Il Blog di MAT2020 (estensione del web magazine)
La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
giovedì 1 gennaio 2026
Il 1° gennaio nasceva Joe Vescovi
Nel ricordo di Giorgio Gaber
(Giorgio Gaber)
Nel ricordo di Ivan Graziani
Se ne andava a soli 51 anni, il 1 gennaio 1997, Ivan Graziani, cantante, autore, pittore, grande chitarrista.
Vari ricordi presi in rete, degni di lettura...
Il rock’n’roll nasce in Abruzzo
di Renzo Stefanel
Baciato in fronte dal rock’n’roll, voleva cambiare il significato della parola “rock italiano” in modo che non fosse più un sinonimo di “musica melodica”. Un artista che non ha mai smesso di essere attuale. Renzo Stefanel ci racconta la storia di “Pigro”, l’album di Ivan Graziani uscito nel 1978.
Scegliere un album dalla discografia di Ivan Graziani non è cosa facile. Dal 1976 al 1980, tutti con grandi canzoni dentro, ma anche con cadute di tono spaventose. Finché lo sguardo, o meglio l’orecchio, si posa su questo “Pigro” del 1978, album perfetto del rocker e cantautore abruzzese. Ma Ivan Graziani, perché? Chi era?
Non è uno melenso, Ivan, nonostante i suoi maggiori successi siano tutte ballatone: “Agnese” (1979, tratta da un canto popolare svizzero per il tramite del compositore settecentesco Muzio Clementi), parla di un’altra vita terminata con la fine di un amore e vissuta solo nel ricordo e nel rimpianto (terribile il finale: “Io vado in bicicletta / per sentirmi vivo / alle cinque di mattina / con nebbia nei polmoni / però non c’è più Agnese / seduta sul manubrio / a cantar canzoni…”), in cui la ciclicità della melodia sottolinea il senso di un’esistenza ripiegata su se stessa; “Firenze canzone triste” (1980), storia di un menage a trois da cui lei se ne va, lasciando i due amanti a piangersi insieme addosso, forse sbronzi in un’osteria.
(Ivan Graziani negli studi di Radio Studio 105)
“Se [..] riuscissi a far capire il rapporto diretto cantautore-musicista, la necessità di non separare queste due situazioni musicali, avrei ottenuto abbastanza”: ecco lo specifico di Ivan Graziani. Che con “Pigro”, complici Hugh Bullen al basso, Walter Calloni alla batteria, Claudio Maioli alle tastiere, Claudio Pascoli ai fiati (la band del Battisti 1975) sfodera un disco che ha l’ambizione di rendere l’espressione “rock italiano” ben altro che un eufemismo per “rock melodico”. Il nostro, forte di studi profondi sul folklore mediterraneo e statunitense, ha la sfrontatezza di dichiarare che nel rock’n’roll ci sono scampoli di tradizione abruzzese: “Nella seconda metà dell’800 in America c’erano più abruzzesi che indiani… e questi disgraziati oltre a lavorare come bestie avranno cantato e ballato le loro cose, se non altro come ricordo del loro paese, e tra queste la più sentita e importante è il saltarello che è un tempo molto simile alla tarantella, simile al ballo tondo che c’è in Sardegna. […] Anche se il rock fosse nato indipendentemente dalle nostre tradizioni, esso funziona magnificamente qui da noi e si adatta al bisogno di divertimento che anche nelle nostre musiche si poteva riscontrare. Il divertimento, che non è una stronzata ma è una cosa seria, è il 90% del rock, l’altro 10% serve per chi, come me, vuole usare questo genere musicale per cercare di dire qualcosa”, dichiara a Luigi Granetto.
“Pigro” presenta otto storie di vite spezzate dalla pigrizia mentale, dall’indolenza, dall’incapacità di avere fiducia nei propri mezzi e di andare oltre la “mezza porzione abbondantina” di mastroiannesca memoria, battuta simbolo dell’italianeria imbelle e sborona. “Monna Lisa”, su un riff di derivazione rockabilly che non sarebbe dispiaciuto al Johnny Marr di “Rusholme Ruffians” o “Vicar In A Tutu”, racconta l’avventura del ladro della Gioconda, che, in base a confuse rivendicazioni estetico-sociali, tenta il furto del secolo: e all’arrivo della polizia, dato che non afferra il francese, se ne sta “ancora un poco qui a pensare“. In anni in cui si parlava – e si sarebbe parlato ancora a lungo – dell’inconciliabilità tra metrica rock e lingua italiana, il brano è una dimostrazione di forza e capacità di scrittura: “il rock, proprio perché è spigoloso, angoloso nella costruzione metrica, ti lascia la libertà di scrivere versi che non sono versi, ti dà la possibilità di dare una mazzata in testa alla retorica. Sfido chiunque a musicare parole come quelle di “Monna Lisa” con un genere musicale diverso dal rock; per inseguire quelle parole, specialmente negli stacchi, sono andato letteralmente in manicomio. […] Se tu entri dentro a questo gioco demoniaco che ha il rock, tu puoi parlare di una sedia ed essere interessante”. “Sabbia del deserto” illustra la vita sbagliata di un’aspirante artista fallito, che si trascina tra camere a ore e feste dai parenti, in una provincia “come un’isola di matti / perduta nella pioggia si allontana alle mie spalle“, in cui “l’inquietudine mi cresce dentro come un cancro“. E non a caso l’arrangiamento procede tra un beffardo sax da balera e sapori country & western che rimandano al Midwest americano. “Paolina”, fatta di un arpeggio indolente già quasi proto-grunge, racconta la storia di una demi-vierge trentenne (“Gloria gloria alle tue gambe / alla tua schiena e alle tue guance / Voglia voglia voglia anche tu ne hai voglia / Paolina stiamo insieme hai trent’anni ormai”), mentre “Fango”, che sfodera uno slow rock memore anche del connubio Osanna-Bacalov di “Milano calibro 9″, è un vero e proprio noir (come la splendida “Motocross” in “I lupi”): un giovane giostraio si ritrova killer suo malgrado.
