Ruben
Minuto – The Larsen’s Session (Live In Studio)
Di
Luca Paoli
Non
è molto che frequento la musica di Ruben Minuto
e ho avuto occasione di conoscerlo a partire dal suo penultimo lavoro, “Think
Of Paradise,” che mi fece sobbalzare dalla sedia.
Qui
ragazzi siamo in territorio “Americano”, sigla che cela tutto il buono della
musica americana, il blues, il country, il folk, il soul e, non ultima
l’attitudine southern a condire il tutto.
Ruben
non è un novellino, ma un musicista di grande esperienza che con questo suo
ultimo lavoro raggiunge il ragguardevole traguardo dei tredici dischi
pubblicati.
Milanese,
classe 1970, Ruben Minuto ha attraversato la roots music americana sempre con
massima credibilità, una bella voce (pronuncia inglese pressoché perfetta), ottimo
musicista e compositore dalle qualità incredibili. Non volevo credere fosse
italiano e posso dire che ben pochi possono percorrere le strade polverose
della roots music americana come lo fa lui.
Registrato
dal vivo in studio in due sedute presso i RecLab Studios di Larsen Premoli, “The Larsen’s Session” ripercorre la storia
musicale di questo stupendo artista - italiano ma americanissimo nelle sue
proposte musicali - con dieci brani, di cui tre cover.
Ad
aiutarlo, come sempre, le meravigliose chitarre di Luca Crippa che si occupa
anche degli arrangiamenti.
Come
già sottolineato “The Larsen’s Session”è il suo tredicesimo
album (quarto da solista) e ripercorre la sua carriera con brani rivisitati e
riarrangiati live in studio... quindi niente trucchi ma musica vera, suonata con
cuore, passione e sudore.
Il
primo dei tre brani non autografi è “Molly & Tenbrooks”, un bluegrass
tradizionale; si prosegue col famoso brano “You're The One That I Want”,
tratto dal musical Grease, qui proposto in versione country molto
intensa; per ultimo “Why Should I Be So Lonely”, classico di
Jimmie Rodgers.
Molto
ben riuscita è “This Hour of
the Day”, dal netto sapore southern con le
chitarre protagonistee con
l’hammond suonato da Ricky Maccabruni che rilascia pregevoli assoli.
Ancora chitarre e
hammond (ma non dimentichiamoci della sezione ritmica sempre precisa a
sostenere i vari mood del disco) sono protagonisti nell’ottimo e frizzante R
& Blues “Jimmy Two Steps”, grande brano!
Le ballate mancano?
Certo che no e “Who Cares” ne è un fulgido esempio. Chitarre acustiche
ad accompagnare la
splendida voce di Rubin che, in questo caso si fa aiutare dall’altrettanto bella voce di Sophie Elle… e che slide ragazzi.
A ruota un altro grande
brano, l’intimista “In The Hands Of Time”, con le voci di Ruben Minuto e
Lucia Lombardo che incantano, così come le chitarre. Per darvi
l’idea siamo vicini alle migliorcose dei Fleetwood Mac, quelli americani con Stevie Nicks.
Per concludere la mia veloce analisi vorrei
segnalare il rock
sudista di “Hight Heel Shoes” che, oltre alle splendide e grintose
chitarre (slide inclusa), spolvera un piano boogie veramente
di alto livello.
In conclusione, se
volete immergervi nello stupendo mare dell’American roots music suonata con
passione, competenza e cuore, avvicinatevi senza timore a questo meraviglioso
artista e alla sua musica, non ne rimarrete certo delusi.
Track
List:
1)
Molly & Tenbrooks (traditional bluegrass song)
2)
This Hour of the Day
3)
Jimmy Two Steps
4)
Along the Way
5)
You Are The One That I Want (John Farrar cover)
6)
High Heel Shoes
7)
Be Alive
8)
Who Cares
9)
In the Hands of Time
10)
Why Should I Be So Lonely (Jimmie Rodgers cover)
Line
Up:
Ruben
Minuto: vocals, acoustic, electric guitars
Luca
Andrea Crippa: lead guitars (lapsteel/acoustic/electric)
Riccardo Maccabruni:
keyboards e organo hammond e piano
Compie gli anni oggi, 13 marzo,
Dave Mattacks, batterista produttore.
