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martedì 9 novembre 2021

Derek and the Dominos- “Layla and Other Assorted Love Songs"

Dopo aver lasciato Cream e Blind Faith, nella primavera del 1970 Eric Clapton forma il gruppo “Derek and the Dominos”, con alcuni componenti della band “Delaney & Bonnie”. Forti di un “rodaggio” live, il 9 novembre 1970 fanno uscire l’album “Layla and Other Assorted Love Songs”, tra i vari collaboratori Duane Allman alla chitarra (e si sente!)

Un grande disco di rock-blues, che vi consiglio di ascoltare!

Di tutto un Pop…

Wazza

Se nel 1970 un chitarrista venticinquenne si fosse svegliato al mattino blaterando di aver suonato negli Yardbirds, coi Bluesbreakers di John Mayall, nei Cream e nei Blind Faith, e se si fosse anche vantato di aver ricevuto anonime dediche sui muri che ne esaltavano la natura divina, sarebbe stato da tutti considerato un pazzo svitato oppure... Eric Clapton.

A Eric piaceva suonare, ma non amava la routine, necessitava di stimoli nuovi, voleva progredire, crescere, creare, non amava molto il music business (all’epoca almeno), e cominciava a soffrire il peso della notorietà. Detestava l’immobilismo, il dover suonare sempre gli stessi brani, temeva di cadere nella monotonia. Le sue esperienze precedenti durarono poco essenzialmente per questi motivi, lì dove Eric non vedeva possibilità di maturazione artistica, lasciava, abbandonava in cerca di novità.

Durante l'ultimo tour negli U.S.A. insieme ai Blind Faith, Eric fu piacevolmente colpito dal gruppo di supporto: Delaney & Bonnie (band allargata dalla natura errante, capeggiata dai coniugi Dealaney e Bonnie Bramlett). Cominciò a collaborare con loro, collaborazione che si estese fino al suo album di debutto, “Eric Clapton” del 1970. Il celebre chitarrista, che in quel periodo iniziò a fare un uso sempre più massiccio di droghe, stava vivendo una difficile situazione personale. Si era, infatti, preso una bella cotta, anzi qualcosa di più, per la moglie del suo grande amico e collega George Harrison: Pattie Boyd. In Eric vi era un turbine di emozioni difficili da conciliare: da una parte l’amore, dall’altra l’amicizia con George che non aveva intenzione di rovinare. Inoltre, la ragazza, pur conoscendo i sentimenti di Eric, non era disposta a contraccambiare.

Intanto non tutto filava liscio nei Delaney & Bonnie, le personalità in continuo contrasto fra loro dei due coniugi non garantivano serenità e futuro roseo, così alcuni musicisti della band fra i quali Bobby Whitlock (tastiere e voce), il bassista Carl Radle e il batterista Jim Gordon

lasciarono il gruppo e proposero a Eric di unirsi loro per suonare qualcosa insieme. Il feeling c'era, Eric accettò di buon grado. Il nome Derek and The Dominos fu quasi casuale: Clapton voleva restare nell’anonimato e durante un concerto suggerì al presentatore il nome Del & the Dominos, ma questi, non capendo bene, lo storpiò in Derek & the Dominos, che comunque fu accettato di buon grado. I quattro, in agosto, si trasferirono a Miami, in Florida, per mettere su un disco. Se la presero con molta calma: mattina in piscina, pomeriggio in studio. Droga, alcool e cibo fritto. Non proprio un cocktail salutare insomma. La voglia di suonare c'era, ma l'ispirazione latitava e il numero di brani composti su cui lavorare non era di certo corposo. Le frustrazioni d’amore di Eric erano già una bella fonte d’ispirazione, ma qualcosa non filava, non riusciva a tramutare quei sentimenti, quelle sensazioni, in musica.

Una sera i quattro furono invitati ad assistere a un concerto dell’Allman Brothers Band che si trovava da quelle parti. Fu la svolta. Eric restò piacevolmente impressionato dal loro sound, ma soprattutto dal chitarrista Duane Allman. Senza esitare Eric lo avvicinò dopo il concerto e gli chiese se gli interessasse unirsi a loro per incidere qualcosa insieme. Allman diede l’ok. Per ammissione dello stesso Clapton fu proprio l'arrivo di Duane a infondere nel gruppo nuova linfa creativa. Per Eric Duane era il fratello musicale che non aveva mai avuto, il suo stile s’integrava magnificamente col suo. Il chitarrista americano era un asso della tecnica slide, e usava pizzicare le corde con le dita, preferendo il fingerpicking al classico uso del plettro, l’esatto opposto di Eric, quindi il complemento perfetto. Peccato che Duane già avesse una famiglia, e subito dopo l'incisione del disco vi ritornò. Senza di lui i Dominos non furono più gli stessi e non fecero molta strada, ma quei giorni ai Criteria Studios di Miami furono magici.

