www.mat2020.com

www.mat2020.com
Cliccare sull’immagine per accedere a MAT2020

martedì 15 febbraio 2022

Pietro Iadeluca: L’Uomo del Campanile, commento di Fabio Rossi


Libro: L’Uomo del Campanile

Autore: Pietro Iadeluca

Edizioni: Il Cuscino di Stelle

Anno: 2016

Recensione a cura di Fabio Rossi

 


Uscito originariamente nel 2007, il romanzo L’Uomo del Campanile è stato ripubblicato nove anni dopo su iniziativa della casa editrice abruzzese Il Cuscino di Stelle, nell’ambito di una serie d’iniziative tese a riportare alla luce le opere di Pietro Iadeluca, scomparso nel 2012.

L’autore, romano di nascita, è stato pianista, compositore e scrittore. Diplomatosi nel 1952 con il massimo dei voti al Conservatorio di Santa Cecilia, vinse nel 1956 il concorso indetto dalla Radio Televisione Italiana Primo Applauso, presentato da Enzo Tortora e Silvana Pampanini. Da quell’anno fino al 1973 è stato primo pianista presso la stessa Radio Televisione Italiana, collaborando dal 1969 al 1971, con il coreografo Luigi Gregori, in arte Gino Landi. Dal 2000 si è dedicato alla scrittura di romanzi e poesie, i quali sono stati premiati in vari concorsi letterari nazionali.

La trama de L’Uomo del Campanile si svolge nel 2190, in un futuro dilaniato da una guerra mondiale che ha fatto precipitare l’umanità indietro di secoli. La vicenda si svolge in Abruzzo, in una località chiamata Sasso Rotto, dove le persone vivono principalmente grazie ai proventi dell’agricoltura e dell’allevamento del bestiame. Nulla è cambiato, però, per quanto riguarda il lato umano: la corruzione, il pregiudizio, l’invidia, l’egoismo, l’ottusa divisione tra fazioni politiche e religiose regnano sovrane. L’uomo ha conservato enfatizzandoli i medesimi difetti che aveva prima del tremendo conflitto nucleare. Si arriva al punto di cercare in tutti i modi possibili di mandare via i pochi frati rimasti nel convento di San Silvestro Martire e l’Annunziata per trasformarlo in un albergo (lo spunto è ispirato da una vicenda realmente accaduta!). In questo non edificante contesto, nasce un amore infinito tra Riccardo e Fatima che, purtroppo, fanno parte di due comunità incompatibili tra loro. Il destino della ragazza appare segnato dalla volontà del padre, despota e ubriacone, che vuole darla in sposa a uno sconosciuto per meri motivi di opportunità. Eh sì, proprio come accade oggi in alcune parti del nostro disgraziato pianeta. L’intervento di un’entità indefinita conosciuta come “Lui” impedirà tale scempio e la storia avrà un lieto fine. Tale personaggio misterioso è l’uomo del campanile che sembra ultraterreno e il cui scopo primario è quello di punire severamente, anche con la morte, coloro che fanno della violenza contro il prossimo, la natura e gli animali la loro ragione di vita per biechi interessi. La sua punizione viene preannunciata dal suono di una campana, quella che in origine stava in un campanile, devastato, abbandonato e in rovina, che nessuno sa dove sia andata a finire. Possiamo definire L’Uomo del Campanile un romanzo multistrato con tanti spunti di riflessione e sarebbe bello sapere cosa ne pensa Pietro dello sfacelo in cui vive la nostra società e che lui forse aveva preconizzato. Complimenti al figlio Armando, responsabile della casa editrice Il Cuscino di Stelle, per il suo impegno nel voler divulgare le opere del padre che, considerata la valenza di questo scritto, meritano la meritata approvazione di tutti.


 

lunedì 14 febbraio 2022

Jethro Tull – The Zealot Gene, di Alberto Sgarlato


Jethro Tull – The Zealot Gene (2022)

Di Alberto Sgarlato


Era il 2012, parliamo quindi di una decina d’anni fa, quando il burbero Ian Anderson annunciava la sua scissione da Martin “Lancelot” Barre, mettendo così la parola fine alla più lunga tra le collaborazioni di una band da sempre segnata da continui scismi interni e trasformando, di fatto, il marchio Jethro Tull da una formazione in continua evoluzione a un suo progetto solista più di quanto non fosse mai stato.

