Il Blog di MAT2020 (estensione del web magazine)
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
mercoledì 30 settembre 2026
Rovescio della medaglia: 30 settembre 1973
martedì 29 settembre 2026
I Grand Funk Railroad il 29 settembre del 1973
Il 29 settembre del 1973, i Grand Funk Railroad raggiungono il primo posto nella classifica dei singoli statunitensi con "We're An American Band".
Di tutto un Pop…
Wazza
Il settimo album della band, “WE'RE AN AMERICAN BAND” (1973)
Registrato in soli tre giorni ai
Criteria Studios di Miami, prodotto dal talentuoso Todd Rundgren, è un altro
esempio della vertiginosa velocità con cui si è sviluppato il rock.
L'album è stato n° 2 negli Stati Uniti e ha ottenuto un disco d'oro un mese dopo la sua uscita, merito alimentato dal successo del singolo “We're An American Band”.
We're an American band…
We're an American band…
We're coming to your town, we'll help you party it down.
We're an American band…
Parole semplici e dirette, copertina
scarsa ed essenziale. È così che si presenta uno dei migliori dischi mai
realizzati a marchio USA da uno degli ultimi gruppi che riempì gli stadi
americani negli anni ‘80.
I Grand Funk nacquero come gruppo hard-blues col nome di “Grand Funk Railroad”, grazie al lead-singer e chitarrista Mark Farner, il bassista Mel Schacher e il batterista Don Brewer, tre ottimi musicisti che vengono troppo spesso dimenticati. Più tardi vi si affiancò anche il tastierista/cantante Craig Frost, il quale portò nel gruppo una vena di hard rock.
La band è famosa più che altro per le
spettacolari performance live, al punto tale che la critica assegna loro il
titolo di “loudest band in the world”, ovvero la band più rumorosa del mondo.
“We’re An American Band” è un disco dal facile ascolto, diretto ed immediato, che parla di feste, donne, alcool e della vita “on the road”, aprendo proprio con la title-track, una fantastica autocelebrazione di una band spaccaculo, il cui ritmo ha il potere di coinvolgerci fin dalle prime note. Il pezzo, scritto e cantato dal batterista, diventa subito uno dei capisaldi della band, immancabile nella scaletta dei concerti successivi. Il ritmo trascinante non è da meno in “Stop Lookin’Back”, i cui fraseggi di chitarra e basso si intrecciano in un alternarsi di linee melodiche, colorate dagli accenti di organo e dei piatti, con tanto di piccolo solo finale di batteria, una perla incastonata fra l’oro della canzone.
Dopo il discutibile episodio di “Creepin”, si arriva alla strepitosa “Black Licorice”, uno dei pezzi più travolgenti del disco, che si fa ascoltare ai massimi livelli, in cui Frost dona dei vocalizzi degni di Ian Gillan dei tempi d’oro, e un assolo di tastiera che non ha niente da invidiare a John Lord in suono e abilità; alla fine del pezzo, paragonabile ad un’esplosione collettiva, la band ci lascia di nuovo respirare, con un pezzo lento ma intenso, “The Railroad”, dove si riconosce finalmente la voce del grande Mark Farner, col suo accento americano e la sua calda timbrica, suggellata dalla parte corale. Per ogni amante del basso elettrico, suonato in modo ritmico e sincopato, “Ain’ t Got Nobody” è una vera chicca, una di quelle canzoni che ascolterei all’infinito, senza stufarmi mai… “Walk Like A Man” è un bel pezzo, superata solo da “Loneliest Rider”, il brano più emozionante del disco. Mark Farner, la cui nonna era indiana, scrisse questa canzone come dedica all’etnia che da sempre fu vittima di persecuzioni da parte dei coloni bianchi.
Tra le bonus track, le canzoni
“Hooray” e “The End” (in cui è percepibile un’influenza Deep-Purpleliana) sono
di ottimo livello, avrebbero dovuto essere parte del disco originale. La All
American Band per eccellenza sfornò questo disco nel 1973, e rimane tutt’oggi
uno dei più belli dell’intera discografia, purtroppo poco conosciuto.
Compie gli anni Jean-Luc Ponty
Compie gli anni oggi, 29 settembre,
Jean-Luc Ponty, violinista francese che
spazia tra jazz-fusion-rock prog.
Fu uno dei primi ad usare il violino elettrico.
Collabora per molti anni con Frank
Zappa, e nel 2014 forma una band con Jon Anderson, ex cantante degli Yes
Happy Birthday Jean-Luc!
Wazza
Jean-Luc Ponty (Avranches, 29
settembre 1942) è un violinista francese, interprete di musica jazz fusion.
