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lunedì 20 febbraio 2017

L’Ormata Brancaleone, di Carlo Gurgone


Un dettagliato racconto de l'"Ormata Brancaleone", fatto da Carlo Curgone, fan storico del Banco, con tanto di foto allegate.
Il "Popolo del Banco" e vivo e vegeto…
 Per chi volesse partecipare ai prossimi "raduni-camminate", è possibile contattare wazzakanazza@alice.it, oppure a banco.musicclub@libero.it

Wazza

L’Ormata Brancaleone
di Carlo Gurgone

In una mattina di Gennaio dal freddo intenso e pungente ricevo una mail di Aldo Pancotti: “invito strettamente personale” c’è scritto: é una bella sorpresa, che come un raggio di sole primaverile attraversa le nubi ed irrompe fra le tante carte della burocrazia italica! Sfrego le mani ancora intirizzite sul mouse e leggo: “L'olmata di Genzano è una lunga via, alberata, pianeggiante, senza traffico...Da un anno è la passeggiata quasi quotidiana che facciamo io e Vittorio, a volte un ufficio o un salotto dove incontrare amici”.


Si tratta di un invito con Vittorio e Gianni Nocenzi ed altri amici Bancofili a Genzano domenica 22 Gennaio, ed è un’occasione anche per rimanere a pranzo insieme! Penso immediatamente a come fare per trovare una risultante a tutti i miei impegni familiari che possa condurmi sui sacri colli. La risultante attraversa le stelle e miracolosamente appare come il raggio di sole di prima. Quindi dò immediatamente conferma ad Aldo, il quale in ogni vicenda come questa assume le sembianze di un condottiero saggio d’altri tempi pronto ad organizzare l’evento passo dopo passo. E bisogna dirlo: Aldo va lodato (non ho i poteri per santificarlo!) per il suo naturale impegno profuso con costanza in tanti anni nella grande famiglia del Banco, per la sua volontà di renderci partecipi in occasioni come questa. Dell’ultima volta, circa due anni fa al Forward Studio di
Grottaferrata, ho un ricordo bellissimo: quel giorno Vittorio ci trasformò in tanti giardinieri del Mago! Perché, se qualcuno ancora ne dubita, ai castelli romani avvengono da sempre incantevoli magie mescolate ad altrettante note magiche, e quasi senza accorgertene sei rapito da un’aria frescolina e ti senti un po’ sospeso a mezz’aria a lievitare. Sì, perché il sogno più grande per chi prova a pensare un po’ diverso è proprio quello di riuscire a giocare in contropiede con la forza di gravità, lasciando che il tempo si perda negli abissi di questo universo misterioso ed avvolgente, per vivere attimi puri ed indelebili in cui emerge la necessità di resettare tutto ciò che inutilmente appare, ci abbaglia ed in qualche modo ci confonde, e conquistare così una dimensione vera, autentica, come quella Banchesca. Tante cose sono avvenute in questa grande famiglia negli ultimi tre anni, ma una cosa è certa: da Francesco in poi, quelli che come me hanno vissuto con il cuore queste vicende, sono stati cosparsi da un vento di saggezza. E lentamente, giorno dopo giorno, attaccati alla coda del proprio personale ippogrifo, hanno con umiltà rinsaldato i nodi della tela del quotidiano per rincorrere ancora il richiamo dell’idea.
Domenica 22 Gennaio a Sabaudia il cielo appare velato e fa ancora un po’ freddo. Sebbene siano le nove, la pianura è ancora immersa nel suo sonno di rugiada. Lascio d’istinto che il percorso verso Genzano abbracci la via Lungomare, ma oggi anche le dune sembrano pachidermi di sabbia. Mi accompagna la musica di “Estremo Occidente” di Vittorio, che si mescola fra la brezza marina ed il naso di Circe. La Pontina è pressoché deserta, lascio la Nettunense ed inizio lentamente a salire per via Monte Giove. Il paesaggio cambia, la strada è stretta e si inerpica fra le curve, sembra una conquista la collina più avanti, ma poco dopo arrivo alla meta. Era da un po’ che non passavo di qui, la sensazione è quella di un centro storico pulito ed ordinato. Ma ciò che riscalda il mio cuore di architetto è un profumo misto di arte e tradizione, c’è un cammino immenso di storia che rende questi luoghi affascinanti, molto di più della classica gita a li castelli. Riesco a trovare parcheggio, mi imbacucco per bene e mi avvio lentamente verso il bar Giotto, un chioschetto all’inizio di via Garibaldi. Scorgo Vittorio, Aldo ed alcuni amici di tanti concerti vissuti insieme seduti ai tavolini. Saluto tutti ed abbraccio Vittorio e la sua cordialità mi restituisce calore in questo freddo mattino. Per il maestro è l’occasione per gustare una bella tazza di cioccolata calda (dice che con il freddo non c’è nulla di meglio della cioccolata!), noi ci accontentiamo di un buon caffè. Arrivano altri amici, Aldo da buon cerimoniere li presenta ad uno ad uno. Il treno dei tavolini piano piano si allunga e chi passa pensa che si tratti di una riunione pre-elettorale, ma non comprende il colore politico dello schieramento, né la scelta
del luogo. Abbiamo infatti alle spalle un muro di cortina cosparso da vistosi murales un po’ metropolitani con tante scritte colorate che fanno da sfondo al treno di sedie e tavolini rossi. All’improvviso dal cielo grigio fa capolino il sole ed acquistiamo qualche grado: è la metamorfosi necessaria affinché il labbro inerte possa iniziare a sciogliersi seguendo il percorso del cuore.