Dopo questa svolta Anderson pubblicava due album, “Thick as a brick 2” nel 2012 e “Homo Erraticus” nel 2013. Ciò significa che questo nuovo “The Zealot Gene” arriva come prima opera di materiale totalmente inedito dopo otto anni dal suo predecessore; un evento celebrato su Youtube con il lancio, all’inizio di gennaio, del video ufficiale della title-track, un “corto” di animazione splendidamente realizzato.

Ma Anderson, ancor prima che un musicista, è sempre stato un grande imprenditore di se stesso: nel 2012 sapeva che un nuovo corso così drastico non avrebbe potuto comportare una altrettanto violenta rottura col passato, per non perdere il suo seguito, e così scelse, nel quarantennale di uno degli album più famosi della band, “Thick as a brick”, di riprendere in mano la storia di Gerald Bostock, bambino definito dai suoi insegnanti “ottuso come un mattone” (thick as a brick, appunto) e invece rivelatosi precoce talento letterario. In “Thick as a brick 2” ritroviamo Gerald adulto e l’album ce ne racconta le vicissitudini. Il successivo “Homo Erraticus” il protagonista è ancora Bostock, nei suoi destini di viandante, in continui salti temporali tra la sua quotidianità e il suo passato, emerso in alcuni (presunti) ritrovamenti epistolari di famiglia.

Questo inquadramento sull’ultima produzione tulliana è fondamentale per arrivare, oggi, a questo nuovo disco dal titolo così bizzarro: “The Zealot Gene” (il gene zelota, e non staremo qui a redigere un trattato su chi furono gli Zeloti in Giudea e su quanto fu bellicoso il loro rapporto con gli Antichi Romani). Tutto questo, invece, per dire che finalmente Anderson trova la forza di scrollarsi di dosso la figura del piccolo Bostock e di abbandonarla ai propri destini. Infatti, in questa nuova opera, più che di concept album è legittimo parlare di “fil rouge”: canzoni, infatti, che possono benissimo sopravvivere ciascuna a sé stante ma tutte collegate tra loro dagli spinosi e coraggiosi temi delle religioni, del fanatismo, del dogma.

E veniamo ora all’analisi delle musiche, partendo dal presupposto che, da una band dalla carriera cinquantacinquennale, costellata da capolavori (e, ammettiamolo, anche da qualche passo falso qui e là), sarebbe oltremodo ingenuo aspettarsi un ennesimo monumento indimenticabile da consegnare alla storia.

Tuttavia, gli ingredienti per fare innamorare i “tulliani” della vecchia guardia ci sono tutti, a cominciare dalla voce di Ian Anderson che, se dal vivo ormai da parecchie decadi fatica nel sostenere uno show nella sua integrità, in studio è ancora in grado di stupire, impressionare e commuovere. E poi ovviamente il flauto, ora “saltellante” in “Mrs. Tibbets”, ora delicatissimo in “Mine is the mountain”, ora più “arrabbiato” in “Shoshana sleeping” (forse uno dei brani più paragmaticamente tulliani), l’armonica “bluesy” in “Jacob’s Tales” (una delle vette del disco), gli eleganti ricami del mandolino (ancora in “Jacob’s Tales”), i costrutti medievaleggianti e folsky fatti di intrecci di strumenti a corde, ad ancia e fisarmonica in “Sad city sisters” (un’altra delle vette).

Per contro troviamo alcuni elementi che “stridono” fortemente col mood dell’album: l’arrangiamento di “Barren Beth, Wild Desert John”, con qualche riff chitarristico hard che suona un po’ “finto”, la batteria mixata spesso alta e “quadrata” (nella title-track, in “The betrayal of Joshua Kynde”, nell’ultima “The fisherman of Ephesus”), le chitarre ultracompresse nelle prime note ancora della title-track e, soprattutto, alcuni imperdonabili eccessi tastieristici con archi sintetici che fanno tanto “balera anni ‘80” (le già citate “Mrs. Tibbets” e “Shoshana” e, ancora una volta, la title-track). Sicuramente, infatti, gli episodi più riusciti sono i “quadretti” più acustici, come le già citate “Mine is the mountain”, “Jacob’s Tales” e le quasi conclusive “Where did saturday go?” e “Three loves, three”. Viceversa, alcuni esperimenti tra sbuffi di pads elettronici, chitarre distorte e batteria presente, ci riportano a quello che fu il periodo forse più incerto e per certi aspetti più controverso della band: a spanne potremmo farlo iniziare con “The broadsword and the beast” (1982) e concluderlo con “Crest of a knave” (1987), mentre già con il successivo “Rock island” si vedevano avvisaglie di un ritorno al tipico tull-sound.

