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giovedì 1 gennaio 2026

Il 1° gennaio nasceva Joe Vescovi


Nasceva il 1° gennaio del 1949 Joe Vescovi, storico tastierista dei "The Trip", apprezzato session man, ha suonato tra gli altri con Acqua Fragile - Dik Dik, Umberto Tozzi...

Ci ha lasciato  il 28 novembre 2014.

Happy Birthday grande Joe!
Wazza

 I TRIP con Caterina Caselli

 Joe con gli Acqua Fragile

 Con  i Dik Dik a Punta Sabbioni -1980

Con Francesco Di Giacomo-2012








Nel ricordo di Giorgio Gaber

  
"La gente usa i rapporti d'amore e damicizia per colmare dei vuoti. Fino a quando ti danno conforto e sollievo va bene, ma se ti creano un minimo di disagio, la tua fragilità è tale che di colpo s'interrompono. Allora la solitudine è una grande conquista, non una dannazione."
(Giorgio Gaber)



Se ne andava il 1 gennaio 2003 Giorgio Gaber, cantautore, commediografo, attore e regista teatrale… un grande Italiano!

Dal rock'n'roll degli anni '50 fino alla canzone impegnata e d'autore, una crescita artistica di grande spessore.

Uno "scomodo", per quello che diceva: il suo capolavoro, Io se fossi Dio, vergognosamente censurato e riabilitato post-mortem!
…per non dimenticare il "Signor G"
Wazza



Nel ricordo di Ivan Graziani


Se ne andava a soli 51 anni, il 1 gennaio 1997, Ivan Graziani, cantante, autore, pittore, grande chitarrista.
Ha "sdoganato" la leggenda del cantautore accompagnato dalla sola chitarra acustica. Lui è stato il primo "cantutorock".
Prima di raggiungere il meritato e sudato successo, Ivan era uno dei chitarristi più richiesti in sala di incisione. Lucio Battisti, Francesco de Gregori, Antonello Venditti, Herbert Pagani, la PFM (dove ha "rischiato" di diventare il cantante...) hanno usufruito delle sue chitarre.
Poco ricordato dal "gotha" della stampa musicale specializzata, ha lasciato in eredità canzoni memorabili.
Muore nella sua casa, dove aveva chiesto di passare le vacanze di Natale; viene seppellito con la sua Gibson nera e il suo gilet di pelle...
Per non dimenticare un grande artista.
Wazza


Vari ricordi presi in rete, degni di lettura...

Ivan Graziani
Il rock’n’roll nasce in Abruzzo
di Renzo Stefanel
 

Baciato in fronte dal rock’n’roll, voleva cambiare il significato della parola “rock italiano” in modo che non fosse più un sinonimo di “musica melodica”. Un artista che non ha mai smesso di essere attuale. Renzo Stefanel ci racconta la storia di “Pigro”, l’album di Ivan Graziani uscito nel 1978.

Scegliere un album dalla discografia di Ivan Graziani non è cosa facile. Dal 1976 al 1980, tutti con grandi canzoni dentro, ma anche con cadute di tono spaventose. Finché lo sguardo, o meglio l’orecchio, si posa su questo “Pigro” del 1978, album perfetto del rocker e cantautore abruzzese. Ma Ivan Graziani, perché? Chi era?
Ivan Graziani, occhiali rossi dalla montatura enorme – “come Elton John”, si diceva negli anni '70 – eterna chitarra a tracolla, emette i suoi primi vagiti il 6 ottobre 1945 a Teramo, provincia abruzzese. Il rock’n’roll lo bacia in fronte ben presto, e lo trattiene ore a provare i trucchi di “Apache” degli Shadows sulla sua chitarra. A 15 anni è già in tour in Tunisia con la band abruzzese Nino Dale and his Modernists. Poi scappa da Teramo, per Urbino, dove si diploma in arti grafiche. Mica fa il pittore: disegna fumetti porno per i giornaletti svedesi (“riuscii a guadagnare fino a 120.000 lire a striscione”). Poi fonda l’Anonima Sound, va a Milano, lascia il gruppo ed entra nel giro della Numero uno. Suona per Battisti (ufficialmente in “Ancora tu”, ma in realtà anche prima, non accreditato), ruota intorno alla PFM in cui sta per entrare e con cui scrive il bel brano “From Under”, opening track di “Chocolate Kings”, collabora con Venditti allo sfortunato “Ullalla”. Intanto, finalmente, dopo un paio di album che nessuno ha notato, almeno la critica si accorge di lui con “Ballata per quattro stagioni” (1975). Ma è nel 1977 che arriva il botto con “Lugano addio”, dolce ballata ultramelò tratta dall’album “I lupi”, storia storta di un amore andato a male per le troppe diversità di lui e di lei, un incontro di una stagione, terminato da dna diversi, forse, e ora rimpianto.
Non è uno melenso, Ivan, nonostante i suoi maggiori successi siano tutte ballatone: “Agnese” (1979, tratta da un canto popolare svizzero per il tramite del compositore settecentesco Muzio Clementi), parla di un’altra vita terminata con la fine di un amore e vissuta solo nel ricordo e nel rimpianto (terribile il finale: “Io vado in bicicletta / per sentirmi vivo / alle cinque di mattina / con nebbia nei polmoni / però non c’è più Agnese / seduta sul manubrio / a cantar canzoni…”), in cui la ciclicità della melodia sottolinea il senso di un’esistenza ripiegata su se stessa; “Firenze canzone triste” (1980), storia di un menage a trois da cui lei se ne va, lasciando i due amanti a piangersi insieme addosso, forse sbronzi in un’osteria.

