Il collettivo musicale –COBALTO+torna con un progetto raffinato e audace: due
remix del celebre brano I Get A Rush dei Planet Funk,
reinterpretati con sensibilità e visione artistica.
Versione Rilly Segalini
Un remix ipnotico e avvolgente, costruito su un crescendo
vocale che rende omaggio a Dan Black, voce storica del brano. Pensato
per un dancefloor elegante, il sound è profondo e magnetico, con una produzione
che bilancia emozione e tecnica.
Versione Robbie F
Più diretta e tecnologica, questa versione si muove su
coordinate electrohouse. La voce di Dan Black è filtrata e rielaborata, in
parte fedele all’originale e in parte ricostruita, per un pubblico alla ricerca
di un groove moderno e pulsante.
Nato a Cremona il 17 dicembre 1962, Rilly Segalini è
produttore musicale, musicista e ingegnere del suono.
Negli anni ’80 avvia la sua carriera con produzioni
discografiche e dal 1989 al 1995 lavora al fianco di Fio Zanotti, collaborando
a progetti con artisti come Zucchero, Vasco Rossi, Fiorella Mannoia, Francesco
De Gregori, Pooh, Mango, Mia Martini e molti altri.
Ha partecipato a tour e produzioni internazionali con Planet
Funk, remixato artisti come Gary Numan e prodotto una rivisitazione di Atmosphere
dei Joy Division.
Dal 2020 collabora con Tim Palmer e co-produce i lavori della
band –COBALTO+, tra cui l’album Something Beautiful (2022) e il nuovo
disco uscito il 28 febbraio 2023.
–COBALTO+ – La band
Fondata nel 1980 da Rilly Segalini e Mauro
Ardenghi, –COBALTO+ è un progetto musicale che fonde rock, elettronica e
new wave.
La formazione attuale include:
Mattia
Tedesco (chitarre
– Vasco Rossi, Laura Pausini)
Robbie
F (DJ, basso,
programmazione)
Jack
Bignotti
(batteria)
Con un sound che guarda al futuro ma radicato nella
tradizione analogica, –COBALTO+ continua a esplorare nuove frontiere sonore.
Il nome di Elisa
Montaldo è abitualmente associato in modo diretto al Tempio delle
Clessidre, una delle pochissime band che nel Nuovo Millennio sono state
capaci di riportare il rock progressivo italiano ai fasti della ribalta
internazionale, con tanto di tour in Sud Corea e Giappone e partecipazioni a
importanti festival.
In realtà, però, chi conosce i progetti solisti
della polistrumentista, compositrice, arrangiatrice e cantante genovese, saprà
che la sua carriera è molto di più del solo rock progressivo italiano: nei suoi
percorsi di ricerca si incontrano elettronica, metal-prog (come dimenticare la
cover di “Space-dye vest” dei Dream Theather che talvolta propone live?),
rarefazioni post-rock, suggestioni di World music (con l’uso di strumenti
appartenenti a diverse etnie del pianeta) e una sorta di incatalogabile “cantautorato
internazionale di qualità”, che potremmo paragonare a quello di una Kate Bush o
di una Tori Amos. Non perché ci siano delle similitudini reali, con queste due
artiste, ma per l’attitudine comune a sfuggire a generi e “gabbie”.
Non solo: chi ha visto qualche concerto di
Elisa Montaldo sa che in quelle performance diventa difficile archiviare il
tutto anche soltanto sotto il concetto di musica, dal momento che le
collaborazioni con visual-artist d’avanguardia (per i quali ha composto e
arrangiato colonne sonore) trasformano questi eventi in autentiche situazioni
multimediali.
Ed eccoci arrivati al punto nodale di questa
recensione: la multimedialità.
L’album di cui andiamo a trattare, infatti,
intitolato “Il fascino dell’insolito”, nasce come supporto sonoro per un
podcast concepito da Enrico Pietra sulla storia degli sceneggiati dell’Epoca
d’Oro della RAI – Radiotelevisione Italiana. I titoli sono quelli che tutti gli
appassionati del genere ben ricordano: “A come Andromeda”, “Il fauno di Marmo”,
“Ritratto di donna velata”, “Il segno del Comando”, solo per menzionare quelli
che maggiormente hanno fatto la storia della tv negli anni ’70.
Nove brevi tracce che rivisitano quei temi
scritti da grandi professionisti della composizione per il cinema e la
televisione, nomi del calibro di Riz Ortolani e Stelvio Cipriani (anche in
questo caso per fare solo due esempi).
