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venerdì 7 agosto 2026

I Genesis e "The Lamb..." nell'agosto del 1974


Nell’agosto 1974 i Genesis iniziano a registrare “The Lamb Lies Down on Broadway” presso gli studi Glaspant Manor, nel Galles, con un’attrezzatura mobile degli Island Studios.

I tempi di registrazione si prolungarono più del dovuto per i problemi della famiglia Gabriel, dato che la moglie di Peter ebbe una difficile gravidanza che costrinse il cantante dei Genesis a viaggiare spesso tra Londra e il Galles.

L’album fu terminato ad ottobre e uscì il 18 novembre 1974.

Iniziarono così una lunga tournèe, ma poco dopo Gabriel annunciò che avrebbe abbandonato la band definitivamente, lasciando come testamento questo capolavoro.

Di tutto un Pop…

Wazza












“Boomer” dei GTO, trent'anni di folk e rock al riparo dalle mode



L'ennesimo capitolo discografico della formazione umbra conferma una maturità stilistica capace di intrecciare memoria, ironia e radici narrative


Dopo oltre tre decenni passati sulle strade della musica indipendente, la storia dei GTO continua a svilupparsi lungo una traiettoria coerente, ma mai del tutto prevedibile. Nata nel 1993 a San Leo Bastia, in provincia di Perugia, la band ha costruito la propria identità sonora partendo da un nucleo folk-rock di stampo italiano per poi assorbire suggestioni eterogenee. Nel corso degli anni, l'immaginario del gruppo si è arricchito di influenze che spaziano dai ritmi balcanici alle sonorità giamaicane, dalle atmosfere messicane al cantautorato di matrice nostrana. Una stratificazione culturale stratificatasi attraverso centinaia di concerti, passaggi sui palchi d'Europa e collaborazioni eclettiche.

Con l'uscita del nuovo album Boomer, la formazione torna a far sentire la propria voce proponendo quattordici tracce di inediti che riassumono efficacemente il percorso compiuto finora. L'opera si colloca esattamente all'incrocio tra l'energia viscerale delle chitarre elettriche e l'acustica calda della fisarmonica, marchio di fabbrica che da sempre definisce il loro tessuto armonico.

L'ascolto di Boomer evidenzia un equilibrio riuscito tra l'urgenza espressiva del rock'n'roll e la dimensione puramente narrativa del cantautorato. Il titolo stesso dell'album, che dà il nome anche alla traccia di apertura, gioca con un'etichetta generazionale senza cadere nella trappola dell'auto-commiserazione o dell'operazione nostalgia. Al contrario, la scrittura firmata da Stefano Bucci e Romano Novelli adotta uno sguardo lucido, a tratti ironico, capace di analizzare la contemporaneità con la maturità di chi ha attraversato stagioni musicali differenti mantenendo intatta la propria indipendenza.

Scorrendo i brani del disco emerge una spiccata attitudine al racconto di storie minime e visioni metropolitane. Tracce come Gita del quinto e Oscar mostrano l'abilità del gruppo nel tratteggiare personaggi ed episodi con un registro asciutto ma denso di sfumature emotive, mentre New York City e Giamaica riprendono quell'attitudine geografica ed espressiva che la critica ha spesso definito "glocal". Non mancano momenti di taglio più intimo e sociale, evidenti in pezzi come Storia di Chiara o nella tensione accumulata in TSO.

Un elemento di particolare rilievo all'interno di Boomer è rappresentato dai contributi esterni, che s'innestano con naturalezza nella trama dell'album. La traccia Orgoglio vede la partecipazione di Maria Elisa Bernardini, il cui intervento vocale aggiunge una tessitura timbrica che arricchisce l'arrangiamento complessivo. Allo stesso modo, la chiusura del disco è affidata a Straniera, brano inciso insieme alla giovane artista umbra Angelique: un incontro generazionale che testimonia l'apertura della band verso nuove sensibilità del territorio.

La produzione, affidata alla Music Force, restituisce un suono solido e ben bilanciato, dove l'impatto ritmico non soffoca mai la chiarezza dei testi. In definitiva, Boomer non rappresenta una semplice aggiunta a una discografia già ricca, ma si conferma come una testimonianza di continuità artistica per un gruppo che ha fatto dell'attività dal vivo e del contatto con la realtà il proprio centro di gravità.


