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lunedì 11 luglio 2022

I GTR nel 1986...


Nell'estate del 1986 i GTR, gruppo formato da due grandi chitarristi Steve Hackett e Steve Howe, iniziano un tour in nord America ed Europa.

A maggio dello stesso anno avevano pubblicato il loro album omonimo che ebbe un ottimo successo; anche il singolo estratto, “When the Heart Rules the Mind”, arrivo al 14° posto in UK.


Ma durante il tour nacquero problemi finanziari - e personali – tra i due Steve.
Il progetto doveva andare avanti con Brian May (ex Queen) al posto di Steve Howe, ma naufragò nel giro di un anno.

Di tutto un Pop…
Wazza

Phil Spalding, Steve Hackett, Jonathan Mover, Steve Howe, Max Bacon




venerdì 8 luglio 2022

Post Generation-"Control - Z", commento di Fabio Rossi

 


Commento di Fabio Rossi

Artista: Post Generation

Album: Control - Z

Genere: Post Progressive

Anno: 2022

Casa discografica: Luminiol Records

 

Tracklist

1.      This Is My Day

2.      About Last Night

3.      You’re Next In Line

4.      What’s The Worry

5.      The Cat And The Chicken

6.      White Lights And Darkest Patterns

7.      Could It Be You

8.      Control Z

9.      Nathalie

10. This Cannot Work

11. Raising The Bar

12. Unforgotten Wasteland

 

Line Up

Matteo Bevilacqua: voce e chitarra;

Carlo Peluso: tastierista/polistrumentista;

Antonio Marincola: basso;

Special guest:

Christoph Stahl: batteria;

Paolo Rigotto: batteria e mixer;

Michaela Senetta: voce

 


Nati nel 2014 per volontà dell’italo britannico Mattia Bevilacqua, i Post Generation affondano il proprio sound nel progressive con attinenze ai Porcupine Tree, Anathema, Pain of Salvation e Opeth. Il progetto verte essenzialmente nel tentativo di distaccarsi dall’epoca d’oro del movimento (anche se in taluni frangenti mi rammentano un po’ gli Yes) nel deliberato tentativo di collocarsi in un’area di riferimento tesa allo sviluppo verso altri lidi di un genere così affascinante. Matteo suonava il basso nei Diaries Of A Hero, un buon gruppo dedito all’heavy metal con due album pubblicati, e ciò impediva all’artista di sperimentarsi proficuamente in ambiti diversi. Nasce così la sua idea di dare vita a una nuova formazione. Già nel 2014 esce il debut album intitolato Post Generation (Musea Parallèle) nel quale si apprezzano intriganti sezioni acustiche e sperimentazioni elettroniche. Dieci brani di sicuro effetto che facevano presagire a qualcosa di positivo per il futuro.

Sono trascorsi otto anni (troppi a prescindere dalle motivazioni) e il combo torna alla ribalta con un ambizioso e visionario concept, registrato in Piemonte sulle colline di Sciolze, basato sulla sofferenza e la paura che dilania le menti dell’uomo moderno, stritolato da una società distopica dal futuro incerto. Le tracce proposte sono dodici nelle quali si alternano momenti adrenalinici ad altri più riflessivi creando un interessante intreccio sonoro. L’album è piuttosto coeso e va ascoltato attentamente per assaporarne i vari aspetti. Forse manca un brano in grado di distaccarsi come qualità dagli altri, ma a parte questa mia considerazione personale Control – Z può piacere sia ai vecchi che ai nuovi fan del rock progressivo. Ci si lamenta che alcune produzioni presentato roba trita e ritrita, della serie “guarda come suono bene” senza, però, trasmettere nulla, ebbene in quest’album c’è creatività che emerge sin dalla curatissima e ben arrangiata opener This Is My Day. L’architettura compositiva non è mai ridondante, anzi vira più sull’essenziale. Si spazia dall’accattivante andamento di About Last Night, alla lucida follia di The Cat And The Chicken, contraddistinta da un abrasivo riff portante di chitarra, alla leggerezza di Nathalie, con sugli scudi la magnifica voce di Michaela Senetta, insomma ce n’è per tutti i gusti, con momenti davvero efficaci come nel caso di You’re Next in Line, munita di belle parti di pianoforte per poi esplodere in una ritmica esaltante, della muscolare title track, delle splendida gemme acustiche Could It Be You e Raising The Bar, fino ad arrivare alla conclusiva stupenda Unforgotten Wasteland (inizia e termina con un’atmosfera soave mentre nella sezione centrale cresce vertiginosamente d’intensità).