E qui torniamo al parallelismo con Il Tempio
delle Clessidre citato all’inizio: non similitudini ma attitudini. In questo
album, come in quella band, infatti, ritroviamo il giusto mix tra devozione e
innovazione. Così come il Tempio riportava in auge l’amore per il prog italiano
riabbracciandone gli stilemi ma mai offrendo una riproposizione calligrafica e
pedissequa, semmai al contrario introducendo vistosi e gustosi elementi di prog
moderno, allo stesso modo la polistrumentista genovese si mostra devota nei
confronti dell’operato degli autori originali, ma al tempo stesso ne
destruttura, scompone e ricompone i suoni.
Al centro di tutto domina il monumentale
parco-tastiere di Elisa Montaldo, a tratti affiancato da strumenti acustici dal
gusto antico, come la lira, o da “cimeli” misteriosi e magici, come il
Theremin. Tutto però viaggia attraverso le onde sonore dei cosiddetti VST
(Virtual Studio Technologies), applicativi digitali che svolgono un ruolo
fondamentale sia nella fedele riproduzione di strumenti ed effettistica
d’epoca, sia nel generare timbriche un tempo impensabili.
Si viene a creare un turbinante “loop
temporale”, nel quale fruscii, ronzii e borborigmi squisitamente “vintage”
convivono con immensi pad (cioè tappeti) e arpeggiatori emblematici
dell’elettronica attuale. In tutto questo il processo di editing, di arrangiamento,
di mixaggio assume un ruolo da protagonista quasi al pari della partitura
originale.
E non ci si deve esimere da un plauso per
l’eccellente mastering effettuato presso il Neraluce Studio di Barbara Rubin,
capace di offrire quel risultato adeguatamente “dipanato” nello spettro sonoro
e appagante soprattutto in cuffia. Barbara Rubin, a sua volta eccellente
polistrumentista, è sovente “complice” di Elisa Montaldo sia in studio sia in
quelle già citate “incursioni” tra live e performance multimediale.
Concludendo: un’opera che saprà coinvolgere e
commuovere i nostalgici ma, al tempo stesso, attrarre e incuriosire i giovani
e, in generale, chi scopre oggi nuovi linguaggi musicali.
Reportage
fotografico di Alice Bellati con piccola
cronaca di Mario Eugenio Cominotti per MAT2020
Day
Two - sabato 6 settembre
Cielo
ancora splendidamente sereno e pubblico di appassionati proveniente anche da
vari paesi europei già numeroso nel primo pomeriggio per questa secondagiornata
alla edizione 2025del Festival Prog internazionale di Veruno.
Anche
oggi il programma dei concerti è ricchissimo, con quattro Band che si
avvicenderanno sul grande palco nel campo sportivo di Revislate,
attrezzato e organizzato in modo ideale per valorizzare anche scenicamente al
meglio le performance live delle band, ma soprattutto per rendere merito alla
qualità dei suoni, grazie all’eccellente qualità degli impianti e dello staff
tecnico.
Apre
la storica band italiana progressive degli Alphataurus, nata a Milano nel
1970 debuttando con il primo omonimo album nel 1973, ormai vero e proprio cult.
La band amatissima dagli appassionati è tornata lo scorso anno con una nuova
formazione e il nuovo concept album “2084: Viaggio Nel Nulla” che ho avuto modo
di apprezzare dal vivo a Milano alla Casa di Alex per Prog-MI.
Della formazione originale è rimasto il solo tastierista Pietro Pellegrini ma la nuova band,
rimasta fedele alla sua storia e alle sue “radici” tra Prog sinfonico e
e Rock anni’70 quanto in continua evoluzione, è di fatto un supergruppo
formato da eccellenti musicisti dell’area milanese che ho avuto modo di
apprezzare in tante diverse situazioni come in questa magnifica occasione di
grande impatto e atmosfera: Franco Giaffreda – voce
solista e frontman, chitarra, flauto (Get’em Out), Tony Alemanno – basso (Five
Friends, Trip), Andrea
Massimo – chitarre, voce (Banaau), Diego Mariani – batteria,
percussioni, voce e Andrea
Guizzetti – pianoforte, tastiere, voce (Talkin Drum).
Il sole sta cominciando a calare ma la sorpresa – meraviglia!
