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domenica 5 luglio 2020

Nicola Pisu-"Lettere da Spoon River"


Che cosa è la musica di qualità? Come si può pensare di essere in grado di indicare ciò che è bene e ciò che è male, in campo musicale? La MUSICA, una particolare arte vissuta da chi crea e da chi riceve, e in entrambi i casi appare difficile una relazione con la razionalità.
Ci formiamo con la musica, anche se spesso è contaminazione inconscia. Un particolare brano, di cui sappiamo il nome, saprà farci gioire, piangere, o far sì che il corpo sia percorso da sani brividi. La musica sarà una colonna sonora che ci farà accorciare l’enorme spazio temporale che divide la giovinezza dalla maturità, e, per tornare a bomba, stabilire che alcuni momenti sonori possono essere catalogati nella casella dedicata alla nobiltà, appare esercizio velleitario.
E poi ci sono le eccezioni, quelle che fanno sì che al cospetto di una particolare trama, di una lirica e un arrangiamento, verrà spontaneo esclamare, tra sé e sé, che ciò che si sta ascoltando è qualcosa di prezioso, che necessita di immediata condivisione.
Sono curioso di sapere se la fruizione di “Lettere da Spoon River” colpirà l’ascoltatore, così come ha colpito me…

Le parole dell’autore, Nicola Pisu.

Nei giorni dell’emergenza sanitaria è nato il frutto della collaborazione a distanza (mai modalità fu più appropriata) con un mio musicista storico: il maestro Giovanni Vicidomini, polistrumentista salernitano.

La canzone è una piccola suite, certamente non radiofonica, che si ispira liberamente alla celebre Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, scritta quasi trent’anni fa e tenuta chiusa nel cassetto.

Ricordo con affetto l’insegnante di italiano della scuola superiore che ci fece leggere alcuni brani dell’Antologia e altra poesia, aprendomi così una finestra sul mondo dei poeti americani. Sarà per via dell’innamoramento post-adolescenziale per la professoressa, ma quel libro non lo avrei più abbandonato.
La parte musicale è stata curata dal maestro Vicidomini: sono suoi gli arrangiamenti, l’orchestrazione e gran parte dell’esecuzione strumentale (synth, mandolino, flauto diritto, shaker); il violino è suonato da Alfonso Vicidomini.

Col piccolo entourage su cui posso contare, si è deciso di pubblicare “Lettere da Spoon River” inizialmente in modalità non indicizzata, fuori elenco, così che la possa sentire solo una cerchia ristretta di persone: un’anteprima per gli addetti ai lavori, per chi si occupa e scrive di musica, per gli operatori culturali, per gli esperti a vario titolo e per qualche conoscenza avvezza alle parole al di là dei pentagrammi, molti dei quali in più di un’occasione hanno recensito i miei album discografici.

Ci piacerebbe ricevere e poi citare, quando la canzone verrà resa pubblica, qualche parere e considerazione, ma naturalmente niente è dovuto da parte di chi legge questo comunicato.
Ringrazio tutte e tutti per l’attenzione e auguro buon ascolto.
Cari saluti, Nicola Pisu


Contatti:




venerdì 3 luglio 2020

Intervista a Massimo Bruno-Record Runners, di Luca Paoli

 
INTERVISTA A MASSIMO BRUNO
di Record Runners (Varese)

Di Luca Paoli

Quando e come è nata la tua passione per la musica?

Fin da piccolo. A casa mia si ascoltava sempre musica. Mio padre la domenica mattina si metteva ai fornelli per cucinare il pranzo della domenica ed era sua abitudine ascoltare Duke Ellington, Billie Holiday, Ella Fitzgerald e Glenn Miller. Io mi svegliavo con i profumi degli arrosti al rosmarino e con quelle dolci note nell’aria; da ragazzo ascoltavo alla radio Carlo Massarini e Raffaele Cascone (trasmissioni come Popoff e Per voi Giovani).

Quando hai deciso di aprire un negozio di dischi?

Ho lavorato più di 20 anni come dipendente in un grosso negozio di dischi. Poi ho mollato per stanchezza e sono partito per circa due anni per navigare come marinaio e skipper su barche a vela fra Mediterraneo, Atlantico e Caraibi. Logorante...

 Da quanto tempo hai aperto il tuo negozio?

Quando sono tornato ho dato vita al mio negozio: qui in città non c’è il mare… Era il 2001 quindi 19 anni fa.


