Uscito
originariamente nel 2007, il romanzo L’Uomo del
Campanile è stato ripubblicato nove anni dopo su iniziativa
della casa editrice abruzzese Il Cuscino di Stelle, nell’ambito di una
serie d’iniziative tese a riportare alla luce le opere di Pietro Iadeluca, scomparso nel 2012.
L’autore, romano di nascita, è stato pianista,
compositore e scrittore. Diplomatosi nel 1952 con il massimo dei voti al
Conservatorio di Santa Cecilia, vinse nel 1956 il concorso indetto dalla Radio
Televisione Italiana Primo Applauso,
presentato da Enzo Tortora e Silvana Pampanini. Da quell’anno fino al 1973 è
stato primo pianista presso la stessa Radio Televisione Italiana, collaborando dal
1969 al 1971, con il coreografo Luigi Gregori, in arte Gino Landi. Dal 2000 si
è dedicato alla scrittura di romanzi e poesie, i quali sono stati premiati in
vari concorsi letterari nazionali.
La
trama de L’Uomo del Campanile si svolge nel 2190, in un futuro dilaniato
da una guerra mondiale che ha fatto precipitare l’umanità indietro di secoli.
La vicenda si svolge in Abruzzo, in una località chiamata Sasso Rotto, dove le
persone vivono principalmente grazie ai proventi dell’agricoltura e dell’allevamento
del bestiame. Nulla è cambiato, però, per quanto riguarda il lato umano: la
corruzione, il pregiudizio, l’invidia, l’egoismo, l’ottusa divisione tra
fazioni politiche e religiose regnano sovrane. L’uomo ha conservato
enfatizzandoli i medesimi difetti che aveva prima del tremendo conflitto
nucleare. Si arriva al punto di cercare in tutti i modi possibili di mandare
via i pochi frati rimasti nel convento di San Silvestro Martire e l’Annunziata
per trasformarlo in un albergo (lo spunto è ispirato da una vicenda realmente
accaduta!). In questo non edificante contesto, nasce un amore infinito tra
Riccardo e Fatima che, purtroppo, fanno parte di due comunità incompatibili tra
loro. Il destino della ragazza appare segnato dalla volontà del padre, despota
e ubriacone, che vuole darla in sposa a uno sconosciuto per meri motivi di
opportunità. Eh sì, proprio come accade oggi in alcune parti del nostro
disgraziato pianeta. L’intervento di un’entità indefinita conosciuta come “Lui”
impedirà tale scempio e la storia avrà un lieto fine. Tale personaggio misterioso
è l’uomo del campanile che sembra ultraterreno e il cui scopo primario è quello
di punire severamente, anche con la morte, coloro che fanno della violenza
contro il prossimo, la natura e gli animali la loro ragione di vita per biechi
interessi. La sua punizione viene preannunciata dal suono di una campana,
quella che in origine stava in un campanile, devastato, abbandonato e in
rovina, che nessuno sa dove sia andata a finire. Possiamo definire L’Uomo
del Campanile un romanzo multistrato con tanti spunti di riflessione e
sarebbe bello sapere cosa ne pensa Pietro dello sfacelo in cui vive la nostra
società e che lui forse aveva preconizzato. Complimenti al figlio Armando,
responsabile della casa editrice Il Cuscino di Stelle, per il suo impegno nel
voler divulgare le opere del padre che, considerata la valenza di questo scritto,
meritano la meritata approvazione di tutti.
Era il 2012, parliamo quindi di una decina
d’anni fa, quando il burbero Ian Anderson annunciava la sua scissione da Martin
“Lancelot” Barre, mettendo così la parola fine alla più lunga tra le collaborazioni
di una band da sempre segnata da continui scismi interni e trasformando, di
fatto, il marchio Jethro Tull da una formazione in continua evoluzione a un suo
progetto solista più di quanto non fosse mai stato.
Dopo questa svolta Anderson pubblicava due
album, “Thick as a brick 2” nel 2012 e “Homo Erraticus” nel 2013. Ciò significa
che questo nuovo “The Zealot Gene” arriva come prima opera di materiale
totalmente inedito dopo otto anni dal suo predecessore; un evento celebrato su
Youtube con il lancio, all’inizio di gennaio, del video ufficiale della
title-track, un “corto” di animazione splendidamente realizzato.
