La sera dell'8 dicembre 1980,
alle 22.51, al termine di un pomeriggio trascorso al Record Plant Studio,
mentre John Lennon si accingeva a rincasare con la moglie e si trovava
di fronte all'ingresso del Dakota Building (il lussuoso palazzo in cui
risiedeva, sulla 72ª strada, nell'Upper West Side a New York), un
venticinquenne squilibrato di nome Mark David Chapman esplose contro di lui
cinque colpi di pistola colpendolo alle spalle quattro volte (il quinto colpo
non andò a segno) mentre esclamava: «Hey, Mr. Lennon». Uno dei
proiettili trapassò l'arteria succlavia e Lennon fece in tempo a fare ancora
qualche passo salendo i gradini che portavano alla guardiola della sicurezza
mormorando «I was shot…» ("Mi hanno sparato"), prima di cadere
al suolo perdendo i sensi. Soccorso da una pattuglia di polizia,
Lennon perse conoscenza durante la corsa verso il Roosevelt Hospital, dove fu
dichiarato morto.
«Non ho paura di morire, sono
preparato alla morte perché non ci credo. Penso che sia solo scendere da
un'auto per salire su un'altra.»
J.L. (1969)
Il 14 dicembre 1980 milioni di
persone in tutto il mondo risposero all'appello di Ono di fermare ogni attività
per 10 minuti di silenzio in onore di Lennon. Trentamila si riunirono a
Liverpool e circa 225 000 persone si recarono a Central Park, vicino al luogo
del delitto. In questi dieci minuti, ogni stazione radiofonica di New York City
sospese le trasmissioni.
«Non rimpiango niente di quello che
ho fatto, davvero, a parte forse di aver ferito altre persone. Non rinnego
niente.»
Diventa sempre più difficile, per il
recensore, descrivere a parole l’Opera di un personaggio così “non
incasellabile” quale è Gianni Venturi.
Poeta, scrittore, cantante, compositore, sperimentatore della voce, alla fine
diventa egli stesso performance di arte contemporanea nella quale a essere
esibito è il suo vissuto tormentato: nelle sue rughe c’è tutta l’infanzia e
l’adolescenza, faticosa e a tratti molto dolorosa, in un contesto rurale per
lui limitante, frustrante e inappropriato, sui colli bolognesi; nelle sue mani
c’è il commerciante ambulante, sempre tra la gente, immerso nella gente, eppure
così alieno a quel linguaggio popolare che il Sistema annichilente dell’Era
Moderna vorrebbe appioppare e imporre alla vulgata. Venturi, “oxymoron” vivente
nella più nobile accezione metaforica e retorica del termine, alieno calato nel
tessuto popolare e attento osservatore, lucido, analitico e critico (ma mai
cinico o snobistico) di ciò che lo circonda.
Tra i suoi linguaggi musicali ci sono e ci
sono stati il prog-rock, il jazz, il jazz-rock, la musica popolare e
cantautorale. Nel suo presente un percorso di musica d’avanguardia e
sperimentazione vocale da tempo intrapreso.
E infatti questo suo nuovo album solista,
intitolato “L’ordine nella cura”,
si inserisce in quella sua produzione, punteggiata dai precedenti “Mantra
Informatico” e “Il poema della balena spiaggiata”, nei quali è la
voce venturiana l’indiscussa assoluta protagonista, solo minimamente supportata
da loops elettronici e minimi altri artifizi strumentali, con arrangiamenti
ridotti all’osso ma sempre funzionali alla scrittura.
Ed è così che, nella opener “Petali”,
sull’ipnotico roteare nell’aria delle tablas, Venturi si trasforma in
didjeridoo ma persino in portoni che cigolano; nei due brani “Il bosco”
(suddivisi in parte prima e parte seconda) la musica si fa poesia e teatro:
Venturi recita le sensazioni dell’uomo immerso nel tutto e parte di esso,
supportato da lancinanti strumenti ad arco che diventano quasi vento tra le
fronde; “Good morning” è ancora una volta “ossimorico”: titolo
sarcastico per una trama nella quale è
narrata l’alienazione della vita moderna, con inserti e citazioni di pura
musica concreta… Una radio che canta le false gioie del consumismo. Le uniche
bellezze sono quelle della natura, del sole che filtra fra le nubi, ma la gente
schiava dall’occhio vitreo non le nota nemmeno più.
