www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

lunedì 27 ottobre 2025

"I get a rush" EP Remixes-COBALTO+


 

I Get A Rush – EP Remix di –COBALTO+


Il collettivo musicale –COBALTO+ torna con un progetto raffinato e audace: due remix del celebre brano I Get A Rush dei Planet Funk, reinterpretati con sensibilità e visione artistica.


Versione Rilly Segalini

Un remix ipnotico e avvolgente, costruito su un crescendo vocale che rende omaggio a Dan Black, voce storica del brano. Pensato per un dancefloor elegante, il sound è profondo e magnetico, con una produzione che bilancia emozione e tecnica.

 

Versione Robbie F

Più diretta e tecnologica, questa versione si muove su coordinate electrohouse. La voce di Dan Black è filtrata e rielaborata, in parte fedele all’originale e in parte ricostruita, per un pubblico alla ricerca di un groove moderno e pulsante.

 


Bandcamp - Bfan.link

 

Rilly Segalini – Biografia sintetica 

Nato a Cremona il 17 dicembre 1962, Rilly Segalini è produttore musicale, musicista e ingegnere del suono.

Negli anni ’80 avvia la sua carriera con produzioni discografiche e dal 1989 al 1995 lavora al fianco di Fio Zanotti, collaborando a progetti con artisti come Zucchero, Vasco Rossi, Fiorella Mannoia, Francesco De Gregori, Pooh, Mango, Mia Martini e molti altri.

Ha partecipato a tour e produzioni internazionali con Planet Funk, remixato artisti come Gary Numan e prodotto una rivisitazione di Atmosphere dei Joy Division.

Dal 2020 collabora con Tim Palmer e co-produce i lavori della band –COBALTO+, tra cui l’album Something Beautiful (2022) e il nuovo disco uscito il 28 febbraio 2023.

 

–COBALTO+ – La band 

Fondata nel 1980 da Rilly Segalini e Mauro Ardenghi, –COBALTO+ è un progetto musicale che fonde rock, elettronica e new wave.

La formazione attuale include:

    • Mattia Tedesco (chitarre – Vasco Rossi, Laura Pausini)
    • Robbie F (DJ, basso, programmazione)
    • Jack Bignotti (batteria)

 

Con un sound che guarda al futuro ma radicato nella tradizione analogica, –COBALTO+ continua a esplorare nuove frontiere sonore.





sabato 18 ottobre 2025

Elisa Montaldo – “Il fascino dell’insolito” (2025), commento di Alberto Sgarlato

 


Elisa Montaldo – “Il fascino dell’insolito” (2025) 

Di Alberto Sgarlato


Il nome di Elisa Montaldo è abitualmente associato in modo diretto al Tempio delle Clessidre, una delle pochissime band che nel Nuovo Millennio sono state capaci di riportare il rock progressivo italiano ai fasti della ribalta internazionale, con tanto di tour in Sud Corea e Giappone e partecipazioni a importanti festival.

In realtà, però, chi conosce i progetti solisti della polistrumentista, compositrice, arrangiatrice e cantante genovese, saprà che la sua carriera è molto di più del solo rock progressivo italiano: nei suoi percorsi di ricerca si incontrano elettronica, metal-prog (come dimenticare la cover di “Space-dye vest” dei Dream Theather che talvolta propone live?), rarefazioni post-rock, suggestioni di World music (con l’uso di strumenti appartenenti a diverse etnie del pianeta) e una sorta di incatalogabile “cantautorato internazionale di qualità”, che potremmo paragonare a quello di una Kate Bush o di una Tori Amos. Non perché ci siano delle similitudini reali, con queste due artiste, ma per l’attitudine comune a sfuggire a generi e “gabbie”.

Non solo: chi ha visto qualche concerto di Elisa Montaldo sa che in quelle performance diventa difficile archiviare il tutto anche soltanto sotto il concetto di musica, dal momento che le collaborazioni con visual-artist d’avanguardia (per i quali ha composto e arrangiato colonne sonore) trasformano questi eventi in autentiche situazioni multimediali.