Come hai deciso di strutturarlo, nel tempo?

Nell’arco degli ultimi 20 anni di attività ho cercato di non cedere alla musica commerciale pagandone le conseguenze in termini di fatturato, ma sono contento di averlo fatto, ho tenuto duro e ora il mio negozio è uno dei pochi specializzati della provincia, ma potrei tranquillamente e serenamente allargare i confini geografici.

Che tipo di clientela hai, e quali generi musicali ti richiede maggiormente?

Ho sempre creduto nel vinile e credo di essere stato l’unico in città quando i concorrenti andavano in senso opposto. Questo mi ha permesso di crearmi uno spazio ed un po’ di notorietà, prima presso clientela over 40, ma da qualche anno anche presso molti giovani a partire dai 16/17 anni. Vendo dal rock tradizionale al grunge al punk al metal, ma anche blues, colonne sonore, ambient ed elettronica, quella vera, non quella che viene spacciata per tale ed è invece solo musica da ballare in discoteca con l’aiuto di qualche, “ pillolina”.
Come valuti la situazione attuale dei negozi di dischi a Varese?

Triste, molto triste. Oltre il mio, ne conosci altri di pari livello?

Come valuti la situazione attuale del tuo negozio?

È come se tutte le mattine dovessi alzarmi dal letto per andare a correre una maratona o una corsa ad ostacoli nella speranza di vincerla. Qualche volta succede, altre volte no. Ma si arriva alla fine sempre e comunque esausti.


Quali sono le maggiori difficoltà, oggi, nel gestire questo tipo di esercizio?

Quante pagine ho per descriverlo?

Come ti relazioni, da negoziante, con la musica “liquida” e con gli acquisti su internet?

Per motivi di lavoro ne faccio saltuariamente uso. Qualche cliente prima di acquistare un disco mi chiede cosa ne penso ed è in quel momento che utilizzo internet per farglielo ascoltare, viceversa, dovrei ogni volta sconfezionare un disco sigillato. A parte questo motivo penso tutto il peggio possibile. Ma internet ha alcuni lati positivi, è una terrazza sul mondo intero, e c’è sempre qualcuno che guarda in su e magari si accorge che esisto, e così diventa mio cliente anche se è nel Sud Corea, in California, in Germania, Norvegia etc… Mi è capitato di spedire dei vinili a altre cose particolari in Cile, Australia, Brasile. Questo è anche Internet.   La “grande distribuzione on line” (leggi Amazon) e la musica liquida, invece, in genere sono le principali cause della morte dei negozi di dischi. E non solo quelli.

Che tipo di formazione musicale hai avuto?

A parte la famiglia e l’ascolto radiofonico di cui ho parlato sopra, sono stati determinanti giornali musicali come Gong, Muzak, Ciao 2001, fonti fondamentali di conoscenza. Poi il relazionarmi ed il confrontarmi con altri appassionati è stato altrettanto importante. Sono poi stato fra i primi collaboratori di Radio Varese, dove iniziai a trasmettere con un mio programma musicale nell’aprile del 1976 ed ho continuato fino al 1989. Un’esperienza incredibile per la mia crescita musicale. Ho avuto anche una breve esperienza come musicista ma la band si sciolse prima di diventare famosa!

Quali sono i generi musicali che ti appassionano maggiormente?

Prevalentemente rock americano, songwriters e blues, ma anche molto Jazz.

Come valuti, nel momento attuale ed in prospettiva, la tua attività?

Poco redditizia e mentalmente e fisicamente faticosa per via di cose che con la musica c’entrano poco o niente. Alzarsi al mattino alle quattro, andare a caricare il furgoncino di dischi per arrivare a Verona, Torino o Parma e stare dodici ore in piedi davanti ad un pubblico quasi sempre dal braccio molto corto, e poi rifare tutto all’inverso per rientrare la sera a mezzanotte, letteralmente a pezzi... alla mia età ormai non è per niente divertente. Infatti, ho quasi smesso, dato anche gli scarsi risultati economici. E poi burocrazia, tasse, e tutto quel che ci va appresso, ma comunque sempre meglio che lavorare in miniera…



RECORD RUNNERS
Di Massimo Bruno
Via Albuzzi 8-21100 Varese- tel. 0332 234550




mercoledì 1 luglio 2020

Noemi Ferrari presenta Le Disque, Record Store di Verona


Le Disque Record Store – Verona
 Lo Store di Verona che guarda al futuro
Passione, dedizione & ricerca
Di Noemi Ferrari