La title-track diventa quasi un
“doo wop dell’apocalisse”: “Non siamo altro che formiche che accumulano
scorte per l’inverno”. In questa frase è riassunto tutto il male della
società di oggi.
Archi, pizzicati o dalle note lunghe,
percussioni come crotali nel deserto, sono di appoggio alla voce del
protagonista in “La casa dall’anima”: un appello di questo
“bipede eretto dalla mano prensile” a scegliere quale forma di evoluzione potrà
essere per noi salvifica o maledetta: quali colori? Quelli di un ologramma o di
un tramonto?
Le trame orientali di “Tutto è amore”,
costruite non solo attraverso strumenti ma, ancora una volta, attraverso il
sapiente uso della vocalità di Venturi, oggi suonano, nella loro cupezza, come
critica logica al positivismo utopista dell’era Flower Power; tuttavia, il
messaggio non è mai crudele o disincantato, semmai è un invito a riappropriarci
della nostra Madre Terra e del nostro posto in essa.
“Donne di canapa” è ancora
Oriente, è Arabia, è Nord Africa. Sembra incredibile come ci si possa perdere
negli orizzonti e nei continenti tutti contenuti nella voce di Venturi. Torna
il tema dell’amore, ma anche quello dell’equilibrio uomo/natura, pilastri della
poetica venturiana.
“Il cancro neoliberista” ha già nel
titolo il suo riassunto: potrebbe sembrare quasi un canto religioso, una
preghiera o invocazione, se non fosse che, al contrario, mette proprio in
guardia dai falsi dèi.
E un album così non si può che concludere con
un titolo emblematico del messaggio venturiano: “Ilritmo della terra”
elettronica, sequenze, tablas, tappeti, per tornare a riconciliare il nostro
essere con il mondo che ci circonda.
Un artista che non delude mai e che continua
a superare i suoi stessi limiti, invitandoci alla riflessione e al pensiero
critico.
Nel segno della Rock Lit
(il saggio di Liborio Conca in libreria per Jimenez
Edizioni), o forse-in questo caso- della pop/rock lit, i libri si
vendono anche con le colonne sonore.
È il caso di “Hello
Tomorrow”, firmata dal
musicista e produttore Salvatore Papotto aka Berlin-Babylon
Project:
unaballad pop/rock che vuole essere, idealmente, la colonna
sonora di “Diario del deserto”, esordio letterario della cremasca Arianna
Lepre, e che è disponibile su tutte le piattaforme digitali (Edizioni La
Stanza Nascosta Records).
È indubbio che, se “Diario dal deserto” suonasse,
lo farebbe sulle note di “Hello Tomorrow”, cullate dalla vocalità espressiva
e vertiginosa di Roberta Usardi, già voce del monumentale concept-
album “Ragnarök”.
Papotto esprimeuna concezione della musica
intesa come espressione artistica totalizzante, abbracciando l’intreccio
artistico tra suono e letteratura, in omaggio ad una contaminazione
benefica che spesso fa scoccare la scintilla della ricerca intellettuale.
Che si parta dalla musica per arrivare alla letteratura o viceversa, poco
importa: la sperimentazione degli autori non conosce priorità valoriali
né steccati di genere.
Nel
caso in questione entra in gioco anche un diverso linguaggio artistico,
quello del videoclip, che qui funge anche da booktrailer
del libro.
Quasi quattro
minuti di immagini e brevi frammenti video inediti dell’esperienza di
Arianna Lepre in Emirates, montati dalla videomaker Irene
Franchi: un “carosello” ad alto impatto emotivo, in cui la dimensione
sonora si intreccia a quella visiva, armonizzando perfettamente con le corde
del lettore.