Ed eccoci arrivati al punto nodale di questa recensione: la multimedialità.

ASCOLTO BANDCAMP

L’album di cui andiamo a trattare, infatti, intitolato “Il fascino dell’insolito”, nasce come supporto sonoro per un podcast concepito da Enrico Pietra sulla storia degli sceneggiati dell’Epoca d’Oro della RAI – Radiotelevisione Italiana. I titoli sono quelli che tutti gli appassionati del genere ben ricordano: “A come Andromeda”, “Il fauno di Marmo”, “Ritratto di donna velata”, “Il segno del Comando”, solo per menzionare quelli che maggiormente hanno fatto la storia della tv negli anni ’70.

Nove brevi tracce che rivisitano quei temi scritti da grandi professionisti della composizione per il cinema e la televisione, nomi del calibro di Riz Ortolani e Stelvio Cipriani (anche in questo caso per fare solo due esempi).

E qui torniamo al parallelismo con Il Tempio delle Clessidre citato all’inizio: non similitudini ma attitudini. In questo album, come in quella band, infatti, ritroviamo il giusto mix tra devozione e innovazione. Così come il Tempio riportava in auge l’amore per il prog italiano riabbracciandone gli stilemi ma mai offrendo una riproposizione calligrafica e pedissequa, semmai al contrario introducendo vistosi e gustosi elementi di prog moderno, allo stesso modo la polistrumentista genovese si mostra devota nei confronti dell’operato degli autori originali, ma al tempo stesso ne destruttura, scompone e ricompone i suoni.

Al centro di tutto domina il monumentale parco-tastiere di Elisa Montaldo, a tratti affiancato da strumenti acustici dal gusto antico, come la lira, o da “cimeli” misteriosi e magici, come il Theremin. Tutto però viaggia attraverso le onde sonore dei cosiddetti VST (Virtual Studio Technologies), applicativi digitali che svolgono un ruolo fondamentale sia nella fedele riproduzione di strumenti ed effettistica d’epoca, sia nel generare timbriche un tempo impensabili.

Si viene a creare un turbinante “loop temporale”, nel quale fruscii, ronzii e borborigmi squisitamente “vintage” convivono con immensi pad (cioè tappeti) e arpeggiatori emblematici dell’elettronica attuale. In tutto questo il processo di editing, di arrangiamento, di mixaggio assume un ruolo da protagonista quasi al pari della partitura originale.

E non ci si deve esimere da un plauso per l’eccellente mastering effettuato presso il Neraluce Studio di Barbara Rubin, capace di offrire quel risultato adeguatamente “dipanato” nello spettro sonoro e appagante soprattutto in cuffia. Barbara Rubin, a sua volta eccellente polistrumentista, è sovente “complice” di Elisa Montaldo sia in studio sia in quelle già citate “incursioni” tra live e performance multimediale.

Concludendo: un’opera che saprà coinvolgere e commuovere i nostalgici ma, al tempo stesso, attrarre e incuriosire i giovani e, in generale, chi scopre oggi nuovi linguaggi musicali.






giovedì 16 ottobre 2025

Commento (e reportage fotografico) della 2° giornata del 2DAYS PROG +1 FESTIVAL 2025 Veruno / Revislate



2DAYS PROG +1 FESTIVAL 2025 Veruno / Revislate

Reportage fotografico di Alice Bellati con piccola cronaca di Mario Eugenio Cominotti per MAT2020

Day Two - sabato 6 settembre


Cielo ancora splendidamente sereno e pubblico di appassionati proveniente anche da vari paesi europei già numeroso nel primo pomeriggio per questa seconda giornata alla edizione 2025 del Festival Prog internazionale di Veruno.

 

Il racconto della 1° giornata

 

Anche oggi il programma dei concerti è ricchissimo, con quattro Band che si avvicenderanno sul grande palco nel campo sportivo di Revislate, attrezzato e organizzato in modo ideale per valorizzare anche scenicamente al meglio le performance live delle band, ma soprattutto per rendere merito alla qualità dei suoni, grazie all’eccellente qualità degli impianti e dello staff tecnico.

