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domenica 15 febbraio 2026

Controcanzonissima del 1973: erano il 14 e 15 febbraio

Un altro evento da ricordare si é tenuto il 14 e 15 febbraio 1973 al Piper di Roma, la famosa “Controcanzonissima”.

Di tutto un Pop…

Wazza

1973 - 15 febbraio - Roma - Francesco Di Giacomo del BMS  Controcanzonissima al Piper Club - Foto di Fabio D'Emilio

Controcanzonissima fu una manifestazione musicale svoltosi in due edizioni, nel 1972 e nel 1973, la prima delle quali preceduta da un referendum indetto dal settimanale musicale Ciao 2001 per votare i musicisti italiani preferiti. 

1973 - 15 febbraio - Roma - Lino Vairetti degli Osanna - Controcanzonissima - Concerto al Piper Club - Foto di Fabio D'Emilio

Vinsero The Trip, Delirium, Osanna, New Trolls, Le Orme, Premiata Forneria Marconi, Claudio Rocchi e Francesco Guccini, che si esibirono il 28 gennaio 1972 al Piper Club di Roma per circa nove ore. 

Reale Accademia Di Musica, Controcanzonissima Piper Club 14 febbraio 1973

Nel 1973 ci fu una nuova edizione, con esibizioni svoltesi nell’arco di due giorni: il 14 febbraio furono sul palco Balletto di Bronzo, Reale Accademia di Musica, Quella Vecchia Locanda, Il Rovescio della Medaglia e Osanna, mentre il 15 febbraio fu la volta di Premiata Forneria Marconi, Garybaldi, Banco del Mutuo Soccorso, The Trip e Circus 2000.




 

sabato 14 febbraio 2026

Roy Harper and Friends: 14 febbraio 1974


Il 14 febbraio 1974 Roy Harper and Friends tengono un concerto al Rainbow Theatre di Londra. 
Gli "amici" in questione erano Jimmy Page, John Bonham, Keith Moon e Ronnie Lane, David Badford.
Concerto memorabile, per promuovere l'album "Valentine" di Harper, appena uscito.
Di tutto un Pop!
Wazza

LONDON - 14th FEBRUARY: English singer and songwriter Roy Harper performs live on stage during a concert featuring Roy Harper and Friends at the Rainbow Theatre in Finsbury Park, London on 14th February 1974. (Photo by Dick Barnatt/Redferns)









venerdì 13 febbraio 2026

Il compleanno di Peter Gabriel


Compie gli anni oggi, 13 febbraio, Peter Gabriel, professione "Genio".

Happy Birthday Peter!

Wazza

Il cantante della band ha rivelato i problemi con gli altri membri, spesso per motivi futili.

Ci sono tante cose che conducono ad un litigio all'interno di un gruppo, e a quanto pare anche i Genesis non erano esenti da questo tipo di problema.

Racconta Peter Gabriel: "Abbiamo sempre litigato, soprattutto per decidere in che modo presentarci al pubblico. Mi ricordo che una volta ho provato a vestirmi come un fiore o come una malattia sessualmente trasmissibile. Tony invece era completamente diverso da questo punto di vista, l'unica cosa che cambiava era la sfumatura di colore pastello del suo maglione. Ma condividevamo una grande passione per la musica".

Gabriel ha descritto Banks come il suo migliore amico e il suo peggior nemico allo stesso tempo: "Abbiamo sempre avuto un approccio diverso alle cose. Per me lui era il mio miglior amico e il mio peggior nemico allo stesso tempo, cose normali all'interno di una band. Una delle cose su cui litigavamo di più erano la durata dei suoi assoli. Credo di avergli rovinato qualche capolavoro con la mia voce".





giovedì 12 febbraio 2026

Compie gli anni Steve Hackett

Compie gli anni oggi, 12 febbraio, Steve Hackett, chitarrista dei Genesis.

Non solo Genesis, ma anche una lunga e fortunata carriera da solista.

Happy Birthday Steve!