Pregevole la scelta dell’inserimento di frame
di video originali e dunque “artigianali”: Franchi ha privilegiato l’autenticità,
in un frangente in cui il rischio dell’effetto patinato era dietro l’angolo.
Viene raccontata, visivamente, un’esperienza
esistenziale autentica, come profondamente autentici risultano il libro e
la canzone. Arianna Lepre, classe 1990, è nata a Milano e vive a Crema.
Da sempre appassionata di lingue e culture
straniere, dopo la laurea in interpretariato si trasferisce a Dubai,
dove diventa assistente di volo.
Emiratesè
l’esperienza che le cambierà la vita: a bordo dell’aereo
passeggeri più grande al mondo inizierà a
viaggiare in tutti i continenti.
Proprio questa esperienza è al centro di “Diario
Dal Deserto”: dal superamento delle selezioni per la compagnia Emirates
(scoperte in modo del tutto casuale durante il periodo del Master di
specializzazione in Interpretariato a Pisa) al trasferimento a Dubai,
nella residenza Sarab (nomen omen, un autentico miraggio nel bel
mezzo del deserto), passando per la settimana di induction- un “momento
esplorativo e conoscitivo” insieme ai new joiners, i nuovi
arrivati, nella sede della compagnia- e per il serrato ed estremamente tecnico corso
di addestramento, fino ai voli come cabin crew a bordo dell’aereo
passeggeri più grande del mondo, l’Airbus A380, “The Giant of the Sky”(Il
gigante del cielo).
“Mi sembrava una nave. Aveva quattro
motori eppure era silenziosissimo. Alle volte mi chiedevo come potesse riuscire
a volare: era un aereo, ma sembrava una balena! Lo chiamavamo Big Mama.”
Arianna Lepre si inserisce, in punta di
piedi, nel solco della letteratura di viaggio (non a caso è concittadina di Beppe
Severgnini) e lo fa con brio e schiettezza, tratteggiando una
suggestiva storia di incontro con un “diverso” al quale ci si accosta
con uno sguardo vergine.
<<Il guardare lontano, il guardare
oltre (Hello Tomorrow appunto, che era lo slogan
della compagnia quando ne entrai a far parte dieci anni fa) è sicuramente
uno dei punti cardine della “filosofia” di Emirates- racconta l’autrice.
Il brano composto da Salvatore Papotto coglie
nel segno, affondando nel cuore di quella esperienza per me irripetibile
e formativa. Penso che, come me, tanti cabin crew possano
identificarsi in “Hello tomorrow”ed emozionarsi profondamente.>>
Diario del deserto (così come la sua “trasposizione”
sonora, “Hello Tomorrow”) è l'accettazione del guanto di sfida lanciato
dal vero viaggio di scoperta: non solo gioiosa incoscienza, ma
anche-soprattutto- la proiezione in un altrove estraneo, che viene
acquisito alla toponomastica personale nel modo più veritiero, attraverso il
prisma empirico dell’esperienza e del vissuto.
“Demain à
l’aube”, autoproduzione consegnata al grande pubblico a partire
dal 1° dicembre 2024, è il nuovo album di Gérald
Massois, raffinato e brillante polistrumentista, compositore e
arrangiatore francese. Quest’opera si pone come secondo capitolo di una
trilogia, iniziata sette anni fa con il precedente lavoro, intitolato “Le
vol erratique d’un papillon”.
Tema centrale di “Demain à l’aube” è la
guerra civile spagnola: la scrittura di Massois è prepotentemente biografica,
dal momento che nella stesura della trama l’autore ha attinto molto dalle
vicende vissute dal nonno. La maggior parte del lavoro, dunque, sia in
composizione, sia in esecuzione, grava su Massois, ma con una serie di
collaborazioni decisamente di prestigio nella scena musicale progressiva
francese: troviamo infatti Maxx Gillard (già precedentemente a fianco di
Massois) alla batteria, Jonathan Tavan al basso, il co-produttore e
co-arrangiatore Nicolas Gardel, che esegue alcune parti pianistiche e ai
sintetizzatori, oltre a firmare con Massois l’unico brano scritto “a quattro
mani” del disco, cioè “La bataille de l’Ebre, Pt. 2”; e poi ancora, sempre in
questa stessa traccia, Gionatan Caradonna dei Profusion al pianoforte. E
la lista di ospiti prosegue con Sarah Tanguy (violoncello), Pierre-Emmanuel
Gillet (chitarra), Yohann Gros al piano.