Apre la storica band italiana progressive degli Alphataurus, nata a Milano nel 1970 debuttando con il primo omonimo album nel 1973, ormai vero e proprio cult. La band amatissima dagli appassionati è tornata lo scorso anno con una nuova formazione e il nuovo concept album “2084: Viaggio Nel Nulla” che ho avuto modo di apprezzare dal vivo a Milano alla Casa di Alex per Prog-MI. 

Della formazione originale è rimasto il solo tastierista Pietro Pellegrini ma la nuova band, rimasta fedele alla sua storia e alle sue “radici” tra Prog sinfonico e e Rock anni’70 quanto in continua evoluzione, è di fatto un supergruppo formato da eccellenti musicisti dell’area milanese che ho avuto modo di apprezzare in tante diverse situazioni come in questa magnifica occasione di grande impatto e atmosfera: Franco Giaffreda – voce solista e frontman, chitarra, flauto (Get’em Out), Tony Alemanno – basso (Five Friends, Trip), Andrea Massimo – chitarre, voce (Banaau), Diego Mariani – batteria, percussioni, voce e Andrea Guizzetti – pianoforte, tastiere, voce (Talkin Drum).

Il sole sta cominciando a calare ma la sorpresa – meraviglia! – arriva sfolgorante dal sole nascente, con le Ars Nova, band giapponese squisitamente tutta al femminile (chissà perché quelle tutte al maschile non fanno mai notizia…) che prende immediatamente la scena con un impatto di grande teatralità anche grazie al suo look a metà tra quello di antiche tra geishe e scolarette uscite da un manga futuribile.

La musica non è da meno, complessa quanto godibile e di grande originalità e stile, tra echi classici e prog postmoderno, eccellenti le tastieriste Keiko Kumagai (autrice dei brani) e Mika Nakajima e la strepitosa e folle batterista Akiko Takahashi. Assente purtroppo la bassista Shinko “Panky” Shibata ma di grande impatto scenico e lirismo la sorprendente Sayuri Aruga alla voce.

Con un tramonto spettacolare arriva la sera con la terza band, da Berlino la storica (1967) formazione Krautrock degli Agitation Free, che subito mi affascina con sonorità ipnotiche e psichedelia tra improvvisazione e intrecci raffinatissimi di chitarre (Lutz Graf-Ulbrich – spirito guida della band – e Axel Heilhecker) e tastiere (Tim Sund) che avvolgono il pubblico sostenuti da una ritmica inesorabilmente incalzante, grazie a Daniel Cordes al basso e a Burghard Rausch alla batteria. 

Gli Agitation Free ci accompagnano così in un lungo e intenso vero e proprio viaggio tra paesaggi sonori lontani, meritatamente applauditi da un pubblico attento e partecipe.

Grandissima emozione e pubblico letteralmente alle stelle per l’apparizione sul palco, tra mito e leggenda, di una delle band più amate e carismatiche di tutta la storia del Progressive rock, ma non quello più sinfonico o hard rock, quanto quello dal lato più caldo e intensamente debitore al jazz e al grande blues, con la potenza impressionante della monumentale band dei Colosseum! Il batterista Jon Hiseman e il sassofonista tenore Dick Heckstall – Smith, fondatori del gruppo londinese nel 1968, purtroppo ci hanno lasciati da tempo e il tastierista Dave Greenslade ha abbandonato il nuovo progetto nel 2010, ma sul palco ancora oggi ci sono, e davvero in grandissima forma, il chitarrista Clem Clempson e il bassista Mark Clarke … e poi alla voce, dalla vetta dei suoi tuonanti 85 anni, un gigante dalla voce ancora scolpita nel marmo, Chris Farlowe (io lo ricordo ancora con gli amati Atomic Rooster di Vincent Crane e Carl Palmer), con i Colosseum dal 1970 con l’album Daughter Of Time.