Dopo gli studi classici al
conservatorio di Parigi, si dedicò al jazz guidato dalla passione per Miles
Davis e John Coltrane. Ha lavorato con Stéphane Grappelli, la Mahavishnu
Orchestra, Elton John, Franco Cerri, Alan Sorrenti partecipando all'album Aria,
Daryl Stuermer e, soprattutto, con Frank Zappa.
Nel 1977 ha precorso l'uso del
violino elettrico a cinque corde, con una corda più bassa accordata sul do. Ha
anche utilizzato violini a sei corde (Violectra) con corde di basso in do e fa.
Ponty è stato anche tra i primi a combinare il violino con MIDI, e distorsori.
Nel 2005 Ponty ha formato il "supergruppo" TRIO! con il leggendario bassista Stanley Clarke ed il virtuoso del Banjo Béla Fleck.
lunedì 28 settembre 2026
RocKalendario del secolo scorso – Settembre Di Riccardo Storti
RocKalendario
del secolo scorso – Settembre
Di
Riccardo Storti
1956 – Era settembre e la prestigiosa Blue Note lo presentò semplicemente così: Introducing Kenny Burrell. Ammiratore di Django Rheinhardt e Charlie Christian, arriva da Detroit e a 25 anni entra nel giro giusto con la sua chitarra elettrica. Ebbene, oggi quel disco, uscito ben 70 anni fa, colpisce per l’esaltante modernità rispetto ai tempi. Sembra già un buon frutto di fusion degli anni Settanta o Ottanta, perché, se è vero che Burrell qui sa mescolare bene le ascendenze bebop, cool e modali, è altrettanto vero che si muove verso latitudini afro-latine di alta qualità. Si colga il bellissimo gioco di percussioni tra Africa e Caraibi in Takeela e in Delilah, nonché, in particolare, nella spettacolare Rhythmorama, eseguita solo Cándido Camero (già percussionista di Dizzy Gillespie) e a Kenny Clarke (batterista del Modern Jazz Quartet e di Miles Davis in The Birth of the Cool).
Negli standard Burrell va che è un piacere: riscrive lo swing a modo suo in This Time the Dream's on Me (un cavallo di battaglia di Glenn Miller) e dipinge acquarelli in Weaver of Dreams (una song che raggiunse discreta popolarità con Nat King Cole). Per la forza del collettivo, valga su tutte Fugue’n Blues: lì viene valorizzato al massimo l’interplay con il pianista Tommy Flanagan e il contrabbassista Paul Chambers (all’epoca nel quintetto di Miles Davis).
1966 – 24 settembre: un marziano è sceso a Londra. In realtà tutto nacque qualche mese prima, a maggio, quando a New York, in uno dei locali di Broadway (il Cheetah), Linda Keith, all’epoca fidanzata di Keith Richards, fu ammaliata dall’insolita performance di un giovane chitarrista di colore il cui nome era Jimmy James, leader dei Blue Flames. Fuor di pseudonimo, si trattava di James Marshall Hendrix, meglio noto come Jimi Hendrix.
Fatto sta che la Keith non sta più
nella pelle e comincia a rompere le scatole al management degli Stones (Oldham
e Stein) affinché vadano a dare un occhio a questo ragazzo prodigioso. Pare che
i due avessero snobbato il consiglio: chi, invece, seguì la dritta fu l’ex
bassista degli Animals che colse la palla al balzo e verificò di persona le
qualità di Jimi. Lo colpì in particolare l’esecuzione di Hey Joe, una
canzone di Billy Roberts. “Bene, adesso ti porto a Londra e poi si vedrà”: ci
sembra di sentirlo Chandler. Così, in men che non si dica, quel 24 settembre
Jimi firma subito un contratto e alla sera si esibisce in un night club, The
Scotch of St. James. Per i primi d’ottobre il manager gli aveva già trovato
degni compari; nacquero così gli Experience. Per il resto, la storia è nota.
Per saperne di più, ecco il link a un documentario su quel 1966 hendrixiano.
1976 – A metà settembre ritornano i Latte & Miele con un nuovo 33 giri. Il titolo è Aquile e scoiattoli e viene pubblicato dalla label indipendente genovese Grog, dietro la supervisione artistica di Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Dopo l’esordio con la Passio Secundum Mattheum (1972) e il bis di Papillon (1973), la formazione arriva al suo terzo capitolo completamente rinnovata, con il solo Alfio Vitanza (batteria) ancora legato alla line-up originaria.
Nel frattempo sono subentrati Massimo Gori (voce,
chitarra e basso), Luciano Poltini (tastiere) e Mimmo Damiani (tastiere e
chitarre); l’album è una mirabile sintesi di melodia e classicismo rock: si va
da citazioni beethoveniane (Opera 21) a canzoni dall’ampio respiro
lirico (Menestrello, Vacche sacre e la title track), ma il pezzo
forte resta la suite Pavana (firmata anche dall’ex Oliviero Lacagnina),
protagonista della side B e una delle macro-composizioni più riuscite della
storia del progressive europeo. Per un’analisi approfondita del disco, vi
rimando a quanto scritto da me su Prog Italia n.
