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giovedì 4 agosto 2022

Fausto Donato-"Rockers – Diario sulle strade del Rock’n’Roll"-Commento di Fabio Rossi

 


Libro: Rockers – Diario sulle strade del Rock’n’Roll

Autore: Fausto Donato

Edizioni: Officina di Hank

Anno: 2022

Recensione a cura di Fabio Rossi

“Basta seguire la strada e prima o poi si fa il giro del mondo”

 (On the Road – Jack Kerouac)


 

La frase citata non è per niente casuale. L’ho voluta inserire come preambolo alla mia recensione del libro Rockers – Diario sulle strade del Rock’n’Roll di Fausto Donato (musicista, giornalista, A&R Manager/Direttore Artistico che ha lavorato per più di trent’anni nel mondo della discografia). Nel leggerlo, infatti, mi ha gradevolmente rammentato l’opera maxima di Jack Kerouac specie per le sensazioni irrefrenabili di quel desiderio di libertà assoluta che solo On the Road ti sa dare. Rockers è un vero e proprio diario di bordo che narra le peripezie di quattro giovanissimi ragazzi amanti del punk e del metal che vengono catapultati in un tour americano alla fine del 1985.

Andiamo con ordine, però. I Raw Power, una fantastica band hardcore della bassa reggiana che qui da noi è stata snobbata al pari di tante altre dalle case discografiche, dalle riviste e dai media e che negli States godevano di buona fama, avevano già fatto un tour in America nella prima metà del 1985 e dovevano ritornarci. 

Raw Power

Per una serie di motivazioni c’è un solo componente del gruppo disponibile, ovvero lo storico chitarrista Davide Devoti. Al fine di non perdere l’occasione più unica che rara e che definire un sogno è mero eufemismo, confluiscono momentaneamente nella formazione tre membri dei milanesi Raff, tra cui l’autore di questo libro (chitarra), Chris Bianco (basso e voce) e Fabiano “Master” Bianco (batteria). I Raw Power misti ai Raff conquistano il pubblico a stelle a strisce e quello canadese con performance di elevato livello qualitativo mietendo consensi ovunque. Forse non si resero conto nemmeno loro dell’enorme opportunità perché tornati in Italia tutto è svanito nel nulla a causa dell’ottusità del pubblico e della critica tricolore.

Il tour, come predetto, è sotto il monicker Raw Power, ma la scaletta utilizzata nei concerti viene potenziata dalle tracce adrenaliniche e maggiormente metal dei Raff che magistralmente si amalgamano con l’hardcore punk dei Raw Power. La chiave dell’incredibile successo avuto in quel tour è forse proprio questa. I quattro ragazzi si ritrovano a suonare con i Dead Kennedys, i D.R.I., I Green River (dal cui scioglimento si formeranno i Mudhoney e i Pearl Jam!) e ad incontrare e conversare con icone come Gary Holt degli Exodus. Un’avventura straordinaria fatta non solo di musica ad alto livello apprezzata da quell’audience, ma di chilometri e chilometri percorsi su strade che sembrano infinite costellati dalla bellezza delle albe e dei tramonti, dalle luci delle città, dal fascino irresistibile del deserto e da tanto altro. Numerose le vicende narrate, dalle quasi quotidiane esperienze con le disinibite groupies (beati loro), alle disavventure con la polizia o con personaggi davvero poco raccomandabili… insomma c’è di tutto in questo libro che pare un romanzo e invece è storia di vita vissuta.

Caro Fausto, noi ci siamo incrociati a Roma. Tu stavi sul palco con i Raff e aprivi ai Ramones, era il 14 settembre 1980, ero lì e voi “spaccavate di brutto” nonostante le contestazioni di alcuni cretini. Nella tua vita ti sei tolto tante soddisfazioni suonando prima della Ian Gillan Band, dei Venom o degli Iron Maiden durante i primi concerti con Bruce Dickinson, senza contare i successi in ambito discografico e giornalistico, ma credo che il tour con i Raw Power ti sarà rimasto incastonato nel cuore come uno dei ricordi più belli della tua vita. Grazie per avermi fatto emozionare.