(Ivan Graziani negli studi di Radio Studio 105)

“Se [..] riuscissi a far capire il rapporto diretto cantautore-musicista, la necessità di non separare queste due situazioni musicali, avrei ottenuto abbastanza”: ecco lo specifico di Ivan Graziani. Che con “Pigro”, complici Hugh Bullen al basso, Walter Calloni alla batteria, Claudio Maioli alle tastiere, Claudio Pascoli ai fiati (la band del Battisti 1975) sfodera un disco che ha l’ambizione di rendere l’espressione “rock italiano” ben altro che un eufemismo per “rock melodico”. Il nostro, forte di studi profondi sul folklore mediterraneo e statunitense, ha la sfrontatezza di dichiarare che nel rock’n’roll ci sono scampoli di tradizione abruzzese: “Nella seconda metà dell’800 in America c’erano più abruzzesi che indiani… e questi disgraziati oltre a lavorare come bestie avranno cantato e ballato le loro cose, se non altro come ricordo del loro paese, e tra queste la più sentita e importante è il saltarello che è un tempo molto simile alla tarantella, simile al ballo tondo che c’è in Sardegna. […] Anche se il rock fosse nato indipendentemente dalle nostre tradizioni, esso funziona magnificamente qui da noi e si adatta al bisogno di divertimento che anche nelle nostre musiche si poteva riscontrare. Il divertimento, che non è una stronzata ma è una cosa seria, è il 90% del rock, l’altro 10% serve per chi, come me, vuole usare questo genere musicale per cercare di dire qualcosa”, dichiara a Luigi Granetto.

“Pigro” presenta otto storie di vite spezzate dalla pigrizia mentale, dall’indolenza, dall’incapacità di avere fiducia nei propri mezzi e di andare oltre la “mezza porzione abbondantina” di mastroiannesca memoria, battuta simbolo dell’italianeria imbelle e sborona. “Monna Lisa”, su un riff di derivazione rockabilly che non sarebbe dispiaciuto al Johnny Marr di “Rusholme Ruffians” o “Vicar In A Tutu”, racconta l’avventura del ladro della Gioconda, che, in base a confuse rivendicazioni estetico-sociali, tenta il furto del secolo: e all’arrivo della polizia, dato che non afferra il francese, se ne sta “ancora un poco qui a pensare“. In anni in cui si parlava – e si sarebbe parlato ancora a lungo – dell’inconciliabilità tra metrica rock e lingua italiana, il brano è una dimostrazione di forza e capacità di scrittura: “il rock, proprio perché è spigoloso, angoloso nella costruzione metrica, ti lascia la libertà di scrivere versi che non sono versi, ti dà la possibilità di dare una mazzata in testa alla retorica. Sfido chiunque a musicare parole come quelle di “Monna Lisa” con un genere musicale diverso dal rock; per inseguire quelle parole, specialmente negli stacchi, sono andato letteralmente in manicomio. […] Se tu entri dentro a questo gioco demoniaco che ha il rock, tu puoi parlare di una sedia ed essere interessante”. “Sabbia del deserto” illustra la vita sbagliata di un’aspirante artista fallito, che si trascina tra camere a ore e feste dai parenti, in una provincia “come un’isola di matti / perduta nella pioggia si allontana alle mie spalle“, in cui “l’inquietudine mi cresce dentro come un cancro“. E non a caso l’arrangiamento procede tra un beffardo sax da balera e sapori country & western che rimandano al Midwest americano. “Paolina”, fatta di un arpeggio indolente già quasi proto-grunge, racconta la storia di una demi-vierge trentenne (“Gloria gloria alle tue gambe / alla tua schiena e alle tue guance / Voglia voglia voglia anche tu ne hai voglia / Paolina stiamo insieme hai trent’anni ormai”), mentre “Fango”, che sfodera uno slow rock memore anche del connubio Osanna-Bacalov di “Milano calibro 9″, è un vero e proprio noir (come la splendida “Motocross” in “I lupi”): un giovane giostraio si ritrova killer suo malgrado.