Il concept si apre con “1939”:
gli struggenti archi che introducono la breve traccia determinano già
l’intensità emotiva che percorrerà tutto l’album, con un incipit degno della
colonna sonora di un “kolossal” della cinematografia. Archi caldi e avvolgenti
si intrecciano con il suono più acido e agrodolce del Mellotron, mentre
chitarre acustiche e pianoforte punteggiano il tutto con tocchi sapienti. Ma è
forse dalla seconda traccia, con la deflagrazione della chitarra di Massois, al
tempo stesso aggressiva, lancinante, ma anche languida, che si entra nel vivo
della vicenda: “Les ennemies d’hier” è una grande prova di
hard-prog sinfonico, con un cantato teatrale che narra la vicenda, mentre
chitarre e tastiere sembrano duellare tra loro.
I due brani intitolati “La bataille de
l’Ebre” e catalogati come “Part 1” e “Part 2”
vanno di fatto a formare un’unica suite da oltre un quarto d’ora di durata. La
prima delle due tracce fa da introduzione strumentale alla successiva, in un
turbinante alternarsi di momenti acustici e metallici, sinfonici e rarefatti,
tra riff di chitarra incandescenti e, ancora una volta, melodie chitarristiche
capaci di arrivare al cuore. La seconda parte invece inizia con il cantato e il
pianoforte. Mentre il primo dei due momenti trasmette attraverso le note le
reali sensazioni della battaglia, l’inizio struggente della “Part 2” evoca la
conta dei defunti nelle trincee e dei dispersi sul campo, vittime di un destino
impietoso e implacabile. Grandi prodezze chitarristiche e tastieristiche
nell’alternarsi di momenti ora più cupi, ora più intensi, disseminati negli
oltre 10 minuti della traccia.
“Les trains d’ombres”, pur con
i suoi crescendo e i suoi riff, conserva la delicatezza di uno dei momenti più
intimisti e malinconici dell’intera opera, con un finale epico ed emozionante.
“Une colline sans nom” prende
forma gradualmente, tra piccoli tocchi di pianoforte, effetti sonori ambientali
e rumorismo, fino a delinearsi in un efficace riff sorretto da solidi tappeti
di tastiere. Siamo di fronte a un’altra suite di circa un quarto d’ora di
durata, nella quale si può apprezzare in modo particolare il grandissimo lavoro
di cesello effettuato dalla solida sezione basso/batteria nel congiungere i
vari momenti del brano. Suggestioni arabeggianti evocate da sonorità simili a
liuti, chitarre acustiche dal sapore di flamenco, orchestrazioni maestose e
splendidi temi chitarristici e tastieristici che svettano su contorni sinfonici
sono gli ingredienti di questo lungo e articolato brano, interamente
strumentale.
“L’encre dex maux” è uno dei
momenti del disco, invece, più incentrati sulla classica forma-canzone,
sorretto dal canto su un accompagnamento di chitarra acustica, accanto alla
quale si innestano lievi tocchi di tastiere.
La quiete prima della tempesta, si potrebbe
dire, visto che la title-track è di nuovo una lunga suite,
introdotta dalle note cupe del violoncello, affiancate per contrasto da accenti
scintillanti del pianoforte.
Il canto, inizialmente sorretto solo dal
piano, si fa via via più intenso e drammatico e con esso l’energico
arrangiamento che lo circonda, tra tastiere sinfoniche e corali.
Verso la metà il brano assume i contorni del
metal-prog, con scontri furiosi tra chitarra e organo Hammond distorto e un
ottimo supporto di basso e batteria, che tracciano linee armonico/ritmiche
brillanti.