Ma Anderson, ancor prima che un musicista, è
sempre stato un grande imprenditore di se stesso: nel 2012 sapeva che un nuovo
corso così drastico non avrebbe potuto comportare una altrettanto violenta
rottura col passato, per non perdere il suo seguito, e così scelse, nel
quarantennale di uno degli album più famosi della band, “Thick as a brick”, di
riprendere in mano la storia di Gerald Bostock, bambino definito dai suoi
insegnanti “ottuso come un mattone” (thick as a brick, appunto) e invece
rivelatosi precoce talento letterario. In “Thick as a brick 2” ritroviamo
Gerald adulto e l’album ce ne racconta le vicissitudini. Il successivo “Homo
Erraticus” il protagonista è ancora Bostock, nei suoi destini di viandante, in
continui salti temporali tra la sua quotidianità e il suo passato, emerso in
alcuni (presunti) ritrovamenti epistolari di famiglia.
Questo inquadramento sull’ultima produzione
tulliana è fondamentale per arrivare, oggi, a questo nuovo disco dal titolo
così bizzarro: “The Zealot Gene” (il gene zelota, e non staremo qui a redigere
un trattato su chi furono gli Zeloti in Giudea e su quanto fu bellicoso il loro
rapporto con gli Antichi Romani). Tutto questo, invece, per dire che finalmente
Anderson trova la forza di scrollarsi di dosso la figura del piccolo Bostock e
di abbandonarla ai propri destini. Infatti, in questa nuova opera, più che di
concept album è legittimo parlare di “fil rouge”: canzoni, infatti, che possono
benissimo sopravvivere ciascuna a sé stante ma tutte collegate tra loro dagli
spinosi e coraggiosi temi delle religioni, del fanatismo, del dogma.
E veniamo ora all’analisi delle musiche,
partendo dal presupposto che, da una band dalla carriera cinquantacinquennale,
costellata da capolavori (e, ammettiamolo, anche da qualche passo falso qui e
là), sarebbe oltremodo ingenuo aspettarsi un ennesimo monumento indimenticabile
da consegnare alla storia.
Tuttavia, gli ingredienti per fare innamorare
i “tulliani” della vecchia guardia ci sono tutti, a cominciare dalla voce di
Ian Anderson che, se dal vivo ormai da parecchie decadi fatica nel sostenere
uno show nella sua integrità, in studio è ancora in grado di stupire,
impressionare e commuovere. E poi ovviamente il flauto, ora “saltellante” in
“Mrs. Tibbets”, ora delicatissimo in “Mine is the mountain”, ora più
“arrabbiato” in “Shoshana sleeping” (forse uno dei brani più paragmaticamente
tulliani), l’armonica “bluesy” in “Jacob’s Tales” (una delle vette del disco),
gli eleganti ricami del mandolino (ancora in “Jacob’s Tales”), i costrutti
medievaleggianti e folsky fatti di intrecci di strumenti a corde, ad ancia e
fisarmonica in “Sad city sisters” (un’altra delle vette).
Per contro troviamo alcuni elementi che
“stridono” fortemente col mood dell’album: l’arrangiamento di “Barren Beth,
Wild Desert John”, con qualche riff chitarristico hard che suona un po’
“finto”, la batteria mixata spesso alta e “quadrata” (nella title-track, in “The
betrayal of Joshua Kynde”, nell’ultima “The fisherman of Ephesus”), le chitarre
ultracompresse nelle prime note ancora della title-track e, soprattutto, alcuni
imperdonabili eccessi tastieristici con archi sintetici che fanno tanto “balera
anni ‘80” (le già citate “Mrs. Tibbets” e “Shoshana” e, ancora una volta, la
title-track). Sicuramente, infatti, gli episodi più riusciti sono i “quadretti”
più acustici, come le già citate “Mine is the mountain”, “Jacob’s Tales” e le
quasi conclusive “Where did saturday go?” e “Three loves, three”. Viceversa,
alcuni esperimenti tra sbuffi di pads elettronici, chitarre distorte e batteria
presente, ci riportano a quello che fu il periodo forse più incerto e per certi
aspetti più controverso della band: a spanne potremmo farlo iniziare con “The
broadsword and the beast” (1982) e concluderlo con “Crest of a knave” (1987),
mentre già con il successivo “Rock island” si vedevano avvisaglie di un ritorno
al tipico tull-sound.