“Pigro”, che apre la facciata B, veloce rock acustico, racconta un antico vizio italico: gli intellettuali che predicano bene e razzolano male, mentre “Al festival slow folk di B-Milano” è un'allucinata (forse sulla scia di “Last Trip To Tulsa” di Neil Young) e feroce satira dei festival rock dei compagni, dove si esibiscono improbabili e strampalati artisti intellettualoidi, che però stanno dalla parte “giusta”. “Gabriele D’Annunzio” è uno dei vertici del disco, scritta per esorcizzare un suo fantasma personale (lo scrittore): su un tappeto di chitarra che viene giù dritto dai Jethro Tull più acustici e pop, Graziani sciorina la storia di un conosciuto davvero “Gabriele D’Annunzio che faceva il contadino: era orribile, privo di qualsiasi personalità, ubriacone, reietto; era uno straccio d’uomo che l’unico rapporto che poteva avere era con le bestie… e il suo più grande colpo erotico è stato a Milano, a Parco Ravizza, dove andò con il cappotto nudo sotto, a far paura alle bambine”. Infine “Scappo di casa” è la storia di un uomo rimasto bambino per le preoccupazioni sessuofobiche della madre. Gran disco, uno dei capolavori degli anni '70 italiani. Un artista che non ha smesso di essere attuale, la sua influenza si sente in molti cantautori di oggi, uno su tutti: Brunori Sas.


Ivan Graziani 
La vita algherese del grande Ivan Graziani.Una raccolta di aneddoti sull'immenso chitarrista scomparso nel 1997.

Alghero.Calzoncini corti, zoccoli e lunghe serate passate sul lungomare Dante con gli amici. È soltanto una delle tante curiosità sul rapporto tra il cantautore Ivan Graziani e Alghero. Curiosità raccontate nel libro «Viaggi e intemperie«, scritto da Lorenzo Arabia e presentato nei giorni scorsi al Poco Loco dallo stesso autore, ospite della libreria «Il labirinto». Il volume, 340 pagine a colori, è una raccolta di aneddoti e storie sul celebre chitarrista scomparso nel 1997, alcune delle quali legate alla Sardegna, che «amava più dell'Abruzzo», come conferma sua madre, che ancora vive in città. Ivan Olìa (così lo chiamavano i suoi amici isolani per via della carnagione olivastra) trascorre l'infanzia nella casa materna di via Gioberti, in pieno centro storico, dove tornava due mesi all’anno per le vacanze estive. «Il suo legame con Alghero – commenta Anna Bischi Graziani, moglie del cantante -, era talmente forte che quando girava per l'Italia o all'estero e non voleva farsi capire si metteva a parlare in algherese. Siamo venuti qui anche per il viaggio di nozze. Avevamo una tenda, eppure la prima notte l'abbiamo passata sotto le stelle». Amore per la Sardegna, ma soprattutto per i sardi. «Durante i concerti – racconta mamma Pina-, gli bastava
guardarli in faccia per riconoscerli». Una leggenda vuole che Ivan Graziani sia nato sulla nave che portava da Civitavecchia a Olbia, ma è vero? «No è nato a Teramo - continua la donna-, durante un viaggio in nave ero stata piuttosto male ma per fortuna ho partorito sulla terraferma».
Dal libro di Lorenzo Arabia.