Ricordo ancora la prima volta che sono entrata in un negozio di dischi: quegli oggetti misteriosi ero abituata a vederli quotidianamente, perché mio padre li conservava con cura maniacale e me ne parlava per ore ed ore.
Quel giorno d’agosto eravamo in una località marittima, ci eravamo fermati perché lui voleva sbirciare dentro ad un negozio ed io, che avevo probabilmente appena appreso la tabellina del quattro, vagavo per le corsie fingendomi esperta, solo per imitarlo. Con il passare del tempo i dischi in casa aumentarono, i musicisti che la frequentavano pure ed io, che finalmente iniziavo a diventare grande, cominciavo a comprenderli meglio.
Per questo motivo quando mi è stato proposto di scrivere un articolo per parlare dell’argomento non ho titubato un secondo nell’accettare, come non ho titubato neppure per scegliere di quale realtà parlare.
Verona, ahimè, non pullula di negozi di dischi, ma abbiamo la fortuna di avere un’altissima qualità di questi ultimi, grazie alla realtà di Le Disque, un negozio storico situato in Via Scuderlando 276, che da più di trent’anni si fa portavoce della Club Culture in ogni sfumatura.
Stores, ma anche etichetta musicale dal 2013, Le Disque ha portato e porta tutt’ora un valore aggiunto alla nostra città. Riconosciuto non solo a Verona ma in tutta Italia per la sua qualità nella selezione musicale e per la capacità di essere sempre al passo con i tempi.
Quando entro nel loro negozio ad aspettarmi c’è Paolo Tescaroli, il proprietario, con la sua mascherina nera e con una traccia appena partita che riecheggia in tutto il negozio.



- Ciao Paolo! Piacere.
P. «Piacere mio!»

- Comincio subito questa serie di domande con il chiederti di raccontarmi da dove è nato Le Disque e per quale esigenza ha preso vita.
P. «Come tutte le attività di questo tipo, è iniziato principalmente dalla passione, che con grande impegno e la giusta dose di fortuna ho potuto trasformare in una professione.
Abbiamo inaugurato Le Disque l’11 giugno 1988, e con il tempo abbiamo avuto la possibilità di ampliare sia la dimensione dello store che la selezione del nostro catalogo.»

- L’indirizzo che ha preso fin da subito lo Store è stato influenzato dal tuo background?
P. «La direzione del negozio ha preso quella del mio percorso e della mia esperienza musicale. Avendo frequentato fin da teenager i club alternativi anni ’80 non potevo non impostare un negozio come è Le Disque. Anche la scelta musicale ha seguito e segue tutt’ora il background da cui arrivo, avendo sempre però un occhio molto attento al futuro.
Sono dell’idea che sia necessario avere la predisposizione alla curiosità di quello che sarà il domani della musica.»

- Vorrei soffermarmi proprio su questo binomio tra passato/futuro. Per quanto riguarda la vendita di dischi, si acquistano di più vecchie o nuove uscite?
P. «All’interno di Le Disque vendiamo sia la novità che i classici o le ristampe. Dare dei numeri concreti è difficile, ma posso dirti che il “nuovo” ha un’alta percentuale di vendita.»

- Parliamo della nostra città: Verona. Molte volte, soprattutto dall’esterno, non sempre viene associata alla club culture. Cosa ne pensi?
P. «Penso che Verona dagli anni ’80 fino ad oggi, grazie ad alcune realtà, abbia avuto ed abbia tutt’ora una scena molto bella anche se purtroppo attualmente rimangono davvero pochissimi club e non se ne riaprono di nuovi. 
La differenza con le altre città come ad esempio Milano (che conosco bene avendoci suonato per sette anni e frequentandola tutt’ora) è che lì tutto viene consumato in fretta. Lì hai tantissime possibilità di dove andare a ballare ma tutto si brucia velocemente come è da sempre nelle Metropoli. Lo storico che hanno queste città è sì temporale, ma non c’è mai quella realtà musicale a cui ricollegare la propria città. Se pensi alla club culture di Verona invece, sai subito quali nomi affiancarle.»