Crediti dell'album

Artista: GTO

Titolo: Boomer

Autori: Stefano Bucci - Romano Novelli

Editore: Music Force

Etichetta: Music Force

Catalogo: MF 176


Tracklist

1.   BOOMER

2.   SE TU NON AVESSI ME

3.   GITA DEL QUINTO

4.   OSCAR

5.   BELLA BELLISSIMA

6.   GIN AND TONIC

7.   NEW YORK CITY

8.   IL PIRATA

9.   ROBERT JOHNSON

10.   GIAMAICA

11. TSO

12.  STORIA DI CHIARA

Bonus Tracks

13.    ORGOGLIO FEAT. MARIA ELISA BERNARDINI

14.   STRANIERA FEAT. ANGELIQUE





giovedì 6 agosto 2026

RocKalendario del secolo scorso – Agosto - Di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Agosto

Di Riccardo Storti


1956 – Partiamo con Miles Davis. Siamo nell’agosto del 1955, quando, a seguito di una memorabile esibizione al Newport Jazz Festival, Rudy Van Gelder – discografico e tecnico del suono riconducibile all’area della Blue Note Records – chiese a Davis e al vibrafonista Milt Jackson (del Modern Jazz Quartet) di fare una session presso il suo studio di Hackensack nel New Jersey. Oddio, lo studio era il salotto della casa dei suoi genitori: lì spesso invitava musicisti jazz e ne registrava le eventuali occasioni live, magari in combutta con una label (Prestige e Savoy). Per l’occasione viene messa su una band di all stars, aggiungendo a Davis e Jackson, il contrabbassista Percy Heat (con Jackson nel MJQ), il pianista Ry Bryant, il batterista Art Taylor (che suonerà con Coltrane e Monk) e il sassofonista bianco John McLean che, all’epoca, per stile interpretativo, si era assai avvicinato al mood di Charlie Parker.

L’esibizione privata venne poi pubblicata da Prestige nell’agosto del 1956 con il titolo Miles Davis and Milt Jackson Quintet/Sextet e consta di sole quattro composizioni (due di McLean – Dr. Jackle e Minor March -, una di Bryant – Changes’ - e una di Thad Jones, trombettista di Coun Basie – Bitty Ditty). Potrebbe apparire un episodio minore della discografia di Miles Davis, in realtà questo LP fissa un imprescindibile momento di transizione del musicista, in bilico tra la complessità esecutiva del be bop e la nascente sensibilità (pure più raffinata e articolata) dell’hard bop. Se non lo avete mai ascoltato, prendetevi mezz’oretta e lasciatevi conquistare: vi verrà restituito qualcosa che forse il vostro orecchio non ha mai ascoltato. Non è proprio un suono, bensì un’epoca.

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1966 – 5 agosto: esce Revolver dei Beatles. Mai più sarà come prima. Certo, la rivoluzione era già cominciata con Rubber Soul (la confidenza dylaniana di John, la scrittura più levigata di Paul e l’India di George), ma nella storia dei Fab Four questo album segna quasi un rito di passaggio per un’intera generazione di ascoltatori. Questi sono già i Beatles che ai concerti oceanici preferiranno le interminabili session di ore e ore trascorse negli studi di Abbey Road a studiare con George Martin il modo e la maniera di rendere ancora più unico il loro sound. Revolver profuma già di tutto questo: c’è un Harrison che si fa sempre più largo – con intelligenza e umiltà – come compositore, incrinando il bipolarismo Lennon – McCartney. A lui l’onore di aprire l’album con Taxman (ma regalando il solo di chitarra al Macca); all’altezza del compito – con tanto di brillante “staccato” – I Want to Tell You, nonché l’ulteriore esperimento indiano (Love You To). 


La coppia più bella del mondo non sta certo a guardare: McCartney gioca con la classicità (Eleanor Rigby e For No One), alternando sconfinamenti in area soul (Got to Get into My Life e Good Day Sunshine) a melodie deliziose (Here, There and Everywhere); Lennon, invece, ci lascia una sorta di diario quasi autobiografico con song di ottima ispirazione poetica – tra lo scanzonato e il visionario (I’m Only Sleeping, She Said She Said, And You Bird Can Sing e Doctor Robert). Piccolo spazio anche per Ringo, interprete della memorabile Yellow Submarine (sembra solo una canzoncina per bambini, ma se sapeste cosa c’è dietro a livello di creatività “effettistica”…). E poi il finale ovvero Tomorrow Never Knows: lisergica, surreale, inquietante, affascinante. In un aggettivo: sublime. Tutto si regge su un accordo con un testo di Lennon mediato dal Libro tibetano dei morti e loop di nastri che inventano suoni, provenienti da location oniriche inaudite. Provo a immaginare lo stupore dell’ascoltatore del 1966 che, giunto alla fine del disco, si sarà chiesto: “Che cosa succederà dopo?”  

