La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
giovedì 30 aprile 2026
Ricordando Maurizio Arcieri, nato il 30 aprile
La classifica musicale nell'aprile del 1973
Ricordando Rino Zurzolo
...per non dimenticare.
mercoledì 29 aprile 2026
Mandalamarra, “Graffio Libero”
Mandalamarra, “Graffio Libero”
C’è un momento, ascoltando Graffio
Libero, in cui si capisce che i Mandalamarra
non stanno semplicemente pubblicando un secondo disco, ma stanno mettendo a fuoco un’identità che
negli anni si è nutrita di viaggi, incontri, chilometri macinati tra Italia ed
Europa, e soprattutto di quella complicità rara che nasce quando un poeta e un
musicista si riconoscono nello stesso orizzonte emotivo. Loro stessi lo
definiscono «l’album della consapevolezza» e aggiungono che «abbiamo
graffiato con la nostra energia e continueremo a farlo come se non ci fosse un
domani». È un’affermazione che suona come dichiarazione di intenti.
Il disco vive di questa tensione… un folk che non si
accontenta della tradizione e che si lascia attraversare da reggae, rock,
accenti balcanici, derive world, lampi anni Settanta, persino ombre medievali.
È un linguaggio che non cerca la purezza, ma la contaminazione come forma di
libertà. E infatti la parola libertà ritorna ovunque, non come slogan, ma come
postura esistenziale.
L’apertura con Fune del rito è già un
manifesto. La voce del “capitano” introduce un viaggio simbolico, e il brano si
muove tra folk e progressive con un’energia che sembra voler strappare via la
ruggine dalle coscienze. In Rossa visione il gruppo allarga lo
sguardo, immaginando una rivoluzione pacifica che nasce dal bisogno di cambiare
prospettiva. Via dell’Orologio è un ritorno ai luoghi
dell’infanzia, trattati come un varco temporale dove il tempo non scorre ma si
rivela.
Quando arriva Sono planato fin qua, il reggae
si insinua con naturalezza, trasformando la riflessione sul destino in un
movimento morbido, quasi sospeso. Fiumi d’assenzio è una ballad
world con sfumature irlandesi, una dedica affettuosa che nasce da un’immagine
semplice e potente: «un ritrovamento casuale di una bottiglia di assenzio» che
diventa promessa e memoria.
Il cuore politico del disco pulsa in Disarmo totale,
dove reggae e rock si intrecciano per sostenere un messaggio netto: nessun
vincitore, nessun vinto, solo la necessità di disarmare prima di tutto se
stessi. Il brano che dà il titolo all’album, Graffio libero, è
invece un’esplosione zigana che guarda al Sud America e rivendica
l’indipendenza come unica forma possibile di felicità. È qui che il disco
mostra la sua anima più istintiva, più “di pancia”, più gatto che rifiuta il
guinzaglio.
Ubriaca melodia è un viaggio visionario in Olanda, tra swing e gypsy,
dove l’amicizia diventa un luogo fisico, riconoscibile, quasi una casa. Sor
Gasperino recupera la tradizione popolare con un tocco di funky,
raccontando una storia antica che sembra ancora risuonare nelle vie di paese.
Chiude Quarto tempo, un inno ska che trasforma la lealtà del
rugby in un sogno collettivo: un mondo dove il “quarto tempo” diventa un gesto
universale di rispetto e disarmo.
A rendere il disco ancora più ricco ci sono gli interventi di
ospiti che ampliano il respiro sonoro: Massimo Giuntini con flauti e uilleann
pipes, Noa Eyl al violino, Michele Cannavacciolo alla chitarra elettrica, Paolo
Papini al flauto traverso irlandese, Stefano Romoli al piano e ai cori, Nicola
Brugnami alla chitarra acustica. Non sono semplici aggiunte, ma tasselli che
completano un mosaico già vivo.
Graffio Libero è un album che non si limita a confermare la formula
dei Mandalamarra. La espande, la mette alla prova, la porta in territori nuovi
senza perdere la sua radice. È un disco che parla di viaggio, di identità, di
comunità, di resistenza gentile. Un disco che non chiede di essere capito, ma
attraversato.