La penuria creativa divenne fertilità e ben presto si trovarono per le mani tanto materiale da poter allestire addirittura un doppio lp. La maggior parte dei brani fu composta da Eric e rifletteva più o meno direttamente la sua situazione personale e l'amore non corrisposto per Pattie. Canzoni d'amore sofferte quindi, ma anche piene di speranza. A queste si aggiunsero alcune cover blues, che ci stanno sempre bene.

Se fino a quel momento Eric era stato uno degli eroi del british blues, nerboruto e sanguigno, con questo disco il chitarrista, si sposta verso un rock blues di gran classe, più morbido, più fine, molto più vicino alla tradizione e alle sonorità tipicamente a stelle e strisce. La svolta stilistica fu in pratica contemporanea al passaggio, ufficializzato dalla foto sul retro del disco, alla Fender Stratocaster, che di qui in avanti diventerà la sua chitarra per eccellenza.

Fra atmosfere rilassate, ma niente affatto sornione e suoni caldi, avvolgenti, a spiccare è la straordinaria qualità delle esecuzioni. C’è spazio sufficiente per tutti, una certa tendenza alla jam, ma non a quelle tipiche free form basate su un semplice tema che poi è ampliato e rimescolato, bensì su pregevoli interventi strumentali che vanno ad arricchire brani già forti e solidi. La sezione ritmica guidata dal grande batterista Jim Gordon (che Eric definirà il migliore col quale abbia mai lavorato) e Carl Radle sostiene il tutto con vigore, ma senza mai sfociare in territori tipicamente hard. Trattasi di rock blues elegante, raffinato, ma anche sufficientemente deciso ed energico. Bobby Whitlock si dimostra pedina essenziale, non solo perché le sue tastiere fanno da cornice a tutto il disco, ma anche per le pregevoli parti cantate, nelle quali col suo vocione soul riesce a dare spessore e intensità lì dove Eric più di tanto, a livello vocale, non poteva osare.

E poi quelle due chitarre li, a fare i miracoli.

L’opera si apre con la soffice “I Looked Away”, un brano leggero, quasi pop, che introduce alla perfezione lo stile e il sound dell’intero disco.

 

A volte i testi di Eric erano ispirati da cose apparentemente banali. “Bell Bottom Blues” in questo senso è emblematica. Pattie chiese a Eric di portarle dall’America un paio di bell bottom jeans, cioè quelli tipici a zampa anni Settanta ed Eric compose una delle sue migliori canzoni. Bell Bottom Blues è un autentico capolavoro, una ballad romantica, forse un po’ zuccherosa, ma mai melensa. Un pezzo caldo, avvolgente, orecchiabile. Clapton la canta a meraviglia, aiutato anche da Whitlock; dolci versi dai quali è impossibile non farsi cullare.

A seguire un’altra meraviglia: “Keep On Growing”. Qui i ritmi si fanno un po’ più sostenuti, un’andatura quasi reggae. La canzone fa venire in mente le spiagge di Miami, il sole, l’estate. Un pezzo che deve prendere aria, che ha bisogno di liberarsi in spazi ampi, fresca e vitale. Il cantato di Withlock qui fa la differenza e consente notevoli impennate di pathos.

Sullo stesso canovaccio si sviluppa “Anyday”, forse appena più melodica e rilassata. Anche questo è un pezzo corale, con intrecci di chitarre che dilatano il tutto quanto basta, senza eccedere. Una delle carte vincenti del disco sarà proprio questa: tutto è perfettamente calibrato, tutti danno il massimo, ma in maniera misurata, senza eccessi di protagonismo.

“Key to the Highway” è una splendida cover. Un classico mid tempo blues, con interventi strumentali di livello elevatissimo. Qui Eric e Duane fanno sfoggio di tecnica e stile. Si tratta di un tipico brano che fa da vetrina all’estro e all’inventiva dei due musicisti. Con i suoi quasi dieci minuti, è un compendio perfetto della chitarra blues, una sorta di breviario che ogni buon chitarrista dovrebbe tenere a portata di mano. Forse un po’ manieristico, ma tanta classe e grazia tutte insieme son difficili da trovare. Sembra proprio non vogliano smettere, si sente il tipico piacere del suonare insieme.

“Tell the Truth” strizza l’occhio al nascente movimento Southern rock, con la sua tipica andatura indolente ma scandita da ottime impennate elettriche. Sembra quasi anticipare il sound e lo stile dei Lynyrd Skynyrd.

“Why Does Love Got To Be So Sad” è la canzone perfetta per una corsa a briglie sciolte sulle highway americane. I ritmi sono travolgenti, la sezione ritmica impetuosa e Duane semplicemente incredibile. Un po’ una sorta di super funk rock. Il pezzo più sostenuto del disco. Mentre Clapton tiene il tempo, Allman ricama assoli mirabili per intensità e gusto melodico.