Ok, in quel range di anni tante formazioni
della Vecchia Scuola provarono a “prendere due piccioni con una fava”, da una
parte aggiungendo qualche chitarra in più per strizzare l’occhio al pop-finto
metal radiofonico d’Oltreoceano, dall’altra con qualche tastiera che invece
ammiccava all’elettronica d’Albione. Ci provò il supergruppo Asia, fatto di ex
componenti di King Crimson, Yes ed ELP, ci provarono gli stessi Yes,
temporaneamente orfani di Steve Howe confluito negli appena summenzionati Asia
ma, in quel momento, capitanati da Rabin e prodotti da Trevor Horn, ci provarono
i Three, formazione che ricompattava Emerson e Palmer assieme al
polistrumentista californiano Robert Berry.
Ma se in quel momento storico tutto ciò
poteva sembrare legittimo e spontaneo, oggi contaminarsi con un mondo e
soprattutto un mercato che non esiste più suona alquanto anacronistico. Per
questo, paradossalmente, suonano più freschi e attuali i brani di questo album
caratterizzati da arrangiamenti più “roots” che quelli inspiegabilmente legati
a un certo “rock patinato”, proprio assente dalle corde andersoniane.
Ultima nota di merito, che dà ulteriore
valore a un album comunque promosso e ben riuscito nella sua integrità: la
scelta di non dilungarsi troppo, pubblicando 12 brevi tracce per complessivi 48
minuti circa. Dagli anni ‘90, con l’avvento del CD, e poi col Nuovo Millennio,
quando tutto è diventato “liquido”, per cui spaziotemporalmente virtualmente
infinito, la tendenza degli artisti è stata purtroppo quella di “allungare il
brodo”. Qui non avviene e la scelta è encomiabile. Questa formula fa felici gli
estimatori del caro vecchio vinilaccio nero. Tuttavia, per i supercompletisti,
esiste una “deluxe edition” con l’album vero e proprio (a tratti forse un po’
sovrarrangiato, come detto) e con i demo che ci svelano, a volte con una
percussione a scandire il tempo, a volte solo con un semplice metronomo, come
sono nati i brani dalla penna di Anderson, soltanto voce e chitarra, talvolta
con due chitarre sovrincise, o con il flauto, o con due voci. E la resa finale
ne guadagna tantissimo. Al punto che forse sarebbe dovuto uscire solo l’album
“Deluxe”, senza la metà prodotta in studio. Certo, senza trucco e senza inganno
si sente che sforzo bestiale fa Ian a cantare e, ogni tanto, si percepisce
qualche minima flessione dell’intonazione. Ma ciò fa ancora più tenerezza e
“scalda il cuore” ai fans.
Dance Floor Closedè un progetto
italiano, nato dalla collaborazione tra due musicisti, Gianni Mini
(autore e cantante del gruppo) e Simone Serotti (compositore e
arrangiatore) che propone un genere molto particolare, nei cui testi vengono
affrontati temi di attualità, presentandoli in chiave dance/elettronica, come
rivisitazione del pop degli ultimi decenni.
La forza dei
Dance Floor Closed sta nella loro creatività e nella loro voglia di
contaminazione tra vari generi musicali, il tutto rafforzato dalla
collaborazione di coristi, che danno vita ad una squadra affiatata e dinamica.
Il loro primo
singolo è “Count on me”, uscito nell’estate 2021. Il 17 dicembre 2021 viene
pubblicato da Music Force “Top 10”
primo disco del duo fiorentino.
Esce per l'etichetta Nadir e distribuito dalla Black Widow
Records,dove sicuramente potete procurarvelo da Venerdì 11, “Sono Dentro Di Me” progetto del tastierista
genovese Beppi Menozzi(ZoneM) a cui
partecipano numerosi artisti di spicco della scena rock e underground,
provenienti da gruppi come Il Segno del Comando, Jus Primae Noctis (entrambi
annoverano Beppi nell'organico), Sadist, Will’o’Wisp, Toolbox Terror, Gipsy
Trojka.
Circa due settimane fa invito a casa l'eclettico tastierista ben sapendo
che porterà in dote il suo primo CD da solista, un progetto che mi aveva
anticipato e che mi aveva intrigato parecchio. Solitamente, quando leggiamo un
libro particolarmente evocativo riusciamo a costruirci sopra il nostro film,
con i volti dei personaggi ben delineati nel nostro immaginario ed i luoghi,
magari illusori, che assumono contorni di realismo spinto.
Perché non può accadere lo stesso ascoltando un particolare tipo di
musica?