- E come è stato aprire un negozio di dischi in questa Città?
P. «Fin dal primo giorno di vita di Le Disque ho lavorato per fare in modo che non fosse il negozio di Verona, ma che potesse essere un punto di riferimento per i dj, i collezionisti e gli appassionati del vinile da tutte le parti d’Italia… e così è sempre stato.
Oggi grazie ad internet il tutto è ancora più veloce.»

- Qual è la vostra filosofia di lavoro e quali sono i vostri punti forti?
P. «Il nostro punto forte è presente nella profondità che abbiamo nella selezione dei generi e nella quantità. Il nostro lavoro infatti, sta nell’avere ogni settimana una grande quantità di nuove uscite ed ogni vinile che entra viene accuratamente scelto da me o dai miei collaboratori.
Oltre a questo, noi non rivendiamo semplicemente dischi, ma facciamo un’attività di preselezione personalizzata per i nostri clienti affezionati in base alle loro caratteristiche.
Quello che fa Le Disque è il vero e proprio lavoro di un consulente ed è questa la differenza tra le diverse tipologie di negozi, l’offrire o meno un servizio a 360°.»

- Un po’ come nell’abbigliamento, l’andare in una boutique ed essere seguiti singolarmente, oppure andare in grandi catene senza essere assistiti.
P. «Esattamente.»

- Ma voi non siete solamente un negozio di dischi, giusto?
P. «Le Disque è anche distribuzione ma soprattutto produzione, infatti abbiamo le nostre etichette. Abbiamo poi vari canali di vendita tra cui un sito web che è un vero e proprio e-commerce di conseguenza il cliente può avere una visione in tempo reale delle disponibilità e quant’altro.»

- Una domanda che mi preme farti: negli ultimi anni qual è il genere più acquistato?
P. «Se dovessi risponderti in modo sintetico ti direi che l’house fa sempre da padrone, anche se negli ultimi anni parlando di numeri la techno è salita in modo esponenziale.
Questi sono i due generi principali ma anche l’elettronica in generale è aumentata a livello di vendite in quanto è aumentata anche la sua offerta.»

- Prima del lockdown la percentuale dei clienti acquistava online? E com’è cambiato oggi questo aspetto?
P. «Diciamo che prima di questo periodo c’era più turnover in negozio. Oggi invece l’acquisto online è andato alle stelle. Ho la capacità di essere molto flessibile, perché questo mercato ti impone di esserlo. Quindi accolgo le novità… ma non voglio perdere di vista l’idea di lavoro per la quale ho deciso di impegnarmi.»

- Qual è il tuo pensiero, se ti va di condividerlo, di fronte a questo totale disinteresse da parte delle istituzioni che ha subito l’arte, nel caso specifico la musica?
P. «Penso che sostanzialmente sia un problema di cultura, ma non quella cultura specifica che si acquisisce studiando, ma quella che mediamente ognuno di noi dovrebbe avere in quanto facenti parte di un mondo come il nostro. La musica non è solo divertimento, come è stato affermato in questi mesi, è anche tanto altro… ma c’è una parte del sistema di potere che non riconosce pienamente quest’ultima come fonte di cultura. Nel nostro Paese le istituzioni non hanno mai tutelato questo settore sotto nessun punto di vista e in questo periodo hanno confermato a pieno questo dato di fatto. Purtroppo, questo è il sistema che c’è in Italia e non saranno le mie parole a cambiarlo. Anzi, farò in tempo ad andare in pensione, qualche giovane farà in tempo ad aprire un nuovo negozio di dischi e a parlare delle stesse cose in un’intervista, che ancora saranno presenti questi problemi.»

info@ledisquestore.com



sabato 27 giugno 2020

Compie gli anni Ettore Vigo...


Compie gli anni oggi, 27 giugno, Ettore Vigo, tastierista, compositore, fondatore dei Delirium (a seguire una bella intevista per conoscerlo meglio...)