– arriva sfolgorante dal sole nascente, con le Ars Nova, band
giapponese squisitamente tutta al femminile (chissà perché quelle tutte al
maschile non fanno mai notizia…) che prende immediatamente la scena con un
impatto di grande teatralità anche grazie al suo look a metà tra quello di
antiche tra geishe e scolarette uscite da un manga futuribile.
La musica non è
da meno, complessa quanto godibile e di grande originalità e stile, tra echi
classici e prog postmoderno, eccellenti le tastieriste Keiko
Kumagai (autrice dei brani) e Mika
Nakajima e la strepitosa e folle
batterista Akiko Takahashi. Assente purtroppo la bassista Shinko
“Panky” Shibata ma di
grande impatto scenico e lirismo la sorprendente Sayuri
Aruga alla voce.
Con un tramonto spettacolare arriva la sera con la terza
band, da Berlino la storica (1967) formazione Krautrock degli Agitation Free,
che subito mi affascina con sonorità ipnotiche e psichedelia tra
improvvisazione e intrecci raffinatissimi di chitarre (Lutz
Graf-Ulbrich – spirito guida
della band – e Axel Heilhecker) e tastiere (Tim
Sund) che avvolgono il
pubblico sostenuti da una ritmica inesorabilmente incalzante, grazie a Daniel
Cordes al basso e a Burghard
Rausch alla batteria.
Gli
Agitation Free ci accompagnano così in un lungo e intenso vero e proprio
viaggio tra paesaggi sonori lontani, meritatamente applauditi da un pubblico
attento e partecipe.
Grandissima emozione e pubblico letteralmente alle stelle
per l’apparizione sul palco, tra mito e leggenda, di una delle band più amate e
carismatiche di tutta la storia del Progressive rock, ma non quello più
sinfonico o hard rock, quanto quello dal lato più caldo e intensamente debitore
al jazz e al grande blues, con la potenza impressionante della
monumentale band dei Colosseum! Il batterista Jon
Hiseman e il sassofonista tenore Dick
Heckstall – Smith,
fondatori del gruppo londinese nel 1968, purtroppo ci hanno lasciati da tempo e
il tastierista Dave Greenslade ha abbandonato il nuovo progetto nel 2010, ma sul palco
ancora oggi ci sono, e davvero in grandissima forma, il chitarrista ClemClempson e il bassista Mark
Clarke … e poi alla voce, dalla
vetta dei suoi tuonanti 85 anni, un gigante dalla voce ancora scolpita nel
marmo, ChrisFarlowe (io lo ricordo ancora con gli amati Atomic
Rooster di VincentCrane e Carl Palmer), con i Colosseum dal 1970 con l’album Daughter
Of Time.
Non poteva mancare nel live dei Colosseum, per quanto
rivisitata nell’arrangiamento, il loro grande classico dei classici, quella “Valentyne
Suite” sempre risplendente
tra le vette del prog … mi ha sorpreso in scaletta e dato ancora un grandissimo
piacere ed emozione ritrovare anche la splendida “Lost
Angels”, dal doppio album “Colosseum
live”, brano di grande
scrittura e ancora perfetto per far risaltare la grande voce e passione di Chris
Farlowe. “Theme
For An Imaginary Western”,
romantico e bellissimo pezzo dell’indimenticabile Jack
Bruce, chiude il Concerto e
questa seconda formidabile giornata del Festival di Veruno. Si chiude così il
sipario anche sul Day Two, un saluto agli amici e con Alice di nuovo subito in auto verso l’accogliente B&B, in
attesa della giornata conclusiva del festival, domani.
A volte la passione per la musica s’insinua nella ragione e
ci porta su strade inaspettate. La storia di Simone
Galassi, chitarrista modenese da tempo protagonista di progetti
tributo d’eccellenza, dimostra che talento e umiltà possono convivere nella
musica autentica. Mancino, maestro nel domare la chitarra con naturalezza e
potenza espressiva, Galassi porta nel suo nuovo album un mix di rock-blues,
psichedelia e contaminazioni funk che merita tutta l’attenzione degli
appassionati. Tra leggende come Jimi Hendrix e Rory Gallagher, il disco si fa
portatore di un suono intriso del profumo e della magia degli anni a cavallo tra
i Sessanta e i Settanta, percepibile fin dalla pregevole grafica che accompagna
la sua uscita.