E quando finisce, resta addosso la sensazione di aver
camminato insieme a una piccola carovana che non ha paura di cambiare strada,
purché resti fedele al proprio passo.
ASCOLTO
Eagles-"Desperado", aprile 1973
martedì 28 aprile 2026
Intervista al cantautore Alessio Cappello
Intervista al cantautore Alessio Cappello
Dietro il paravento dell’ironia si possono
fare grandi pernacchie senza essere completamente smascherati.
Mat2020 ha incontrato Alessio Cappello, classe 1993, originario di Carmagnola (TO). La sua formazione musicale affonda le radici nelle canzoni d’autore italiane, che restano un riferimento costante nella sua scrittura.
Chitarrista
e bassista, si diploma nel 2021 come fonico presso l’APM di Saluzzo. Lavora tra
produzione, studio e attività dal vivo, collaborando con diversi artisti come
musicista e tecnico.
Con
Devalle instaura un sodalizio duraturo, curando la produzione del disco Il
tempo di cambiare tutto e diventando membro stabile della band.
Avvocato! (è uno sgarbo a Paolo Conte) segna il suo esordio solista ed è accompagnato da un libro prezioso a tiratura limitata, Avvocato! (è uno sgarbo a Paolo Conte) - Brevissima e probabilmente non necessaria guida filosofica al disco.
Il
lavoro è stato anticipato dal singolo Avvocato! (è una supplica a
Paolo Conte), corredato dal videoclip ufficiale per la regia
di Davide Lamberti.
Quando e come si è avvicinato al canzoniere di Paolo Conte?
Temo sia stato il canzoniere di Paolo Conte ad avvicinarsi a me, e neanche troppo tempo fa. Le racconto del primo cd di Conte che ho avuto in collezione. Una domenica stavo girando per le bancarelle del mercatino delle pulci di Carmagnola, dove abito. Qualche volta ci ho trovato bei dischi a un prezzo ridicolo. Ad ogni modo, un commerciante mi dice che quel giorno si sentiva ispirato e se gliene prendevo due me ne regalava un terzo. Così acquisto “Desire” di Dylan e il leggendario “Live in Central Park” di Simon & Garfunkel, in una versione davvero “ingiallita”. Mi mancava il terzo. Allora ho azzardato il più classico dei “Fai tu!” al proprietario della bancarella, manco fosse il barbiere. Mi ha regalato “Appunti di Viaggio”. Tornato in macchina, l’ho cacciato nello stereo e ho sentito “Fuga all’inglese”: sono uscito di testa da quanto mi piaceva quella canzone. Da lì in poi è stato “tutto un complesso di cose” che sono felicemente degenerate e mi hanno condotto fino a qui!
Quali
criteri hanno guidato la selezione dei brani da inserire nel disco?
Penso sia stata proprio l’assenza di criterio a guidarmi. Trovavo le canzoni da mettere nel disco come i principianti trovano i funghi sotto lo sguardo attonito dei fungaioli più esperti. Mi venivano in mente e lasciavo galoppare la fantasia. È stato un gioco, più che altro. Non sono un “esperto” di Paolo Conte, ne sono semplicemente innamorato.
L’unico inedito è il singolo Avvocato! (è una supplica a Paolo Conte). Sia sincero, ha avuto paura, nel pubblicarlo, che non fosse all’altezza degli altri brani dell’album?
Non è che avessi paura che non fosse all’altezza: ne ero certo. Per quello la canzone ha quel tono irriverente. Dietro il paravento dell’ironia, dove mi sono sempre nascosto e dove confido di continuare a vivere indisturbato, si possono fare grandi pernacchie senza essere completamente smascherati. Ma, in compenso, mi va di confessarle che trovo “Avvocato! (è una supplica a Paolo Conte)” una canzone piuttosto riuscita e sincera, pur non avendo quella profondità e quel mistero delle canzoni di Conte. Ma forse era proprio questo il suo scopo: autorizzarmi a cantare e suonare “per Giulia mia” senza essere per forza l’Avvocato.