Happy Birthday Ettore!
Wazza


Intervista a Ettore Vigo
Di Claudio Calzoni

​Oggi entriamo nella storia di una delle eccellenze italiane, la Musica.
Incontro il Maestro Ettore Vigo a Torino, in via Bertola, davanti al numero 34, sede ormai abbandonata della famosa casa discografica Fonit Cetra, una delle più grandi italiane, nata nel 1957 dalla fusione della Cetra, di proprietà della Rai e attiva sin dagli anni Trenta e la Fon.It. milanese, nata nel 1911. La Fonit Cetra è stata chiusa nel 1998 assorbita dalla Dischi Ricordi. Il Maestro, riconoscibilissimo, è un vero signore della musica, oltre ad essere un simpaticissimo amico. Quest’uomo è uno dei fondatori dei Delirium - uno dei più importanti gruppi musicali della scena del “pop” italiana - che qui, proprio qui, venivano ad incidere i loro dischi. La sede della Casa Discografica era in uno stabile dallo stile moderno, vicino al Palazzo della Luce, già conosciuto dai nostri lettori. Ora, uno dei luoghi in cui si è scritta, suonata e registrata moltissima musica italiana è occupato anche da alcuni uffici della Regione Piemonte. Il pensiero che all’inizio degli anni Settanta molti tra i più importanti e celebrati gruppi rock e pop frequentassero questi luoghi mi emoziona a dovere. Ammetto di non essere imparziale, ma la musica di quegli anni era per me, ragazzo, una vera fonte di crescita culturale. Del resto, molti dei brani pensati dai musicisti eccentrici, cappelloni e ribelli di allora venivano qui arrangiati da musicisti classici di chiara fama e registrati con la grande orchestra della casa discografica. Incontrare il Maestro, per me, è come incontrare un pezzo di Storia.    

1973: i Delirium al Bar Atù
dietro al banco Renzo Naso, che ha gentilmente concesso la foto

Conosciamoci meglio chi è il maestro Ettore Vigo? Ci racconti un po’ della sua storia.

Sono nato nel 1942 a Genova. Mia mamma era casalinga, mio papà ferroviere. Mi sono avvicinato presto alla musica, studiando il pianoforte. Poi la passione per il Jazz ha preso il sopravvento. Ho suonato in tutto il mondo, fondato il gruppo dei Delirium e frequentando la scena pop italiana sino ad oggi. Ora vivo in collina, ad Arquata Scrivia, nella pace della campagna. Compongo musiche, studio sempre e mi diverto con la mia splendida famiglia.

Ci racconta un po' di storia dei Delirium, il gruppo che lei ha fondato negli anni Sessanta e che è ancora in attività?

Ho iniziato a suonare per locali da solo, un repertorio di classici americani. Ma Genova è città di mare e nei locali arrivava forte il vento della musica brasiliana. Decisi di formare un trio, piano, contrabbasso e batteria, per poter suonare e comporre anche un po’ di samba e bossanova. La Genova musicale allora era una fucina di artisti, si viveva, si parlava e si faceva musica tutti assieme, per cui formare gruppi era all’ordine del giorno e gli impresari dei locali sapevano come farci impegnare al massimo. Nel lontano 1966 entrai a fare parte di un gruppo che dal 1962 si esibiva nelle balere e nei night della città: I Sagittari. Scoperti da Gian Piero Reverberi dopo qualche incisione con l’etichetta del mitico Natalino Otto, e l’ingresso del giovane Ivano Fossati, il gruppo cambiò il nome in Delirium. Arrivammo al successo con i dischi “Canto di Osanna”, “Jesahel”, “Haum” e l’album “Dolce Acqua”. Successo vero, interplanetario. Partito militare, Ivano decise di continuare la sua attività musicale come cantautore. Arrivato dall’Inghilterra nei Delirium cominciò a suonare il flauto ed il sax “il folletto” Martin Frederick Grice, e la nostra musica divenne “prog” a tutti gli effetti. Registrammo ancora due dischi, “Lo scemo e il villaggio” e “Viaggio negli arcipelaghi del Tempo”, che sono rimasti nella storia del “progressive” italiano.
Ora il gruppo si è riformato con la presenza di giovani e bravissimi musicisti, prendendo il nome di Delirium IPG (Italian Progressive Group). Nonostante l’età abbiamo ancora molte cose da dire musicalmente e il contatto con il pubblico è sempre piacevole.

Che cosa era la musica “prog”? Spesso si parla di eccellenze italiane nel mondo, quanto importante è ancora il “progressive” italiano nel mondo?

La denominazione Prog è nata nei paesi anglosassoni alla fine degli anni Sessanta, per definire un nuovo modo di fare musica, combinando vari generi come, pop, pop jazz, rock e anche classica e popolare, spesso utilizzando tempi ritmici dispari per «impreziosire» le armonie e le performance soliste. Spaziare fra i vari generi è ed è stato molto stimolante. Guardando la reazione del pubblico dei nostri concerti in Francia, Germania e Ucraina vi posso assicurare che il pop italiano è ancora seguitissimo in tutta Europa. Non per nulla i dischi originali dei gruppi italiani dei primi anni Settanta sono tra i più richiesti al mondo. La vera sorpresa però è stato il successo della nostra tournée in Giappone di due anni fa. Indubbiamente siamo stati trattati come delle star internazionali.