Non poteva mancare nel live dei Colosseum, per quanto rivisitata nell’arrangiamento, il loro grande classico dei classici, quella “Valentyne Suite” sempre risplendente tra le vette del prog … mi ha sorpreso in scaletta e dato ancora un grandissimo piacere ed emozione ritrovare anche la splendida “Lost Angels”, dal doppio album “Colosseum live”, brano di grande scrittura e ancora perfetto per far risaltare la grande voce e passione di Chris Farlowe. “Theme For An Imaginary Western”, romantico e bellissimo pezzo dell’indimenticabile Jack Bruce, chiude il Concerto e questa seconda formidabile giornata del Festival di Veruno. Si chiude così il sipario anche sul Day Two, un saluto agli amici e con Alice di nuovo subito in auto verso l’accogliente B&B, in attesa della giornata conclusiva del festival, domani.


 Qualche scatto di Alice Bellati...

Il set degli Alphataurus






Ars Nova





Agitation Free




Colosseum






mercoledì 15 ottobre 2025

MALEDETTO SIMONE, CHE FECE CANTARE LA MIA VECCHIA FENDER. Di Francesco Pullè



A volte la passione per la musica s’insinua nella ragione e ci porta su strade inaspettate. La storia di Simone Galassi, chitarrista modenese da tempo protagonista di progetti tributo d’eccellenza, dimostra che talento e umiltà possono convivere nella musica autentica. Mancino, maestro nel domare la chitarra con naturalezza e potenza espressiva, Galassi porta nel suo nuovo album un mix di rock-blues, psichedelia e contaminazioni funk che merita tutta l’attenzione degli appassionati. Tra leggende come Jimi Hendrix e Rory Gallagher, il disco si fa portatore di un suono intriso del profumo e della magia degli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta, percepibile fin dalla pregevole grafica che accompagna la sua uscita.

Lo conobbi anni fa, in un momento in cui la passione aveva preso il sopravvento sulla ragione, convincendomi che la mia poca dimestichezza con la chitarra fosse tutta colpa di uno strumento poco prestigioso. Così, deciso a rimediare, mi misi alla ricerca di una Fender di seconda mano. Fu allora che incrociai la strada di questo musicista, impegnato a rinnovare il suo già ricco e prezioso arsenale di chitarre.

Alla fine, mi vendette una splendida Stratocaster, ma non prima di avermi regalato una dimostrazione della sua indiscutibile maestria. Una performance che, inutile negarlo, scalfì ulteriormente la mia fragile autostima, cancellando quasi ogni residua speranza di poter un giorno — non dico meritarmi il titolo di chitarrista — ma almeno suonare due lick dignitosi senza sudare sette camicie.

Venni poi a sapere che quel giovane modenese era l’anima di due tributi di altissimo livello: "Gypsy Rainbow", dedicato a Jimi Hendrix, e "IIrish Fire", omaggio a Rory Gallagher. Era anche sparring partner di Ellen River, raffinata cantautrice della scena indie emiliana.

Oggi, quel vero gentleman che è Galassi — noto per la sua modestia, umiltà e cortesia fuori dal palco — torna sulla scena con un album registrato negli studi del polistrumentista bresciano Carlo Poddighe, che lo accompagna con tastiere e sezione ritmica. Il disco, inciso a marzo di quest’anno, è composto da nove brani originali più un breve sketch strumentale. Un lavoro che racconta la sua anima musicale intrecciando radici rock-blues e psichedelia con chiari richiami ai numi tutelari Gallagher e Hendrix, ma anche Page e Clapton, senza trascurare incursioni funky, accenni grunge e vigorose scorribande hard rock.

I brani convincono fin dal primo ascolto: solidi, equilibrati e dotati di una coerenza rara in progetti simili. Le trame chitarristiche sono incisive e raffinate, mentre la vocalità di Galassi si distingue per un timbro caldo e sicuro, capace di trasmettere energia e sensibilità al tempo stesso. L’intesa con Poddighe è impeccabile: Hammond, Wurlitzer, Clavinet e ritmiche serrate si fondono alla perfezione, ricreando quel calore tipico della dimensione live, dove la musica respira e vibra autentica.

