La diramazione del web magazine MAT2020, per una nuova informazione musicale quotidiana
lunedì 11 luglio 2022
I GTR nel 1986...
venerdì 8 luglio 2022
Post Generation-"Control - Z", commento di Fabio Rossi
Commento di Fabio Rossi
Artista: Post Generation
Album: Control - Z
Genere: Post Progressive
Anno: 2022
Casa discografica: Luminiol Records
Tracklist
1. This Is My Day
2. About Last Night
3. You’re Next In Line
4. What’s The Worry
5. The Cat And The Chicken
6. White Lights And Darkest Patterns
7. Could It Be You
8. Control Z
9. Nathalie
10. This Cannot Work
11. Raising The Bar
12. Unforgotten Wasteland
Line Up
Matteo Bevilacqua: voce e chitarra;
Carlo Peluso: tastierista/polistrumentista;
Antonio Marincola: basso;
Special
guest:
Christoph
Stahl: batteria;
Paolo Rigotto: batteria e mixer;
Michaela Senetta: voce
Nati nel 2014 per volontà dell’italo britannico Mattia
Bevilacqua, i Post Generation affondano
il proprio sound nel progressive con attinenze ai Porcupine Tree, Anathema,
Pain of Salvation e Opeth. Il progetto verte essenzialmente nel tentativo di
distaccarsi dall’epoca d’oro del movimento (anche se in taluni frangenti mi
rammentano un po’ gli Yes) nel deliberato tentativo di collocarsi in un’area di
riferimento tesa allo sviluppo verso altri lidi di un genere così affascinante.
Matteo suonava il basso nei Diaries Of A Hero, un buon gruppo dedito all’heavy
metal con due album pubblicati, e ciò impediva all’artista di sperimentarsi
proficuamente in ambiti diversi. Nasce così la sua idea di dare vita a una
nuova formazione. Già nel 2014 esce il debut album intitolato Post Generation (Musea
Parallèle) nel quale si apprezzano intriganti sezioni acustiche e sperimentazioni
elettroniche. Dieci brani di sicuro effetto che facevano presagire a qualcosa
di positivo per il futuro.
Sono trascorsi otto anni (troppi a prescindere dalle
motivazioni) e il combo torna alla ribalta con un ambizioso e visionario
concept, registrato in Piemonte sulle colline di Sciolze, basato sulla
sofferenza e la paura che dilania le menti dell’uomo moderno, stritolato da una
società distopica dal futuro incerto. Le tracce proposte sono dodici nelle
quali si alternano momenti adrenalinici ad altri più riflessivi creando un
interessante intreccio sonoro. L’album è piuttosto coeso e va ascoltato
attentamente per assaporarne i vari aspetti. Forse manca un brano in grado di distaccarsi
come qualità dagli altri, ma a parte questa mia considerazione personale Control – Z può piacere sia ai vecchi che ai
nuovi fan del rock progressivo. Ci si lamenta che alcune produzioni presentato
roba trita e ritrita, della serie “guarda come suono bene” senza, però, trasmettere
nulla, ebbene in quest’album c’è creatività che emerge sin dalla curatissima e
ben arrangiata opener This Is My Day. L’architettura
compositiva non è mai ridondante, anzi vira più sull’essenziale. Si spazia dall’accattivante
andamento di About Last Night, alla lucida follia di The
Cat And The Chicken, contraddistinta da un abrasivo riff portante di
chitarra, alla leggerezza di Nathalie, con sugli scudi la
magnifica voce di Michaela Senetta, insomma ce n’è per tutti i gusti, con
momenti davvero efficaci come nel caso di You’re Next in Line, munita
di belle parti di pianoforte per poi esplodere in una ritmica esaltante, della
muscolare title track, delle splendida gemme acustiche Could It Be You
e Raising The Bar, fino ad arrivare alla conclusiva stupenda Unforgotten
Wasteland (inizia e termina con un’atmosfera soave mentre nella sezione
centrale cresce vertiginosamente d’intensità).
La band dimostra indubbie capacità espressive in grado di
spazzare molta concorrenza nel settore. Nulla è stato lasciato al caso, nemmeno
l’artwork concepito dall'artista londinese Juan Blanco.
Il design finale e il packaging, invece, sono stati curati
dalla grafica lettone Kristina Popila.
