pubblica (un mese dopo, nel febbraio 1974) la
recensione del concerto di Alan Sorrenti e
Le Orme al Teatro Brancaccio di Roma,eseguito
il 16 e 17 gennaio 1974 a conclusione di un tour in accoppiata.
Se non sbaglio da questi concerti
romani venne registrato il primo live delle Orme.
Visto che
"Sanremo" bombardati per una settimana dal Festival dei fiori... vale
la pena ricordare l'apparizione dei Delirium nel febbraio 1972, nella categoria "esordienti".
Si
classificarono al sesto posto con il brano "Jeshael" di
Fossati/Prudente.
Il disco
schizzò in testa alle classifiche dei 45 giri diventando un
"tormentone", e facendo conoscere al grande pubblico italiano medio
l'uso del flauto nella musica pop-rock (cosa che all'estero faceva Ian Anderson
da anni...).
Sul palco
si fecero accompagnare da un gruppo di amici, "finti hippy", tra cui
l'amico Roberto Bernoni, in arte "Zorro", scomparso lo scorso anno.
I
Delirium, avevano già pubblicato nel 1971 l'album "Dolce Acqua",
e con il successo di Sanremo vennero invitati in tutti i festival e raduni pop.
Dopo aver partecipato ad "Un disco per l'estate", con la canzone
"Haum", Ivano Fossati lasciò la band, e ne seguì una prestigiosa carriera da
solista.
È uscito ieri Epoca,
il nuovo brano inedito di Nicola Pisu,
pubblicato sul suo canale YouTube con quella schiettezza che appartiene ai
cantautori indipendenti, costretti a fare da ufficio stampa di sé stessi.
L’annuncio, arrivato con l’ironia di chi conosce bene le dinamiche del settore,
citava un commento diventato virale a Propaganda Live: presentare il
proprio lavoro è un po’ come essere il ministro della Protezione Civile Nello
Musumeci chiamato a giudicare l’operato dell’ex presidente della Regione
Sicilia… Nello Musumeci. Un paradosso perfetto per introdurre una canzone che
dei paradossi del presente si nutre.
Epoca è un progetto composito, articolato in quattro parti numerate dalla II
alla V. La prima esiste, ma per ragioni di deposito SIAE coincide con l’opera
intera e non può essere presentata come brano singolo. Sul canale è già
disponibile un primo video che raccoglie la Parte II e la Parte III,
montate insieme. La terza, brevissima e priva di parole, è una sorta di pausa
di espiazione, un respiro sottratto al logorreo decadente che domina il nostro
tempo. Le parti successive arriveranno a breve, completando un mosaico che
l’architetto e accademico Celestino Soddu definirebbe “rigenerativo”.
Il testo attraversa senza filtri le crepe dell’oggi:
l’ipocrisia della politica, i fascismi di ritorno, le guerre e le migrazioni, i
femminicidi, il razzismo, le disforie, il riscaldamento globale, l’inquinamento
suicida, l’omofobia, le leggi del mercato globalizzato, il progresso miope, le
mafie, gli zombie tecnologici, gli influencer e gli intellettuali, la frenesia
dei consumi, l’analfabetismo funzionale, le orde social, lo spreco,
l’abbondanza, la ricchezza e la miseria, le coscienze anestetizzate, le immondizie
musicali. È un affresco amaro e lucidissimo dell’epoca in cui viviamo, un
presente a pezzi in cui il potere - per quanto si finga distante - continua a
modellare le vite di tutti. Non stupisce che riecheggi la frase attribuita a
Mark Twain: “I politici sono come i pannolini, vanno cambiati spesso e
sempre per lo stesso motivo.”
La produzione è condivisa con Roberto Corda (RopeCave
Studio), collaboratore storico dell’autore, che ha curato editing, missaggio,
mastering e suonato la batteria. Il visual video porta la firma di Carlo
Murtas, che accompagna il brano con un immaginario essenziale e incisivo.
Le prime due parti di Epoca sono disponibili qui:
Un po’ di commento dopo il primo ascolto…
Epoca è un lavoro che si colloca in una zona rara della canzone
d’autore contemporanea, quella in cui la forma non è un semplice contenitore,
ma un’estensione del contenuto. La scelta di dividere il brano in più sezioni,
di sottrarre la parola nella terza parte, di frammentare la narrazione in
blocchi autonomi e complementari, non è un vezzo strutturale, ma un modo per
restituire la discontinuità del presente, la sua natura spezzata,
intermittente, contraddittoria. La canzone, quindi, incarna un‘epoca. Il testo
procede come un inventario emotivo e politico, un catalogo di ferite che non si
limita a denunciare, ma mostra la saturazione di un mondo in cui tutto accade
troppo in fretta e troppo in superficie. L’accumulo non è casuale, piuttosto un
montaggio, un gesto deliberato che mette in fila le derive del presente senza
gerarchie, come se ogni stortura fosse la conseguenza inevitabile della
precedente.
C’è una tensione costante tra ironia e disincanto, tra rabbia
e lucidità. L’ironia dell’annuncio non è un semplice preambolo, ma la chiave di
lettura di un autore che conosce bene il peso delle parole e sa che, per
parlare del mondo, bisogna anche saperlo osservare con un distacco critico che
non diventa mai cinismo. La parte muta, brevissima, è forse il gesto più
radicale dell’intero progetto, un silenzio che pesa più di qualsiasi slogan, un
momento di sospensione che costringe l’ascoltatore a fare i conti con ciò che
ha appena sentito e con ciò che ancora deve arrivare.
Dal punto di vista sonoro, la produzione di Corda accompagna
il testo senza sovrastarlo, costruendo un ambiente che non cerca l’effetto, ma
la coerenza. Il visual di Murtas aggiunge un ulteriore livello di lettura,
trasformando la canzone in un oggetto ibrido, dove musica, parola e immagine
dialogano senza mai annullarsi.
Epoca è una canzone che non si limita a
fotografare il presente, ma lo seziona, lo interroga, lo mette a nudo, e nel farlo
restituisce all’ascoltatore una responsabilità che spesso dimentichiamo di
avere, quella di non smettere di guardare.