Come si spiega la resilienza delle canzoni di Paolo Conte alla sua furia iconoclasta?
Non me la spiego. È un mistero. Nella mia testa, è stato istituito un Tribunale che si interroga quotidianamente sulla questione e su altre simili. La sentenza di primo grado è già stata emessa, e il verdetto cita alcune parole del compianto Camilleri: “Le parole che dicono la verità hanno una vibrazione diversa da tutte le altre”. Forse vale anche per la musica: qualcuno, in questo caso Conte, è stato così sincero con noialtri da diventare indistruttibile. O meglio, resiliente.
Nel suo prossimo lavoro di inediti prevarranno le atmosfere urbane o possiamo aspettarci anche un po’ di giungla?
Nelle mie canzoni non sono previste atmosfere urbane. La città è un luogo che non mi appartiene e a lei non interesso, forse per via del mio categorico rifiuto di cedere alla sua psicosi. Ci sarà invece una giungla popolata da cowboys reazionari, pirati senza stelle tentati dall’idea di tornare a casa, futuri prìncipi del jazz, tangueri tàngheri e altra gentaglia di provincia. Alcuni me li sono immaginati, altri esistono davvero. Altri ancora tutte e due le cose.
In una recente intervista ha dichiarato (...) dietro le canzoni, oltre la siepe dell’emozione barbara c’è una fascinazione intellettuale meno sfavillante, ma, secondo me, più duratura e commovente." La sua posizione mi ha ricordato, per certi versi, la riflessione semiseria dell’avvocato Malinconico in Sono contrario alle emozioni (Diego De Silva, Einaudi, 2011).
Sapete che c'è di nuovo? Che da oggi smetto di sottopormi alla stimolazione emotiva procurata per via artistica. Se lo scopo della musica è quello di sollecitare emozioni che uno per conto suo non proverebbe, tenetevela pure, la musica. Ridatemi un'emozione secca. Ristabiliamo il primato di un'emozione anarchica, irriproducibile, inclassificabile, su cui non si possano accampare diritti, specialmente d'autore. […] Che ne pensa?
Non conoscevo le avventure dell’avvocato Malinconico, ma sono completamente d’accordo con le sue parole. La tendenza generale mi sembra che sia quella di apparecchiare questo luculliano pasto di emozioni, pieno di attese, di speranze sfavillanti, con contorno di progressi fatti grazie alla terapia e un dessert a base di nuove consapevolezze e altre variazioni sul tema. A me viene la nausea prima di iniziare a mangiare. E poi al primo boccone mi sembra che niente abbia gusto. Le canzoni sono insipide e tutta quell’ostentazione, quella rincorsa sensazionalistica all’emozione rivela esattamente il suo contrario: una generazione di artisti – ma secondo me di esseri umani – piuttosto aridi, che hanno sdoganato e normalizzato tutto quanto, ma incapaci poi a generare una qualche “emozione secca”.
Il cantautore più sottovalutato del momento, a
suo avviso?
Non credo si tratti di un cantautore sottovalutato, piuttosto di uno che a mio avviso meriterebbe un pubblico ben più ampio. Parlo di Alfredo Marasti. Qualche giorno fa è uscito il singolo “Maltese” che anticipa il suo nuovo lavoro discografico che non vedo l’ora di sentire e mi è venuto da pensare che uno così lo vorrei vedere fisso al Tenco e da ogni altra parte dove si fa musica per bene.
Il libro che porterebbe con lei su un’isola deserta?
A una domanda simile, in precedenza, avevo risposto con “Stoner” di John Williams, ma questa volta vorrei dire “Saltatempo” di Stefano Benni.
L’ultimo concerto che le ha fatto battere il cuore?
Giugno 2024, insieme a mio fratello siamo stati a vedere De Gregori e Checco Zalone alle Terme di Caracalla. Zalone è un pianista eccellente, e la sua irriverenza fa bene il paio con il Principe, che invece rimane sempre lontano durante il concerto, perso negli affari suoi. Molti lo criticano per questo, io la trovo una caratteristica adorabile.