Raff

Concludo rammentando che il libro è impreziosito dalla prefazione di Michele Salvemini in arte Caparezza e di interventi appassionanti come quello di Glen Matlock dei Sex Pistols.








mercoledì 3 agosto 2022

Simple Minds all'Arena di Verona il 18 luglio 2022, commento di Valerio Gabrielli


18 luglio 2022, Arena di Verona, Simple Minds

 finalmente ci siamo…

 

Erano 19 anni che mancava per me un concerto dei Simple Minds e non riesco a capire come ho fatto a perderli nell’aprile del 2017 al Teatro Manzoni di Bologna, proprio la mia città… forse ero girato dall’altra parte.

Era il marzo 2020 quando ho acquistato i biglietti e di rinvio in rinvio siamo arrivati fino ad oggi.

L’Arena di Verona è sempre magica e ti accoglie sempre come un grande abbraccio, meglio se con un cuscino sotto al sedere. Con i posti numerati in gradinata non c’era bisogno di arrivare ore prima quindi, prima una pizza e alle 20,15 eravamo all’interno, seduti proprio su quel cuscino di cui sopra.

Si comincia alle 21,20 con “Act of love”, un vecchio pezzo che sinceramente non ricordavo per poi avere un primo grosso scossone con “Love song” ed il piedino e le mani cominciano a battere in mode frenetico.

Jim Kerr, un po' appesantito nel fisico, si muove sempre con maestria su di un palco enorme ma molto essenziale, finalmente senza quei maxischermi giganti (per me odiosi) che ti fanno sentire come davanti alla TV anziché ad un evento live. Solo un lungo e stretto schermo dietro alla band dove scorrono immagini computerizzate che danno comunque un senso alla musica che stiamo ascoltando.

Come dicevo, Jim Kerr si muove bene, anzi benissimo e arriva spesso fino in mezzo al pubblico a stringere mani, battere cinque e parlare il italiano, tanto da uscirsene con un “minchia che caldo!”.

Si prosegue con i classici ma la tripletta “Waterfront” “Glittering prize” e “Book of brilliant things” è terrificante e mi dimentico di dover fare i conti con una caviglia in disordine, ma ci sarà tempo per curarla, non stasera. Il classico “Mandela Day”, la nuovissima “Vision thing” (che credo farà fatica ad entrare di diritto nei capolavori dei SM) e “Let there be love” proseguono una atmosfera magica che raggiunge il top quando partono le prime note di “Belfast child”, eseguita in modo intimo e struggente, quasi religioso tanto che quasi tutto il pezzo Jim Kerr lo canta in ginocchio.

Con “Theme for the great cities” si ritorna con i piedi per terra e non si riesce proprio a non batterli ritmicamente, poi una apoteosi di successoni fino a contare ossessivamente 81-82-83-84…

Il solito finto finale e poi ci si ritrova tutti a saltare con tre pezzi forti nel bis.

Senza dubbio un bel concerto, sereno e divertente, senza scalmanati o litigiosi, con il divieto assoluto di fumare all’interno dell’Arena, insomma una bella serata.

Non ho ancora scritto niente della band ma non c’è molto da scrivere. Li ho trovati di una perfezione quasi maniacale, con Charlie Burchill preciso e puntuale come un treno giapponese e mai invadente la scena.

Tastiere, basso e cori assolutamente perfetti ma vorrei tenere per ultimo un piccolo commento per il motore ritmico della serata. Ho sempre adorato il drumming potente e suntuoso di Mel Gaynor ma quando mi sono trovato davanti una macchina del ritmo come Cherisse Osei, che picchia più forte di Mike Tyson ed è anche una gran bella ragazza (che non guasta mai) ho capito che nessuno è insostituibile.