Così Vittorio inizia a parlarci di questi luoghi. E parla di arte, di storia e di architettura con estrema sapienza e convinzione, tanto che Aldo ad un certo punto, da bravo centurione romano, lo interrompe: “Lo sapevo io!, mò iniziamo…..al posto de parlà de musica ce mettemo a parlà dei castelli!”. Ma Vittorio prosegue e si parte da lontano, dalle gesta dei popoli Latini, e capisco che quei luoghi gli stanno a cuore, perché sono un enorme salvadanaio di arte e di cultura. Quell’arte e
quella cultura che la nostra povera Italietta fondata sulla burocrazia delle carte, sul pressapochismo e sull’ignoranza pone sempre in secondo piano, perché forse è meglio non stimolare troppo le menti, non sia mai che le pecore bianche del gregge diventino pecore nere! E’ un momento molto intenso e si salta da un secolo all’altro, da una battaglia ad un papa, per capire in realtà ciò che stiamo vivendo. L’attenzione è particolarmente rivolta all’immagine del nostro tempo, alla forma di comunicazione imposta da internet, alla velocità con cui oggi possiamo accedere al web ricavando un’enormità di informazioni, ed alla limitata possibilità di selezionarle e di farle proprie. In sostanza, nel momento in cui postiamo sui vari siti avviene una sorta di autocelebrazione mediatica, ma ciò che stiamo vivendo è già passato, dice Vittorio, e questa mancanza di cognizione del presente, del tempo che occorre per vivere l’emozione del gesto quotidiano che si sta compiendo emargina la forza del pensiero e ci abbaglia: siamo tutti partecipi, ma solo virtualmente. Allora forse la soluzione, dico io, è provare a rallentare, ovvero provare come oggi a pensare un po’ diverso, a confrontarci, a conoscerci meglio……ed in questa carovana di persone provenienti da più parti d’Italia, tutte legate da questa emozione profonda ed autentica verso il progetto Banco, che è qualcosa che va oltre la musica, tutto questo si può fare!