Il cantautore stroncato dal cancro a 51 anni nella sua casa vicino a Pesaro. Lascia la moglie e due figli Addio Ivan Graziani, sognatore del rock Aveva raggiunto il successo con "Pigro" e "Agnese". Gli occhiali che passione "Diceva sempre: "Voglio affogare nel mare". Sguazzare nelle pozze d'acqua non gli interessava. Aspettava il grande contratto, ma senza fretta. Non si sarebbe svenduto mai, era sereno. Forse un po' fatalista. E preferiva attendere il ritorno della grande occasione suonando nelle piazze, per la gente". Così il musicista Alberto Radius ricorda l'amico Ivan Graziani, morto ieri nella sua casa vicino a Pesaro, stroncato dal tumore all'età di 51 anni. Il rocker nostrano dagli occhialoni rossi (ne possedeva di ogni genere e colore) che si era inventato un gilet in pelle con i ganci per imbracciare la chitarra (una delle sue 200) da qualche anno non era più, come si dice, sulla cresta dell'onda. Approdato alla musica alla fine degli anni 60 con il gruppo Anonima Sound, salì dall'Abruzzo a Milano e brevettò il genere "chitarra bar" nei locali di Brera. Poi cominciò a gravitare intorno a Galleria del Corso, dove si trovava la Numero Uno, casa discografica per cui incidevano Lucio Battisti (con lui suonò "Ancora tu"), Bruno Lauzi, P.F.M., Antonello Venditti. Nel '76 uscì il primo disco da solista, "Ballata per quattro stagioni", poi vennero "I lupi" e "Pigro", gli album del successo, che scoppiò nel 1979 con "Agnese". Rock - blues, melodia, attenzione ai testi, una grande tecnica, quel look eccentrico anche lontano dalla scena: Graziani era un personaggio particolare nel panorama musicale italiano. E tutti cantavano "Firenze" (la "canzone triste, triste, triste..."), "Lugano addio", "Monna Lisa". Ma il successo non lo aveva mai cambiato. Ricorda Red Ronnie: "Era una persona molto discreta, di quelli che non sgomitano mai per apparire. Nell'ambiente dello spettacolo, tutto sorrisi e pacche sulle spalle, aveva una grande dignità. Anche il suo stile stravagante era soltanto un modo per vincere la timidezza". Negli anni 80 ebbe inizio la crisi professionale. Molti dischi incisi, ma poco successo (anche se nel '94 a Sanremo riuscì a piazzarsi al settimo posto con il brano "Maledette malelingue"). "Non si sentiva finito - racconta ancora Radius -. Era tranquillo, con mille idee in testa. L'ho visto l'ultima volta alla fiera di Pesaro nel maggio scorso. Aveva allestito uno stand con un vecchio banco di registrazione. Voleva aprire uno studio di vintage (d'annata), fatto tutto con strumenti, amplificatori e pezzi originali anni 70. Era lì con la moglie, faceva pubbliche relazioni per il suo sogno". E sogni, progetti, voglia di fare, a Ivan non mancavano. Quando nel '90 il presidente del sindacato italiano locali da ballo gli chiese una canzone che esortasse i ragazzi a non lasciarsi rovinare dall'alcol e dalle droghe, compose "Tutto il coraggio che hai". Tre anni dopo fondò una scuola di musica a Teramo, per la formazione di nuovi cantautori. Alle elezioni comunali del 1995 si candidò per la lista Pannella - Riformatori a Rimini. "Disse subito di sì - ricorda Werther Casali, che lo chiamò in quell'occasione -. Era determinato a portare avanti un programma di lavoro per i giovani". Della sua malattia non parlava mai. "Sapeva di stare male - ricorda Radius - ma faceva finta di niente. Aveva uno spirito forte, voleva cantare, suonare. Ma quest'estate le serate gli costavano fatica. Ne usciva stravolto. E' che non poteva rinunciare, la musica era la sua vita. "E deve essere consumata fra la gente vera, senza trucchi, mistificazioni", diceva. Odiava i videoclip. Nella sua bella casa fra gli alberi, aveva uno studio di registrazione in cui passava le ore. Pochi amici, una vita riservata, i suoi due figli che adorava". In novembre, l'ultimo concerto a Torino. Forse gli era anche venuta la voglia di partire per Milano. "Sto bene nella mia isola in campagna - aveva detto recentemente - ma mi sta facendo un pò assopire. Chissà, tornare in città... là sì che si fa il pieno di energia".



mercoledì 31 dicembre 2025

Creedence Clearwater Revival- “Willy And The Poor Boys”, nel dicembre del 1969 in Italia


Usciva a novembre del 1969, ma noi "provinciali" Italiani, l'abbiamo avuto nel dicembre del 1969... “Willy And The Poor Boys”, album dei fantastici Creedence Clearwater Revival, un disco che lasciò il segno; tra gli altri brani contiene "Fortunate Son", canzone contro la guerra in Vietnam, diventato vero e proprio inno di una generazione.