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1976 – Ce la mise tutta Frank Zappa ed ebbe ragione. I Grand Funk Railroad, dopo Born to Die (uscito a inizio anno), avevano deciso di sciogliersi, ma poi arrivò un desiderio da parte di un fan molto particolare, appunto Frank Zappa che li contattò chiedendo a Mark Farner e soci di rimettersi insieme perché avrebbe voluto produrli. Chi l’avrebbe mai detto eppure queste due entità – per ammissione degli stessi protagonisti – avevano la stessa idea di rock, un’idea “energetica”. Good Singin’ Good Playin’ esce il 2 agosto, ma la band si era già nuovamente separata dopo il primo giorno di post-produzione, nonostante la preghiera dello stesso Zappa che cercò di convincerli del contrario fino alle 4 del mattino. Quando Zappa affermò che il disco era riuscito a mostrare esattamente l’essenza del complesso, non gli si può dare torto: Good Singin’ Good Playin’ resta sicuramente il loro LP più riuscito. I Grand Funk erano partiti a fine anni Sessanta da un rock blues piuttosto vigoroso, se non addirittura rumoroso; poi, seppure lentamente, nella loro musica erano entrati connotati stilistici assai eterogenei tra loro – dal progressive al R’n’B, passando per il folk.

Qui – come si suol dire – non si resta delusi: ci sono la song alla Fleetwood Mac (Just Couldn’t Wait), richiami hard ai Deep Purple (1976 e Goin’ for the Pastor), al soul (Don't Let 'Em Take Your Gun, Release Your Love e l’omaggio a The Contours con Can You Do It), nonché ballad malinconiche (Miss My Baby) il tutto condito da un buon rock targato USA (Pass It Around e Crossfire). E non manca Zappa: suo il primo solo nella formidabile Out to Get You e la voce in Rubberneck (bonus track presente nel CD e canzone zappiana al 100%). 

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1986 – Quando seleziono i dischi per questa rubrica, sussiste spesso una scelta personale, soprattutto se in quel RocKalendario c’ero dentro con tutti i piedi. Ritorniamo su Sir Paul McCartney: negli anni Ottanta ero un adolescente che ogni anno aspettava sempre con ansia l’uscita dell’ultima fatica del nostro. E diciamolo: in quel decennio la produzione del musicista ha subito parecchi alti e bassi, tanto da dubitare talvolta che quel bacino di creatività avesse dato tutto e che ci si dovesse limitare e accontentare a qualche scampolo di magazzino (per fortuna dall’89 con Flowers in the Dirt molti di noi si dovettero ricredere). E, quando il 25 agosto (in Italia il 1° settembre) uscì Press to Play, non ci stracciammo di certo le vesti urlando al capolavoro. Il video del singolo Press – uscito a fare da apripista il 14 luglio – ha in sé una sua narrazione: canzoncina pop carina e lui – a zonzo per la metro di Londra - “piacione” come sempre che si lascia pure baciare da una fan. Per MTV poteva andare più che bene… Il disco conferma in parte la collaborazione con Eric Stewart (10cc) e vede la partecipazione di noti turnisti (Carlos Alomar, Jerry Marotta, Ray Cooper), nonché un gustoso doppio cameo di Phil Collins e Pete Townshend in Angry, un rock’n’roll alla Billy Idol. 

Nonostante le avvisaglie, alla fine qualcosa si salva: l’opener Stranglehold è un blues indolente che può fare presa; nel medley Good Times Coming/Feel The Sun il solo di Alomar consente la sufficienza; Footprints manifesta delicate sfumature latine. Dove dà il meglio, però? Ma nelle ballad di sapore romantico: Only Love Remains e la conclusiva However Absurd, degne nipotine di The Long and Winding Road. Dico la verità fino in fondo: l’ho apprezzato anni e anni dopo, nonostante lo avessi ascoltato ripetutamente all’epoca chiedendomi parecchi perché.      

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1996 – 29 agosto. Con Prendere e lasciare, Francesco De Gregori firma uno degli album più particolari della sua carriera. La svolta rispetto ai lavori precedenti è consistente e porta il nome di Corrado Rustici, produttore e arrangiatore che trasforma il linguaggio musicale del cantautore senza snaturarne la poetica. Le sonorità acustiche e raccolte lasciano spazio a un sound più elettrico, stratificato e internazionale, sostenuto da turnisti di altissimo livello (David Sancious, Steve Smith dei Journey e Ambrogio Sparagna all’organetto diatonico) e da arrangiamenti che guardano soprattutto al rock contemporaneo (L’agnello di Dio).