Nello specifico i Delirium hanno avuto successo e popolarità universale, ci può raccontare le sensazioni di quegli anni?

A ripensare adesso a quei tempi mi accorgo di come fosse normale vivere tra la realtà ed il sogno. Ci si muoveva tra uomini che sono poi diventati veri miti della musica italiana, si suonava e cantava con persone che nel tempo avrebbero raggiunto il successo. Nei Sagittari e nei Delirium oltre a me, suonava e cantava Ivano Fossati che poi ha avuto una splendida carriera di cantautore. Il batterista Peppino di Santo e il bassista Marcello Reale arrivavano dal gruppo di Nico Di Palo, che avrebbe poi suonato nei New Trolls. I Sagittari erano prodotti da Gian Piero Reverberi e Dino Cabano, il bassista, tentò la strada del cantante solista insieme a Lucio Dalla cantando “Il Cielo” al Festival delle Rose nel 1967. Sul palco di Sanremo, insieme a noi cinque e tra le donzelle del coro si vedono Oscar Prudente, autore della musica di “Jesahel” e Mario Lavezzi, che ci farà poi incidere una sua canzone, “È l’ora”, con testo di Mogol. Oltre alla musica la popolarità ci aveva portato perfino a fare le comparse in un film di Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Ancora oggi incontro persone che mi raccontano di come le serate Sanremesi del 1972 abbiano stravolto il loro rapporto con la musica, spesso con la poesia, con la cultura. Noi ci ispiravamo agli hippie, al movimento nuovo, pacifico e rivoluzionario che il vento del ‘68 aveva portato in Europa, intanto studiavamo musica, tempi ritmici diversi, strumenti sempre più complessi ed elettronici. 

Torino fa parte dei suoi ricordi?

A Torino venivamo spesso a suonare come Sagittari nei locali alla moda, come il Fortino e il Le Roy. In città, in via Bertola, aveva sede la nostra casa discografica.
La realizzazione del nostro primo album, Dolce Acqua, risale alla fine del 1971. La Cetra (allora non era ancora Fonit) era fornita di una sala di registrazione enorme, contenente due pianoforti a coda, un organo hammond B3, un organo a canne e altri mille strumenti. Si registrava però con un magnetofono da un pollice, cioè 8 tracce: base ritmica e piano, poi premixaggio e aggiunta di chitarre, premix e aggiunta di cori, premix e aggiunta di voci. Insomma, un gran lavoro manuale che ora viene fatto in digitale al computer e allora costava ore di lavoro certosino.  Qualche brano strumentale, come To Satcmo Bird and other friends (dolore), e Movimento I (egoismo), lo abbiamo registrato in diretta senza sovraincisioni, così come alcuni brani degli album successivi: troppo bello! Ricordo le manovre del fonico Danilo, quando doveva tagliare la coda o qualche rumore iniziale nei brani, faceva girare a mano il nastro e tagliava nel punto esatto, eliminava il difetto, poi incollava i due lembi del nastro con uno speciale adesivo (anche ora si fa copia e incolla, ma è molto più facile!) Insomma, Torino per me rimane una città in cui ho lavorato e vissuto molto e da cui, forse, non ho ricevuto abbastanza.

E Genova?

Genova è stata ed è ancora una fucina di talenti, in particolare, nel mondo cantautoriale e nel mondo pop e prog… citerei ad esempio New Trolls, Nuova Idea, Mattia Bazar, Museo Rosenbach, cantautori come Fabrizio De Andrè, Luigi Tenco, Umberto Bindi, Gino Paoli e Bruno Lauzi. Specialmente tra le band, in quegli anni d’oro, c’è stata molta collaborazione, si suonava e si ascoltavano i nuovi talenti, le nuove tendenze della musica insieme, in particolar modo quella dei gruppi stranieri che inevitabilmente ci appassionava ed influenzava.

Nota dolente, il rapporto con Ivano Fossati.