Wazza


Alla fine degli anni ‘60 San Francisco è il cuore pulsante della scena musicale statunitense: qui, tra visioni psichedeliche e deliri in acido, prende forma la  nouvelle vague del rock a stelle e strisce, capitanata da gruppi come Grateful Dead e Jefferson Airplane che ben incarnano i fermenti culturali e artistici della città. Frisco, però, è anche il luogo che dà i natali artistici ai Creedence  Clearwater Revival, band formatasi a El Cerrito (piccolo borgo ai confini orientali della città) e capitanata dal chitarrista e cantante John Fogerty, il quale, a dispetto delle sperimentazioni lisergiche tanto in voga nella bay area, ha in mente un solo concetto: il Revival. Fogerty ama senza mezzi termini gli anni ‘50, il rock ’n’ roll primitivo di Chuck Berry, Little Richard Eddie Cochran, il blues e il folk nelle loro accezioni più pure; e guarda come riferimento stilistico Dale Hawkins, trentenne musicista della Lousiana che rilegge il rock e il blues delle radici con accento sudista, creando un sottogenere che prenderà il nome di Swamp Rock.


In piena rivoluzione power flower, Fogerty attua una sorta di controriforma tradizionalista, rimette al centro del suo progetto il roots rock e la musica nera, scrive canzoni essenziali, utilizza le cover (guarda caso una delle più celebri è proprio Suzie Q di Dale Hawkins) per riaffermare il vincolo col passato. Unoperazione, questa che in mano ad altri poteva risultare una stucchevole operazione di maquillage di sonorità già note, e che, invece, nelle mani di Fogerty e della sua Band si trasforma, con pochi ma straordinari dischi, in uno stile ben definito che sarà la salvezza del rock’n’roll. Così, se si può affermare che senza Elvis Presley i Creedence Clearwater Revival non sarebbero mai esistiti, è altrettanto vero che John Fogerty ha il merito indiscusso di aver traghettato Presley oltre il guado degli anni 60, consegnandolo nelle mani di Bruce Springsteen e Bob Seger, solo per citare due dei nomi che pagano debito verso i CCR.

Zeppe di riferimenti ai cinquanta e intrise di una negritudine vibrante, le canzoni di Fogerty mettono al riparo il rock dai mutamenti genetici del nuovo mondo psichedelico, riportandolo a una forma essenziale, selvaggia, stradaiola eppure altrettanto policromatica. John Fogerty è il padrone assoluto della controrivoluzione: la sua penna che omaggia con devozione i classici, ha il potere di trasformare in note melodie pensate per saccheggiare programmazioni radiofoniche e scalare le classifiche; la sua vocepotente e cartavetrata, rievoca il sudore delle piantagioni, possiede la veemenza di un grido definitivo di libertà. Fogerty canta come vorrebbe cantare un nero se solo ne fosse capace: strattona l’ascoltatore, gli graffia le orecchie, gonfiandogli il cuore di ingenuo entusiasmo, per poi spingerlo a liberarsi dai vincoli delle convenzioni, a ritrovare la purezza nella catarsi del ballo. E il 1969, l’anno cruciale per la Band che, dopo un esordio convincente ma ancora acerbo, inanella tre dischi leggendari: Bayou Country, Green River e Willy And The Poor Boys. Un vero e proprio tsunami creativo: è come se Fogerty sapesse che l’urgenza è tutto e che il suo rock, così puro, ingenuo ed essenziale, rischi di essere sommerso dall’imperante cambiamento circostante. I Creedence, allora, in dodici mesi, sparano a raffica i loro colpi migliori, raggiungendo la perfezione stilistica (che non è solo forma ma è soprattutto energia  allo stato puro) con il celebratissimo Willy And The Poor Boys. Uscito il 2 novembre del 1969, il disco scala le classifiche e vende un milione di copie, certificando in modo definitivo la grandezza della Band, una delle poche al mondo capace di pubblicare tre album di fila in un anno e tutti a cinque stelle (pardon, casse). Manifesto dello Swamp Rock, Willy And The Poor Boysproietta il passato nel futuro, è un disco classico e al contempo avveniristico, suona naif ed esuberante ma è tinteggiato anche di sfumature dark che risentono dei tempi funestati dal doloroso conflitto del Vietnam. La copertina e l’iniziale country rock della solare Down On The Corner esplicitano il contenuto di quello che potremmo definire una sorta di concept album: riportare la musica in strada (Down on the corner, out in the street) in  mezzo alla gente, riscoprirne così la vera essenza che è aggregazione, condivisione, divertimento e stare insieme. Niente intellettualismi dunque, la musica è solo genuinità, purezza, è il linguaggio semplice delle radici (Willy and the  Poorboys are playin Bring a nickel; tap your feet. Rooster hits the washboard a nd people just got to smile). Non è un caso che in scaletta ci siano anche due sublimi cover (Cotton Fields di Leadbelly e il traditional, anche questo passato dalle mani di Leadbelly, Midnight Special, un divertito r’n’b dal mood festaiolo) e uno strumentale, forse superfluo se decontestualizzato (Poorboy Shuffle) necessarie però tutte e tre a rimarcare il concetto di una musica che per essere vitale  deve tornare alle radici, alla terra del blues o alla strada dei buskers, patrimonio della gente semplice che si innamora della melodia ma fatica a comprendere i voli pindarici del movimento psichedelico.