Lo conobbi anni fa, in un momento in cui la passione aveva
preso il sopravvento sulla ragione, convincendomi che la mia poca dimestichezza
con la chitarra fosse tutta colpa di uno strumento poco prestigioso. Così,
deciso a rimediare, mi misi alla ricerca di una Fender di seconda mano. Fu
allora che incrociai la strada di questo musicista, impegnato a rinnovare il
suo già ricco e prezioso arsenale di chitarre.
Alla fine, mi vendette una splendida Stratocaster, ma non
prima di avermi regalato una dimostrazione della sua indiscutibile maestria.
Una performance che, inutile negarlo, scalfì ulteriormente la mia fragile
autostima, cancellando quasi ogni residua speranza di poter un giorno — non
dico meritarmi il titolo di chitarrista — ma almeno suonare due lick dignitosi
senza sudare sette camicie.
Venni poi a sapere che quel giovane modenese era l’anima di
due tributi di altissimo livello: "Gypsy Rainbow", dedicato a Jimi Hendrix, e "IIrish Fire", omaggio a Rory Gallagher. Era anche sparring partner di Ellen
River, raffinata cantautrice della scena indie emiliana.
Oggi, quel vero gentleman che è Galassi — noto per la sua
modestia, umiltà e cortesia fuori dal palco — torna sulla scena con un album
registrato negli studi del polistrumentista bresciano Carlo Poddighe, che lo
accompagna con tastiere e sezione ritmica. Il disco, inciso a marzo di
quest’anno, è composto da nove brani originali più un breve sketch strumentale.
Un lavoro che racconta la sua anima musicale intrecciando radici rock-blues e
psichedelia con chiari richiami ai numi tutelari Gallagher e Hendrix, ma anche
Page e Clapton, senza trascurare incursioni funky, accenni grunge e vigorose
scorribande hard rock.
I brani convincono fin dal primo ascolto: solidi, equilibrati
e dotati di una coerenza rara in progetti simili. Le trame chitarristiche sono
incisive e raffinate, mentre la vocalità di Galassi si distingue per un timbro
caldo e sicuro, capace di trasmettere energia e sensibilità al tempo stesso.
L’intesa con Poddighe è impeccabile: Hammond, Wurlitzer, Clavinet e ritmiche
serrate si fondono alla perfezione, ricreando quel calore tipico della
dimensione live, dove la musica respira e vibra autentica.
Degna di nota è la scelta di una strumentazione vintage e di
un missaggio su banco analogico, una decisione ormai rara ma fondamentale per
conferire al disco una pasta sonora morbida, viva e tridimensionale. Per
qualità di scrittura, esecuzione e produzione, questo album ha davvero le carte
in regola per entrare nel pantheon del rock-blues italiano e non solo.
L’album è disponibile in streaming, su CD e in vinile, in due
versioni: una classica stampa nera e una limited edition blu, pensata per i
collezionisti.
Maledetto Simone… Oggi mi sentirò ancora più inadeguato ogni
volta che strapazzerò quella povera, vecchia Fender che mi vendesti. Ma, in
fondo, questa è una "felix culpa": senza quello sconsiderato acquisto
forse non avrei mai avuto la fortuna d’imbattermi nel tuo cristallino talento.
Registrato presso: Studi di Carlo
Poddighe, marzo 2025
Produzione: Carlo Poddighe
Formazione:
- Simone Galassi: voce, chitarre
- Carlo Poddighe: batteria, basso,
Hammond, piano Wurlitzer, Clavinet, cori
-Artwork: Jim
Grimwade
Tracklist
1. These
Chains – 4:39
2. I Have to
Tell You – 3:36
3. Lead –
0:43
4. I’ll Never
– 4:06
5. 95 – 4:12
6. In Your
Eyes – 4:29
7. Since
You’re Gone – 5:21
8. Damnation
– 3:58
9. Shooting
Stars – 5:01
10. Hazy Nights – 6:01
- Tutti i brani sono composti da Simone Galassi, eccetto “95”
e “Hazy Nights” (musica Simone Galassi, testo Martin Lee), e “Shooting Stars”
(musica Simone Galassi, testo Alda Lolli).
- L’album ripercorre le radici rock, blues, psichedeliche di
Galassi e il lavoro in duo con Carlo Poddighe emerge grazie a una
strumentazione totalmente vintage e un missaggio su banco analogico.
- Sonorità tra Hendrix, Gallagher, Cream, Deep Purple, Led
Zeppelin, con sfumature funky, hard e passaggi grunge/moderni.