Si incontrano le care ascendenze dylaniane degli esordi (Compagni di viaggio, Un guanto e Battere e levare), terzinati d’altri tempi (Jazz), scritture folk elettrizzate (Fine di un killer) e racconti di famiglia (Stelutis alpinis e Baci da Pompei). Non mancarono polemiche per il singolo L’agnello di Dio – si mosse pure la Chiesa… - e Prendi questa mano, zingara, accusata di plagio.

Il video di Agnello di Dio venne girato da Bruno Bigoni tra il Tagliamento in secca e l’area dismessa dell’Alfa Romeo nel milanese con l’aggiunta di fotogrammi da Nirvana (e Salvatores fa pure un cameo). 

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mercoledì 5 agosto 2026

Gentle Giant: accadeva il 5 agosto del 1972


Ray and Derek at the console. Advision 1972

Il 5 agosto 1972, presso gli Advision Studios di Londra i Gentle Giant finiscono di registrare "Octopus", il loro quarto album.

Sembra che il titolo sia venuto in mente alla moglie di Phil Shulmann, Roberta, che unì le parole "Octo - Opus", Otto Opere musicali, che poi sono quelle contenute nell'album.
La copertina, nella versione "inglese" fu realizza da Roger Dean, mentre quella "americana" (la piovra nel barattolo) da Charles white.
Album "colto" che diventerà un must della discografia prog mondiale, così come la copertina una icona.


In allegato recensione e photo session in Studio 1972.

Di tutto un Pop…
Wazza

Phil and JPW. Advision 1972



Il 1972 si apre con un intenso e faticoso tour europeo in compagnia dei Jethro Tull, tour che segnala un dato poi costante nella storia del gruppo: un buon successo continentale (Italia e Germania dell’Ovest su tutte, con Three Friends che arriverà sino al terzo posto nella classifica de i dischi più venduti in Italia) e un seguito modesto in Gran Bretagna. A marzo un brutto incidente motociclistico blocca Malcom Mortimore e costringe il gruppo a cercare un sostituto, proprio nel momento in cui i Gentle Giant avevano trovato un assetto stabile e funzionale sia in studio che dal vivo. Al posto di Mortimore subentra quindi John Paul Weathers (1946), percussionista di origine gallese: il rinnovato sestetto registra all’inizio di agosto il nuovo disco intitolato Octopus. L’album è composto da otto composizioni, otto storie diverse per un disco che molti considerano il più maturo della produzione discografica della band. The Advent Of Panurge si ricollega idealmente a Pantagruel’s Nativity e narra l’incontro tra Pantagruele e il suo amico fraterno Panurge. Ancora una volta l’opera di François Rabelais ispira un brano estremamente suggestivo, più asciutto del precedente ma ugualmente vario e cangiante.




Un pezzo tra l’altro che entrerà per molti anni nel repertorio live del gruppo con un arrangiamento che includeva nella parte centrale un quartetto di flauti diritti, particolarmente adatto a restituire un’immagine sonora rinascimentale idealmente ricollegabile ai racconti di Rabelais. Raconteur, Troubadour rappresenta nelle intenzioni dell’ensemble un modo per catturare l’atmosfera della poesia musicale dei trovatori inglesi; il brano, elegantemente costruito su intrecci melodici tra voce, violino e tromba, coniuga uno spirito antico con stranianti costruzioni ritmiche alla Igor Strawinsky.

A Cry For Everyone, ispirato agli scritti di Albert Camus, corre via tra cambi metrici, riff e assoli di sintetizzatori, mentre con The Boys In The Band, intricato brano strumentale (il secondo, dopo il breve Acquiring The Taste), i Gentle Giant regalano una dedica a sé stessi e a Martin Rushant, tecnico del suono. Dog’s Life, un omaggio ironico ai roadies, è una composizione dove la voce teatrale di Phil Shulman dialoga con un quartetto d’archi e un regale, antico organo portatile ad ancia semplice, mentre Think Of Me With Kindness è una ballad per la voce di Kerry Minnear, impreziosita dall’intervento al mellophon di Phil Shulman. Infine il brano che chiude il disco, River, è un’occasione per utilizzare nel processo compositivo i dispositivi elettronici presenti nello studio di registrazione.