Non solo il “drummer dei Fairport
Convention, ma anche richiestissimo session man, suonando in 200 album di
diversi artisti.
Ha fatto parte anche della famiglia
Jethro Tull nel tour del 1992, debuttando (guarda il caso) il 13 marzo 1992. Da
quel tour venne pubblicato l’album “A Little Light Music”.
Con i Fairport Convention ha inciso
album entrati nella storia del folk-rock (e non solo) Ligi & Lief, Full
House, Nine…
Se pensate che il “vero batterista”
sia solo muscoli e potenza vi limitate a guardare il dito e non la luna…
Happy
Birthday Dave!
Wazza
FAIRPORT
CONVENTION and Simon NICOL and Dave SWARBRICK and Richard THOMPSON and Dave
MATTACKS and Dave PEGG
Photo
shoot for the Hand Of Kindness album, Chelsea Embankment, London, 1981. L to R
Clive Gregson, Simon Nicol, John Kirkpatrick, Dave Mattacks, Pete Zorn, Dave
Pegg, Pete Thomas
Con
i Fairport Convention (in studio)
· 1969 - Liege & Lief - Island
Records (ILPS9115)
· 1970 - Full House - Island (ILPS9130)
· 1971 - Angel Delight - Island
(ILPS9162)
· 1971 - Babbacombe Lee - Island
(ILPS9176)
· 1973 - Rosie - Island (88106)
· 1973 - Nine - Island (ILPS9246)
· 1975 - Rising for the Moon - Island
(ILPS9313)
· 1985 - Gladys Leap - Woodworm Records
(WR007)
· 1986 - Expletive Delighted - Woodworm
(WR009)
· 1987 - In Real Time - Island
(ILPS9883)
· 1989 - Red & Gold - Rough Trade
Records
· 1990 - The Five Seasons - New Routes
(RUE 005)
· 1995 - Jewel in the Crown - Woodworm
· 1996 - Old New Borrowed Blue
· 1997 - Who Knows Where the Time Goes?
Con
The Albion Band (in studio)
· 1973 - Battle of the Field - Island
(HELP25)
· 1977 - The Prospect Before Us -
Harvest Records (SHSP4O59)
· 1978 - Rise Up Like the Sun - Harvest
(06612)
· 1982 - Light Shining - Albino (ALB001)
· 1983 - Shuffle Off - Spindrift
(SPINlO3)
Con
Joan Armatrading
· 1976 - Joan Armatrading - A&M
Records (AMLH645)
· 1980 - Me Myself I - A&M (AMC2410)
Con
Sandy Denny
· 1973 - Like an Old Fashioned Waltz -
Island (ILPS9258)
· 1977 - Rendezvous - Island (ILPS9433)
Con
Nick Drake
· 1970 - Bryter Layter - Island
(ILPS9134)
Con
Brian Eno
· 1977 - Before and After Science -
Polydor Records (2344 087)
· 1978 - Music for Films - Polydor (2310
623)
Con
Peter Green
· 1980 - Little Dreamer - Creole Records
(624300)
· 1981 - Whatcha Gonna Do? - Creole
(624600)
Con
George Harrison
· 1981 - Somewhere in England - Dark
Horse Records (9237341)
· 1982 - Gone Troppo - Dark Horse
(K56870)
Con
The Incredible String Band
· 1970 - I Looked Up - Elektra Records
(EK574061)
Con
Jethro Tull
· 1992 - A Little Light Music -
Chrysalis Records (CHR1954)
Con
Elton John
· 1985 Ice on Fire - Rocket Records
(HISPD26)
· 1986 Leather Jackets - Geffen Records
(GH5241 14)
Con Phil Manzanera
· 1977 Listen Now - Polydor (2302 074)
Con Paul McCartney
· 1982 - Tug of War - Parlophone
(PCTC2S9)
· 1983 - Pipes of Peace - Parlophone
(CDP74601)
· 1984 - Give My Regards to Broad Street
- Parlophone (PCTC2)
· 1989 - Flowers in the Dirt - Capitol
Records (C191653)
Con
Chris Rea
· 1978 - Whatever Happened to Benny
Santini? - Magnet Records (MAGSO21)
· 1980 - Tennis - Magnet (MAGLSO3)
· 1982 - Chris Rea - CBS Records (37664)
· 1983 - Water Sign - Teldec (625533)
Con
Richard and Linda Thompson
· 1975 - Pour Down Like Silver - Island
(ILPS9348)
· 1976 - Guitar, Vocal - Island (ICD8)
· 1978 - First Light - Chrysalis (6307)
· 1979 - Sunny Vista - Chrysalis
(CHR1247)
· 1981 - Strict Tempo - Elixir (LP1)
· 1985 - Across a Crowded Room - Polydor
(8254211)
Con
Bill Wyman
· 1981 - Bill Wyman - A&M (AMLH68S)
Czech
& Slovak Fan Club Jethro Tull at Lucerna, Prague - 10. May 1992 - with Ian
Anderson, Martin Barre, Dave Pegg & Dave Mattacks
Heavy Metal. Questo basterebbe a
descrivere e incapsulare in due immortali parole il sound degli italiani Ibridoma.