“‘Control Z’ ritrae un
universo distopico, una realtà trappola mentale controllata dall’ufficio
‘Control-Z’ che ha la funzione specifica di annullare eventuali cattivi
sentimenti o emozioni degli abitanti, creando una massa di cittadini
zombificati. Anche se si potrebbe sostenere che la storia è puramente fittizia,
questo album è in qualche modo autobiografico e ritrae il dilemma interiore che
si può trovare in ognuno di noi quando si affronta la scelta di vivere una vita
guidata dalla passione o dalla paura. La trama stessa è stata oggetto di molte
revisioni e il risultato è così sorprendente che ha portato alla creazione di
uno storyboard che sarà presto rilasciato come graphic novel per l’edizione
deluxe.” (Matteo
Bevilacqua)
Caro Matteo, speriamo di non dover aspettare troppo per un nuovo lavoro.
mercoledì 6 luglio 2022
Stealphish - "No Road to Shadesmar", commento di Fabio Rossi
Commento di Fabio Rossi
Artista: Stealphish
Album: No Road to
Shadesmar
Genere: Progressive Metal
Anno: 2022
Casa discografica: Autoprodotto
Tracklist
1.
No Road to Shadesmar, Pt. 1: Ebrietas
2.
No Road to Shadesmar, Pt. 2: Eo
3.
No Road to Shadesmar, Pt. 3: Shadesmar
Line Up
Josh Barker: Chitarra
e Basso
Dan Barker: Batteria
Gli Stealphish sono una project band di
recente formazione ruotante attorno all’estro del chitarrista e bassista
neozelandese Josh Barker, un’artista noto nella scena musicale di Auckland (milita nel gruppo
progressive acustico Cafe Fistfight).
Dopo la pubblicazione di
alcuni singoli (Procidens – 2020, Spren – 2021 e Auri – 2021), stavolta siamo
al cospetto di un EP composto da tre brani interamente strumentali. Josh si è
fatto coadiuvare come sempre dal fratello Dan per le parti di batteria.
Il disco è brillante e multiforme, alternando veemenza a momenti di pacatezza talvolta enfatizzati dalla presenza di tastiere curate da Caitlyn Abbott. Se la potente opener Ebrietas richiama abbondantemente gli stilemi degli svedesi Meshuggah, in Eo è tutto più rarefatto, disponendo di un’architettura melodica che ci riporta a certe alchimie degli Yes.
La lunga title track - Shadesmar
- sembra estrapolata da un album degli Ozric Tentacles e risulta la
migliore del lotto con il suo andamento talvolta onirico e tendente allo space
rock. L’esiguità del materiale non consente una valutazione oggettiva sulle
potenzialità della band. I riferimenti citati sono gratificanti, tuttavia
occorre testare gli Stealphish quando ci regaleranno un album completo.
La tecnica è molta e lo si percepisce dalla complessità degli arrangiamenti e le idee ci sono anche se occorre fare attenzione al voler essere troppo dispersivi.
Credo che a Josh
vadano stretti i Cafe
Fistfight perché il suo sfogo creativo, presente non solo in No Road to Shadesmar ma anche nei summenzionati tre singoli,
trasborda dirompente. La sua energia non va limitata, anzi casomai alimentata
evitando però di farla degenerare in proposte eccessivamente dispersive.
Nel
complesso mi sento di promuovere questo EP che consiglio di ascoltare con l’uso
delle cuffie per assaporare meglio i molteplici raffinati cambi di atmosfera di
cui è cosparso l’intero disco.
martedì 5 luglio 2022
lunedì 4 luglio 2022
EARTHSET - Bound (2022) - Di Enrico Meloni
EARTHSET - Bound (2022)
Di Enrico Meloni
Tornano gli Earthset,
quartetto bolognese che avevo conosciuto al Cinema Cappuccini a Genova nel
novembre 2019 (quando sì, ancora si potevano vedere i concerti con
spensieratezza) per la sonorizzazione del film muto “L’uomo Meccanico”
(intervista e mie impressioni sulla serata in un articolo pubblicato nel numero
di gennaio 2020 di MAT2020:
http://www.mat2020.com/files/MAT2020_GEN20.pdf
All’epoca mi accingevo a parlare di una band, composta fin dal 2012 da Ezio Romano, Luigi Varanese, Costantino Mazzoccoli ed Emanuele Orsini, alle prese con un ambizioso progetto finanziato da alcune importanti istituzioni e votato al recupero di una pellicola storica e importante, con tanto di sonorizzazione dal vivo del film muto.
Si trattava in ogni caso di musiche originali, e il progetto
era abbastanza peculiare da rappresentare una parentesi in qualche modo “a sé
stante” all’interno della carriera degli Earthset. L’Uomo Meccanico è stato
portato in tour in lungo e in largo, anche al di fuori dai confini nazionali, e
ha sicuramente migliorato lo status degli Earthset di band interessante e da
tenere d’occhio.