Ci sono album che nascono con decenni di ritardo, ma che
sembrano parlare come se non fosse passato neanche un giorno.Risveglio, dei Sigmund
Freudè uno di questi. È il primo
album ufficiale di una band che vide la luce nell’estate del 1972 nei Castelli
Romani, tra il profumo dei pini e il calore di un’Italia che stava vivendo i
suoi anni più creativi e ribelli. Ascoltarlo oggi è come aprire una capsula del
tempo: ogni nota ti riporta indietro, ma con una freschezza sorprendente.
I Sigmund Freud nacquero come tanti gruppi di quegli
anni, ma con una personalità propria, un’intenzione chiara: fare musica che
fosse viva, originale, senza compromessi. Pochi effetti, tanta sostanza, ogni
musicista con il suo strumento, la sua voce nel tessuto sonoro della band. Nel
corso degli anni la formazione ha visto susseguirsi diversi musicisti, tra cui:
Claudio Ciuffa (chitarra, flauto), Marco Cavaterra (basso, voce),
Fabio Tata (tastiere), Dario Masani (batteria), Dino Pacini
(chitarra), Caterina Russo (voce), Robin Taylor (violoncello e
piano), Luca Allori (voce, chitarra), Evandro Gabbiati (batteria)
e Claudio Carbonetti (tastiere). Ciascuno di loro ha contribuito a
tessere un arazzo sonoro ricco di colori, dove ogni strumento trova il proprio
spazio in armonie mai banali.
Cinque brani di Risveglio sono stati registrati
ex novo dall’attuale formazione, con cura maniacale per i dettagli: Hammond,
Mini Moog, Mellotron, suoni vintage che avvolgono l’ascoltatore in un abbraccio
sonoro caldo e avvolgente. E poi c’è il pezzo tratto direttamente dalle session
originali, rimasterizzato con rispetto e delicatezza, un piccolo miracolo che
unisce passato e presente.
I Sigmund Freud esplorano spazi melodici accessibili
senza mai perdere di vista la struttura dei brani, inserendo con eleganza quei
cambi di tempo che rendono il progressive così sorprendente. Il flauto di
Claudio Ciuffa emerge come una guida: con le sue note trasporta subito
l’ascoltatore negli anni ’70, facendolo scivolare in un universo di emozioni e
colori che, in dodici minuti, raccontano con forza l’essenza del Progressive
Rock italiano.
Il primo brano, Fiori di Polvere Bianca, apre
l’album con un senso di attesa e mistero. Sin dalle prime note emerge
un’atmosfera tipica del prog italiano classico, quella capacità di fondere
melodia e sperimentazione in modo naturale. L’ascoltatore si ritrova subito
immerso in un mondo sonoro sospeso tra sogno e realtà, con melodie delicate che
lasciano spazio a improvvise esplosioni strumentali, dove il flauto e le
chitarre creano un dialogo suggestivo. È un’apertura che stabilisce subito il
tono dell’album: elegante, originale, in bilico tra immediatezza melodica e
profondità compositiva.
La successiva Giochi d’Ombre è un’altra
mini-suite in cui la ritmica, sostenuta dalle tastiere, crea un’atmosfera
sospesa e magica. Il brano mostra il carattere distintivo del prog italiano,
con alternanze tra momenti narrativi e strumentali. Le fughe strumentali,
sempre attente alla tecnica e alla creatività, catturano immediatamente
l’orecchio dell’ascoltatore.
In Palla di Neve la chitarra apre con note dal
sapore antico, mentre il flauto accompagna con leggerezza, creando un paesaggio
sonoro sospeso. Man mano che il brano prende forma, le voci e gli altri
strumenti entrano con naturalezza, aggiungendo slancio e trasformando la
melodia in un flusso vivo e avvolgente.
La Quiete dopo la Tempestasi sviluppa come una lunga mini-suite
di dieci minuti, in cui si percepisce subito l’influenza degli anni ’70: ogni
musicista trova il suo spazio, contribuendo a un insieme armonico ricco e
curato nei dettagli. Epilogo prosegue sulla stessa scia, accompagnando l’ascoltatore
in un viaggio che alterna momenti sospesi e riflessivi a passaggi più intensi,
lasciando libero lo sguardo interiore di vagare tra immagini sonore sospese tra
realtà e immaginazione.
A chiudere l’album, Freud 70’s Medley è un
viaggio attraverso sedici minuti di registrazioni storiche che catturano
l’essenza del gruppo in quegli anni. È come sfogliare un album di ricordi
sonori, in cui i suoni del passato prendono vita con intensità: tastiere,
chitarre e fiati si intrecciano creando paesaggi musicali affascinanti, capaci
di restituire il carattere e l’energia di una band che ha saputo trasformare
ogni nota in esperienza emotiva.