Adesso c’è un rito da compiere! E’ il momento della passeggiata lungo l’Olmata. La strada oggi ospita il tradizionale mercatino della domenica, ci sono cose di ogni tipo. Vittorio parte a razzo insieme al fido condottiero Aldo e ci distanziano. Ci sentiamo un po’ gregari, ma capisco subito che sono allenati a quel percorso, che senza tanti
complimenti ci obbligano a compiere andata e ritorno. Ho l’occasione di conoscere Sofia Baccini, che avevo ascoltato come cantante con gli Osanna ed altri gruppi, e mi fa enormemente piacere che anche il profumo del Vesuvio arrivi con le sue note fin quassù! Parliamo di musica, anzi di contaminazione musicale, che è qualcosa di più, un linguaggio che rompe gli schemi dei singoli generi e riesce ad insinuarsi fra i vari percorsi artistici….è il linguaggio del prog! C’è persino un piccolo rimpianto alla disco-music degli anni 70-80, oggi rivalutata considerando l’immondizia sonora che ci circonda. E’ naturale per lei chiedermi se suono qualche strumento. Tentenno, ho una tastiera le rispondo, una Roland RD-700 acquistata un po’ di anni fa perché i suoni mi ricordavano quelli bancheschi; in realtà non ho tecnica, quindi più che suonare sogno… qualcuno dice che ho un buon orecchio; ma il cuore anche se c’è non basta, perché la musica è un linguaggio e la sua conoscenza ha bisogno di studio e dedizione……spero, le dico, di riservarmi un angolino di tempo per provare a coltivarla. Tra una chiacchera e l’altra siamo di nuovo al punto di partenza. Adesso sembriamo una vera squadra. Inizia il secondo step! Si riparte a piedi, questa volta verso sud ed ancora una volta Vittorio ci distanzia! Mi rendo conto, io che sono un buon camminatore, che il passo del maestro è veloce quanto la sua mano in un assolo di moog! Risaliamo per via Morosini fino all’imponente facciata di palazzo Sforza Cesarini.


Qui Vittorio evidenzia con profonda sapienza la saggezza degli antichi architetti. Che adoperavano i segreti della prospettiva per guidare l’occhio umano verso una percezione dello spazio che potesse esaltare
i grandi luoghi. E spiega dettagliatamente la metrica del prospetto del palazzo, con le finestre che riducono gradatamente la loro distanza sul fronte per aumentarne l’estensione: è apparentemente un gioco sapiente, io penso piuttosto a qualcosa di carismatico perché in quel momento vedo lo sguardo di Vittorio intento a scrutare la facciata del palazzo come se al posto degli elementi architettonici che ne fanno da cornice ci fosse un enorme pentagramma! Dico dentro di me: “mentre sta parlando di architettura, di metrica e di spazio, sta aggiungendo qualche nota qua e là, sta componendo musica!”. E’ un piccolo esempio di sana contaminazione fra linguaggi artistici, la prova che esiste un profondo legame in ogni impulso dettato dalla creatività. Del resto quella che consideriamo un’arte globale è stata sempre il punto di partenza del progetto Banco, una grande officina dove sperimentare ogni volta qualcosa di diverso.


Il tempo scorre e ci avviciniamo al momento del pranzo. Ci incamminiamo giù per il grosso slargo dove a Maggio si svolge l’infiorata con la promessa di incontrarci anche in quell’occasione.

Il locale scelto da Aldo, prode guerriero (come già detto), è quello giusto per l’occasione del grasso pasto. Si chiama L’angoletto ed è situato poco distante. E’ un posto che appena entri viene voglia già dall’aspetto di leccarsi i baffi. Le antiche volte e l’arco di mattoni contribuiscono a creare il giusto calore che ci vuole per rilassarsi completamente e gustare le prelibatezze della cucina casereccia.


In questo clima festoso mille storie si incrociano sui tavoli insieme alle portate che via via scorrono in compagnia del buon vino. Storie banchesche e non solo. Ho insieme a me alcune fotografie della mia
piccola Sofia, che porgo a Vittorio per un augurio speciale. Sofia è cresciuta nel pancione nello stesso periodo in cui è nato il lavoro “Un’idea che non puoi fermare”, e questa coincidenza per me rappresenta in qualche modo la traccia di Big Francesco. E sempre nella pancia di mamma Sofia ha ascoltato il concerto di Vittorio a Trastevere in occasione dell’inaugurazione di una mostra di quadri ad Ottobre di due anni fa: in quell’occasione, dopo aver ascoltato Darwin, Vittorio asserì sorridendo che era stata battezzata! Sono emozioni e piccoli racconti di vita che fanno parte di questa grande famiglia come le foglie di una grande quercia. Fra una portata e l’altra (resto estasiato dal maialino arrosto!) scambio qualche chiacchera con Francesco e Mattia, lui romano, lei siciliana doc come i miei genitori. Si parla di questa regione molte volte denigrata, dei suoi mille profumi e sapori. Francesco ha una macchina fotografica che sembra un satellite vivente e non si risparmia con gli scatti!