Ad esempio, una musica ansiogena, carica di dissonanze e di suoni
particolari, rumori metallici, voci distorte, ticchettii generati dal nulla,
battiti del cuore che cambiano frequenza, ma anche registrazioni della sonda
Cassini tra gli anelli di Saturno e terrificanti voci che sembrano provenire
dall'oltretomba e che in realtà sono state generate, come arma psicologica,
dall'esercito USA per seminare il panico tra i vietnamiti del nord.
Tutto ciò induce, in chi ascolta, visioni spesso orrorifiche, ma
talvolta anche oniriche segnando una netta contrapposizione tra la realtà dei
nostri giorni, disseminata da maligni presagi come la pandemia che ci ha
devastato, non solo fisicamente, in questi ultimi due anni ed un'esistenza
tranquilla come la maggior parte di noi abbraccia benignamente nei propri
sogni.
Ci sediamo comodi sul divano, premo play sul telecomando e cominciamo il
viaggio con un poco rassicurante "Benvenuti!" scandito da una
voce che sembra riassumere in una sola parola quelle scritte, al sommo della
porta infernale, “divinamente” incise molto, molto tempo fa.
I brani che compongono l'opera sono molti, alcuni però semplici
interludi di raccordo cioè pillole rumoristiche di pochi secondi che fanno da
contorno soprattutto alla mini-suite “Bestia”; questa
composizione comprende cinque brani disseminati nel cd in maniera
intelligentemente non contigua in modo da renderci protagonisti, e non semplici
ascoltatori passivi, nella ricerca dei momenti che denotano la devastazione
della psiche di un omicida seriale.
Un progetto di questo tipo non poteva prescindere dagli scritti di H.P.
Lovecraft soprattutto presenti in due pezzi hard rock: “Cthulhu”
(ispirato a “il richiamo di Cthulhu”) e “Arkham” (ispirato a “i
colori dallo spazio”) che guarda caso sono tra i brani migliori.
Le atmosfere lovecraftiane sono disseminate anche nel resto dell’album
ricreando quegli input "cinema-sonoro" tanto cari, ad esempio, ad una
certa visionarietà di un regista/compositore quale John Carpenter e che spesso
e volentieri amalgama nei suoi film.
La citata suite ha forse il suo apice compositivo nella parte seconda “Sono
qui”, un brano in puro stile "hard prog" con la
terrificante voce di Marco Fehmer a svelare le intenzioni del maniaco. La
successiva “Vulnerabile” si dipana su toni apparentemente
distensivi abiurati a poco a poco dal crescendo ansioso dello stato della
vittima, ben rappresentata dalle ansie di Silvia Palazzini, e dalla conseguente
accelerazione dei battiti del suo cuore in attesa dell'inevitabile.
Tra i riferimenti musicali che hanno ispirato Beppi Menozzi nella composizione
di “Sono dentro di me”, titolo che sembra profetico a riguardo,
oltre al già citato Carpenter, probabilmente i Goblin, quelli di Suspiria dove
andavano ad esplorare in profondità le emozioni dell'ascoltatore; sicuramente
importante anche i richiami a Keith Emerson, in particolar modo nel brano
strumentale 'Amigdala' che prende il nome dal nucleo più profondo del cervello,
ricettacolo degli istinti di ansia e paura. Il pezzo è sicuramente tra i
migliori e termina in dissolvenza proprio quando, personalmente, necessitavo la
presenza di un altro paio di minuti buoni ed un eventuale taglio netto nel
finale.
Echi emersoniani, simil Karn Evil 9, anche nei 48 eccellenti secondi di “Proci”,
tanto dura l'ultimo “step” della suite “Bestia”, che descrive ambiente
di caos, terrore e violenza, ma in generale la benigna ispirazione di chi ora
non è più tra noi traspare evidente nelle traccie di questo cd.
Altri brani notevoli sono i precedentemente citati “Arkham”, dai
forti connotati rock e ritmici, che appunto descrive le atmosfere inquietanti
del racconto “i colori dallo spazio”, le dissonanze e la drammaticità sostenute
da interventi orchestrali in “Cospirazione” e il magnifico “Cthulhu,
anch'esso come “Arkham” colonna sonora degli universi immaginari lovercraftiani
interpretato dalla potente voce di Silvia Palazzini.
Tra i migliori anche “Peshtigo”, dove Beppi sonorizza il
panico creatosi dal terribile incendio boschivo accaduto nel 1871 nel nord-est
del Wisconsin e che attualmente detiene il record di vittime umane, stimate in
circa 2.500 unità.