Parliamo di una band che calca le
scene da ormai 20 anni, ha suonato più o meno ovunque, dividendo il palco con
alcune delle band più importanti del genere (Queensryche e Manowar, per
nominarne due), nonché ospitando su un album due dei tre cantanti più noti che
hanno militato negli Iron Maiden. No, non parlo di Bruce Dickinson, ma di Paul
Di’ Anno e Blaze Bayley. Mica male.
Questo non tanto per fare una
sviolinata non richiesta ai marchigiani, formazione che ruota attorno al
batterista Alessandro Morroni e al cantante Christian Bartolacci,
in pianta stabile fin dal 2001, anno della fondazione della band, ma per far
capire a chi legge quanto la proposta degli Ibridoma sia effettivamente e
completamente radicata nella più pura tradizione del metallo pesante.
Non mancano alcune parti che ci
ricordano come siamo all’ascolto di un album non uscito negli anni ‘80
(complice anche una produzione potente e cristallina), per cui gli Ibridoma a
mio avviso riescono a coniugare un animo old school con tendenze più moderne e
fresche, e non si può mai parlare di “operazione nostalgia”.
L’album di cui parlerò brevemente in
questa recensione, “City of Ruins”,
esce nel 2018 per Punishment 18 Records, etichetta italiana capace di regalare
autentiche perle, ed è stato promosso a mezzo stampa e con concerti (bei
ricordi, quelli) in lungo e in largo nei mesi e negli anni successivi alla sua
pubblicazione.
La formazione è completata da Marco
Vitali e Sebastiano Ciccalè alla chitarra e da Leonardo
Ciccarelli al basso.
Il titolo dell’album si rifà ai
tragici eventi che hanno scosso il Centro Italia nel 2016, con ben cinque
canzoni che si rifanno nello specifico al terremoto che, disgraziatamente, ha
colpito anche persone vicine alla band.
Torniamo alla musica. Le 10 canzoni
che compongono il quinto album della band sono piacevoli, rocciose, e sono
sicuro che dal vivo hanno scatenato un bel po’ di headbanging tra i presenti.
Va detto che la proposta degli
Ibridoma non è particolarmente originale, ma l’album riesce a suonare in
qualche modo fresco e genuino, forse proprio per la capacità di unire sonorità
classiche a un approccio più “anni 2000”.
Nessuno dei brani (s)cade nel
tranello di un rallentamento eccessivo, per cui anche nei momenti meno
brillanti e dove si presenta lo spettro del “già sentito”, la tensione rimane
abbastanza alta.
Si parte in quarta con “Sadness
Comes”, canzone in realtà fuorviante per quanto riguarda le parti vocali
effettivamente presenti nel resto dell’album: Christian Bartolacci suona
davvero incazzato in apertura, con un growl minaccioso, ma rivela quasi subito
la sua natura più melodica senza perdere un briciolo di potenza. Più volte, nel
corso del disco, mi ha ricordato cantanti quali Ralf Scheepers periodo Gamma
Ray e Geoff Tate dei già citati e imprescindibili Queensryche.
Tra le mie canzoni preferite segnalo Evil
Wind e Angel of War, mentre in un brano come la title-track la
sensazione del già sentito viene spazzata via quasi subito da un ritornello
melodico di grande richiamo. Un inaspettato ritornello (ci sanno davvero fare,
e restano in testa per giorni!) in italiano spezza il ritmo nella rocciosa “Di
nuovo inverno”.