Ok, in quel range di anni tante formazioni della Vecchia Scuola provarono a “prendere due piccioni con una fava”, da una parte aggiungendo qualche chitarra in più per strizzare l’occhio al pop-finto metal radiofonico d’Oltreoceano, dall’altra con qualche tastiera che invece ammiccava all’elettronica d’Albione. Ci provò il supergruppo Asia, fatto di ex componenti di King Crimson, Yes ed ELP, ci provarono gli stessi Yes, temporaneamente orfani di Steve Howe confluito negli appena summenzionati Asia ma, in quel momento, capitanati da Rabin e prodotti da Trevor Horn, ci provarono i Three, formazione che ricompattava Emerson e Palmer assieme al polistrumentista californiano Robert Berry.

Ma se in quel momento storico tutto ciò poteva sembrare legittimo e spontaneo, oggi contaminarsi con un mondo e soprattutto un mercato che non esiste più suona alquanto anacronistico. Per questo, paradossalmente, suonano più freschi e attuali i brani di questo album caratterizzati da arrangiamenti più “roots” che quelli inspiegabilmente legati a un certo “rock patinato”, proprio assente dalle corde andersoniane.

Ultima nota di merito, che dà ulteriore valore a un album comunque promosso e ben riuscito nella sua integrità: la scelta di non dilungarsi troppo, pubblicando 12 brevi tracce per complessivi 48 minuti circa. Dagli anni ‘90, con l’avvento del CD, e poi col Nuovo Millennio, quando tutto è diventato “liquido”, per cui spaziotemporalmente virtualmente infinito, la tendenza degli artisti è stata purtroppo quella di “allungare il brodo”. Qui non avviene e la scelta è encomiabile. Questa formula fa felici gli estimatori del caro vecchio vinilaccio nero. Tuttavia, per i supercompletisti, esiste una “deluxe edition” con l’album vero e proprio (a tratti forse un po’ sovrarrangiato, come detto) e con i demo che ci svelano, a volte con una percussione a scandire il tempo, a volte solo con un semplice metronomo, come sono nati i brani dalla penna di Anderson, soltanto voce e chitarra, talvolta con due chitarre sovrincise, o con il flauto, o con due voci. E la resa finale ne guadagna tantissimo. Al punto che forse sarebbe dovuto uscire solo l’album “Deluxe”, senza la metà prodotta in studio. Certo, senza trucco e senza inganno si sente che sforzo bestiale fa Ian a cantare e, ogni tanto, si percepisce qualche minima flessione dell’intonazione. Ma ciò fa ancora più tenerezza e “scalda il cuore” ai fans.


Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

Mrs. Tibbets

Jacob's Tales

Mine Is the Mountain

The Zealot Gene

Shoshana Sleeping

Sad City Sisters

Barren Beth, Wild Desert John

The Betrayal of Joshua Kynde

Where Did Saturday Go?

Three Loves, Three

In Brief Visitation

The Fisherman of Ephesus




venerdì 11 febbraio 2022

Il compleanno di Derek Shulman


Un altro "gigante" compie gli anni in questo mese... oggi 11 febbraio, Derek Shulman, cantante, polistrumentista, produttore.

Insieme ai fratelli Phil e Ray, fondò i Gentle Giant, una delle maggiori espressioni del progressive rock mondiale.

Formidabili strumentisti, conoscitori della musica (e si sente...), hanno inciso minimo 6 capolavori.

Derek, voce possente e presenza fisica notevole sul palco, diventò un'icona musicale negli anni ’70.