Dopo aver ascoltato Risveglio, rimane una sensazione
che va oltre la musica: un coinvolgimento autentico che ti fa sentire parte di
quell’energia creativa degli anni ’70. Non è soltanto progressive, né semplice
nostalgia: è una musica che pulsa, viva, capace di emozionare ancora oggi. Ogni
strumento ha il suo carattere, ogni dettaglio negli arrangiamenti racconta
qualcosa, sorprendendo e accompagnando chi ascolta in un viaggio che sembra
cominciare in quella lontana estate del 1972.
Per chi ama il prog italiano, questo album è un piccolo
tesoro: riesce a far sentire il fascino di un’epoca passata senza appiattirsi
nel ricordo, trasformando l’ascolto in un’esperienza viva, intensa, quasi
tattile. E mentre immagini la possibilità di un vinile che restituisca anche
sul piano estetico la magia di quegli anni, resta chiaro che Risveglio
non è solo un ricordo musicale: è un percorso emotivo da assaporare, nota dopo
nota, respiro dopo respiro.
Il sassofonista diplomato e polistrumentista Andy Micarelli, forte di un solido background
come turnista per artisti di calibro (tra cui Lighea, Mauro di Maggio e Le
Orme), torna sulla scena con il suo quinto lavoro da solista, Andyamo.
Il titolo, un brillante gioco di parole che fonde il nome
dell'artista con l'invito all'azione, è programmatico: un invito rivolto al
pubblico a intraprendere con lui un percorso emotivo e narrativo.
Andyamo è un disco che emana un senso di schiettezza e semplicità, un'opera che
si tuffa con coraggio nell'universo interiore del suo creatore. Le undici
tracce (per poco più di mezz'ora di ascolto) si configurano come una serie di piccoli
affreschi esistenziali, dove l'autore attinge a piene mani dalla propria
esperienza di vita. Micarelli si mette a nudo, trattando temi universali
attraverso il filtro della propria vicenda personale: dall'orgoglio e la gioia
della paternità (come nelle toccanti Viola e Come un Oceano),
alla celebrazione di un amore incondizionato (Fammi volare), fino alla
profonda devozione per la sua terra, l'Abruzzo, incarnata nel vibrante omaggio
a Chieti, Teate.
Musicalmente, l'album si colloca nel solco della tradizione
della musica leggera italiana, richiamando un cantato "classico" che
evoca atmosfere del passato. Nonostante questa radice, la produzione risulta fresca
e moderna, valorizzando una scrittura ricca di personalità. Micarelli
(presumibilmente in piena autonomia produttiva e arrangiativa) sfrutta una
tessitura sonora prevalentemente elettronica, conferendo all'opera una
leggerezza e un'attualità che ne facilitano l'ascolto.
La narrazione, come dichiarato dall'artista stesso, è
totalmente autobiografica e intrisa di un bisogno fondamentale di "tornare
a casa" attraverso gli affetti, i ricordi e il senso di appartenenza.
Sebbene questa fortissima visione introspettiva possa talvolta apparire
eccessiva, confinando il concept in una dimensione molto privata, la purezza
e l'onestà disarmante della penna di Micarelli riescono a superare ogni
potenziale riserva, giustificando eventuali ingenuità stilistiche. L'artista
dimostra una capacità innata di trasformare il vissuto in musica, trasformando
l'intimo in qualcosa di condivisibile.
Tra i brani spicca in particolare la già citata Teate,
vero e proprio inno identitario con un incisivo ritornello di impronta
squisitamente melodica italiana. Ma l'album sorprende anche con tracce meno
convenzionali: ad esempio Hulkmania, un inaspettato omaggio a Hulk
Hogan, capace di unire l'emozione personale all'iconografia pop. Non mancano
momenti di riflessione sociale, come in Basta, che affronta con
franchezza l'ipocrisia contemporanea.
In sintesi, Andyamo è un atto di coraggio e un
percorso emotivo sincero e stratificato. Andy Micarelli si conferma un
cantautore fedele alla propria essenza, capace di offrire una musica che,
sebbene semplice e leggera nella forma, possiede la rara qualità di parlare al
cuore e alla memoria dell'ascoltatore, trovando le coordinate per il
"senso di casa" in ognuno di noi.