Il sound complessivo degli Ibridoma è
compatto e convincente, le chitarre si inseguono alla Maideniana maniera che è
un piacere. Basso e batteria vanno a braccetto come nella più solida tradizione
metallica.
L’immancabile ballatona finale chiude
un buon album di heavy metal made in Italy. Non vedo l’ora di poterli vedere
dal vivo e cantare “Di tutto queeeeello che non saaaaaai” con loro, sarà
bellissimo.
Live at
Stadio Comunale, Bologna, Italy 25th June 1972
Di Valerio
Gabrielli
Il 1972
fu una grande annata.
Per noi
nati nel 56, 57, 58, fu l'anno delle prime esperienze di concerti dal vivo e la
nostra Bibbia era Ciao2001, l'unico settimanale (il termine magazine non andava
ancora di moda) che ci consentiva di rimanere informati e aggiornati con il
mondo della musica che da poco avevamo scoperto.
I
concerti in programma in Italia e zone limitrofe li potevamo conoscere solo
leggendo le pagine di Ciao2001 oppure sui manifesti che ancora venivano affissi
in giro per la città. So di un mio compaesano e tuttora grande amico che
nottetempo andò a staccare un enorme manifesto dei Jethro Tull con un
gigantesco Ian Anderson in rigorosa palandrana a scacchi e flauto d’ordinanza,
con il quale ci tappezzò un’intera parete della cameretta.
Di quell'anno ricordo i miei primi concerti, Van
der Graaf Generator ed Emerson Lake and Palmer. Vidi i primi a Marina di Ravenna mentre il
fantastico trio lo vidi a Bologna, la mia città.
Con i biglietti acquistati in prevendita in mano
(se non ricordo male 1.500 lire) ci presentammo davanti allo stadio verso le 6
di pomeriggio. Avevamo letto (o forse avevamo sognato) che il concerto sarebbe
stato integrato con scenografie spettacolari come Tarkus semoventi, Manticore
fiammeggianti ed altre meraviglie simili, per cui entrammo allo Stadio gonfi di
aspettative ed emozionati come ragazzini al primo appuntamento, cosa che non
era poi così lontana dalla realtà. Come sappiamo tutti, quando si entra ad un con
certo, si ha poco tempo per guardarsi attorno e l'imperativo è quello di
guadagnare un buon posto. Una volta entrati non sapevamo cosa aspettarci, ma
subito provammo un senso di delusione in quanto il pubblico poteva sistemarsi
solo nella curva A. Costa e non sotto al palco.
Lo Stadio
di Bologna era uno di quelli che ancora aveva la pista di atletica attorno al
campo di calcio e il palco era montato all'altezza della porta, ad occhio e
croce non meno di 30/40mt dal pubblico. Pazienza, almeno saremmo stati seduti.
Ci guardammo attorno alla ricerca di mostri meccanici in cartapesta ma di loro nemmeno
l'ombra.
"Li avranno nascosti sotto al palco"
pensammo noi, ma dove? Anche il palco ricordo che ci sembrò un pochino scarno,
grande ma vuoto.
Il tardo pomeriggio svanì e venne sera e con lei il buio, mentre ad illuminare
la curva c'erano solo le luci dello Stadio.
Se non ricordo male, ma qui potrei sbagliare, ci
fu anche un gruppo spalla, gli Stray Dog.
Ad un certo punto notammo del via vai sul palco e poi la musica di Emerson Lake
& Palmer iniziò.
Dopo qualche minuto, le luci dello Stadio erano ancora
accese e lì cominciò una tempesta di fischi e urla fino a quando non vennero
spente. Rimase tutto al buio e solo allora realizzammo che non c'era l'impianto
luci (e nemmeno i mostri meccanici).
Dalla mia
posizione ricordo nitidamente la miriade di lucine che facevano bella mostra di
sé sui Moog, mini-Moog, Mellotron e quant'altro avesse dei tasti bianchi e neri
sui quali Keith Emerson potesse appoggiare le dita. La mia passione era la
batteria ma non ricordo di aver visto nemmeno una rullata di Carl Palmer mentre
di Greg Lake ricordo il tappeto persiano su cui era posizionato e la
meravigliosa voce che dopo averci raggiunto, si perdeva verso l'Appennino... Tutto il resto, a cominciare da cosa successe
realmente quel giorno, lo potrete leggere dal racconto che lo stesso Greg Lake
aveva pubblicato anni fa sulla sua pagina web, alla voce "I concerti che mai potrò dimenticare".