Essendo questo cd, negli intenti, un'opera "multimediale", nel
senso che la musica scatena richiami letterari e cinematografici, non possiamo
non menzionare la grottesca “Merrick”, l'uomo elefante raccontato
da Lynch nel film che lo ha consacrato tra i registi "imperdibili" e
'Sono dentro di me' il brano che dà il titolo al cd e che chiude il viaggio
iniziato in precedenza con “nessuna uscita”.
Proprio questa chiosa finale mi riporta alla mente un magnifico horror
austriaco di Michael Haneke dal titolo “Funny Games”, girato nel 1997.
Chi ha visto quel film ricorderà il crescente incedere, sempre più
drammatico e sempre più ingestibile, di due ragazzi "per bene" in una
location tipicamente per persone altrettanto "per bene", dove
cominciano a torturare, stuprare e uccidere un'intera famiglia, presa di mira a
caso, implacabile violenza.
Implacabile quindi significa proprio “nessuna uscita” perché, in un
momento in cui pare possibile ridurli all'impotenza, basterà che uno dei due
ragazzi prema il tasto "rewind" in un registratore trovato per caso e
la scena del film si riarrotola su sé stessa per svilupparsi poi in maniera
diametralmente opposta.
Una trovata registica geniale che sottende l'inevitabilità della fine,
esattamente come questo album, con l'ultimo brano 'Saigon', ci ricorda, nello
spazio di un minuto, quali metodi subdolamente atroci possono essere adottati
dall'uomo per ridurre allo stato d'impotenza altri esseri senzienti.
Termina così, con questi brividi reali, una colonna sonora immaginaria
che stimola i nostri sensi più reconditi del terrore e li riporta a galla.
Il contributo, assolutamente fondamentale, degli amici che collaborano a
questo lavoro di Beppi Menozzi da una solidità fisica alle immaginazioni
intenzionali dell'autore che naturalmente, oltre alla composizione, testi e
produzione, padroneggia le tastiere e dispensa Sound FX dove servono.
Gli amici musicisti che si alternano nelle varie tracce sono tanti e li
riassumo sperando di non dimenticare nessuno…
Pietro Balbi (Chitarra), Diego Banchero (Basso, Testi), Alessandro
Bezante (Basso), Davide Bruzzi (Chitarra), Fernando Cherchi (Batteria), Marco
Fehmer (Voce, Chitarra, Composizione, Testi), Graziella Gemignani (Quadri),
Mauro Isetti (Basso), Roberto Lucanato (Chitarra), Renzo Luise (Chitarra),
Tommaso Maestri (Chitarra), Pietro Menozzi (Chitarra), Rita Menozzi (Voce),
Riccardo Morello (Voce), Silvia Palazzini (Voce), Paolo Puppo (Grafica,
Chitarra), Mario Riggio (Batteria), Tommy Talamanca (Mix e Master).
Se mi avete seguito fin qui, direi che anche per voi è arrivata l'ora di
mettere il cd nel lettore.
Call me:it’s chemical…Il progetto del gruppo ‘Codice C’, creato da Gianluca Capitani (Steve
Vai, La Notte della Taranta, Goblin Rebirth, ecc.) e Danilo Cherni
(Venditti, Goblin Rebirth, Fluido Rosa), due tra i più importanti musicisti,
compositori e session men del panorama musicale italiano, nasce senza la
ossessionante ricerca di un ‘concept’ ma, complici i numerosi ospiti di rilievo
(Fabio Pignatelli, Giacomo Anselmi, Andrea Casali, Claudio Corvini, David
Pieralisi, Marco Caudai, Maurizio Perfetto, Adriano Lo Giudice, Giulia Stefani,
Greta Di Iacovo, Damiano Borgi, Frank Corigliano, Frank Marino, Gianluca
Mastrangelo, Marco Dea. Daniele Marcelli, Emanuel Elisei, Francesco Marquez) si
ritrova ad affrontare, con leggerezza e sarcasmo, il tema della più ancestrale
paura dell’uomo, la morte, attraverso la razionale follia della consapevolezza
e dell’inevitabile.
La morte che però si presenta nelle sue vesti migliori
pare: semplicemente avvolta in danzanti vesti e illuminata dalle calde luci del
tramonto in ‘One in a lifetime’, uno dei capolavori alla’
Whitesnake style’, oppure pulita e fresca in ‘One day more’, un
altro caposaldo del concept, che catapulta l’ascoltatore in atmosfere da grandi
e calde esibizioni corali.