Evviva Mel, evviva Cherisse, evviva i Simple Minds.

Alla prossima.

Valerio Gabrielli






martedì 2 agosto 2022

Viola Nocenzi commenta il libro"Il Campanile e altre storie", di Fabio Rossi

 


Dopo una lunga sosta si riapre su MAT2020L’angolo di Viola”, uno spazio condotto da Viola Nocenzi che, togliendosi per un attimo gli abiti del musicista, presta le sue conoscenze e la sua sensibilità all’esercizio del commento, solitamente rivolto ad un album.

In questo caso le sue riflessioni sono indirizzate all’ultimo libro autobiografico di Fabio Rossi, "Il Campanile e altre storie", pubblicato dalla casa editrice Il Cuscino di Stelle.

A seguire la recensione di Viola che, come sempre accade, propone la sua elaborazione attraverso un audio che ci permette di apprezzare la sua voce anche quando non canta!







lunedì 1 agosto 2022

Pith – "Pith"-Commento di Luca Paoli

 


Pith – Pith

(Orange Home Records)

Di Luca Paoli


Pith è un progetto musicale attivo dal 2019 e formato dai musicisti Andrea Bazzicalupo alla chitarra, Jean-Marc Baccarini al sax, Michele Anelli al Contrabbasso e da Lorenzo Capello alla batteria e percussioni.

Il quartetto, nell’album omonimo che vado a descrivere, propone un jazz di chiara matrice free con parti composte ed altre improvvisate.

Il gruppo spiega che “il lavoro tenta di congelare, in un immagine, in una miniatura sonora, il processo di distruzione e ricostruzione della forma musicale”.

La musica del quartetto si muove su di un ampio spettro sonoro e dalle varie forme cercando di dare movimento all’immobile.

Un disco di non facile approccio ma se gli date più chances d’ascolto e se siete curiosi di approfondire il suo contenuto sarete ripagati dalla qualità compositiva ed esecutiva.

Tutte li dieci episodi che compongono l’album sono intriganti.

Tra questi mi piace segnalare l’iniziale “Folding Orange Episode”, dove la ricerca nella composizione è già ben presente, “Nina”, dall’incedere creativo del sax, le divagazioni della chitarra e una grande sezione ritmica.

In “Rivolta” ancora la chitarra ed i sax che si rincorrono, si intrecciano per un’esplosione di creatività... sempre notevole il lavoro svolto da contrabbasso e batteria.

 “Music For Rojava”, dall’incedere malinconico, che chiude il lavoro, ci porta in territori world ed esattamente in quella regione del nord - est della Siria ed alla guerra civile.

Tutte le tracce presenti in questo disco son di assoluta qualità e lascio all'ascoltatore il piacere di scoprirle.

Jazz pieno zeppo di contaminazioni, richiami e rimandi dove l’improvvisazione sposa una lucidità compositiva fuori dal comune.

In conclusione, mi sento di consigliare questo disco a chi cerca sempre di andare oltre con la musica così come hanno fatto questi quattro notevoli musicisti.

Prodotto dai Pith e Raffaele Abbate


TRACK LIST (cliccare sul titolo per l'ascolto)


Foldingorange episode

 Annissim

 Like drops

 Nina

 I fixed my eyes with your eyes

Mirrored

 Rivolta

 Quand bien même

 With drums

 Music for Rojava

  

 

 

 

 

sabato 30 luglio 2022

Abisso-"Son of Abyss"-Commento di Fabio Rossi


 

COMMENTO DI FABIO ROSSI 


Artista: Abisso

Album: Son of Abyss

Genere: Dark Ambient

Anno: 2022

Casa discografica: Autoprodotto

 

Tracklist

1. O

2. Son Of Abyss

3. Khobalto

4. Fragile

5. Sin.k.hope

6. Veined Death

7. Subliminal Whisper

8. Malik

9. Vacuum

10. Soul Esalation

 