Degna di nota è la scelta di una strumentazione vintage e di un missaggio su banco analogico, una decisione ormai rara ma fondamentale per conferire al disco una pasta sonora morbida, viva e tridimensionale. Per qualità di scrittura, esecuzione e produzione, questo album ha davvero le carte in regola per entrare nel pantheon del rock-blues italiano e non solo.

L’album è disponibile in streaming, su CD e in vinile, in due versioni: una classica stampa nera e una limited edition blu, pensata per i collezionisti.

Maledetto Simone… Oggi mi sentirò ancora più inadeguato ogni volta che strapazzerò quella povera, vecchia Fender che mi vendesti. Ma, in fondo, questa è una "felix culpa": senza quello sconsiderato acquisto forse non avrei mai avuto la fortuna d’imbattermi nel tuo cristallino talento.


 Scheda Album: Simone Galassi — “Simone Galassi” (2025)

 

Artista: Simone Galassi

Titolo: Simone Galassi

Anno: 2025

Etichetta: Autoproduzione

Durata totale: 42 minuti (10 brani)

Registrato presso: Studi di Carlo Poddighe, marzo 2025

Produzione: Carlo Poddighe

Formazione:

- Simone Galassi: voce, chitarre

- Carlo Poddighe: batteria, basso, Hammond, piano Wurlitzer, Clavinet, cori

-Artwork: Jim Grimwade

 

Tracklist

1. These Chains – 4:39

2. I Have to Tell You – 3:36

3. Lead – 0:43

4. I’ll Never – 4:06

5. 95 – 4:12

6. In Your Eyes – 4:29

7. Since You’re Gone – 5:21

8. Damnation – 3:58

9. Shooting Stars – 5:01

10. Hazy Nights – 6:01

- Tutti i brani sono composti da Simone Galassi, eccetto “95” e “Hazy Nights” (musica Simone Galassi, testo Martin Lee), e “Shooting Stars” (musica Simone Galassi, testo Alda Lolli).

- L’album ripercorre le radici rock, blues, psichedeliche di Galassi e il lavoro in duo con Carlo Poddighe emerge grazie a una strumentazione totalmente vintage e un missaggio su banco analogico.

- Sonorità tra Hendrix, Gallagher, Cream, Deep Purple, Led Zeppelin, con sfumature funky, hard e passaggi grunge/moderni.







venerdì 10 ottobre 2025

Bob Lobrano al Giardino 2.0, reporage di Renzo De Grandi


Dice Renzo De Grandi, presente al Giardino 2.0 di Giamprimo Zorzan…

Era la prima volta che li vedevo, davvero bravi! Sono rimasto entusiasta.


















 

Sigmund Freud – Risveglio-Commento di Luca Paoli

 


Sigmund Freud – Risveglio

 (Black Widow Records, 2025)

Di Luca Paoli

 

Ci sono album che nascono con decenni di ritardo, ma che sembrano parlare come se non fosse passato neanche un giorno. Risveglio, dei Sigmund Freud è uno di questi. È il primo album ufficiale di una band che vide la luce nell’estate del 1972 nei Castelli Romani, tra il profumo dei pini e il calore di un’Italia che stava vivendo i suoi anni più creativi e ribelli. Ascoltarlo oggi è come aprire una capsula del tempo: ogni nota ti riporta indietro, ma con una freschezza sorprendente.