La band dimostra indubbie capacità espressive in grado di spazzare molta concorrenza nel settore. Nulla è stato lasciato al caso, nemmeno l’artwork concepito dall'artista londinese Juan Blanco.

Il design finale e il packaging, invece, sono stati curati dalla grafica lettone Kristina Popila.

“‘Control Z’ ritrae un universo distopico, una realtà trappola mentale controllata dall’ufficio ‘Control-Z’ che ha la funzione specifica di annullare eventuali cattivi sentimenti o emozioni degli abitanti, creando una massa di cittadini zombificati. Anche se si potrebbe sostenere che la storia è puramente fittizia, questo album è in qualche modo autobiografico e ritrae il dilemma interiore che si può trovare in ognuno di noi quando si affronta la scelta di vivere una vita guidata dalla passione o dalla paura. La trama stessa è stata oggetto di molte revisioni e il risultato è così sorprendente che ha portato alla creazione di uno storyboard che sarà presto rilasciato come graphic novel per l’edizione deluxe.” (Matteo Bevilacqua)

Caro Matteo, speriamo di non dover aspettare troppo per un nuovo lavoro.






mercoledì 6 luglio 2022

Stealphish - "No Road to Shadesmar", commento di Fabio Rossi

 



Commento di Fabio Rossi

 

Artista: Stealphish

Album: No Road to Shadesmar

Genere: Progressive Metal

Anno: 2022

Casa discografica: Autoprodotto

 

Tracklist

1.    No Road to Shadesmar, Pt. 1: Ebrietas

2.    No Road to Shadesmar, Pt. 2: Eo

3.    No Road to Shadesmar, Pt. 3: Shadesmar

 

Line Up

Josh Barker: Chitarra e Basso

Dan Barker: Batteria

 

Gli Stealphish sono una project band di recente formazione ruotante attorno all’estro del chitarrista e bassista neozelandese Josh Barker, un’artista noto nella scena musicale di Auckland (milita nel gruppo progressive acustico Cafe Fistfight).

Dopo la pubblicazione di alcuni singoli (Procidens – 2020, Spren – 2021 e Auri – 2021), stavolta siamo al cospetto di un EP composto da tre brani interamente strumentali. Josh si è fatto coadiuvare come sempre dal fratello Dan per le parti di batteria.

Il disco è brillante e multiforme, alternando veemenza a momenti di pacatezza talvolta enfatizzati dalla presenza di tastiere curate da Caitlyn Abbott. Se la potente opener Ebrietas richiama abbondantemente gli stilemi degli svedesi Meshuggah, in Eo è tutto più rarefatto, disponendo di un’architettura melodica che ci riporta a certe alchimie degli Yes.

La lunga title track - Shadesmar - sembra estrapolata da un album degli Ozric Tentacles e risulta la migliore del lotto con il suo andamento talvolta onirico e tendente allo space rock. L’esiguità del materiale non consente una valutazione oggettiva sulle potenzialità della band. I riferimenti citati sono gratificanti, tuttavia occorre testare gli Stealphish quando ci regaleranno un album completo.

La tecnica è molta e lo si percepisce dalla complessità degli arrangiamenti e le idee ci sono anche se occorre fare attenzione al voler essere troppo dispersivi. 

