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lunedì 25 maggio 2015

Roma-Villa Pamphili Festival Pop 25-26-27-maggio 1972, di Wazza


Roma-Villa Pamphili Festival Pop 25-26-27-maggio 1972

Sicuramente il più grande raduno rock in Italia degli anni '70, si parla di centomila presenze!
Cartellone ricchissimo, per un prezzo politico di 300 lire (trecento) a serata. Organizzato da Giovanni Cipriani e Pino Tuccimei, e presentato da Eddi Ponti.
Nonostante le avversità del quartiere Monteverde Nuovo, (che si sono visti arrivare e accamparsi migliaia di giovani), dell'associazione Italia Nostra (che non voleva dare il parco), e l'Osservatore Romano, che mandava proclami contro la droga, e ambigue convivenze tra ragazzi e ragazze… il Festival fu un successo, mandato in diretta radiofonica nella trasmissione "Per voi Giovani", condotta da Renzo Arbore.
Cartellone ricchissimo, con tutte le nuove band italiane di successo: Banco Del Mutuo Soccorso, Trip, Osanna, Garybaldi, le migliori band romane "emergenti"… Quella Vecchia Locanda, Fholks, Il Punto, Raccomandata Ricevuta di Ritorno, Semiramis.
Ospiti stranieri Van Der Graaf Generator, Hawkwind, Hookfoot..
Tre giornate indelebili, nella testa di chi era presente...
WK
Recensione delle tre giornate di Marco Ferranti
Potrei iniziare questo articolo scrivendo che questo festival di Villa Pamphili ha veramente rappresentato un qualcosa di meraviglioso per tutti noi e sarei sincero, potrei anche esordire più amaramente parlando di un pubblico non ancora maturo e partecipe di questa musica, e potrei, andando avanti su questa linea, dire tante altre cose; ma indubbiamente sbaglierei perché un festival come questo è essenzialmente una cosa da viversi, lontana da ogni apprezzamento di critica musicale o di costume. E voglio proprio riviverlo, a beneficio della fantasia di chi non ci è stato o dei ricordi di chi lo ha diviso con tanti altri, lontano possibilmente da quel "mito di Villa Pamphili" che andrà già nascendo nelle storie degli hippies nostrani, vicino alla polvere, al sole, alla buona musica, al fracasso, alle facce amiche, ai volti stanchi di questi tre giorni troppo complessi e composti per essere giudicati.

GIOVEDI'
Devo confessare che pur essendo un romano naturalizzato e come tale amando immensamente girare per la città a caccia delle sue bellezze questa parte di Villa Pamphili non l'avevo mai vista prima; è dunque da un lato la curiosità quella che mi spinge di prima mattina verso la sede del festival, ma dall'altro lato c'è la necessità di trovare una strada "tutta mia" che mi permetta di evitare gli impossibili ingorghi che per tre giorni soffocheranno tutta la zona: dopo qualche tentativo trovo infatti una piacevolissima stradine che tra la campagna e quartieri lontani arriva dritta ai cancelli e grazie alla quale io potrò permettermi di andare e venire come un signore. Ma nello spiazzo antistante l'enorme palco qualcuno mi ha già preceduto: sono le avanguardie di quei gruppi di giovani che dal giorni prima vanno popolando la città e sono, già stanchi e sudati, gli organizzatori. E a Pino Tuccimei, che ha profuso tutte le sue energie per organizzare questi meravigliosi tre giorni, ma il merito del successo ottenuto dal Festival di Villa Pamphili. Sul palco, c'è Eddy Ponti che già assapora il gusto della folla.
E quando torno il pomeriggio, l'automobile carica di vari Caffarelli, la folla è già arrivata e si sta gustando le note della Strana Famiglia: e nel mio improvvisato programma la protagonista di questa prima giornata diventa proprio questa folla.
Sembra quasi che la gente sia seduta seguendo un ordine ben prestabilito: sulla collina che sovrasta a sinistra il palco ci sono gli ultras, le sognanti comunità hippies, molte delle quali provviste di sacchi a pelo e tende danno l'idea di averne fatta di strada, davanti al palco sono seduti gli appassionati della musica, tutti quelli che amano viverla come fattore fisico, che si stordiscono, che si agitano,dietro, seduti, su provvidenziali coperte, i meno integrati, per la maggioranza ragazzi romani che si sono detti "annamo a vede" e che cominciano a provarci gusto, a sinistra e a destra del palco al di là di un fosso fangoso, oggetto di numerosi splash, e protetti da un boschetto i drittoni che si sono portati la ragazza: a cornice del tutto, chi scuotendo la testa, chi tappandosi le orecchie, sorridenti, curiosi o scandalizzati ma sempre sinceri, i cittadini romani, le madri con le carrozzine, i nonni con i ragazzini, i signori col cane. Non mancavano d'altronde le promiscuità: tra gli hippies sulla collina c'erano tre vecchiette dedite ai piaceri dell'uncinetto, e nel boschetto delle coppiette ho sorpreso un intero plotone di soldati.
Niente di fuori posto in tutto ciò, ma tutto ciò il vero festival di Roma pop, anche il gruppo che salito sul palco all'insegna della pace indiana se ne va dopo aver lanciato in inglese dei non proprio pacifici apprezzamenti sui nostri antenati, anche il furto repentino del mantello che ricopriva le spalle a un forse spoglia ma certamente bruttissima ballerina degli Hawkwind.
E proprio all'originale gruppo inglese spettava il compito di chiudere in bellezza questa prima simpatica e stancante giornata.