Phil in deep thoughts, by the look of it... Advision 1972. Martin Rushent and Ray up front

Un discorso a parte merita Knots, un brano che gli stessi autori presentano come un’idea a metà tra un madrigale moderno e un puzzle musicale. Il pezzo, influenzato dal lavoro dello psicologo Ronald D. Laing, ha un’architettura piuttosto complessa in cui brillano particolarmente gli inserti vocali a cappella. Dopo la registrazione di Octopus il gruppo parte finalmente per il Nord America per un lungo tour negli Stati Uniti in cui apre i concerti di vari gruppi (Black Sabbath, Yes, Jethro Tull e Eagles) e qualche data, in solitudine, in Canada. Il 1973 inizia con una serie di concerti in Italia in cui finalmente, visto il successo dell’anno precedente, i Gentle Giant hanno l’onore di essere il gruppo principale della serata con gli Area che suonano da spalla. Ma alla fine del piccolo tour si chiude anche la prima parte della vita del Gigante Gentile. Phil Shulman, uno dei membri fondatori, polistrumentista, voce solista, autore della gran parte dei testi e supervisore di tutta l’attività creativa del Gigante, decide improvvisamente di lasciare il gruppo e abbandonare l’attività musicale, almeno dal punto di vista professionale. La decisione di Phil provoca una crisi interna talmente forte che si arriva ad un passo dallo scioglimento definitivo del gruppo. Ma Derek, Ray, Kerry, Gary e John reagiscono in qualche modo e decidono di andare avanti in quintetto. I primi tre anni della vita artistica del gruppo si chiudono nel segno di una ricerca musicale assolutamente originale cui non corrisponde ancora un accettabile successo commerciale.

Forse tutto questo avrà avuto un peso nella decisione di Phil Shulman che, complice un’età piuttosto avanzata per un musicista rock (36 anni), ritorna alla prima attività di docente.

Gary and Ray either! 1972




Nel ricordo di Jeff Porcaro



Se ne andava il 5 agosto 1992 Jeff Porcaro, considerato uno dei migliori batteristi al mondo.
Figlio d'arte -il padre Joe Porcaro era un percussionista- inizia giovanissimo come turnista per gli Steeleye Dan ed altri musicisti; in questo "giro" conosce David Paich, Steve Lukather, da qui l'idea di formare il gruppo dei "Toto", che gli diede fama, successo e soldi!

Richiestissimo session man a collaborato tra gli altri con Elton John, Paul McCartney, Michael Jackson, Roger Waters, David Gilmour, Dire Straits, Michael McDonald, Bruce Springsteen, Tommy Bolin, Madonna, Paul Young, Bee Gees, Christopher Cross, George Benson, Al Jarreau, Earth, Wind & Fire, Donald Fagen, Celine Dion, Eric Clapton, Cher, Ray Parker Jr.

Alla notizia della sua morte ci furono molte polemiche tra i Toto e la stampa: sembra che Jeff sia morto per arresto cardiaco, dovuto all'allergia da antiparassitari, mentre alcuni giornali riportarono che l'infarto fu provocato dall’abuso di cocaina.

Al suo funerale parteciparono tutti i grandi del rock... rimane ancora oggi un esempio ed un caposcuola per molti batteristi.

Per non dimenticare…

Wazza





martedì 4 agosto 2026

Ricordando John Gosling, ex tastierista dei Kinks.



Il 4 agosto del 2023 ci lascaiva John Gosling, ex tastierista dei Kinks.

Era nato a Paignton, in Inghilterra, il 6 febbraio 1948.

È entrato a far parte del gruppo nel 1970, dopo che Ray Davies lo vide suonare il pianoforte in un bar. Ha suonato con loro fino al 1979, anno in cui ha lasciato per formare il suo gruppo, i Kast Off Kinks.

Aveva 75 anni.









4 agosto 1979: i Led Zeppelin al Knebworth Festival-Il video

Il 4 agosto 1979 i Led Zeppelin suonano davanti a 120.000 persone (c’è chi dice 300.000), insomma, a un “botto” di gente, in quello che potrebbe essere l’ultimo grande festival rock degli anni ’70, il Knebworth Festival: fu il loro ultimo concerto in terra britannica.

Nel variegato cartellone, tra i partecipanti troviamo The New Barbarians (Ron Wood e Keith Richard), Todd Rundgren and Utopia, Southside Johnny, Commander cody, Chas & Dave, Fairport Convention.

Di tutto un Pop…

Wazza