Wazza










mercoledì 11 febbraio 2026

RUNAWAY TOTEM feat. ANDROMACA- “Metaphorm Tetraphirm”-Commento di Andrea Pintelli


RUNAWAY TOTEM

feat. ANDROMACA

“Metaphorm Tetraphirm”

Black Widow Records

Double CD + DVD

Commento di Andrea Pintelli


Un’altra dimensione. Cahal de Betel, alias Roberto Gottardi, deus ex machina dei Runaway Totem, insieme al gruppo Andromaca, ossia Antonella Suella (voce), Stefano Bertoli, Clara Luna, nel dicembre del 2023 in quel di Genova (precisamente all’abbazia di San Bernardino), tennero un concerto, o meglio una performance, durante il quale trasportarono gli astanti in un altro universo. Facile a dirsi, ma in realtà (e ovviamente) di difficilissima realizzazione. Vi riuscirono? Chi c’era giura di sì, basta guardare il dvd allegato a questo splendido doppio cd, pubblicato poco tempo fa dalla Black Widow Records (gloria sempre), intitolato Metaphorm Tetraphirm. Il titolo deriva da un’espressione latina che in italiano significa "la metafora delle quattro firme", dove per quattro firme si intendono le "elicoidi del DNA". Sono quattro elicoidi, e cioè otto filamenti di DNA, che vengono liberati per aprire degli "star gate" che portano a universi con densità diverse dal nostro.  Trattasi di un viaggio spazio-temporale a base di musica elettronica psichedelica e progressiva, decisamente ispirata al krautrock più vicino a Tangerine Dream e Popol Vuh, che porta verso ambiti interstellari cosmici inesplorati. Suddiviso in due parti, ossia “Searching for a New Dimension” (prime sei tracce) e “On the Edge of Space and Time” (ultime cinque tracce), il portale si apre con In den Garten Pharaos: un epico sussurro che evoca giardini cosmici dimenticati, grazie a sonorità che si intrecciano come antichi geroglifici stellari, al fianco di entità ultraterrene. Con Future Days, grazie al tappeto di synth ideato, si è in un domani che forse non sarà mai. Speranza sospesa nella luccicanza dell’inimmaginabile. Father Cannot Yell è il silenzio che diventa voce: visita introspettiva dove ritmo e calma si rincorrono. È come dialogare con un padre cosmico che non grida, ma parla attraverso vibrazioni sottili. On the Run è accelerazione attraverso atmosfere sconosciute. Respirazioni elettroniche che fanno correre, mentre le corde del tempo si tendono e si rilassano in un’elegante fuga siderale. Stratosfear è espansione verso questo “nuovo” universo, ch’è ipnotico, profondo, estatico. Si avverte la gravità musicale che tiene sospesi, avvolti in un abbraccio di luce e ombra. Deutsch Nepal: zenit onirico del primo atto: visionario, un canto senza parole che scioglie i confini tra mente, memoria e infinito. La seconda parte si apre con Ritual Thanz, antico rito al crocevia dei mondi, pulsante, danzante: battito primordiale che abita gli universi. Indian Dream si apre lentamente come il fiore di una dimensione interiore, con le percussioni evocanti paesaggi interiori di trascendenze velate. Heliocentric Energy, con protagonisti voce soprano e theremin, è pura energia pura che pulsa nel cuore del cosmo, vivente come non mai. Mekanik Ritual oscilla tra trance e contemplazione, ove le geometrie musicali si intrecciano in danze siderali, rimandando a un ordine cosmico che è al tempo stesso meccanico e mistico. Tat l’Albero Cosmico cinge le anime: la musica si distende e ha rami che toccano tutte le direzioni dell’essere. Qui si percepisce la totalità del viaggio, in cui ogni nota è un seme, ogni pausa una porta aperta sulla vastità. In conclusione “Metaphorm Tetraphirm” è un’opera spirituale e futurista, è l’eco di mondi non ancora nati, il canto di stelle lontane, la poesia di un viaggio che non è solo uditivo, ma esistenziale. Abbracci diffusi.

 

Tracklist: 

CD 1

PHASE 1 -SEARCHING FOR A NEW DIMENSION

IN DEN GARTEN PHARAOS

FUTURE DAYS

FATHER CANNOT YELL

ON THE RUN

STRATOSFEAR

DEUTSCH NEPAL 

CD 2

PHASE 2 - ON THE EDGE OF SPACE AND TIME

RITUAL THANZ

INDIAN DREAM

HELIOCENTRIC ENERGY

MEKANIK RITUAL

TAT L’ALBERO COSMICO 

DVD

PHASE 1 -SEARCHING FOR A NEW DIMENSION

IN DEN GARTEN PHARAOS

FUTURE DAYS

FATHER CANNOT YELL

ON THE RUN

STRATOSFEAR

DEUTSCH NEPAL

PHASE 2 - ON THE EDGE OF SPACE AND TIME

RITUAL THANZ

INDIAN DREAM

HELIOCENTRIC ENERGY

MEKANIK RITUAL

TAT L’ALBERO COSMICO 

Line-up: 