“Pigro”, che apre la facciata B, veloce rock acustico, racconta un antico vizio italico: gli intellettuali che predicano bene e razzolano male, mentre “Al festival slow folk di B-Milano” è un'allucinata (forse sulla scia di “Last Trip To Tulsa” di Neil Young) e feroce satira dei festival rock dei compagni, dove si esibiscono improbabili e strampalati artisti intellettualoidi, che però stanno dalla parte “giusta”. “Gabriele D’Annunzio” è uno dei vertici del disco, scritta per esorcizzare un suo fantasma personale (lo scrittore): su un tappeto di chitarra che viene giù dritto dai Jethro Tull più acustici e pop, Graziani sciorina la storia di un conosciuto davvero “Gabriele D’Annunzio che faceva il contadino: era orribile, privo di qualsiasi personalità, ubriacone, reietto; era uno straccio d’uomo che l’unico rapporto che poteva avere era con le bestie… e il suo più grande colpo erotico è stato a Milano, a Parco Ravizza, dove andò con il cappotto nudo sotto, a far paura alle bambine”. Infine “Scappo di casa” è la storia di un uomo rimasto bambino per le preoccupazioni sessuofobiche della madre. Gran disco, uno dei capolavori degli anni '70 italiani. Un artista che non ha smesso di essere attuale, la sua influenza si sente in molti cantautori di oggi, uno su tutti: Brunori Sas.
Ivan Graziani
Alghero.Calzoncini corti, zoccoli e lunghe serate passate sul lungomare Dante con gli amici. È soltanto una delle tante curiosità sul rapporto tra il cantautore Ivan Graziani e Alghero. Curiosità raccontate nel libro «Viaggi e intemperie«, scritto da Lorenzo Arabia e presentato nei giorni scorsi al Poco Loco dallo stesso autore, ospite della libreria «Il labirinto». Il volume, 340 pagine a colori, è una raccolta di aneddoti e storie sul celebre chitarrista scomparso nel 1997, alcune delle quali legate alla Sardegna, che «amava più dell'Abruzzo», come conferma sua madre, che ancora vive in città. Ivan Olìa (così lo chiamavano i suoi amici isolani per via della carnagione olivastra) trascorre l'infanzia nella casa materna di via Gioberti, in pieno centro storico, dove tornava due mesi all’anno per le vacanze estive. «Il suo legame con Alghero – commenta Anna Bischi Graziani, moglie del cantante -, era talmente forte che quando girava per l'Italia o all'estero e non voleva farsi capire si metteva a parlare in algherese. Siamo venuti qui anche per il viaggio di nozze. Avevamo una tenda, eppure la prima notte l'abbiamo passata sotto le stelle». Amore per la Sardegna, ma soprattutto per i sardi. «Durante i concerti – racconta mamma Pina-, gli bastava
guardarli in faccia per riconoscerli». Una leggenda vuole che Ivan Graziani sia nato sulla nave che portava da Civitavecchia a Olbia, ma è vero? «No è nato a Teramo - continua la donna-, durante un viaggio in nave ero stata piuttosto male ma per fortuna ho partorito sulla terraferma».
Dal libro di Lorenzo Arabia.
mercoledì 31 dicembre 2025
Creedence Clearwater Revival- “Willy And The Poor Boys”, nel dicembre del 1969 in Italia
In loving memory of Roberto Ciotti
Il 31 dicembre del 2013 ci
lasciava Roberto Ciotti, chitarrista
italiano, nato a Roma il 20 febbraio 1953. È considerato uno dei più grandi
chitarristi blues italiani di tutti i tempi, ed è stato anche un apprezzato
compositore di colonne sonore.
La sua carriera musicale iniziò negli
anni '70, quando entrò a far parte del gruppo di rock progressivo Blue Morning.
Dopo lo scioglimento del gruppo, Ciotti iniziò a dedicarsi al blues, e nel 1977
pubblicò il suo primo album da solista, "Super Gasoline Blues".
L'album fu un successo di critica e
pubblico, e consacrò Ciotti come uno dei più importanti esponenti del blues
italiano. Negli anni successivi, pubblicò altri 15 album da solista, oltre a
collaborare con numerosi altri artisti italiani e internazionali, tra cui Chet
Baker, Bob Marley, Pino Daniele, e Claudio Baglioni.
Nel 1989, compose la colonna sonora
del film "Marrakech Express", di Gabriele Salvatores. La colonna
sonora fu un successo internazionale, e contribuì a far conoscere il blues
italiano a un pubblico più vasto.
Ciotti continuò a suonare e comporre
fino alla sua morte, avvenuta a causa di un male incurabile.