Come dire: nel novembre 2019, per quanto sia stata
un’esperienza fantastica (basta leggere il report linkato sopra), sono andato a
vedere un concerto degli Earthset dove la band proponeva sì pezzi propri ma in
un contesto così particolare da rendere il tutto qualcosa di decisamente
diverso da un concerto “classico”. Penso sia importante rimarcare il concetto
per dare la giusta dignità, alle composizioni, originali e inedite, che
compongono Bound, uscito nel marzo 2022 per Dischi Bervisti.
E parliamo di Bound, allora. 42 minuti di musica
senza soluzione di continuità, un'uscita musicale da considerarsi come progetto
artistico a 360°: non solo musica, quindi. Infatti, gli Earthset hanno
realizzato undici video-visuals (tante sono le canzoni che compongono l’album),
del video-non-videoclip che completano il progetto; video che potete vedere sul
canale YouTube della band:
https://www.youtube.com/channel/UCflPJZXoRcY5hGvGrXZbEeQ
Ogni canzone è
collegata alla precedente e alla successiva, ogni brano ha il proprio video
che, unitamente agli altri, andrà a comporre un'unica narrazione audiovisiva.
Bound non è solo musica, dicevo. Gli Earthset ci accompagnano in
un vero e proprio viaggio dove esploriamo il concetto di relazione, ossia la
base su cui si fonda l’intera esistenza, in ogni sua sfaccettatura. Questo
viaggio culmina con la relazione per eccellenza che dà vita a una band: l’album
è stato registrato dal vivo, senza pause e in un’unica sessione, quasi a
suggellare così l’apice massimo del momento creativo di quattro persone
racchiuse in una stessa stanza a fare ciò che amano di più.
E la musica? Senza voler abusare di etichette o definizioni
(leggo sul comunicato stampa “alt-rock”, e tanto basta), le composizioni
originali degli Earthset sono molto variegate e i cambi d’umore sono frequenti.
Non mancano alcuni passaggi più interessanti di altri, i riferimenti più chiari
possono essere i Radiohead e, per la voce, alcune cose dei Muse, oltre ai
Radiohead stessi.
I tempi sono spesso dispari ma non parliamo di un dispari
esagerato o caotico (sicuramente non siamo in ambito prog), difficile da seguire
(ciascuno/a di noi avrà un riferimento per una band “incasinata” e che odia):
gli Earthset ti prendono per mano e ti lasciano perdere nel loro ginepraio di
riff e cambi di ritmo, umore e contesto, per poi riprenderti e accompagnarti
alla prossima sezione/parte del viaggio a tutto tondo che rappresenta Bound.
La tensione non cala mai per troppo tempo, per cui
l’ascoltatore è sempre sulle spine a cercare di capire cosa accadrà dopo. Gli
arrangiamenti sono apparentemente semplici ma nascondono una certa
ricercatezza, sicuramente un grande pregio della band: a un secondo, terzo,
quarto ascolto si aprono mondi che inizialmente non sembravano essere lì
presenti.
Va detto che le parti distorte riescono a colpire nel segno,
e la costante alternanza a momenti più eterei rendono Bound un disco
vario, valido e tutto da scoprire.
Un album da ascoltare più volte per lasciarsi rapire da
sonorità spesso dissonanti, al limite del noise, che sanno graffiare quando è
il momento giusto ma anche cullare nelle parti più riflessive.
Sono molto curioso di vederli dal vivo alle prese con queste canzoni.
https://soundcloud.com/earthsetband/sets/bound-1/s-tv6BRn9ogvv?si=80677c546a1d4a54870bd645a8a5e3ca
domenica 3 luglio 2022
Vincenzo Grieco & The Exoplanets-Outer Space, commento di Fabio Rossi
Commento di Fabio Rossi
Artista: Vincenzo Grieco & The
Exoplanets
Album: Outer Space
Genere: Hard Rock
Anno: 2022
Casa discografica: Red Cat Music/Inst
Fringe
Tracklist
1. Outer Space
2. Assault Troops
3. The Same Train
4. Motherless Boy
5. Mourning Sun
6. Wicked Times
7. Stop Talking
8. The Temple
9. Core Of The Sun
10.
On The Bridge
Line Up
Vincenzo Grieco: chitarra
The Exoplanets:
Giulio Giancristofaro: basso e voce
Piero Pierantozzi: batteria
Vincenzo Grieco,
chitarrista, compositore e insegnante di musica, ama visceralmente l’hard rock,
il blues e il funky. Si esibisce dal vivo con la sua band Vincenzo Grieco and
T.H.E. Rome Blues Authority che ho avuto modo di ammirare anni fa a Roma nel
corso di un concerto tenuto al Route 66 American Bistrot & Bar. In
quell’occasione gestivo un banchetto di vendita e presentavo il mio libro su
Rory Gallagher; con il gruppo conversammo piacevolmente sull’eccezionale
talento del chitarrista irlandese. Bei ricordi!