Nelle liriche di questa traccia si snodano i
destini dei due fratelli protagonisti del concept-album, separati dagli orrori
della guerra, mentre la musica ci guida verso un gran finale di forte intensità
emotiva.
La chiosa, con il suono delle onde del mare,
è affidata a “Les passagers du vent”, un’altra malinconica ballad
inizialmente guidata da chitarra acustica, pianoforte e voce, con gli altri
strumenti che gradualmente si inseriscono fino al finale affidato al solo di
chitarra, che termina sfumando.
Potrebbero venire alla mente tre paragoni
illustri, ascoltando questo album: “The snow goose” dei Camel, in quanto
si tratta di un altro concept incentrato sulla guerra (in quel caso la
battaglia di Dunkirk); “The Wall” dei Pink Floyd per il senso di
amarezza e desolazione che pervade le varie tracce; “Octavarium” dei
Dream Theater per il perfetto equilibrio tra sonorità energiche e
orchestrazioni sinfoniche. Il tutto, però, mutuato attraverso la grande
sensibilità francese per un rock teatrale e drammatico, che passa attraverso
nomi storici come Ange, Atoll e Mona Lisa.
Album consigliatissimo, nel quale tutti gli
ingredienti sono perfettamente soppesati ed equilibrati, dalle parti acustiche
a quelle elettriche, dai momenti più rarefatti a quelli più maestosi.
Concludiamo ricordando che Gérald Massois ha
anche curato la grafica dell’album, con la foto di copertina realizzata da Anke
Sundermeier.
A tre anni dall’ottimo esordio progressive sinfonico “The
Dark Presence”, i Blacksmith Talespubblicano “Pathway to
Hamlet’s Mill” tramite Aereostella | Immaginifica, album pensato
e composto dal pianista e leader del gruppo David Del Fabro.
Le radici della band risalgono agli anni ’90, quando Del
Fabbro scrive quasi tutte le basi del concept per quello che sarà l’esordio
“The Dark Presence”, ispirato dalle sue numerose letture del periodo, ma che
vedrà la luce solo nel 2021 dopo anni di esperienza in cover band dei Rush,
Genesis, Pink Floyd, Kansas, Gentle Giant.
La band oggi vede, oltre a David Del Fabbro al pianoforte ed
al controcanto, Stefano Sbrignadello alla voce solista e controcanto, Beatrice
Demori alla voce solista e controcanto, Marco Falanga alle chitarre, Simone
Morettin alla batteria, Luca Zanon al pianoforte, al moog.
L'album trae ispirazione dal libro Hamlet's Mill
di Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, un'opera che indaga il mito come
mezzo per tramandare la conoscenza degli antichi e comprendere la struttura del
tempo. In un certo modo, la narrazione si evolve e il percorso avviato con The
Dark Presence trova una naturale prosecuzione in Pathway to Hamlet's Mill.
La musica di Pathway to Hamlet’s Mill mantiene
un'impronta ricercata, con composizioni e arrangiamenti curati magistralmente
da David Del Fabro, un artista che dimostra una profonda padronanza della
propria arte e le liriche si incastonano perfettamente nel tessuto musicale,
ottimamente interpretate dalle voci di Sbrignadello e della Demori.
Tra le novità del disco spicca il brano “C’è casa a
trenta miglia”, una ballata in italiano in cui l’autore rievoca con
nostalgia l’infanzia ormai lontana, intrecciandola a immagini di un futuro
ancora da immaginare … brano che non mi stanco mai d’ascoltare e che dimostra
tutta la qualità compositiva ed esecutiva della band.
Il lavoro richiama fortemente il prog degli anni '70, ma lo
reinterpreta con una visione moderna che lo proietta nel presente, dimostrando
come questo genere possa ancora evolversi e raccontare nuove storie, senza
restare intrappolato nelle ombre di ciò che è stato creato oltre cinquant’anni
fa.