Si arriva così all’ennesimo capolavoro: “Little Wing”. Eric Clapton qui rende omaggio l’amico Jimi Hendrix, e i cinque plasmano una delle migliori cover di sempre, molto diversa dall’originale, forse per questo ancora più apprezzabile, perché non fa il verso a Hendrix, ma rivolta le carte in tavola e partorisce qualcosa di completamente nuovo, inedito. Si apre a mo’ di marcia trionfale e poi… poi poesia in musica. Un fraseggio sublime e sfumato che sembra provenire da una terra lontana, meraviglioso, impalpabile, sfuggente. Il cantato di Eric, in coppia con Bobby, è sofferto, quasi urlato. A differenza dell’originale dolce e leggera, qui c’è molta più tensione, una cornice quasi drammatica sembra avvolgere il tutto. Duane nell’assolo sale su, dove solo Jimi poteva arrivare. C’è un passaggio memorabile durante quell’assolo, delle note che raggiungono il cielo, oltre l’umana percezione. Il Blues cosmico di Jimi sembra guidare le dita di Duane. Peccato solo che lo stesso Hendrix non riuscirà ad ascoltarla perché morirà poco prima dell’uscita dell’album.


“It’s Too Late”, leggera e orecchiabile arriva con tempismo perfetto a smorzare un po’ la tensione di Little Wing, con un’andatura più rilassata; siamo dinanzi a un altro brano più che godibile, di spessore, tanto per cambiare.

E si giunge così alla title track che si apre con uno dei riff più memorabili nella storia del rock. Il brano, interamente dedicato a Pattie, è fra i più famosi di Clapton; un rock blues infuocato con chitarre e sezione ritmica a livelli eccelsi ed è cantato da Eric in maniera impeccabile. Sentiva molto quei versi, e la cosa appare più che evidente ascoltando la sua voce. Lo stesso Clapton si dimostra ancora ottimo chitarrista ritmico (confermando così di essere musicista straordinariamente completo), mentre Duane come al solito ricama fraseggi d’alta scuola che impreziosiscono il tutto. Il brano, pieno di passione, sfuma poi in una coda dolce e romantica, vagamente malinconica, eterea e sognante, basata su di una composizione pianistica di Jim Gordon e delicate carezze di chitarra acustica.

La chiusura dell’album è affidata interamente a Bobby Whitlock che compone un dolce e malinconico epilogo per voce e chitarra: degno finale per un disco così raffinato ed elegante.

Altri brani da citare sono le cover blues “Nobody Knows You When You’re Down and Out” (Jimmie Cox) e “Have You Ever Loved a Woman”(Billy Myles), che non aggiungono molto a quanto già detto, mostrando il consueto ottimo feeling, con Eric e Duane in grandissima forma; e poi “I Am Yours”, chiara dichiarazione per la sua amata che forse dispensa fin troppa saccarina, ma resta un riempitivo di qualità.

Il disco fu pubblicato a novembre del 1970, ma non ebbe molto successo. Eric Clapton, che allora era un idealista, avrebbe voluto che a vendere fosse solo la musica, non il nome, ma così purtroppo non successe, nonostante l’elevata qualità dell’album. Il chitarrista quindi si convinse a fare un po’ di promozione e a distribuire alla stampa spille con la scritta “Derek is Eric”.

Mano lenta fu comunque molto soddisfatto del risultato, invitò Pat ad ascoltarlo, sicuro che l’avrebbe conquistata, lei accettò e rimase colpita, ma anche spaventata da tutto quel sentimento. Clapton dovette incassare l’ennesimo rifiuto. I tempi non erano maturi.

Nonostante il quasi flop commerciale, nel tempo il disco si è guadagnato rispetto e ammirazione, tanto da essere oggi considerato uno dei migliori, se non proprio il migliore fra i lavori di Clapton, e uno dei grandi classici del rock blues.

Layla è un assoluto masterpiece, un album perfetto, uno di quei lavori che vengono fuori solo quando grandi musicisti s’incontrano al momento giusto e quando fra loro si crea quell’alchimia, quell’affiatamento che permette di superare egoismi, personalismi e smanie di grandezza. Qui ognuno suona per gli altri e nessuno suona per se, al primo posto c’è la band, non come somma delle singole parti, ma come entità solidale e omogenea e il risultato non può che essere qualcosa di totalmente magico e irripetibile.

L’esperienza Dominos durò ancora per un po’ con una serie di apparizioni live (celebre quella al Fillmore East, dal quale sarà estratto anche un album live). Senza Duane però, che era tornato con gli Allman, mancava qualcosa e il progetto di un secondo disco naufragò in breve tempo. Le morti degli amici Hendrix prima e dello stesso Allman poi e i forti problemi di dipendenza dalle droghe segnarono il periodo immediatamente successivo di slowhand, uno dei suoi peggiori, dal quale comunque riuscirà a riprendersi, per affrontare grandi successi, ma anche altre tragedie… tears in heaven.

di Giuseppe Mancini






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