Credo che a Josh vadano stretti i Cafe Fistfight perché il suo sfogo creativo, presente non solo in No Road to Shadesmar ma anche nei summenzionati tre singoli, trasborda dirompente. La sua energia non va limitata, anzi casomai alimentata evitando però di farla degenerare in proposte eccessivamente dispersive.

Nel complesso mi sento di promuovere questo EP che consiglio di ascoltare con l’uso delle cuffie per assaporare meglio i molteplici raffinati cambi di atmosfera di cui è cosparso l’intero disco.








martedì 5 luglio 2022

Led Zeppelin al Vigorelli il 5 luglio del 1971



Fantastic poster for Led Zeppelin, Milan, July 5, 1971

Nel bene e nel male altra data da ricordare.

5 luglio 1971, i Led Zeppelin partecipano al Cantagiro/Cantamondo a Milano.

Si ricorderanno solo gli incidenti... sarà l'inizio delle contestazioni ai concerti.

Di tutto un Pop…
Wazza




lunedì 4 luglio 2022

EARTHSET - Bound (2022) - Di Enrico Meloni

 


EARTHSET - Bound (2022)

Di Enrico Meloni

 

Tornano gli Earthset, quartetto bolognese che avevo conosciuto al Cinema Cappuccini a Genova nel novembre 2019 (quando sì, ancora si potevano vedere i concerti con spensieratezza) per la sonorizzazione del film muto “L’uomo Meccanico” (intervista e mie impressioni sulla serata in un articolo pubblicato nel numero di gennaio 2020 di MAT2020:

http://www.mat2020.com/files/MAT2020_GEN20.pdf

All’epoca mi accingevo a parlare di una band, composta fin dal 2012 da Ezio Romano, Luigi Varanese, Costantino Mazzoccoli ed Emanuele Orsini, alle prese con un ambizioso progetto finanziato da alcune importanti istituzioni e votato al recupero di una pellicola storica e importante, con tanto di sonorizzazione dal vivo del film muto. 

Si trattava in ogni caso di musiche originali, e il progetto era abbastanza peculiare da rappresentare una parentesi in qualche modo “a sé stante” all’interno della carriera degli Earthset. L’Uomo Meccanico è stato portato in tour in lungo e in largo, anche al di fuori dai confini nazionali, e ha sicuramente migliorato lo status degli Earthset di band interessante e da tenere d’occhio.

Come dire: nel novembre 2019, per quanto sia stata un’esperienza fantastica (basta leggere il report linkato sopra), sono andato a vedere un concerto degli Earthset dove la band proponeva sì pezzi propri ma in un contesto così particolare da rendere il tutto qualcosa di decisamente diverso da un concerto “classico”. Penso sia importante rimarcare il concetto per dare la giusta dignità, alle composizioni, originali e inedite, che compongono Bound, uscito nel marzo 2022 per Dischi Bervisti.

E parliamo di Bound, allora. 42 minuti di musica senza soluzione di continuità, un'uscita musicale da considerarsi come progetto artistico a 360°: non solo musica, quindi. Infatti, gli Earthset hanno realizzato undici video-visuals (tante sono le canzoni che compongono l’album), del video-non-videoclip che completano il progetto; video che potete vedere sul canale YouTube della band:


https://www.youtube.com/channel/UCflPJZXoRcY5hGvGrXZbEeQ 

Ogni canzone è collegata alla precedente e alla successiva, ogni brano ha il proprio video che, unitamente agli altri, andrà a comporre un'unica narrazione audiovisiva.

Bound non è solo musica, dicevo. Gli Earthset ci accompagnano in un vero e proprio viaggio dove esploriamo il concetto di relazione, ossia la base su cui si fonda l’intera esistenza, in ogni sua sfaccettatura. Questo viaggio culmina con la relazione per eccellenza che dà vita a una band: l’album è stato registrato dal vivo, senza pause e in un’unica sessione, quasi a suggellare così l’apice massimo del momento creativo di quattro persone racchiuse in una stessa stanza a fare ciò che amano di più.