RUNAWAY TOTEM

Roberto Gottardi / Cahal de Betel

Guitars, synth guitar, synth Stellar, keys, Computers synth, Percussion, Theremin and Vocals 

ANDROMACA

Antonella Suella: Lead Vocals

Stefano Bertoli: Ableton Push3, Waldorf Iridium, Synclavier Regen, Taiko, Gong, Singing Bowls

Clara Luna: Coreografie e danze

 

Phase I arranged by Roberto Gottardi

Phase II composed and arranged by Roberto Gottardi

Audio Recording, Engineering and Video Editing by stefano bertoli

Engineering and Audio Mastering by Roberto Gottardi

at the Totem Records Studio

Produced by Black Widow Records

Recorded at the Ex Abbazia San Bernardino, Genova, Italy




Il compleanno di Derek Shulman



Un altro "gigante" compie gli anni in questo mese... oggi 11 febbraio, Derek Shulman, cantante, polistrumentista, produttore.
Insieme ai fratelli Phil e Ray, fondò i Gentle Giant, una delle maggiori espressioni del progressive rock mondiale.
Formidabili strumentisti, conoscitori della musica (e si sente...), hanno inciso minimo 6 capolavori.
Derek, voce possente e presenza fisica notevole sul palco, lo fecero diventò un'icona negli anni '70.


Chiusa la storia con i Gentle Giant è diventato una delle persone più importanti dell'industria musicale, lavorando con la Polygram, Warner...
Ha sempre rifiutato l'idea di riformare il gruppo, per lui un capitolo chiuso... "già dato".

Happy Birthday Derek!
Wazza





martedì 10 febbraio 2026

Banco del Mutuo Soccorso a Sanremo nel 1985


Racconti sottoBanco

Ricordo bene questo scatto, poltrocine del Teatro Ariston al Festival di Sanremo del 1985 Francesco di Giacomo mi raccontava le perplessità e le tante discussioni del Banco sulla loro partecipazione al Festival, ma anche le emozioni e l'orgoglio di aver lavorato con Fellini, prima in Satyricon e poi in Amarcord.
Lasci un grande vuoto, ma la tua voce resterà con noi.
(Enzo Brogi)


Nel
 febbraio del 1985 il Banco del Mutuo Soccorso pubblica "Grande Joe" il, loro ultimo 45 giri in vinile!
Il brano fu presentato al Festival di Sanremo dello stesso anno, arrivando al 12° posto su 22.
Wazza





lunedì 9 febbraio 2026

IL LUNGO VIAGGIO – La vita di Battiato al cinema, di Riccardo Storti

 


IL LUNGO VIAGGIO – La vita di Battiato al cinema

Di Riccardo Storti

 

C’è sempre molta attesa – tra critica e pubblico – quando un biopic sta per uscire. Anzi, dirò di più: ci si apposta come cecchini, pronti a scagliare il primo colpo, non appena si palesa la prima incoerenza emersa tra realtà e finzione. E proprio su quel crinale, che è anche una labilissima (nonché indefinita) linea di confine, ognuno dice la sua, talvolta travisando alcuni aspetti fondamentali che si finisce per trascurare, un po’ perché troppo presi dal giochetto enigmistico, un po’ perché si presume di saperla lunga. Poi ci sono i social, centrali parolaie sempre aperte.

Non è di certo esente da questo trattamento Il lungo viaggio, pellicola di Renato De Maria, biopic su Franco Battiato, per l’occasione interpretato dall’attore Dario Aita.

Accadde per varie fiction Rai (ricordiamo quelle su Fabrizio De André, Rino Gaetano, Mia Martini, Franco Califano) e sta accadendo per questa su Battiato, in prima visione nelle maggiori sale italiane il 2, 3 e 4 febbraio 2026, per poi ritornare a marzo sul piccolo schermo in prima serata (Rai Uno).

Visione piacevole, prodotto tutto sommato onesto e rispettoso, ma, come spesso capita, in bilico tra punti di forza e debolezze.

La forza? Nell’interpretazione: quella di Dario Aita. La forza del vero attore che ha saputo trasformare Battiato in un personaggio drammatico, se non addirittura, “drammaturgico”. Aita non somiglia a Battiato, ma già dalle primissime sequenze in cui entra in scena (proprio come su un palcoscenico), lo spettatore è preso dal personaggio su cui l’attore ha svolto un profondo lavoro di scavo attraverso ogni intenzione (e intuizione) gestuale, posturale, prossemica e verbale. Aita va oltre il meccanismo fisiognomico e imitativo, o meglio, va oltre un meccanicismo attoriale, provando a ricreare – e, secondo me, con successo – l’uomo Battiato, sotto la scorza del “fenomeno” che via via viene camaleonticamente a galla, dallo strambo sperimentatore un po’ velleitario all’eccentrico cantore pop scala-classifiche.