Chiusa la storia con i Gentle Giant è diventato una delle persone più importanti dell'industria musicale, lavorando con la Polygram, Warner...

Ha sempre rifiutato l'idea di riformare il gruppo, per lui un capitolo chiuso... "già dato".

Happy Birthday Derek!

Wazza









DANCE FLOOR CLOSED - “TOP 10”



DANCE FLOOR CLOSED - “TOP 10”


Dance Floor Closed è un progetto italiano, nato dalla collaborazione tra due musicisti, Gianni Mini (autore e cantante del gruppo) e Simone Serotti (compositore e arrangiatore) che propone un genere molto particolare, nei cui testi vengono affrontati temi di attualità, presentandoli in chiave dance/elettronica, come rivisitazione del pop degli ultimi decenni.

La forza dei Dance Floor Closed sta nella loro creatività e nella loro voglia di contaminazione tra vari generi musicali, il tutto rafforzato dalla collaborazione di coristi, che danno vita ad una squadra affiatata e dinamica.

Il loro primo singolo è “Count on me”, uscito nell’estate 2021. Il 17 dicembre 2021 viene pubblicato da Music Force “Top 10” primo disco del duo fiorentino.



Artista: Dance Floor Closed

Titolo: “Top 10”

Autori/Compositori: Simone Serotti / Gianni Mini

Editore: Music Force

Etichetta: Music Force




Tracklist (cliccare sul titolo per ascoltare)

1.      Count on me

2.      Top ten

3.      Rebel song

4.      New day

5.      Crazy world

6.      Skin

7.      Urban jungle

8.      Be with me

9.      Golden cage

10.  Best decade

11.  Count on me - Essential remix

12.  Top ten - Saturday remix

13.  Crazy world - Stronger remix




ZoneM (Beppi Menozzi) - “Sono Dentro Di Me”, di Mauro Costa

 


ZoneM (Beppi Menozzi) - “Sono Dentro Di Me”

Di Mauro Costa


Esce per l'etichetta Nadir e distribuito dalla Black Widow Records, dove sicuramente potete procurarvelo da Venerdì 11, “Sono Dentro Di Me” progetto del tastierista genovese Beppi Menozzi (ZoneM) a cui partecipano numerosi artisti di spicco della scena rock e underground, provenienti da gruppi come Il Segno del Comando, Jus Primae Noctis (entrambi annoverano Beppi nell'organico), Sadist, Will’o’Wisp, Toolbox Terror, Gipsy Trojka.

Circa due settimane fa invito a casa l'eclettico tastierista ben sapendo che porterà in dote il suo primo CD da solista, un progetto che mi aveva anticipato e che mi aveva intrigato parecchio. Solitamente, quando leggiamo un libro particolarmente evocativo riusciamo a costruirci sopra il nostro film, con i volti dei personaggi ben delineati nel nostro immaginario ed i luoghi, magari illusori, che assumono contorni di realismo spinto.

Perché non può accadere lo stesso ascoltando un particolare tipo di musica?

Ad esempio, una musica ansiogena, carica di dissonanze e di suoni particolari, rumori metallici, voci distorte, ticchettii generati dal nulla, battiti del cuore che cambiano frequenza, ma anche registrazioni della sonda Cassini tra gli anelli di Saturno e terrificanti voci che sembrano provenire dall'oltretomba e che in realtà sono state generate, come arma psicologica, dall'esercito USA per seminare il panico tra i vietnamiti del nord.

Tutto ciò induce, in chi ascolta, visioni spesso orrorifiche, ma talvolta anche oniriche segnando una netta contrapposizione tra la realtà dei nostri giorni, disseminata da maligni presagi come la pandemia che ci ha devastato, non solo fisicamente, in questi ultimi due anni ed un'esistenza tranquilla come la maggior parte di noi abbraccia benignamente nei propri sogni.

Ci sediamo comodi sul divano, premo play sul telecomando e cominciamo il viaggio con un poco rassicurante "Benvenuti!" scandito da una voce che sembra riassumere in una sola parola quelle scritte, al sommo della porta infernale, “divinamente” incise molto, molto tempo fa.

