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lunedì 27 febbraio 2017

STRUTTURA & FORMA – “ONE OF US”, di Andrea Pintelli


STRUTTURA & FORMA – “ONE OF US”
di Andrea Pintelli
Distribuzione SELF e Ma.Ra.Cash.
Label Electromantic Music Prog Italiano

Immergersi completamente in una STRUTTURA armonica e, allo stesso tempo, in una FORMA musicale richiede sforzo, volontà, tempo. Una scelta ben precisa, di fatto. Con la consapevolezza di ricreare dentro l’ascoltatore il loro mondo sonoro, i STRUTTURA & FORMA con questo loro album, riescono nell’intento di aiutarci in questa azione, facilitandoci il compito di dare un giudizio oggettivo al loro operato. Questo perché prima di tutto trattasi di un disco ottimamente suonato, pensato da musicisti di lungo corso e di gran valore, non di semplice assimilazione ma talmente ricco di idee che comunque non si può che ammirarlo. La formazione dei STRUTTURA & FORMA, band jazz-rock nata nel 1972, dopo uno stop di alcuni anni è ora così composta: Franco Frassinetti (nato a Genova, chitarrista, oltre che compositore, produttore, arrangiatore, co-fondatore di S&F,) - Giacomo Caliolo (nato a Brindisi, genovese di adozione, chitarrista, co-fondatore di S&F, parecchie collaborazioni, tra cui Rondò Veneziano), Marco Porritiello (nato a Como, batterista di estrazione jazz, già collaboratore, fra gli altri, di Alberto Fortis), Stefano Gatti (proveniente da Frosinone, bassista, ma anche tastierista, arrangiatore e molto altro), Klaudio Sisto (nato a Milano, cantante con lunga esperienza live in cover ed original band tra Milano e Roma). Questo la dice lunga sulle persone con cui abbiamo a che fare. Massimo rispetto, quindi, prima di tutto.
Ad impreziosire l’album l’intervento al mellotron di Beppe Crovella ((Elctromantic Music).


Anche se il “mestiere” di un recensore (siccome “critico” è sempre, secondo me, un termine odioso, volendosi taluni elevare a giudici dell’arte altrui) è quello di raccontare cosa si trova in un lavoro fatto di note, pause, armonie, contrappunti, sogni, tempi e controtempi, ecc. in modo oggettivo, senza lasciarsi “corrompere” dai propri gusti, in questo caso ci si potrebbe trovare in difficoltà nei confronti di tali dettami; questo perché “Struttura e Forma” è, soggettivamente e soprattutto oggettivamente, un bellissimo disco.
Si parte con “Worms”: un’ondata di intrecci sonora che ci investe e ci fa capire con schietta immediatezza che davvero non si scherza. Non esiste strumento che sovrasta gli altri in questa composizione, siccome l’amalgama sonora è talmente “wall of sound” che ci fa tacere ogni parola che vorremmo aggiungere. Anzi, sono portati tutti loro a fare gioco di squadra, un gioco serio verso l’affinità elettiva da risultare impenetrabile. Perfetto equilibrio, quindi. Musica totale, al di là di ogni etichetta di genere. Parte “Symphony” e i nostri ci fanno atterrare sulla piattaforma di questo palazzo di bellezza, in cui la chitarra suona soave e dove la voce fa la sua prima comparsa. Mai una nota fuori posto, il tutto è portato sopra un livello dove l’armonia di certi slanci si ritrova a braccetto con misteriosi guizzi sinfonici, appunto. Si è ben oltre la forma-canzone, quindi da ascoltare e riascoltare per coglierne appieno le sfumature. Poi, d’un tratto, click! La track si spegne, sfumandosi verso la cover di uno dei tanti capolavori di Emerson, Lake & Palmer, cioè quella “Lucky Man” che nel tempo ha influenzato tantissimi musicisti. Un omaggio postumo ai compianti geni Keith e Greg, è qui vestita di nuovi colori, nell’infausto compito di trovarne. E i ragazzi ce la fanno, senza risultare eretici o presuntuosi, ma piuttosto rimarcando il loro amore verso coloro che hanno elevato il genere Progressive fin’oltre il cielo, dove Keith e Greg stanno ora suonando fianco a fianco, in una sorta di reunion eterna. E pensare che questo pezzo era stato arrangiato da Frassinetti insieme a Beppe Crovella nel luglio dello scorso anno, senza sapere che Greg Lake stesse così male. Ci si soffermi però per un attimo sull’originalissimo lavoro di basso creato per quest’evergreen: stupendo.
E via che si riparte in termini di ritmica con “Kepler”, song supportata da un interessante tappeto di tastiere che ne rinforza la struttura, dove i nostri suonano perfetti, facendoci capire che non si ha a che fare con sterili esercizi di stile, ma con incroci di generi diversi per crearne uno solo. Il loro. “One of Us” parte sognante, un moderno carillon che lascia subito spazio alla voce di Sisto e ad una chitarra più riflessiva rispetto alle tracce precedenti. Quasi un’introspezione delle loro personalità. “Kyococoos Groove” riparte con movimenti hard in cui il ritmo è serrato e il riff è possente, magistralmente rinchiusi in due minuti secchi, dove sembra che le tastiere respirino e la batteria è precisa e senza fronzoli. “Indios Dream” risulta accessibile anche a orecchi meno abituati ai tempi dispari, di cui al concetto iniziale; i STRUTTURA & FORMA suonano senza avere nulla da invidiare a tanti gruppi stranieri, in più c’è qui una mano tesa d’invito e d’omaggio all’ascoltatore. “Fasting Soul” invece prende fin da subito una piega più marcatamente fusion, la voce narra con forza i concetti, la chitarra padrona degli spazi circostanti, non di facile presa, ma di sicuro e piacevole e circolare ambiente. Mai sghemba, suona forte per condurci in un lampo di fasci di luce, per poi spegnersi all’improvviso. Se non siete mai stati ad “Amsterdam”, ecco che i ragazzi ci accompagnano con cotanta sostanza (quindi non solo forma) nella città della tolleranza; intercedere cupo d’iniziale sorpresa, ritmica lenta quasi a sottolineare le parole del cantato. Notturna, permette d’immaginare se stessi camminanti nel dedalo di stradine e ponti che la caratterizzano, l’andatura è regolare e l’atmosfera si rilassa sulle mani di questi bravissimi musicisti. “Acoustic Waves” è un dolcissimo pezzo di composizione serena e gioiosa, che ci porta in pochi minuti verso lidi sicuri e soleggiati, da mettere in repeat sul proprio lettore cd. Canzoni così dovrebbero durare una vita, ma forse sta proprio qui il significato della sua brevità. Felicità a sprazzi, una meravigliosa carezza sonora. “Il Digiuno dell’Anima”, ultimo pezzo del disco, innesta la marcia più alta, la voce si fa italiana, mentre il gruppo spinge a mille, come in altri pezzi precedenti. Una roccia di apparente e difficoltosa arrampicata, che sfuma come sfumano le ultime sensazioni che si vengono regalate.

In sintesi, gran bel lavoro, di sicuro impatto emotivo, che MAT2020 consiglia vivamente ai propri lettori. Italians do it better?




1 commento:

  1. Fa piacere ogni tanto venire a conoscenza di giornalisti recensori che riescono a cogliere le intenzioni artistiche di una band......grazie Andrea

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