Il debutto romano della band di Peter
Hammill tra cronaca tecnica e accoglienza del pubblico
Il 9 febbraio 1972 rappresenta una data spartiacque
per la scena progressive in Italia, segnando l'arrivo dei Van der Graaf Generator sul palco del Piper Club di Roma. Nonostante all'epoca
la formazione britannica non godesse ancora di una fama consolidata a livello
internazionale, l'impatto con la realtà romana rivelò una sintonia immediata e
profonda. La rivista Ciao 2001 documentò l'evento descrivendo
un'atmosfera di rara partecipazione, dove la complessità armonica e le
strutture sghembe della band trovarono un terreno fertile in un pubblico
attento e preparato.
L'esibizione si distinse per una cifra stilistica che fondeva
l'oscurità dei testi di Peter Hammill con l'irruenza sonora del sassofono di
David Jackson, capace di manipolare lo strumento attraverso l'uso di
amplificatori e pedali, distaccandosi dai canoni del rock tradizionale. Questa
ricerca timbrica, unita all'assenza di una chitarra elettrica solista e alla
centralità dell'organo Hammond di Hugh Banton, conferì al concerto una densità
quasi cameristica, eppure carica di una tensione viscerale. La reazione dei
presenti non fu semplicemente legata alla novità del genere, ma a una
comprensione tecnica ed emotiva di un linguaggio musicale che altrove faticava
a imporsi.
Il successo di quella serata non rimase un episodio isolato,
ma diede inizio a un rapporto privilegiato tra il gruppo e l'Italia, nazione
che più di ogni altra ha saputo storicizzare e sostenere la loro carriera nel
corso dei decenni. Quello che nacque cinquant'anni fa al Piper si è trasformato
in una consuetudine culturale, alimentata dalla coerenza artistica della band e
dalla fedeltà di una base di ascoltatori che ha riconosciuto nella loro
proposta una forma d'arte rigorosa e lontana dalle logiche commerciali.
Wazza












04 JUN 72 (Sottomarina), Ciquito Club...presente
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