I brani che compongono l'opera sono molti, alcuni però semplici interludi di raccordo cioè pillole rumoristiche di pochi secondi che fanno da contorno soprattutto alla mini-suite “Bestia”; questa composizione comprende cinque brani disseminati nel cd in maniera intelligentemente non contigua in modo da renderci protagonisti, e non semplici ascoltatori passivi, nella ricerca dei momenti che denotano la devastazione della psiche di un omicida seriale.

Un progetto di questo tipo non poteva prescindere dagli scritti di H.P. Lovecraft soprattutto presenti in due pezzi hard rock: “Cthulhu” (ispirato a “il richiamo di Cthulhu”) e “Arkham” (ispirato a “i colori dallo spazio”) che guarda caso sono tra i brani migliori.

Le atmosfere lovecraftiane sono disseminate anche nel resto dell’album ricreando quegli input "cinema-sonoro" tanto cari, ad esempio, ad una certa visionarietà di un regista/compositore quale John Carpenter e che spesso e volentieri amalgama nei suoi film.

La citata suite ha forse il suo apice compositivo nella parte seconda “Sono qui”, un brano in puro stile "hard prog" con la terrificante voce di Marco Fehmer a svelare le intenzioni del maniaco. La successiva “Vulnerabile” si dipana su toni apparentemente distensivi abiurati a poco a poco dal crescendo ansioso dello stato della vittima, ben rappresentata dalle ansie di Silvia Palazzini, e dalla conseguente accelerazione dei battiti del suo cuore in attesa dell'inevitabile. 

Tra i riferimenti musicali che hanno ispirato Beppi Menozzi nella composizione di “Sono dentro di me”, titolo che sembra profetico a riguardo, oltre al già citato Carpenter, probabilmente i Goblin, quelli di Suspiria dove andavano ad esplorare in profondità le emozioni dell'ascoltatore; sicuramente importante anche i richiami a Keith Emerson, in particolar modo nel brano strumentale 'Amigdala' che prende il nome dal nucleo più profondo del cervello, ricettacolo degli istinti di ansia e paura. Il pezzo è sicuramente tra i migliori e termina in dissolvenza proprio quando, personalmente, necessitavo la presenza di un altro paio di minuti buoni ed un eventuale taglio netto nel finale.

Echi emersoniani, simil Karn Evil 9, anche nei 48 eccellenti secondi di “Proci”, tanto dura l'ultimo “step” della suite “Bestia”, che descrive ambiente di caos, terrore e violenza, ma in generale la benigna ispirazione di chi ora non è più tra noi traspare evidente nelle traccie di questo cd.

Altri brani notevoli sono i precedentemente citati “Arkham”, dai forti connotati rock e ritmici, che appunto descrive le atmosfere inquietanti del racconto “i colori dallo spazio”, le dissonanze e la drammaticità sostenute da interventi orchestrali in “Cospirazione” e il magnifico “Cthulhu, anch'esso come “Arkham” colonna sonora degli universi immaginari lovercraftiani interpretato dalla potente voce di Silvia Palazzini.

Tra i migliori anche “Peshtigo”, dove Beppi sonorizza il panico creatosi dal terribile incendio boschivo accaduto nel 1871 nel nord-est del Wisconsin e che attualmente detiene il record di vittime umane, stimate in circa 2.500 unità.

Essendo questo cd, negli intenti, un'opera "multimediale", nel senso che la musica scatena richiami letterari e cinematografici, non possiamo non menzionare la grottesca “Merrick”, l'uomo elefante raccontato da Lynch nel film che lo ha consacrato tra i registi "imperdibili" e 'Sono dentro di me' il brano che dà il titolo al cd e che chiude il viaggio iniziato in precedenza con “nessuna uscita”.

Proprio questa chiosa finale mi riporta alla mente un magnifico horror austriaco di Michael Haneke dal titolo “Funny Games”, girato nel 1997.

Chi ha visto quel film ricorderà il crescente incedere, sempre più drammatico e sempre più ingestibile, di due ragazzi "per bene" in una location tipicamente per persone altrettanto "per bene", dove cominciano a torturare, stuprare e uccidere un'intera famiglia, presa di mira a caso, implacabile violenza.