I suoi ascoltatori, invece, dove potranno sentirla dal vivo a breve?
A maggio sarò a Torino, precisamente in Via Baltea 3 il giorno 26, mentre il 29 aprirò il concerto di un grande cantautore - che ancora deve essere annunciato per cui non posso dire chi è – al circolo Corso Parigi.
lunedì 27 aprile 2026
RocKalendario del secolo scorso – Aprile Di Riccardo Storti
RocKalendario del
secolo scorso – Aprile
Di Riccardo Storti
1956 – 21 aprile, nel cuore di Londra, precisamente in Old Compton Street, a Soho, apre il 2i's Coffee Bar; il suo seminterrato diventa subito un ritrovo pionieristico per il rock & roll in Gran Bretagna. Un locale di teenagers, sia bene inteso: il bar poteva contenere a malapena 20 persone in piedi, quindi, a pochi passi dal bancone si scendeva in una cantina dove c’era un palchetto alto mezzo metro (costruito con assi di legno poggiati su cassette del latte).
Lì si esibivano inizialmente gruppi skiffle, quindi toccò al rock’n’roll e fu da questo buco che mossero i primi passi le risposte britanniche a Elvis ovvero Tommy Steele e Cliff Richards. Naturalmente niente alcolici, solo latte, caffè e succo d’arancia. Altro che sex, drug and rock’n’roll…
1966 – 15 aprile, i Rolling Stones fanno uscire Aftermath; siamo di fronte a una pietra miliare degli anni Sessanta per una serie di motivi; intanto, per la prima volta, gli Stones pubblicano un disco privo di cover, visto che tutte le canzoni sono firmate dal duo Jagger / Richards e, proprio per tale ragione, questa è l’ideale coppia di autori che possa insidiare i primati discografici raggiunti dal binomio Lennon / McCartney. Inutile aggiungere che Aftermath inaugura la rivalità – di fatto inventata dalla stampa musicale – tra Beatles e Rolling Stones, che, comunque, in barba al gossip, continuano a frequentarsi e confrontarsi.
Da non trascurare la regia sperimentale di Brian Jones, sempre attivo nello scoprire e utilizzare in sede di registrazione strumenti estranei alla tradizione rock. Tale arricchimento timbrico spiega anche l’inserimento di canzoni insolite nella playlist dei nostri come Lady Jane, in cui Jones suona un dulcimer dalle sonorità arcaiche; per non parlare della marimba e dello xylofono in Under My Thumb, il koto in Take It or Leave It e il sitar in Paint It Black (song che, però, comparirà solo nella versione americana del 33 giri). Non solo rock’n’roll, ma aperture verso il folk, senza trascurare iniezioni di blues, country e black music.
1976 – Questa volta ne approfitto per lanciare una riscoperta squisitamente prog e di quel progressive, spesso geograficamente sottovalutato, che è il progressive americano degli anni Settanta. Mentre in quel mese nella cara e vecchia Albione uscivano Still Life dei Van Der Graaf Generator, Blind Dog at St.Dunstans dei Caravan, Interview dei Gentle Giant, Too Old to Rock 'n' Roll: Too Young to Die! dei Jethro Tull e No Earthly Connection di Wakeman, dagli studi di Record Plant di New York (per la CBS) arrivava At the Sound of the Bell, il bis dei promettenti Pavlov’s Dog, dopo il notevole sforzo di Pampered Menial.
A riascoltarlo oggi, questo lavoro suona ancora bene, più per la scrittura melodica delle ballad (vicine alla West Coast) che non necessariamente per il pedigree prog. Un disco nato in seno a un complesso letteralmente allo sbando, eppure di notevole qualità, pur non comparabile all’esordio. Inoltre in formazione figurano Bill Bruford alla batteria e tra i guest ci sono Andy Mackay (Roxy Music) al sax, Gavyn Wright (Penguin Cafe Orchestra) al violino, il turnista Elliot Randall alla chitarra e i jazzisti Michael Brecker e Mike Abene. Tra le canzoni da incorniciare She Came Shining, Mersey e Did You See Him Cry (la traccia più direttamente connessa con lo spirito di Pampered Menial). Unica come sempre la voce di Dave Surkamp, marchio di fabbrica inequivocabile e indelebile dei Pavlov’s Dog.