I Sigmund Freud nacquero come tanti gruppi di quegli anni, ma con una personalità propria, un’intenzione chiara: fare musica che fosse viva, originale, senza compromessi. Pochi effetti, tanta sostanza, ogni musicista con il suo strumento, la sua voce nel tessuto sonoro della band. Nel corso degli anni la formazione ha visto susseguirsi diversi musicisti, tra cui: Claudio Ciuffa (chitarra, flauto), Marco Cavaterra (basso, voce), Fabio Tata (tastiere), Dario Masani (batteria), Dino Pacini (chitarra), Caterina Russo (voce), Robin Taylor (violoncello e piano), Luca Allori (voce, chitarra), Evandro Gabbiati (batteria) e Claudio Carbonetti (tastiere). Ciascuno di loro ha contribuito a tessere un arazzo sonoro ricco di colori, dove ogni strumento trova il proprio spazio in armonie mai banali.

Cinque brani di Risveglio sono stati registrati ex novo dall’attuale formazione, con cura maniacale per i dettagli: Hammond, Mini Moog, Mellotron, suoni vintage che avvolgono l’ascoltatore in un abbraccio sonoro caldo e avvolgente. E poi c’è il pezzo tratto direttamente dalle session originali, rimasterizzato con rispetto e delicatezza, un piccolo miracolo che unisce passato e presente.

I Sigmund Freud esplorano spazi melodici accessibili senza mai perdere di vista la struttura dei brani, inserendo con eleganza quei cambi di tempo che rendono il progressive così sorprendente. Il flauto di Claudio Ciuffa emerge come una guida: con le sue note trasporta subito l’ascoltatore negli anni ’70, facendolo scivolare in un universo di emozioni e colori che, in dodici minuti, raccontano con forza l’essenza del Progressive Rock italiano.

Il primo brano, Fiori di Polvere Bianca, apre l’album con un senso di attesa e mistero. Sin dalle prime note emerge un’atmosfera tipica del prog italiano classico, quella capacità di fondere melodia e sperimentazione in modo naturale. L’ascoltatore si ritrova subito immerso in un mondo sonoro sospeso tra sogno e realtà, con melodie delicate che lasciano spazio a improvvise esplosioni strumentali, dove il flauto e le chitarre creano un dialogo suggestivo. È un’apertura che stabilisce subito il tono dell’album: elegante, originale, in bilico tra immediatezza melodica e profondità compositiva.

La successiva Giochi d’Ombre è un’altra mini-suite in cui la ritmica, sostenuta dalle tastiere, crea un’atmosfera sospesa e magica. Il brano mostra il carattere distintivo del prog italiano, con alternanze tra momenti narrativi e strumentali. Le fughe strumentali, sempre attente alla tecnica e alla creatività, catturano immediatamente l’orecchio dell’ascoltatore.

In Palla di Neve la chitarra apre con note dal sapore antico, mentre il flauto accompagna con leggerezza, creando un paesaggio sonoro sospeso. Man mano che il brano prende forma, le voci e gli altri strumenti entrano con naturalezza, aggiungendo slancio e trasformando la melodia in un flusso vivo e avvolgente.

La Quiete dopo la Tempesta si sviluppa come una lunga mini-suite di dieci minuti, in cui si percepisce subito l’influenza degli anni ’70: ogni musicista trova il suo spazio, contribuendo a un insieme armonico ricco e curato nei dettagli.
Epilogo prosegue sulla stessa scia, accompagnando l’ascoltatore in un viaggio che alterna momenti sospesi e riflessivi a passaggi più intensi, lasciando libero lo sguardo interiore di vagare tra immagini sonore sospese tra realtà e immaginazione.

A chiudere l’album, Freud 70’s Medley è un viaggio attraverso sedici minuti di registrazioni storiche che catturano l’essenza del gruppo in quegli anni. È come sfogliare un album di ricordi sonori, in cui i suoni del passato prendono vita con intensità: tastiere, chitarre e fiati si intrecciano creando paesaggi musicali affascinanti, capaci di restituire il carattere e l’energia di una band che ha saputo trasformare ogni nota in esperienza emotiva.

Dopo aver ascoltato Risveglio, rimane una sensazione che va oltre la musica: un coinvolgimento autentico che ti fa sentire parte di quell’energia creativa degli anni ’70. Non è soltanto progressive, né semplice nostalgia: è una musica che pulsa, viva, capace di emozionare ancora oggi. Ogni strumento ha il suo carattere, ogni dettaglio negli arrangiamenti racconta qualcosa, sorprendendo e accompagnando chi ascolta in un viaggio che sembra cominciare in quella lontana estate del 1972.