VENERDI'
Ho ancora l'ultimo bocconi in bocca e sono già qui: ho fatto una gran corsa perché so che dietro il palco troverò dei vecchi amici; il caldo è veramente insopportabile ma non importa quando si gioca a calcio con Peter Hammill, Hugh Banton e David Jackson! Indubbiamente più che calcio è rugby e quando riesco ad uscirne fuori corro alla ricerca di un valido punto di appoggio: il punto si chiama Francesco, di professione e vocazione cantante del Banco del Mutuo Soccorso, indubbiamente un personaggio ma non tanto per certi facili attributi esteriori, quanto per la sincerità, e per la fiducia che anima tutto ciò che fa e che dice. Mi parla pieno di ammirazione per Hammill, che alle prove si è cantato da solo senza accompagnamento tutte le sue canzoni, indica Marcello, chitarrista del Banco, che sta girando tra i prati con la bellissima figlioletta in braccio, raggiante di felicità, poi mi prende un po' in giro infine leggero come un palloncino corre incontro ad Elio degli Osanna. Tra il napoletano un po' ricercato del sassofonista e il romano dissacrante di Big si tesse un discorso interessante sulla vita dei complessi, le difficoltà che può comportare la convivenza dei singoli componenti ma anche le enormi soddisfazioni a cui è possibile arrivare se si riescono a superare tutti gli ostacoli, il ruolo importante che giocano le mogli e le ragazze. Non è difficile comprendere che per gente come Elio o Francesco la presenza di tutti questi ragazzi, l'importanza del festival sono motivo di orgoglio personale; non sono lontani certi periodi di dure difficoltà e di umiliazioni artistiche ma la sensazione che ormai un periodo nuovo sia arrivato giustamente per tutti, e con questa certezza il desiderio di approfondire tutta una serie di discorsi, dalle tournée programmate dagli stessi complessi a un genere di spettacolo più globale, proprio sul modello degli stesso Osanna.
Lascio i clan dei due gruppi e arrivo a quello dei Trip: Joe è ancora stordito per la presenza di un carro armato con il nome del gruppo che si erge sulla collinetta: indubbiamente il colpo, generato dalla fervida mente del Tuccimei è riuscito: ne parlano tutti i giornali, accennando ad "un vecchio carro armato inglese della prima guerra mondiale". Con maggiore orgoglio Joe mi mostra il pancone di comando per l'amplificazione (veramente ottima) che è il prototipo del modello che tra breve sarà dei Trip e anche del Banco.


Lentamente sta calando la sera e, mentre Claudio Rocchi e le sue genti si apprestano a salire sul palco, il mio stomaco incomincia il suo canto di protesta (chiaramente per fame e non per Rocchi): è quindi provvidenziale l'invito di Maurizio Salvadori per una Van der Graaf-cena in un ristorante subito fuori dai cancelli, ove siamo accolti come marziani e subito relegati nell'angoletto buio.
Si mangia (uno strano menù: pasta e ceci, spaghetti con le vongole, salame, porchetta e gelato) e soprattutto si beve; all'inizio i discorsi sono quasi seri, Peter parla del nuovo album che è in preparazione e che comprenderà numerosi pezzi, David accenna ai suoi sassofonisti preferiti e ai rapporti con il nuovo jazz inglese, Evans discute con Massarini di Fripp; ma dopo poco io e Hammill stiamo duellando con i coltelli, Jackson spiega a Ronnie che vuole suonare vestito da pescato, Banton tira salame e Guy dopo aver precisato che il mio articolo su di loro era bellissimo, confessa di non averci capito nulla. Torniamo appena in tempo per farli salire: intorno c'è una certa confusione, bandiere nordvietnamite, gente che spinge e ti mette le dita negli occhi; noto con preoccupazione che la mia auto è proprio tra i ragazzi più "caldi" e certi minacciosi carabinieri. Mentre sto facendo considerazioni di ordine strategico arriva il cantante dei Fholks con una ragazza che, vittima del freddo umido, sta parecchio male: sono le ultime note dei Van der Graaf quelle che salutano la mia partenza.

SABATO
Sono così stanco che ho deciso di disertare il festival, tra l'altro devo trovare il tempo di fare questi due articoli altrimenti "qualcuno" mi licenzia; come potete vedere non sono stato licenzialo ma gli articoli hanno un che di frettoloso; naturalmente, infatti, mi sono trovato con Marozzi, Vittorio dei Trolls, Luisa delle Voci Blu e una ragazza venezuelana, una certa Ottolina, niente male.
Villa Pamphili era di sabato pomeriggio molto mondana: c'è, come al solito avvinghiato alla povera Mara, Pino che da quando non è più batterista dei Trip vuole essere chiamato "signor Sinnone", c'è un po' meno capellone degli altri Mr. Bornigia (leggere Piper), Carlo Silvestro a stelle e a strisce con una notevole ragazza, tutta la stampa accreditata con Zampa in testa, qualche discografico più o meno panciuto. Non sono invece per niente mondani Eddy che sta scolandosi un fiasco di vino e Mauro Chiari, fotografo ufficiale del festival, che in tre giorni è riuscito sul palco a dare fastidio a tutti. I New Trolls si sono attendati, i ragazzi di "Quella Vecchia Locanda" se ne tornano dopo un ottimo spettacolo sulla collina tra gli hippies. Dave, il chitarrista di Godfather è in tranquilla compagnia della moglie e del figlio, c'è chi si perde i documenti, chi i figli, Eddy sul palco ha perso la voce e io tra la folla mi sono perso Caffarelli, Baiata e Ronnie. La festa sta per finire, finirà nei salti di quel demonio di Caleb Quaye; finiranno così i guari per gli organizzatori, le proteste dei denigratori e finalmente gli abitanti di Monteverde (quartiere prospicente Villa Pamphili) dormiranno sonni tranquilli: ed io con loro.


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