1986 – 14 aprile, Peter Gabriel lancia una delle sue maggiori hit, Sledgehammer. È raro che parli di singoli nel mio Rockalendario, ma in questo caso tocchiamo una canzone che ha segnato un decennio. A molti di noi, all’epoca adolescenti, bastano le prime note di quel veloce venticello flautato per lasciare emergere dal mondo dei ricordi un brano che dominò l’immaginario di quegli anni, dalle discoteche alla radio, passando attraverso MTV e altri mezzi di comunicazione. Chi adolescente lo era un decennio prima, però, questo era un ulteriore pretesto per storcere il naso, ripensando, invece, ai fasti del nostro con i Genesis.
A 40 anni di distanza si scopre invece che Sledgehammer è stato un successo costruito a tavolino, in quanto non si trascurò alcun particolare. Lo zufolo iniziale è il frutto di una campionatura effettuata da Gabriel: si tratta di un aerofono giapponese (uno shakuhachi) dato poi in pasto all’Emulator, insomma una buona occasione per mettere in collegamento sperimentazione elettronica e World Music. Però c’è anche il funky di una solida sezioni fiati, guidata Wayne Jackson, sassofonista di Otis Redding, nonché di un comparto ritmico con i fiocchi (che dire del giro di basso fretless di Tony Levin e dei groove di Manu Katché?). Tra le coriste un vanto come P.P. Arnolds che, negli anni ’60, fu una tra le più dotate cantanti soul del panorama britannico. E, last but not least, il video, tutto montato certosinamente con oggetti di pongo in evoluzione filmica, compreso il viso e il corpo di Gabriel: un vero capolavoro di videoart che arrivò a essere premiato in più occasioni.
1996 – 8 aprile, dalla galassia britpop arriva Moseley Shoals degli Ocean Colour Scene, sicuramente una delle pagine più riuscite dell’ensemble di Birmingham. Il bello di un gruppo come gli OCS risiede nel modo in cui siano riusciti a rivitalizzare la radice tradizionale british degli anni ’60 e ’70 con un mood comunque ben allineato alle tendenze contemporanee.
E Moseley Shoals riesce nell’intento di farci capire quanto il peso di determinati riferimenti sia stato determinante nella storia di questo ensemble: la chitarra hendrixiana di Steven Cradock mette i cosiddetti puntini sulle i in più occasioni (The Riverboat Song e You’ve Got It Bad); questi ragazzi sono figli degli Small Faces (The Day We Caught the Train e One for the Road), dei Rolling Stones (40 Past Tonight, un chiaro omaggio a Let’s Spend the Night Together) e dei Beatles (The Circle e Policemen & the Pirates) e nelle ballad mostrano il talento di una lezione appresa tanto dal blues (Lining Your Pockets, The Downstream, Get Away e It’s My Shadow) quanto dal folk (Fleeting Mind), il tutto sempre valorizzato da ascendenze neopsichedeliche e pop.
Bob Dylan: accadeva il 27 aprile
Il 27 aprile del 2012 Bob Dylan riceve la “Presidential Medal of Freedom”, una delle più alte onorificenze degli States… notare la gioia sul volto di Bob!
Di tutto un Pop…
Wazza
Il 27 aprile del 2012 Bob Dylan
riceve la “Presidential Medal of Freedom”, la più alta onorificenza civile per
un cittadino degli Stati Uniti, dall’allora presidente americano Barack Obama.
Dylan è il ventinovesimo musicista a
ricevere questa medaglia, che in precedenza era stata data, tra gli altri, a
Frank Sinatra, Aretha Franklin, e Irving Berlin.

