Per chi ama il prog italiano, questo album è un piccolo tesoro: riesce a far sentire il fascino di un’epoca passata senza appiattirsi nel ricordo, trasformando l’ascolto in un’esperienza viva, intensa, quasi tattile. E mentre immagini la possibilità di un vinile che restituisca anche sul piano estetico la magia di quegli anni, resta chiaro che Risveglio non è solo un ricordo musicale: è un percorso emotivo da assaporare, nota dopo nota, respiro dopo respiro.







giovedì 9 ottobre 2025

Andy Micarelli – "Andyamo": un viaggio intimo tra radici e sentimenti

 


Andy Micarelli – Andyamo

Music Force


Il sassofonista diplomato e polistrumentista Andy Micarelli, forte di un solido background come turnista per artisti di calibro (tra cui Lighea, Mauro di Maggio e Le Orme), torna sulla scena con il suo quinto lavoro da solista, Andyamo.

Il titolo, un brillante gioco di parole che fonde il nome dell'artista con l'invito all'azione, è programmatico: un invito rivolto al pubblico a intraprendere con lui un percorso emotivo e narrativo.

Andyamo è un disco che emana un senso di schiettezza e semplicità, un'opera che si tuffa con coraggio nell'universo interiore del suo creatore. Le undici tracce (per poco più di mezz'ora di ascolto) si configurano come una serie di piccoli affreschi esistenziali, dove l'autore attinge a piene mani dalla propria esperienza di vita. Micarelli si mette a nudo, trattando temi universali attraverso il filtro della propria vicenda personale: dall'orgoglio e la gioia della paternità (come nelle toccanti Viola e Come un Oceano), alla celebrazione di un amore incondizionato (Fammi volare), fino alla profonda devozione per la sua terra, l'Abruzzo, incarnata nel vibrante omaggio a Chieti, Teate.

Musicalmente, l'album si colloca nel solco della tradizione della musica leggera italiana, richiamando un cantato "classico" che evoca atmosfere del passato. Nonostante questa radice, la produzione risulta fresca e moderna, valorizzando una scrittura ricca di personalità. Micarelli (presumibilmente in piena autonomia produttiva e arrangiativa) sfrutta una tessitura sonora prevalentemente elettronica, conferendo all'opera una leggerezza e un'attualità che ne facilitano l'ascolto.

La narrazione, come dichiarato dall'artista stesso, è totalmente autobiografica e intrisa di un bisogno fondamentale di "tornare a casa" attraverso gli affetti, i ricordi e il senso di appartenenza. Sebbene questa fortissima visione introspettiva possa talvolta apparire eccessiva, confinando il concept in una dimensione molto privata, la purezza e l'onestà disarmante della penna di Micarelli riescono a superare ogni potenziale riserva, giustificando eventuali ingenuità stilistiche. L'artista dimostra una capacità innata di trasformare il vissuto in musica, trasformando l'intimo in qualcosa di condivisibile.

Tra i brani spicca in particolare la già citata Teate, vero e proprio inno identitario con un incisivo ritornello di impronta squisitamente melodica italiana. Ma l'album sorprende anche con tracce meno convenzionali: ad esempio Hulkmania, un inaspettato omaggio a Hulk Hogan, capace di unire l'emozione personale all'iconografia pop. Non mancano momenti di riflessione sociale, come in Basta, che affronta con franchezza l'ipocrisia contemporanea.

In sintesi, Andyamo è un atto di coraggio e un percorso emotivo sincero e stratificato. Andy Micarelli si conferma un cantautore fedele alla propria essenza, capace di offrire una musica che, sebbene semplice e leggera nella forma, possiede la rara qualità di parlare al cuore e alla memoria dell'ascoltatore, trovando le coordinate per il "senso di casa" in ognuno di noi.