Ivano era il flautista ingaggiato dai Delirium (allora ancora Sagittari) in un locale a Genova, il Crystie, locale frequentato da tutti gli orchestrali dei complessi cittadini, e quindi sede continua di jam session e scambi musicali. Suonava la chitarra, ma con il flauto riusciva a incantare il pubblico, ispirandosi chiaramente a Ian Anderson dei Jethro Tull. Aveva quel vocione da basso e quel fisico possente, e subito la sua immagine ieratica da trascinatore venne fuori, aiutata per altro da canzoni come Canto di Osanna e Jesahel, che lo vedevano protagonista assoluto. Era un ragazzo introverso ma pieno di talento e di voglia di scrivere e imparare. Aveva scritto buona parte dei testi dell’album Dolce Acqua, e la musica e le parole di Canto di Osanna e Jesahel, con l’amico Oscar Prudente. Musicalmente andavamo d’accordo e anche caratterialmente c’era una buona intesa. Dopo le notti di San Remo qualche cosa cambiò, un po’ di sua iniziativa, un po’ per “merito” della Fonit che, pensando di prendere due piccioni con una fava, cercò di convincerlo a tentare la carta del cantautore solista. Quando poi partì per il militare la collaborazione finì, i Delirium erano ormai famosi e dovettero continuare a suonare in giro per l’Italia assoldando un nuovo flautista. I nostri contatti sono ora molto sporadici.


Una curiosità, come è nato il nome “Delirium”

Come detto sopra, l’idea l’ha avuta il bassista, Marcello Reale, studente in medicina: il gruppo stava vivendo un periodo di euforica frenesia, così pensando al delirium tremens, scherzosamente, si decise di eliminare il «tremens».

La passione per la vita del musicista non è ancora passata?

Speriamo di fare più concerti possibile! Per noi Delirium il live è prioritario, specialmente in paesi esteri come Messico, Canada, Giappone. Nel frattempo, stiamo già pensando ad un prossimo album discografico, il materiale fortunatamente non manca e nemmeno l’entusiasmo. La passione, certo, non passerà mai!


Delirium ultima formazione

Bevuto il caffè nel bar di fronte, ascoltato il racconto di più di cinquanta anni di carriera musicale del Maestro, rimango incantato. Resta, quel palazzo, ormai svuotato di suoni, di armonie, di ritmi. Quanto è cambiata la musica in questi anni, quanto siamo cambiati noi e sono cambiati i gusti dei nostri figli? Allora, nei primi anni Settanta, comprare un disco nuovo era un rito magico, religioso. Si ascoltavano i lunghi brani poetici ed incalzanti, evocativi o provocatori e si analizzavano con gli amici, cercando inutilmente di farli capire alle ragazze. Bach, il Jazz, il Rock e la poesia si intrecciavano con i vestiti eccentrici, i capelli lunghi, le chitarre, il moog, il mellotron. Una generazione di musicisti ed ascoltatori che è durata per pochi anni. Restano il mito e quelle note, che negli anni sono diventate leggenda.
Ho salutato da poco il Maestro e non l’ho ringraziato abbastanza. Se ogni tanto sogno, certo, è merito di quella musica che mi è rimasta nel cuore.




martedì 23 giugno 2020

Compie gli anni Danilo Rustici

  
Compie gli anni oggi, 23 giugno, Danilo Rustici, chitarrista della prima formazione degli Osanna, con i quali incise i primi quattro album, macinando migliaia di chilometri tra concerti e festival, dal 1971 al 1974.

Dopo lo scioglimento del gruppo formò gli Uno, con Elio d'Anna e il batterista Enzo Vallicelli, con cui andò a Londra per registrare il loro unico album.

Il gruppo non ottenne grandi consensi, come sperato: Danilo Rustici ed Elio d'Anna, rimasero a Londra e formano un altro gruppo, i Nova, insieme al fratello Corrado e a Dede Lo Previte.

E poi il grande ritorno con gli Osanna di Lino Vairetti, in due periodi, 1978-79 e 1999-2003.

Grande sperimentatore dai potenti fraseggi chitarristici, da anni "fuori dal giro" per problemi di salute.