Line Up

EryaV & D’avy: all instruments



Il debutto del duo italiano di musica sperimentale Abisso è destinato a non passare inosservato. La mia potrebbe essere una previsione troppo ottimistica e in palese controtendenza con la pochezza artistica che, ahimè, ci travolge quotidianamente. Son of Abyss è senza tema di smentita un concept album strumentale sorprendente, affascinante e di una bellezza cristallina, composto da dieci tracce poetiche, angoscianti e allo stesso tempo melodiose che non possono non affascinare chi ha un animo sensibile. L’atmosfera è quasi rarefatta e riporta a certe alchimie sonore care ai Tangerine Dream e ai Pink Floyd, alle colonne sonore di film horror (quelli di alta qualità), al progressive (specie per la presenza del pianoforte e del violino), finanche alla classica, tuttavia sarebbe riduttivo associare il progetto degli Abisso a un genere definito.



Ho utilizzato l’etichettatura dark ambient che forse è la più indicata per definire la musica del disco. Credo, però, che ogni ascoltatore possa trovare una via diversa per farsi conquistare da questa proposta coraggiosa ed elegante, così pregna d’intense ambientazioni oniriche che si dipanano nell’arco delle varie composizioni, le quali, sia ben inteso, necessitano di un alto grado di concentrazione per essere adeguatamente assimilate. Non siamo al cospetto di una musica complessa, tutt’altro. La stessa si presenta in una veste minimalista e non bisogna cercare di imbrigliarla, sarebbe inutile, occorre invece lasciarsi andare e farsi trasportare in dimensioni ultraterrene dove potremmo, almeno per un po’, trovare la serenità che la vita reale ci nega. Tutto ciò a fronte di una musica che potrebbe essere classificata a tutti gli effetti come inquietante, sembra strano, vero? Eppure, quello che ho provato è proprio tranquillità, come se fossi giunto in un altro universo da condividere solo con le persone che amo.

 

Abisso, l’ignoto che seduce. Un messaggio in codice?

 

Provate a decifrarlo voi.






Led Zeppelin: 30 luglio del 1973


Il 30 luglio 1973 i 
Led Zeppelin, ormai rock-star planetarie, sono nel pieno del North American Tour.

Viaggiano a bordo del loro Jet privato, arredato come una casa di lusso, con tanto di bar, organo e, si immagina, letti comodi!

Quando si dice "sesso, droga e rock'n'roll" vengono in mente queste immagini!

Long live rock!
Wazza



giovedì 28 luglio 2022

Che impatto hanno i concerti sull’ambiente?


Che impatto hanno i concerti sull’ambiente?

Fonte: https://energia-luce.it/news/impatto-ambientale-concerti/

Articolo di Margherita Ferrari (redattrice papernest.com)

 

Dai concerti dei cantanti internazionali fino alle fiere e sagre locali, l’organizzazione di un evento e il suo sviluppo ha un forte impatto ambientale.

Infatti, dietro allo svolgimento di un evento ci sono una serie di procedure, ciascuna delle quali provoca conseguenze più o meno devastanti per l’ambiente.

Se teniamo in considerazione lo spostamento dell’attrezzatura, gli effetti scenografici, l’installazione degli impianti elettrici e acustici, l’inquinamento di rifiuti prodotti dai partecipanti e il loro smaltimento, possiamo facilmente intuire che l’organizzazione di eventi avrà, per forza di cose, un impatto ecologico negativo.

Tuttavia, non si parla solo di inquinamento atmosferico, bisogna infatti tenere conto anche dell’inquinamento acustico e luminoso.

Ma quanto inquina realmente un concerto?

L’ammontare di CO2 emessa durante un concerto non è costante, essa dipende da molti fattori, i quali possono avere un impatto più o meno grave sul pianeta. Uno degli elementi determinanti è sicuramente la dimensione dell’evento, in particolare il numero di partecipanti che possono essere ospitati.