65/2026.
1986 – 1 settembre, i Tuxedomoon - una delle icone del post-punk americano – fanno uscire il loro quinto album ovvero Ship of Fools. Pare che tra i fan della band californiana non vi sia un’opinione unanime su questo lavoro: c’è chi urlò al capolavoro, chi - invece - non esitò a definirlo addirittura il peggiore disco della loro carriera; insomma, un album fortemente divisivo. Sarà, ma io l’ho sempre trovato molto affascinante, proprio a causa di un particolare dimorfismo schizofrenico che sta alla base dell’LP.
Una prima facciata infarcita di suoni elettronici, talvolta anche molesti, ma mai maldestri: drum machine, sequencer, ritmi tribali, metriche ossessive, scorie di ethno-funk e poetica new wave (Break the Rules ne è la migliore sintesi); il lato B, invece, offre episodi asciutti, quasi cameristici, tra neo-impressionismo (A Piano Solo), ambient (Lowlands Tone Poem), progressive (Music for Piano & Guitar) e minimalismo cinematografico (An Afternoon With N). L’apice nella title track che chiude il disco: la “nave dei folli” prende il largo su timbriche jazz al ritmo di blues in una song indolente che riesce a rendere raffinato anche qualsiasi impertinente accenno di rumorismo dissonante. Non fidatevi di chi si accapiglia per Ship of Fool: riprendetelo in mano e dategli un ascolto in più. Chissà quali meraviglie vi saranno sfuggite.
1996 – 19 settembre, arriva nei negozi l’ultima fatica di Fabrizio De André, Anime salve. Non mi piace scriverne come dell’ultima opera di Faber (rifuggo la parola “testamento”). Mi verrebbe da dire: l’album perfetto, ma il cantautore genovese ormai ci aveva abituato alla perfezione, se pensiamo solo agli altri due dischi precedenti (Creuza de mä e Le nuvole). Parlerei invece di estrema sintesi, dove nell’aggettivo “estremo” si raccolgono e coagulano tutta una serie di stimoli spazio-temporali che rendono unico Anime salve.
Scritto a quattro mani con Ivano Fossati, questo lavoro ci lascia un’ulteriore indimenticabile galleria di personaggi (Princesa e Ho visto Nina volare) disseminati tra temi lirici di poesia civile superiore (Khorakané (A forza di essere vento), Anime salve e Smisurata preghiera). De André, anche qui, non perde mai di vista le terre che ha amato di più: la Liguria e Genova (Dolcenera, Le acciughe fanno il pallone e  cúmba) e la Sardegna (Disamistade). Si riconferma la ricerca sonora improntata su stilemi tratti dalla musica popolare grazie anche all’utilizzo di strumenti provenienti da qualsiasi parte del globo (dall’arpa paraguaiana all’organetto diatonico, dallo shehnai al cymbalon, fino alla miriade di percussioni suonate da Naco).
Compie gli anni Paul Burgess
Compie gli anni il 28 settembre, Paul Burgess, batterista.
Ha suonato con 10cc, Camel, Magna Carta, in trio con Nicol & Kemp.
Ma quello che ha “valorizzato” il suo curriculum e il fatto che nel 1982 sostituì Gerry Conway, nei Jethro Tull, per il tour nord americano.
Happy Birthday Paul!
Wazza
Il 28 agosto 1982 al Festival di Nostell Priory (Theakston Music Festival), debuttava come batterista nei Jethro Tull Paul Burgess, batterista dei 10cc (che ad Anderson non piacevano Ndr).
Resterà fino alla fine del tour americano (ottobre 1982).
Paul tornerà ancora in studio con i Jethro
Tull, nel 1985 per suonare sul disco “A Classic Case”, una raccolta dei brani
dei Tull riarrangiati da David Palmer, e suonati insieme alla London Symphony
Orchestra.

domenica 27 settembre 2026
Il settembre musicale londinese nel 1968
Nel 1968 questo era il
programma dei locali in UK, nello specifico il Marquee di Londra.
Ora solo cover e tribute (qualcuna con il sostantivo official) band.
Nessuno vuole più investire idee nello spartito, il “copia incolla” oggi è di moda anche nella musica.
Quando si saranno “estinti” gli ultimi interpreti, il rock diverrà come la musica classica, e continuerà ad essere suonata da “bravi esecutori”
Nella speranza di una nuova “alba musicale”
Di tutto un Pop…
Wazza




