Happy Birthday Danilo!
Wazza


 Lino Vairetti-Voce,Tastiere
Danilo Rustici-Chitarra
Elio D'Anna-Fiati
Lello Brandi-Basso
Massimo Guarino-Batteria


 London 1973. Da destra a sinistra: Vince Vallicelli, Elio D'Anna e Danilo Rustici, ovvero gli UNO nel periodo in cui effettuarono le registrazioni del loro eponimo disco uscito per l'etichetta Fonit nel 1974 proprio nelle sale dei Trident Studios





OSANNA - sul set del "L'uomo del Prog" di Deborah Farina, i mitici componenti storici da L’UOMO a SUDDANCE - Lello Brandi, Enzo Petrone, Danilo Rustici, Massimo Guarino, Fabrizio D’Angelo e Lino Vairetti



Marcello Capra-"Aria Mediterranea", di Saverio De Chiara


Marcello Capra ‎– Aria Mediterranea 1978
Di Saverio De Chiara

Un disco bellissimo, quasi tutto in acustico per l'ex chitarrista della prog band italiana Procession.

Le chitarre di Marcello Capra si intersecano magistralmente e magicamente con i suoni degli strumenti degli altri musicisti ospiti (provenienti da Arti & Mestieri e Procession): flauto, basso, percussioni, violino.
La tecnica chitarristica del nostro è notevole, risente molto, anche delle accordature aperte, delle sonorità raga - metafisico - primitiviste dei Maestri americani: John Fahey e Robbie Basho.


Aria Mediterranea è a tutti gli effetti un album progressive con tutti i sacri crismi, cambi di tempo, armonizzazioni complesse, ricchissimo di melodie mediterranee, atmosfere oniriche baroccheggianti, qualche passaggio di musica minimale alla Philip Glass ed eleganti rifiniture jazzate.
Sound che dipinge alla perfezione l'incredibile bellezza del paesaggio mediterraneo con le sue forme, colori, profumi, sapori, lasciandoci in bocca, infine, un buon sapore e un meraviglioso senso di infinita leggerezza. 




domenica 21 giugno 2020

Il 21 del mese, giorno dedicato a Big Francesco...



21 giugno

" Non lasciate che il dolore

sia l’unico vincitore della vostra vita. "

(Jeff Buckley)



Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano!

Wazza


Un anziano incontra un giovane che gli chiede:

- Si ricorda di me? E il vecchio gli dice di no.

Allora il giovane gli dice che è stato il suo studente. E il professore gli chiede:

- Ah sì? E che lavoro fai adesso?

Il giovane risponde:

Beh, faccio l’insegnante.

- Oh, che bello come me? gli ha detto il vecchio

- Beh, sì. In realtà, sono diventato un insegnante perché mi hai ispirato ad essere come te.

L'anziano, curioso, chiede al giovane di raccontargli come mai. E il giovane gli racconta questa storia:

- Un giorno, un mio amico, anch'egli studente, è arrivato a scuola con un bellissimo orologio, nuovo e io l’ho rubato. Poco dopo, il mio amico ha notato il furto e subito si è lamentato con il nostro insegnante, che era lei. Allora, lei ha detto alla classe:

- L'orologio del vostro compagno è stato rubato durante la lezione di oggi. Chi l'ha rubato, per favore, lo restituisca.

Ma io non l'ho restituito perché non volevo farlo.

Poi lei hai chiuso la porta e ci ha detto a tutti di alzarci in piedi perché avrebbe controllato le nostre tasche una per una. Ma, prima, ci ha detto di chiudere gli occhi. Così abbiamo fatto e lei ha cercato tasca per tasca e, quando è arrivato da me, ha trovato l'orologio e l'ha preso.

Hai continuato a cercare nelle tasche di tutti e, quando ha finito, ha detto:

-Aprite gli occhi. Ho trovato l'orologio. Non mi ha mai detto niente e non ha mai menzionato l'episodio. Non ha mai fatto il nome di chi era stato quello che aveva rubato. Quel giorno, lei ha salvato la mia dignità per sempre. È stato il giorno più vergognoso della mia vita. Non mi hai mai detto nulla e, anche se non mi ha mai sgridato né mi ha mai chiamato per darmi una lezione morale, ho ricevuto il messaggio chiaramente. E grazie a lei ho capito che questo è quello che deve fare un vero educatore. Si ricorda di questo episodio, professore?

E il professore rispose:

-Io ricordo la situazione, l'orologio rubato, di aver cercato nelle tasche di tutti ma non ti ricordavo, perché anche io ho chiuso gli occhi mentre cercavo.

Questo è l'essenza della decenza. Se per correggere hai bisogno di umiliare, allora non sai insegnare.  

(Anonimo )