Nel
2019 Grieco ha pubblicato il suo primo album solista intitolato Misleading Lights
of Town. Se c’era un difetto riscontrabile in quel disco, questo era
costituito dall’eccessiva eterogeneità degli stili proposti. Il lavoro nel
complesso è valido, ma ho sempre pensato che sarebbe stato migliore se fosse rimasto
saldamente ancorato all’hard rock. Chissà se era nelle intenzioni di Vincenzo
cercare di aggiustare il tiro, perché tale “lacuna” è stata in larga parte
evitata nella nuova release intitolata Outer
Space.
Scevro
da eccessive divagazioni, il disco è gradevole all’ascolto e munito di alcuni
spunti di elevata caratura tecnica. Il funky e il blues lasciano il proscenio
al grunge e all’hard rock con risultati mirabili. Reputo indovinata la scelta
di Grieco di assestare la line up riducendola a un efficientissimo e potente
trio (d’altronde i Motörhead non erano forse in tre e spaccavano da Dio?). Outer
Space include dieci tracce che abbracciano un sound deciso, ben ancorato
agli anni Novanta con riferimenti ai Mr. Big, Soundgarden, Alice In Chains e
Stone Temple Pilots. Si parte decisamente alla grande con la vulcanica title
track, nonché primo singolo, seguita dalla granitica Assault Troops. Un
inizio con il botto! La voce graffiante di Giulio Giancristofaro, la sezione
ritmica che pesta come se non ci fosse un domani e la chitarra “hendrixiana” di
Grieco che sciorina assolo e riff in quantità industriale, creano un amalgama
interessante. Si sposta il tiro con The Same Train, un funky rock di
buon livello, palese tributo ai Red Hot Chili Peppers che Vincenzo apprezza
molto. Motherless Boy dispone di un riff trascinante che riporta tutto
sui binari più consoni alla filosofia del disco. Morning Sun ha contorni
più pacati, ma parimenti affascinanti. Stop Talking colpisce duro come
un pugno in piena faccia, un brano efficace anche per merito del cantato degno
di rilievo. The Temple, altro singolo apripista dell’album, è ancora un
eccellente esempio di come si possa suonare hard rock con passione anche in
questi tempi musicalmente disastrati. The Core Of Sun è contraddistinta
da un riffing intrigante, abrasivo e ossessivo. Chiude l’acustica On The
Bridge, caratterizzata da un soffuso e dolce andamento che denota l’alto
livello di ispirazione compositiva. In conclusione, Vincenzo
Grieco & The Exoplanets hanno fatto pienamente centro e spero di
vederli in concerto al più presto: una musica di tal fatta viene espressa al suo
meglio in sede live.
venerdì 1 luglio 2022
È morto a 85 anni Arnold Skolnick, autore del poster pubblicitario di Woodstock
È morto Arnold Skolnick, l’artista che nel 1969 disegnò il manifesto del famoso festival di Woodstock, una delle immagini cult della musica e della grafica.
Rip
Wazza
È morto a 85 anni Arnold Skolnick,
autore del poster pubblicitario di Woodstock, che si tenne nel 1969 nella
località di Bethel (New York) e fu uno dei festival più famosi della storia
della musica rock. Il poster di Skolnick è una delle più popolari e riprodotte
immagini legate a quei «tre giorni di pace e musica», come recitava il
poster stesso.
Skolnick è morto lo scorso 15 giugno
ma la notizia è stata diffusa solo di recente.
Skolnick era nato a Brooklyn nel 1937, sua madre lavorava in un’agenzia pubblicitaria e suo padre faceva il tipografo. Da giovane studiò arte e per tutta la vita fece il designer per la pubblicità ma anche per l’editoria e per il cinema: disegnò diverse copertine di libri e i titoli di testa di qualche film. Ma il lavoro per cui è più ricordato rimane il poster di Woodstock, anche se il figlio ha raccontato che Skolnick non era proprio il tipo che sarebbe andato a un evento di quel genere: «Non gli piaceva il rock, non gli piaceva la “drug culture” e l’arte psichedelica la odiava», ha detto al New York Times.
Quando fu contattato da James Morris, uno degli organizzatori del festival, Skolnick aveva 32 anni. Li mise in contatto un suo amico architetto. Morris gli commissionò il poster un giovedì e Skolnick glielo consegnò il lunedì dopo: «Era solo un lavoro come tanti altri», raccontò nel 2010. «Però questo diventò famoso!».
A proposito dell’uccello sulla chitarra, Skolnick ha raccontato che quasi tutti diedero per scontato che fosse una colomba, simbolo di pace, ma che lui nel disegnarlo si fece ispirare da un uccello gatto (Dumetella carolinensis) che aveva osservato a Shelter Island (New York).