E la musica? Senza voler abusare di etichette o definizioni (leggo sul comunicato stampa “alt-rock”, e tanto basta), le composizioni originali degli Earthset sono molto variegate e i cambi d’umore sono frequenti. Non mancano alcuni passaggi più interessanti di altri, i riferimenti più chiari possono essere i Radiohead e, per la voce, alcune cose dei Muse, oltre ai Radiohead stessi.

I tempi sono spesso dispari ma non parliamo di un dispari esagerato o caotico (sicuramente non siamo in ambito prog), difficile da seguire (ciascuno/a di noi avrà un riferimento per una band “incasinata” e che odia): gli Earthset ti prendono per mano e ti lasciano perdere nel loro ginepraio di riff e cambi di ritmo, umore e contesto, per poi riprenderti e accompagnarti alla prossima sezione/parte del viaggio a tutto tondo che rappresenta Bound.

La tensione non cala mai per troppo tempo, per cui l’ascoltatore è sempre sulle spine a cercare di capire cosa accadrà dopo. Gli arrangiamenti sono apparentemente semplici ma nascondono una certa ricercatezza, sicuramente un grande pregio della band: a un secondo, terzo, quarto ascolto si aprono mondi che inizialmente non sembravano essere lì presenti.

Va detto che le parti distorte riescono a colpire nel segno, e la costante alternanza a momenti più eterei rendono Bound un disco vario, valido e tutto da scoprire.

Un album da ascoltare più volte per lasciarsi rapire da sonorità spesso dissonanti, al limite del noise, che sanno graffiare quando è il momento giusto ma anche cullare nelle parti più riflessive.

Sono molto curioso di vederli dal vivo alle prese con queste canzoni.


https://soundcloud.com/earthsetband/sets/bound-1/s-tv6BRn9ogvv?si=80677c546a1d4a54870bd645a8a5e3ca






domenica 3 luglio 2022

Vincenzo Grieco & The Exoplanets-Outer Space, commento di Fabio Rossi

 



Commento di Fabio Rossi

 

Artista: Vincenzo Grieco & The Exoplanets

Album: Outer Space

Genere: Hard Rock

Anno: 2022

Casa discografica: Red Cat Music/Inst Fringe

 

Tracklist

1.    Outer Space

2.    Assault Troops

3.    The Same Train

4.    Motherless Boy

5.    Mourning Sun

6.    Wicked Times

7.    Stop Talking

8.    The Temple

9.    Core Of The Sun

10.          On The Bridge



Line Up

Vincenzo Grieco: chitarra

The Exoplanets:

Giulio Giancristofaro: basso e voce

Piero Pierantozzi: batteria

Vincenzo Grieco, chitarrista, compositore e insegnante di musica, ama visceralmente l’hard rock, il blues e il funky. Si esibisce dal vivo con la sua band Vincenzo Grieco and T.H.E. Rome Blues Authority che ho avuto modo di ammirare anni fa a Roma nel corso di un concerto tenuto al Route 66 American Bistrot & Bar. In quell’occasione gestivo un banchetto di vendita e presentavo il mio libro su Rory Gallagher; con il gruppo conversammo piacevolmente sull’eccezionale talento del chitarrista irlandese. Bei ricordi!

Nel 2019 Grieco ha pubblicato il suo primo album solista intitolato Misleading Lights of Town. Se c’era un difetto riscontrabile in quel disco, questo era costituito dall’eccessiva eterogeneità degli stili proposti. Il lavoro nel complesso è valido, ma ho sempre pensato che sarebbe stato migliore se fosse rimasto saldamente ancorato all’hard rock. Chissà se era nelle intenzioni di Vincenzo cercare di aggiustare il tiro, perché tale “lacuna” è stata in larga parte evitata nella nuova release intitolata Outer Space.