Brindiamo a Vittorio perché il giorno dopo è il suo compleanno. L’aria è festosa! Arrivano altri musicisti del Banco, c‘è anche Filippo Marcheggiani. Aldo Pancotti li accoglie nel suo tavolo dove il vino abbonda e scorre veloce. Ma c’è ancora una bella sorpresa nell’aria! Arriva con il suo passo felpato Gianni Nocenzi…ed è un’altra Metamorfosi! E’ bello vedere i due fratelloni insieme e percepire questo legame indissolubile, umano e musicale, che li unisce. Ho l’occasione di scambiare qualche chiacchera con lui: ci soffermiamo
sul percorso, soprattutto umano, che lo ha portato al suo ultimo lavoro “Miniature”.


Mi dice che è un lavoro partorito nel tempo giusto, frutto degli avvenimenti che lo hanno coinvolto negli ultimi tre anni. Infatti in questo album si percepisce un insieme variegato di emozioni e sensazioni che attraversano d’istinto i tasti bianchi e neri. Accenno al significato che per me accomuna i due lavori pianistici di Gianni e Vittorio: la capacità di rievocare sensazioni ed immagini, un viaggio nel tempo o probabilmente un prolungamento del viaggio nel tempo, visto che nella realtà con la nostra astronave terrestre viaggiamo già a più di 32 Km al secondo…..questa musica è bello ascoltarla in cuffia, ma per me è assai più stimolante riservarsi qualche spazio e lasciarla decantare come sottofondo mentre svolgo le normali attività quotidiane. C’è il tempo per confrontarmi sul significato di “comos dos trenes que se cruzan en la noche”. Tratto dall’album Empusa, questa composizione la associo al viaggio di affinità elettive su due treni in corsa da opposte direzioni. Ho sempre amato i treni, dico a Gianni, sin da quando ero bambino: il treno è per me la rappresentazione magica del sogno. In due treni che si incrociano tanti sguardi vorrebbero afferrarsi, ma per comprendersi, per conservare quell’emozione profonda occorre poter fermare l’attimo! E’ ciò che accade quando il ritmo incessante dei tasti bianchi e neri sui binari si interrompe e le note si distendono….il treno prosegue il suo viaggio nella notte dopo aver dissipato quell’energia inconscia….è probabile che le due affinità si incontreranno ancora e che questa volta riusciranno anche a toccarsi, a materializzarsi……
Siamo arrivati alla fine del pranzo e chiaramente il tempo è volato! Personalmente sono satollo come un gatto. Ci scambiamo i saluti e ci mettiamo in posa per un’altra bella foto di gruppo.


Io, Aldo, Francesco e famiglia ed altri amici decidiamo di accompagnare Vittorio fino a casa. Qui abbiamo il piacere di entrare nello studio-officina dove Michelangelo Nocenzi sta lavorando assiduamente alle musiche di Orlando, l’ultimo progetto in itinere. E’ l’occasione per ascoltare un pezzo musicale che sta nascendo e per vedere Vittorio, Michelangelo e zio Gianni confrontarsi sugli arrangiamenti….ogni ritocco del brano viene accuratamente trascritto sul pentagramma……inutile dire che i tempi del pezzo non sono pari! Ci congediamo da questo bel ritratto di famiglia con l’augurio che ci arrivino presto nuove note!
Mi avvio sulla strada del ritorno verso la pianura e ripercorro la bella giornata appena trascorsa. E penso a quanto tempo è passato dalla prima volta che acquistai “Il Salvadanaio” ed a cosa ha rappresentato la sua musica in tutti questi anni nei miei percorsi di vita. Tante emozioni mi avvolgono, poi un ippogrifo sbuffante mi sorpassa e si alza in volo fra le stelle….

Un caro saluto ed un abbraccio a Vittorio, Gianni ed Aldo ed a tutti gli amici bancofili (ah dimenticavo: bancofilo è molto meglio di fan!). 



1 commento:

  1. Gran bel racconto, ho rivissuto volentieri quella giornata grazie a questo racconto. Complimenti a Carlo Gurgone :)
    Grazie.

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