Una critica che si fa al film è quella di avere accennato in maniera un po’ superficiale al percorso spirituale di Battiato: tale dettaglio non emergerebbe in maniera chiara. Critica non campata per aria, ma, siamo sinceri: non era facile scendere nell’ombra di stati d’animo cangianti, intrisi di umana spiritualità, a cui Battiato ha abituato quel nugolo di aficionado che lo hanno (da sempre) seguito al di là (e al di qua) dei dischi.

Ebbene, per rendere tutto ciò (non evidente, ma sfumato con sensibilità) non basta un attore qualunque, ci vuole uno che sappia, uno che sia in grado di miscelare tecnica e passione, naturalmente guidato da un’adeguata regia. E Dario Aita è stata la scelta giusta, non solo per l’ottimo curriculum (valga il suo ruolo in Partenope di Sorrentino), bensì soprattutto per una formazione di altissimo livello (quello della Scuola di Recitazione del Teatro Stabile di Genova).

Sì, ci siamo emozionati, perché la cifra empatica del dettato interpretativo era tale da realizzare una corrente trasmissiva di “pelle d’oca” in tutta la sala. E oltre Aita, Simona Malato nel ruolo della madre e Elena Radonicich, in quello della poetessa Fleur Jaeggy.

Appurato ciò, però, qua e là, non sempre la sceneggiatura si è rivelata all’altezza di alcune aspettative. Sono parecchie le invenzioni e le licenze realistiche che non trovano aderenza con la biografia di Battiato, ma ci sta: idee messe lì alla stregua di funzioni narrative capaci di intrattenere, se non anche di divertire e romanzare una trama che potesse farsi ancora più accattivante. Ne cito una su tutte: il primo incontro con Juri Camisasca, che avvenne durante il servizio militare. Siamo agli inizi degli anni Settanta: come è possibile che i due, passandosi una chitarra, improvvisino, presi dall’ispirazione, Nomadi e Stranizzi d’amuri, che sarebbero state composte qualche lustro dopo?

Anche certi personaggi appaiono caricati, un po’ sopra le righe, quasi più funzionali a un contesto particolare - penso alla vis freak negli anni Settanta e a un certo arrivismo pop nella fabbrica dello star system negli anni Ottanta – rispetto a quanto avrebbe previsto il dettato biografico; ovviamente il contrasto tra quel mondo e l’universo di Battiato, attraverso simile artificio, è risultato più forte ma mi chiedo se fosse necessario.

Ne è valsa la pena? Ne è valso il piacere. Dirò di più: si tratta di una fiction dotata comunque di equilibrio per quanto riguarda i probabili destinatari. Il lungo viaggio può essere apprezzato da chi è anche un profondo conoscitore dell’opera di Battiato, quindi uno spettatore capace di apprezzare la dedizione con cui De Maria e i suoi si sono prodigati a ricostruire una vicenda umana singolare con passione filologica e poesia; al tempo stesso, chi poco o quasi nulla sa di Battiato – pensiamo alle giovani generazioni – il film diventa una curiosa occasione per entrare in quella storia e, magari, cogliere i segnali di vita lungo una discografia tra le più eccentriche della musica italiana di tutti i tempi.







Van der Graaf Generator in Italia per la prima volta nel febbraio del 1972


Il debutto romano della band di Peter Hammill tra cronaca tecnica e accoglienza del pubblico

 

Il 9 febbraio 1972 rappresenta una data spartiacque per la scena progressive in Italia, segnando l'arrivo dei Van der Graaf Generator sul palco del Piper Club di Roma. Nonostante all'epoca la formazione britannica non godesse ancora di una fama consolidata a livello internazionale, l'impatto con la realtà romana rivelò una sintonia immediata e profonda. La rivista Ciao 2001 documentò l'evento descrivendo un'atmosfera di rara partecipazione, dove la complessità armonica e le strutture sghembe della band trovarono un terreno fertile in un pubblico attento e preparato.