Dal film del
1992 ""Emerson,
Lake and Palmer: Welcome Back".
Greg Lake ricorda il concerto di
Bologna: "Quindi, in fin dei conti tutto bene e quella è l'Italia dove…
va sempre tutto bene!"
LIBERA TRADUZIONE DEL PENSIERO DI GREG
LAKE
Nel giugno del 1972 suonammo a Bologna, in Italia.
È una storia che racconto spesso ed è molto
lunga. Coinvolge il promoter italiano Francesco Sanavio che ci disse che,
per quella occasione, non avremmo dovuto portare le nostre luci
o il nostro palco perché li avrebbe forniti lui. Tutto quello che dovevamo avere
era la nostra attrezzatura, strumenti, amplificatori, mixer ecc.
Quando arrivammo a fine mattinata, il
giorno dello spettacolo, non c'erano palcoscenici, luci, e nessun segno di
Francesco Sanavio che era scomparso e, sul momento, non riuscimmo a capire cosa
fosse successo.
Conoscendolo bene mandammo dei ragazzi in
giro per la città a cercarlo, pensando che lo avrebbero trovato in qualche
ristorante, e così fu.
Aveva sbagliato la data, pensava fosse il
26 e non il 25. Ma i biglietti erano stati venduti tutti per il 25, la band era
lì il 25, mentre il palco era stato prenotato per il 26! Quindi, in preda al
panico, convocarono una squadra di costruttori di impalcature e per tutto il
pomeriggio lavorarono per allestire il palco.
Arrivarono le 18, 50.000 persone presenti,
niente luci del palcoscenico, solo quelle dello stadio usate per il calcio: non
ci restò che suonare, non c’era una via di uscita!
Musica fantastica e atmosfera… quella
giusta, mentre la folla sembrava impazzita.
Arrivò il momento dell'assolo di
batteria, io e Keith abbandonammo la nostra posizione e lasciammo tutta la scena
a Carl. A quel punto Sanavio si avvicinò a me e mi abbracciò, perché lo
spettacolo stava andando bene e mi disse: "Ehi, è fantastico!".
Gli risposi: "Non toccarmi! Non toccarmi!". Ero davvero arrabbiato
per il casino che aveva combinato, dopo averci garantito che sarebbe stato
tutto a posto.
Lui mi prese per un braccio e mi disse:
"So che sei arrabbiato con me adesso, ma sai cosa? Quando vedrai la
sorpresa che ho in serbo per te non sarai più arrabbiato!”.
Non sapevo cosa avesse in mente, pensavo
che forse avesse delle ragazze, qualcosa nel ristorante. Non riuscivo a
immaginare.
Quando Carl fece i cenni stabiliti per farci riprendere
la posizione, tornai per terminare "Rondò" e quando arrivai al centro del
palco… ecco un "boom boom, boom boom", all'improvviso: partì un razzo, non
uno di quei razzi che compri nel negozio di fuochi d'artificio ma uno di quelli
“seri”.
Mi arrivò dritto tra le gambe! Proprio tra
le mie gambe! Poi partì e, dopo un volo di circa 50 metri, esplose tra il
pubblico! E poi l'intero
palco fu invaso da fuochi d'artificio.
Ecco quello che aveva preparato Francesco!
I costruttori, che erano ancora sul posto, avevano eretto un'impalcatura di
legno nella parte posteriore ed era stato allestito uno spettacolo pirotecnico
all'ultimo minuto che si sarebbe rivelato alla fine dello spettacolo e quando
iniziò, i fuochi d’artificio si divisero tra palco e pubblico.
Fu incredibile!
Eravamo invasi da grandi effetti che
girando colpirono la batteria e colpendo la batteria e incendiarono il tappeto.
Fu quella la fine dello
spettacolo!
Dopo il concerto non andammo a
cena con lui, doveva “pagare” per il suo errore, ma gli imponemmo di portare TUTTO
il team al ristorante a sue spese.
Non meritava di sedersi con la
band e la sua punizione sarebbe stata quella di offire cibo e bevande per
tutti, senza limitazioni.
Fu quello il giorno che il
ristorante rimase completamente a secco!