Se Dont Look Now vibra damore per Elvis Presley, reinventato in chiave country folk, la gemma hard rock di Fortunate Son indica che il revivalismo di Fogerty sa sposarsi anche con la stretta attualità. Brano fortemente antimilitarista che sbertuccia il malvezzo dei figli di ricchi, notabili e di militari di imboscarsi per evitare la leva obbligatoria, Fortunate Son è una scelta di barricata audace e ironica che si innesta nella querelle politica dellepoca, come una decisa presa di posizione a favore della working class (It aint me, it aint me, I aint no senators son, son. It aint me, it aint me; I aint no fortunate one, no). Chiude una scaletta di straordinaria intensità Effigy, ballata elettro acustica dall’incedere crepuscolare che, pur non rientrando fra i brani più popolari della band, è senz’altro uno degli episodi più riusciti della carriera di Fogerty. La chitarra del leader guida il gruppo in sei minuti in cui si coagulano melodramma, amarezza e innovazione. E uno scarto riuscitissimo rispetto alla formula collaudata del revivalismo, un lungo lamento epico e tristissimo che segnerà in futuro il songwriting di Neil Young o quello di un antieroe misconosciuto ma geniale chiamato Jason Molina. Da questo disco in avanti, la carriera dei Creedence inizia però la sua parabola discendente. Se il successivo Cosmos Factory (1970) mantiene alto il livello di ispirazione di Fogerty (qui, le grandi hits si sprecano) ma comincia a mostrare la corda di un suono che non conosce più sorprese. Con Pendulum (1971) e soprattutto con Mardi Gras (1972) la Band, orfana di Tom Fogerty, attirato dalle sirene di una carriera solista che non decollò mai, arriva al capolinea e si scioglie. La storia dei Creedence Clearwater Revival è durata solo quattro anni eppure, nonostante il breve periodo di attività, i quattro ragazzi di El Cerrito sono entrati nella leggenda; è bastato un anno, il 1969, e tre dischi favolosi, l’ultimo dei quali,Willy And The Poor Boys, ha rappresentato l’anello di congiunzione tra passato e futuro, e ha riscritto le regole del rock’n’roll come oggi ancora le conosciamo.

In loving memory of Roberto Ciotti


Immagini fornite da Wazza

Il 31 dicembre del 2013 ci lasciava Roberto Ciotti, chitarrista italiano, nato a Roma il 20 febbraio 1953. È considerato uno dei più grandi chitarristi blues italiani di tutti i tempi, ed è stato anche un apprezzato compositore di colonne sonore.

La sua carriera musicale iniziò negli anni '70, quando entrò a far parte del gruppo di rock progressivo Blue Morning. Dopo lo scioglimento del gruppo, Ciotti iniziò a dedicarsi al blues, e nel 1977 pubblicò il suo primo album da solista, "Super Gasoline Blues".

L'album fu un successo di critica e pubblico, e consacrò Ciotti come uno dei più importanti esponenti del blues italiano. Negli anni successivi, pubblicò altri 15 album da solista, oltre a collaborare con numerosi altri artisti italiani e internazionali, tra cui Chet Baker, Bob Marley, Pino Daniele, e Claudio Baglioni.

Nel 1989, compose la colonna sonora del film "Marrakech Express", di Gabriele Salvatores. La colonna sonora fu un successo internazionale, e contribuì a far conoscere il blues italiano a un pubblico più vasto.

Ciotti continuò a suonare e comporre fino alla sua morte, avvenuta a causa di un male incurabile.