Altri pezzi degni di nota (ma tutto il lavoro lo è) sono
‘H2O’ (utilizzo controllato di calde voci femminili e la fusione
discreta ed elegante di sonorità tipiche del jazz) e la magnifica ‘The
core’, un viaggio sensoriale nello spazio e nel tempo, in un pianeta a
noi sconosciuto, misterioso e affascinante. Il susseguirsi di atmosfere
rarefatte alternate a momenti di pura energia, tra tempi dispari e melodie
oniriche, confezionate in un contesto dove si fondono materia e spirito che rendono
l’album un piccolo Cameo, un gioiellino da inserire nella propria
libreria.
In ‘Codice C’ ritroviamo sonorità a noi tutti care: Rush, Yes, Whitesnake, Cairo,
Pentagle, fusi in un unico obiettivo: ‘it’s chemical’(Chemical, un altro dei pezzi maniacalmente precisi e
perfetti contenuti in un album da coast to coast) qualsiasi sia il significato che
all’esclamazione si desideri dare…
The project of the group 'Codice C', created by Gianluca Capitani (Steve
Vai, La Notte della Taranta, Goblin Rebirth, etc.. ) and Danilo Cherni
(Venditti, Goblin Rebirth, Fluido Rosa), two of the most important musicians,
composers and session men on the Italian music scene, was created without the
obsessive search for a 'concept' but with the help of the many important guests
(Fabio Pignatelli, Giacomo Anselmi, Andrea Casali, Claudio Corvini, David
Pieralisi, Marco Caudai, Maurizio Perfetto, Adriano Lo Giudice, Giulia Stefani,
Greta Di Iacovo, Damiano Borgi, Frank Corigliano, Frank Marino, Gianluca Mastrangelo,
Marco Dea, Daniele Marcelli, Emanuel Elisei, Francesco Marquez) finds himself
facing, with lightness and sarcasm, the theme of the most ancestral fear of
Man: death, through the rational madness of awareness and the inevitable.
Death,
however, which presents itself in its best guise, seems to be simply wrapped in
dancing veils on the shore and illuminated by the warm colour of sunset in 'One
in a lifetime', one of the Whitesnake style masterpieces, or clean and fresh in
'One day more', another cornerstone of the 'concept', which catapults the
listener into an atmosphere of great and warm choral performances.
Other
noteworthy pieces (but all the work is) are 'H2O' through the controlled use of
warm female voices and the subtle and elegant fusion of typical jazz sounds,
and the magnificent 'The core', a sensory journey through space and time, in a
planet unknown to us, mysterious and fascinating, as befits a beautiful woman.
The
succession of rarefied atmospheres alternating with moments of pure energy,
between odd times and dreamlike melodies (made in a context where matter and
spirit merge) but easy to read, make the album a small cameo, a jewel to put in
your library.
In 'Codice
C' we find sounds that are dear to all of us: Rush, Yes, Whitesnake, Cairo,
Pentagle, merged into a single goal: 'it's chemical' (another of the maniacally
precise and perfect pieces contained in a coast to coast album) whatever
meaning you want to give to it.
CODICE C are: Gianluca
Capitani (Drums, music and lyrics); Danilo Cherni (keyboards and programming
and music).
Tracklist:
1-LIGHT 2-ONE DAY MORE 3-THE CORE 4-ONCE IN A LIFETIME 5-CHEMICAL 6-H2O7-SEVENTY
DAYS 8-ENERGY 9-DREAM OR REALITY
Nove anni fa se ne andava Marcello Vento, batterista, percussionista… da
qualsiasi oggetto riusciva a tirarne fuori un suono!
Marcello ha sperimentato vari generi
musicali nella sua carriera, dal rockprogressivo degli "Alberomotore"
sino al folk-rock con il "Canzoniere del Lazio" e con il progetto
"Carnascialia".
Si dedica all'insegnamento della
batteria, suona nei dischi e partecipa ai concerti di Antonello Venditti.
Era un bravo artigiano del cuoio,
ogni tanto lo incontravo ai mercatini…
Poi l'incontro con Jenny Sorrenti,
che sarà l'inizio di un rapporto di vita e musica insieme, rifondano i Saint
Just Again partecipando con molto successo al Prog-Exibithion del 2011.
Persona semplice, altruista, sempre
pronto al dialogo e alla battuta.
Marcello, oltre ad essere un grande
musicista, era anche un attento ascoltatore, e frequentatore di concerti.