A conferma di quanto detto, è sufficiente immergersi
nell'ascolto della traccia di apertura, "Hamlet’s Mill Overture",
per essere catapultati in un vortice di tastiere e chitarre. Il brano, fedele
alla migliore tradizione prog, si trasforma continuamente nel suo sviluppo,
mettendo in luce anche una sezione ritmica capace di alternare colpi decisi a
tocchi più delicati … un plauso alla voce di Stefano Sbrignadello che
ottimamente si inserisce nelle trame musicali marchiando a fuoco il brano.
Non posso non citare “The Flame Within”, altro
esempio di prog moderno con potenti riff di chitarra che si alternano a momenti
estremamente coinvolgenti con la stupenda voce della Demori a condurre le danze
… signori questo è prog degli anni 2000!
Ancora chitarre, tastiere e sezione ritmica a mostrare i
muscoli in “Descend Of God” dove si apprezzano anche le armonie
vocali ed i continui stacchi di organo e chitarra.
Ma il brano che mi ha toccato più nel profondo è “Dance
Of The Stars” dove il folk anglosassone incrocia il prog … melodia
meravigliosa, arrangiamenti che ci trasportano nelle terre del nord … la voce
femminile poi è una carezza al cuore.
Signori questo è il prog che avanza e non indietreggia come
purtroppo a volte mi è capitato di ascoltare.
L’ingrediente, oltre la bravura dei singoli elementi è che
hanno osato, si sono messi in gioco ed hanno prodotto un disco che trasuda
passione, amore e grande qualità tecnica.
Non esitate ad entrare nel mondo di Pathway to Hamlet’s
Mill, perché sono certo che, una volta varcata la soglia, non vorrete più
uscirne.
«Demain à l'aube»,
une autoproduction livrée au grand public à partir du 1er décembre 2024, est le
nouvel album de Gérald Massois,
multi-instrumentiste, compositeur et arrangeur français raffiné et brillant.
Cet ouvrage constitue le deuxième chapitre d'une trilogie, commencée il y a
sept ans avec l'ouvrage précédent, intitulé «Le vol erratique d'un papillon».
Le thème central de "Demain à l'aube" est la
guerre civile espagnole: l'écriture de Massois est essentiellement
biographique, car en écrivant l'intrigue, l'auteur s'est beaucoup inspiré des
événements vécus par son grand-père. L'essentiel du travail, tant dans la
composition que dans l'exécution, pèse donc sur Massois, mais avec une série de
collaborations décidément prestigieuses sur la scène musicale progressive
française: en effet, on retrouve Maxx Gillard (précédemment aux côtés de Massois)
à la batterie, Jonathan Tavan à la basse, le coproducteur et co-arrangeur
Nicolas Gardel, qui interprète quelques parties de piano et de
synthétiseurs, ainsi que la signature
avec Massois de la seule chanson écrite "à quatre mains" sur l'album, à
savoir "La bataille de l'Èbre, Pt. 2" ; et puis encore, toujours dans ce même
morceau, Gionatan Caradonna de Profusion au piano. Et la liste des invités se
poursuit avec Sarah Tanguy (violoncelle), Pierre-Emmanuel Gillet (guitare),
Yohann Gros au piano.
Le concept s'ouvre avec "1939": les cordes poignantes qui
introduisent le court titre déterminent déjà l'intensité émotionnelle qui
traversera l'ensemble de l'album, avec un incipit digne de la bande originale
d'un "blockbuster" de la cinématographie. Des cordes chaudes et enveloppantes
s'entremêlent au son plus acide et doux-amer du Mellotron, tandis que les
guitares acoustiques et le piano ponctuent le tout de touches habiles. Mais
c'est peut-être dès le deuxième morceau, avec l'explosion de la guitare de
Massois, à la fois agressive, atroce, mais aussi langoureuse, que l'on entre
dans le vif du sujet: "Les ennemies d'hier" est une belle mise à l'épreuve du
hard-prog symphonique, avec un chant théâtral qui raconte l'histoire, alors que
guitares et claviers semblent se battre en duel.