L'esibizione si distinse per una cifra stilistica che fondeva l'oscurità dei testi di Peter Hammill con l'irruenza sonora del sassofono di David Jackson, capace di manipolare lo strumento attraverso l'uso di amplificatori e pedali, distaccandosi dai canoni del rock tradizionale. Questa ricerca timbrica, unita all'assenza di una chitarra elettrica solista e alla centralità dell'organo Hammond di Hugh Banton, conferì al concerto una densità quasi cameristica, eppure carica di una tensione viscerale. La reazione dei presenti non fu semplicemente legata alla novità del genere, ma a una comprensione tecnica ed emotiva di un linguaggio musicale che altrove faticava a imporsi.

Il successo di quella serata non rimase un episodio isolato, ma diede inizio a un rapporto privilegiato tra il gruppo e l'Italia, nazione che più di ogni altra ha saputo storicizzare e sostenere la loro carriera nel corso dei decenni. Quello che nacque cinquant'anni fa al Piper si è trasformato in una consuetudine culturale, alimentata dalla coerenza artistica della band e dalla fedeltà di una base di ascoltatori che ha riconosciuto nella loro proposta una forma d'arte rigorosa e lontana dalle logiche commerciali.

Wazza






Milano 8 febbraio 1972



(foto Graziano Scatarzi - Firenze 14/2/1972)

1972 - 14 febbraio - Firenze - Van Der Graaf Generator - Concerto allo Space Electronic



 

domenica 8 febbraio 2026

Habelard2 – "Crossfade", commento di Luca Paoli

 


Habelard2 – Crossfade (Autoproduzione, 2026)

Tra echi di passato e orizzonti sospesi

Di Luca Paoli

 

Il caso di Habelard2 continua a incuriosirmi. Dietro questo nome si muove da anni Sergio Caleca, polistrumentista milanese attivo sin dalla fine degli anni Settanta e con alle spalle una lunga storia nel progressive italiano, anche grazie all’esperienza con gli Ad Maiora, conclusa nel 2018. Crossfade, pubblicato il 5 febbraio 2026, è il suo quattordicesimo lavoro e arriva come un nuovo tassello coerente di un percorso personale, libero da mode e compromessi.

Registrato a Milano tra aprile e dicembre 2025, l’album è un progetto totalmente autarchico: Caleca compone, arrangia, suona, mixa e cura anche l’aspetto visivo, dalle fotografie alla grafica. Un controllo totale che si riflette in un suono compatto, pensato nei dettagli, ma mai freddo. Il titolo nasce da una vecchia fotografia scattata a Hyde Park nell’aprile del 1982, segnata da un’apparente dissolvenza all’inizio dovuta a un piccolo problema della pellicola; quell’errore si trasforma in un’immagine suggestiva, che riflette bene il disco: fatto di sovrapposizioni, transizioni delicate e ricordi che tornano a galla.

Crossfade è interamente strumentale, composto da dieci brani che si muovono dentro un progressive riflessivo, di quelli che non hanno fretta di stupire ma preferiscono costruire atmosfere. Le tastiere hanno un ruolo centrale, ma non sono mai tiranne: basso, chitarra e batteria programmata dialogano con equilibrio, dando vita a paesaggi sonori luminosi, a tratti solari, sempre attraversati da una vena nostalgica.

Seguendo l’andamento della tracklist, il disco alterna momenti più distesi ad altri dal passo leggermente più dinamico. Crossfade apre il lavoro con un incedere misurato, dove il mellotron accompagna le prime atmosfere e definisce il tono di tutto l’album.

Change of Plans e Slow Food giocano su equilibri sottili, lasciando respirare le melodie senza forzature. In Dashboard si percepisce una pulsazione più nervosa, mentre In Overtaking e Abracadabra si notano dettagli e colori che arricchiscono il tessuto sonoro.

In The Drones War affiora un’eco dei Genesis più classici, soprattutto nel modo in cui le melodie si aprono e si richiudono con eleganza. The Great Wonders e In The Old Farm offrono momenti più intimi: la chitarra prende spazio e rivela il lato più lirico di Caleca, con una scrittura attenta ai dettagli e alla forma-canzone. Chiude il disco The Last Chord, lasciando che le idee si dissolvano lentamente e il silenzio riprenda il suo spazio.

Nel complesso, Crossfade si inserisce con naturalezza nella discografia di Sergio Caleca, rafforzando l’idea di una visione musicale personale, coerente e mai urlata. È un lavoro che non ha fretta di arrivare al punto, preferendo invece accompagnare l’ascoltatore passo dopo passo, lasciando sedimentare suoni e atmosfere. I brani dialogano tra loro senza soluzione di continuità, si sfiorano e si sovrappongono, per poi dissolversi lentamente, come immagini che restano impresse anche quando il silenzio torna a farsi spazio.