Scevro da eccessive divagazioni, il disco è gradevole all’ascolto e munito di alcuni spunti di elevata caratura tecnica. Il funky e il blues lasciano il proscenio al grunge e all’hard rock con risultati mirabili. Reputo indovinata la scelta di Grieco di assestare la line up riducendola a un efficientissimo e potente trio (d’altronde i Motörhead non erano forse in tre e spaccavano da Dio?). Outer Space include dieci tracce che abbracciano un sound deciso, ben ancorato agli anni Novanta con riferimenti ai Mr. Big, Soundgarden, Alice In Chains e Stone Temple Pilots. Si parte decisamente alla grande con la vulcanica title track, nonché primo singolo, seguita dalla granitica Assault Troops. Un inizio con il botto! La voce graffiante di Giulio Giancristofaro, la sezione ritmica che pesta come se non ci fosse un domani e la chitarra “hendrixiana” di Grieco che sciorina assolo e riff in quantità industriale, creano un amalgama interessante. Si sposta il tiro con The Same Train, un funky rock di buon livello, palese tributo ai Red Hot Chili Peppers che Vincenzo apprezza molto. Motherless Boy dispone di un riff trascinante che riporta tutto sui binari più consoni alla filosofia del disco. Morning Sun ha contorni più pacati, ma parimenti affascinanti. Stop Talking colpisce duro come un pugno in piena faccia, un brano efficace anche per merito del cantato degno di rilievo. The Temple, altro singolo apripista dell’album, è ancora un eccellente esempio di come si possa suonare hard rock con passione anche in questi tempi musicalmente disastrati. The Core Of Sun è contraddistinta da un riffing intrigante, abrasivo e ossessivo. Chiude l’acustica On The Bridge, caratterizzata da un soffuso e dolce andamento che denota l’alto livello di ispirazione compositiva. In conclusione, Vincenzo Grieco & The Exoplanets hanno fatto pienamente centro e spero di vederli in concerto al più presto: una musica di tal fatta viene espressa al suo meglio in sede live.






venerdì 1 luglio 2022

È morto a 85 anni Arnold Skolnick, autore del poster pubblicitario di Woodstock


È morto Arnold Skolnick, l’artista che nel 1969 disegnò il manifesto del famoso festival di Woodstock, una delle immagini cult della musica e della grafica.

Rip

Wazza

 


È morto a 85 anni Arnold Skolnick, autore del poster pubblicitario di Woodstock, che si tenne nel 1969 nella località di Bethel (New York) e fu uno dei festival più famosi della storia della musica rock. Il poster di Skolnick è una delle più popolari e riprodotte immagini legate a quei «tre giorni di pace e musica», come recitava il poster stesso.

Skolnick è morto lo scorso 15 giugno ma la notizia è stata diffusa solo di recente.

Skolnick era nato a Brooklyn nel 1937, sua madre lavorava in un’agenzia pubblicitaria e suo padre faceva il tipografo. Da giovane studiò arte e per tutta la vita fece il designer per la pubblicità ma anche per l’editoria e per il cinema: disegnò diverse copertine di libri e i titoli di testa di qualche film. Ma il lavoro per cui è più ricordato rimane il poster di Woodstock, anche se il figlio ha raccontato che Skolnick non era proprio il tipo che sarebbe andato a un evento di quel genere: «Non gli piaceva il rock, non gli piaceva la “drug culture” e l’arte psichedelica la odiava», ha detto al New York Times.

Quando fu contattato da James Morris, uno degli organizzatori del festival, Skolnick aveva 32 anni. Li mise in contatto un suo amico architetto. Morris gli commissionò il poster un giovedì e Skolnick glielo consegnò il lunedì dopo: «Era solo un lavoro come tanti altri», raccontò nel 2010. «Però questo diventò famoso!».

A proposito dell’uccello sulla chitarra, Skolnick ha raccontato che quasi tutti diedero per scontato che fosse una colomba, simbolo di pace, ma che lui nel disegnarlo si fece ispirare da un uccello gatto (Dumetella carolinensis) che aveva osservato a Shelter Island (New York).