Lo studio svolto dal Green Touring Network ha provato a rispondere a questa domanda. Ha stimato che la musica dal vivo genera circa 670.000 tonnellate di CO2 all’anno. Questo significa che, per ciascun partecipante, la quantità di anidride carbonica emessa varia dai 2 ai 10 kg di CO2. Quindi, se consideriamo un concerto con 50.000 spettatori, questo genererebbe dai 100.000 ai 500.000 kg di CO2 che equivale a 30 voli andata e ritorno da New York a Londra.

Le principali cause di tali emissioni sono dovute, in primo luogo, alla sede in cui si svolge il concerto con una percentuale del 34%, seguito dai trasporti (privati o pubblici) con il 33% e la produzione di merchandising con circa il 12%.

Per esempio, recentemente, in seguito alla seconda edizione del tour di Jovanotti (Jova Beach Party), sono state rivolte critiche al cantante con riferimento ai luoghi scelti per i concerti. Infatti, per ciascuna tappa del tour, è stata individuata una spiaggia che potesse ospitare un numero elevato di partecipanti, lontano dai centri abitati. Questo comporta l’utilizzo di auto o autobus per recarsi sul luogo dove si terrà il concerto e dunque aumentare l’emissione di anidride carbonica.

 


Quali saranno gli sviluppi nei prossimi anni?

Negli ultimi anni e in particolare in seguito alla pandemia da COVID-19, l’interesse dei cittadini nel salvaguardare l’ambiente è cresciuto drasticamente.

Il timore per il nostro pianeta sta aumentando e tutto ciò ha portato i cittadini ad essere più attenti e responsabili, aumentando la loro disponibilità ad adottare pratiche volte a ridurre l’impatto ambientale.

Uno studio condotto a livello Europeo, ha dimostrato che il 70% dei partecipanti è disposto a prendere mezzi di trasporto pubblici funzionanti se questo riducesse l’emissione di anidride carbonica e, circa il 50% sarebbe disposto a pagare un prezzo del biglietto più alto per risparmiare energia elettrica.

Per non dover rinunciare definitivamente a questi momenti di socializzazione e condivisione, quello che dobbiamo realmente domandarci è:

“È possibile organizzare concerti ed eventi in modo sostenibile e ridurre drasticamente l’impatto ambientale?”


Come possiamo aiutare?

Sono numerose le iniziative e le idee messe in pratica per rispondere a queste domande. In particolare, le alternative e soluzioni più sostenibili sono volte a ridurre la circolazione di bicchieri in plastica usa e getta. Il progetto prevede di mettere a disposizione bicchieri acquistabili temporaneamente su cauzione, dando la possibilità di restituirli una volta finito l’evento e riottenere i soldi indietro.

Ci sono soluzioni che riguardano anche il trasporto: incentivare l’uso dei trasporti pubblici, aumentando la loro frequenza ed estendendo l’area di copertura. Altre soluzioni riguardano la presenza di contenitori per la raccolta differenziata o l’utilizzo di energia elettrica sostenibile sui palchi, tramite l’utilizzo di pannelli fotovoltaici.

Un esempio sono i Coldplay, gruppo inglese che nel 2019 aveva annunciato il rinvio del loro tour fino a quando non sarebbe stato possibile trovare soluzioni per rendere sostenibili i propri concerti. In seguito, il gruppo ha adottato nuove tecnologie per ridurre l’emissione di CO2, quali l’utilizzo di pavimenti cinetici che permettono ai fan di produrre energia elettrica ballando su di essi.

Queste iniziative saranno sufficienti a far fronte alla crisi climatica in cui stiamo vivendo? Quale sarà il futuro dei concerti? Per ora quello che possiamo fare è adattare le nostre abitudini e iniziare a contribuire per salvaguardare il nostro pianeta.