Implacabile quindi significa proprio “nessuna uscita” perché, in un momento in cui pare possibile ridurli all'impotenza, basterà che uno dei due ragazzi prema il tasto "rewind" in un registratore trovato per caso e la scena del film si riarrotola su sé stessa per svilupparsi poi in maniera diametralmente opposta.

Una trovata registica geniale che sottende l'inevitabilità della fine, esattamente come questo album, con l'ultimo brano 'Saigon', ci ricorda, nello spazio di un minuto, quali metodi subdolamente atroci possono essere adottati dall'uomo per ridurre allo stato d'impotenza altri esseri senzienti.

Termina così, con questi brividi reali, una colonna sonora immaginaria che stimola i nostri sensi più reconditi del terrore e li riporta a galla.

Il contributo, assolutamente fondamentale, degli amici che collaborano a questo lavoro di Beppi Menozzi da una solidità fisica alle immaginazioni intenzionali dell'autore che naturalmente, oltre alla composizione, testi e produzione, padroneggia le tastiere e dispensa Sound FX dove servono.

Gli amici musicisti che si alternano nelle varie tracce sono tanti e li riassumo sperando di non dimenticare nessuno…

Pietro Balbi (Chitarra), Diego Banchero (Basso, Testi), Alessandro Bezante (Basso), Davide Bruzzi (Chitarra), Fernando Cherchi (Batteria), Marco Fehmer (Voce, Chitarra, Composizione, Testi), Graziella Gemignani (Quadri), Mauro Isetti (Basso), Roberto Lucanato (Chitarra), Renzo Luise (Chitarra), Tommaso Maestri (Chitarra), Pietro Menozzi (Chitarra), Rita Menozzi (Voce), Riccardo Morello (Voce), Silvia Palazzini (Voce), Paolo Puppo (Grafica, Chitarra), Mario Riggio (Batteria), Tommy Talamanca (Mix e Master).

Se mi avete seguito fin qui, direi che anche per voi è arrivata l'ora di mettere il cd nel lettore.

Un assaggio…



Qualche immagine dell'autore...









giovedì 10 febbraio 2022

CODICE C -"Codice C", di Monica Franzon


CODICE C "Codice C"  Cd Super JC

Cat. DC02     Barcode 8054609370370

 

Di Monica Franzon

 

 

Call me: it’s chemical…Il progetto del gruppo ‘Codice C’, creato da Gianluca Capitani (Steve Vai, La Notte della Taranta, Goblin Rebirth, ecc.) e Danilo Cherni (Venditti, Goblin Rebirth, Fluido Rosa), due tra i più importanti musicisti, compositori e session men del panorama musicale italiano, nasce senza la ossessionante ricerca di un ‘concept’ ma, complici i numerosi ospiti di rilievo (Fabio Pignatelli, Giacomo Anselmi, Andrea Casali, Claudio Corvini, David Pieralisi, Marco Caudai, Maurizio Perfetto, Adriano Lo Giudice, Giulia Stefani, Greta Di Iacovo, Damiano Borgi, Frank Corigliano, Frank Marino, Gianluca Mastrangelo, Marco Dea. Daniele Marcelli, Emanuel Elisei, Francesco Marquez) si ritrova ad affrontare, con leggerezza e sarcasmo, il tema della più ancestrale paura dell’uomo, la morte, attraverso la razionale follia della consapevolezza e dell’inevitabile.

La morte che però si presenta nelle sue vesti migliori pare: semplicemente avvolta in danzanti vesti e illuminata dalle calde luci del tramonto in ‘One in a lifetime’, uno dei capolavori alla’ Whitesnake style’, oppure pulita e fresca in ‘One day more’, un altro caposaldo del concept, che catapulta l’ascoltatore in atmosfere da grandi e calde esibizioni corali.

Altri pezzi degni di nota (ma tutto il lavoro lo è) sono ‘H2O’ (utilizzo controllato di calde voci femminili e la fusione discreta ed elegante di sonorità tipiche del jazz) e la magnifica ‘The core’, un viaggio sensoriale nello spazio e nel tempo, in un pianeta a noi sconosciuto, misterioso e affascinante. Il susseguirsi di atmosfere rarefatte alternate a momenti di pura energia, tra tempi dispari e melodie oniriche, confezionate in un contesto dove si fondono materia e spirito che rendono l’album un piccolo Cameo, un gioiellino da inserire nella propria libreria. 