Les deux pièces intitulées "La bataille de l'Èbre" et
cataloguées sous les numéros "Partie 1" et "Partie 2" forment une seule
suite de plus d'un quart d'heure. Le premier des deux morceaux sert
d'introduction instrumentale au suivant, dans une alternance tourbillonnante
d'acoustique et de métallique, de moments symphoniques et raréfiés, entre des
riffs de guitare incandescents et, une fois de plus, des mélodies de guitare
capables d'atteindre le cœur. La deuxième partie commence par le chant et le
piano. Alors que le premier des deux moments transmet les sensations réelles de
la bataille à travers les notes, le début poignant de "Part 2" évoque le
décompte des morts dans les tranchées et des disparus sur le terrain, victimes
d'un destin impitoyable et implacable. De belles prouesses à la guitare et au
clavier dans l'alternance de moments tantôt plus sombres, tantôt plus intenses,
disséminés tout au long des plus de 10 minutes du morceau.
"Les trains d'ombres", même avec ses crescendos
et ses riffs, conserve la délicatesse de l'un des moments les plus intimes et
mélancoliques de tout l'opéra, avec un final épique et émouvant.
"Une colline sans nom" prend forme progressivement, entre
petites touches de piano, bruits ambiants et bruits, jusqu'à prendre forme dans
un riff efficace soutenu par de solides tapis de clavier. Nous sommes face à
une autre suite d'environ un quart d'heure, dans laquelle on peut
particulièrement apprécier le grand travail de ciseau effectué par la solide
section basse/batterie en joignant les différents moments de la chanson. Des
suggestions arabes évoquées par des sonorités de luth, des guitares acoustiques
à saveur flamenco, des orchestrations majestueuses et de splendides thèmes de
guitare et de clavier qui se détachent sur des contours symphoniques sont les
ingrédients de cette pièce longue et articulée, entièrement instrumentale.
"L'encre dex maux" est l'un des moments de
l'album, en revanche, plus axé sur la forme classique de la chanson, soutenu
par le chant sur un accompagnement de guitare acoustique, à côté duquel de
légères touches de claviers se greffent.
Le calme avant la tempête, pourrait-on dire, puisque la
pièce-titre est à nouveau une longue suite, introduite par les notes sombres du
violoncelle, flanquée de contrastes par les accents étincelants du piano.
Le chant, initialement soutenu uniquement par le piano,
devient progressivement plus intense et dramatique et avec lui l'arrangement
énergique qui l'entoure, entre claviers symphoniques et choraux.
Vers le milieu, la chanson prend les contours du metal-prog,
avec des affrontements furieux entre guitare et orgue Hammond distordu et un
excellent support de basse et de batterie, qui tracent de brillantes lignes
harmoniques/rythmiques.
Dans les paroles de ce morceau, les destins des deux frères
protagonistes de l'album-concept se déroulent, séparés par les horreurs de la
guerre, tandis que la musique nous guide vers un grand final d'une forte
intensité émotionnelle.
La conclusion, avec le bruit des vagues de la mer, est
confiée à "Les passagers du vent", une autre ballade mélancolique
initialement menée par guitare acoustique, piano et voix, les autres
instruments s'insérant progressivement jusqu'au final confié au solo de
guitare, qui finit par s'estomper.
Trois comparaisons illustres pourraient venir à l'esprit à
l'écoute de cet album :"The Snow Goose" de Camel, car il s'agit d'un autre
concept centré sur la guerre (en l'occurrence la bataille de Dunkerque); "The
Wall" de Pink Floyd pour le sentiment d'amertume et de désolation qui imprègne
les différents morceaux; "Octavarium" de Dream Theater pour
l'équilibre parfait entre sonorités énergiques et orchestrations symphoniques.
Tout cela, cependant, emprunté à travers la grande sensibilité française pour
le rock théâtral et dramatique, qui passe par des noms historiques tels que
l'Ange, l'Atoll et Mona Lisa.
Album hautement recommandé, dans lequel tous les ingrédients
sont parfaitement pesés et équilibrés, des parties acoustiques aux parties
électriques, des moments les plus raréfiés aux plus majestueux.
Nous concluons en rappelant que Gérald Massois s'est
également occupé du graphisme de l'album, avec la photo de couverture prise par
Anke Sundermeier.