In ‘Codice C’ ritroviamo sonorità a noi tutti care: Rush, Yes, Whitesnake, Cairo, Pentagle, fusi in un unico obiettivo: ‘it’s chemical’ (Chemical, un altro dei pezzi maniacalmente precisi e perfetti contenuti in un album da coast to coast) qualsiasi sia il significato che all’esclamazione si desideri dare… 


VIDEO INTERVISTA

https://www.youtube.com/watch?v=Nm91ENFDP8Y

https://www.youtube.com/watch?v=9qwh3T2Mw_w

---------------------------

English version

The project of the group 'Codice C', created by Gianluca Capitani (Steve Vai, La Notte della Taranta, Goblin Rebirth, etc.. ) and Danilo Cherni (Venditti, Goblin Rebirth, Fluido Rosa), two of the most important musicians, composers and session men on the Italian music scene, was created without the obsessive search for a 'concept' but with the help of the many important guests (Fabio Pignatelli, Giacomo Anselmi, Andrea Casali, Claudio Corvini, David Pieralisi, Marco Caudai, Maurizio Perfetto, Adriano Lo Giudice, Giulia Stefani, Greta Di Iacovo, Damiano Borgi, Frank Corigliano, Frank Marino, Gianluca Mastrangelo, Marco Dea, Daniele Marcelli, Emanuel Elisei, Francesco Marquez) finds himself facing, with lightness and sarcasm, the theme of the most ancestral fear of Man: death, through the rational madness of awareness and the inevitable.

Death, however, which presents itself in its best guise, seems to be simply wrapped in dancing veils on the shore and illuminated by the warm colour of sunset in 'One in a lifetime', one of the Whitesnake style masterpieces, or clean and fresh in 'One day more', another cornerstone of the 'concept', which catapults the listener into an atmosphere of great and warm choral performances.

Other noteworthy pieces (but all the work is) are 'H2O' through the controlled use of warm female voices and the subtle and elegant fusion of typical jazz sounds, and the magnificent 'The core', a sensory journey through space and time, in a planet unknown to us, mysterious and fascinating, as befits a beautiful woman.

The succession of rarefied atmospheres alternating with moments of pure energy, between odd times and dreamlike melodies (made in a context where matter and spirit merge) but easy to read, make the album a small cameo, a jewel to put in your library.

In 'Codice C' we find sounds that are dear to all of us: Rush, Yes, Whitesnake, Cairo, Pentagle, merged into a single goal: 'it's chemical' (another of the maniacally precise and perfect pieces contained in a coast to coast album) whatever meaning you want to give to it.

 

CODICE C are: Gianluca Capitani (Drums, music and lyrics); Danilo Cherni (keyboards and programming and music).

 

Tracklist:

1-LIGHT 2-ONE DAY MORE 3-THE CORE 4-ONCE IN A LIFETIME 5-CHEMICAL 6-H2O7-SEVENTY DAYS 8-ENERGY 9-DREAM OR REALITY




lunedì 7 febbraio 2022

Ricordando Marcello Vento che ci ha lasciato nove anni fa

Nove anni fa se ne andava Marcello Vento, batterista, percussionista… da qualsiasi oggetto riusciva a tirarne fuori un suono!

Marcello ha sperimentato vari generi musicali nella sua carriera, dal rockprogressivo degli "Alberomotore" sino al folk-rock con il "Canzoniere del Lazio" e con il progetto "Carnascialia".

Si dedica all'insegnamento della batteria, suona nei dischi e partecipa ai concerti di Antonello Venditti.

Era un bravo artigiano del cuoio, ogni tanto lo incontravo ai mercatini…

Poi l'incontro con Jenny Sorrenti, che sarà l'inizio di un rapporto di vita e musica insieme, rifondano i Saint Just Again partecipando con molto successo al Prog-Exibithion del 2011.

Persona semplice, altruista, sempre pronto al dialogo e alla battuta.

Marcello, oltre ad essere un grande musicista, era anche un attento ascoltatore, e frequentatore di concerti.

Continua a battere il tempo Marcello...

Wazza

Alberomotore