Come presentarvi questa band finlandese a cui
mi sono avvicinato in modo completamente casuale e “datato” (il potere di una
copertina)?
Immaginatevi un improbabile incontro tra i
Tool, Ennio Morricone, la musica balcanica, i King Crimson di “Red”, uno
scenario da film western, fiati e voci femminili che squarciano un tessuto
musicale molto denso in un’atmosfera davvero cinematografica e “tribale” al
contempo… ed ecco a voi una sola delle mille possibili interpretazioni che si
possono dare a questa musica ipnotica proveniente da un luogo gelido.
Sì, perché come ci dice in questa intervista
(a quanto mi risulta la prima pubblicata in lingua italiana) il buon Esa,
bassista e componente cardine di questo Ensemble di nove (!) persone che
cambiano in continuazione, ciascuno/a in questa musica ci vede un po’ quello
che vuole. Riferimenti sì ricorrenti, eppure… se leggete altre recensioni del
terzo album della band, lo stupefacente “Fear”, vi renderete conto, appunto,
che le opinioni sono da un lato molto varie, e gli accostamenti i più
disparati, e dall’altro abbastanza concordi: siamo di fronte a un capolavoro.
“Fear” dura poco meno di 50 minuti e, come
spesso accade con i “terzi album” delle band, sembra che li abbia meritatamente
e finalmente consacrati in un certo qual modo.
Spero, nel mio piccolo, di contribuire alla
diffusione della stupenda musica dei nostri amici finlandesi Onségen Ensemblecon
questa intervista.
Buona lettura e avvicinatevi a “Fear”… senza
paura!
Ciao
Esa, innanzitutto vorrei ringraziarti per aver accettato di fare
quest’intervista. Ti va di presentare la band ai lettori e alle lettrici di
Mat2020?
Grazie a te per l’intervista, è sempre un
piacere. Onségen Ensemble è un gruppo di musicisti proveniente dal nord della
Finlandia e io faccio parte di questa entità progressive. Il gruppo è evoluto
nel corso degli anni e in ciascun album c’è una nuova generazione di musicisti.
Qual
è il significato del nome della band e come vi è venuto in mente?
Il nome trae le sue origini dall’avanguardia
russa. Oggi Onségen corrisponde all’idea di interiorizzare qualcosa che non
esiste. Non appena ti ci avvicini, si allontana. Anche se non riesci a
raggiungerla e agguantarla, dà la direzione al tuo viaggio. È tutto e niente
allo stesso tempo. È eternità, è specificità. È al di là dell’immaginazione di
ciascuno/a di noi, supera l’illuminazione o il supremo. Non ne esistono due
interpretazioni simili.
Quindi l’Ensemble è un gruppo che si avvicina
a quell’idea compiendo delle azioni, e queste azioni, in questo specifico
spazio/tempo, sono rappresentate dalla musica.
Come
hai iniziato a interessarti alla musica? Qual è stato IL momento che ti ha
cambiato la vita?
La musica è sempre stata sinonimo di “casa”, è
così da sempre. Ogni volta che l’ascolto o che la suono… beh mi fa sempre
sentire parte di un mondo sì nuovo ma anche familiare al contempo.
E pensando al momento del “punto di non
ritorno”, dev’essere stato all’inizio degli anni ‘90, gli anni del boom
dell’underground metal in Finlandia. Lo scambio e la vendita di cassette erano
molto in voga allora, c’erano le fanzine, un sacco di band che suonavano, e io
sono entrato a far parte della scena in modo molto naturale. Anche se la fase
metal è stata molto breve per me, è stata proprio quella che ha aperto tutte le
porte da lì in avanti… fino a oggi.
Sono
venuto a conoscenza dell’esistenza della band dopo essere rimasto stregato
dalla copertina del vostro ultimo album, “Fear”. Poi ho fatto un passo avanti e
vi ho anche ascoltati, e l’ipnosi è stata (ed è ancora) totale. Complimenti,
davvero un disco incredibile! Come è stato accolto dalla stampa e dai fan?
Grazie per le tue parole. Nel nostro ensemble,
l’aspetto visuale risuona con le stesse frequenze di quello musicale. Trovare
un equilibrio tra questi aspetti è molto importante.
Finora l’album è stato accolto benissimo in
generale e i pareri sono stati principalmente positivi. Anche se magari non è
troppo semplice avvicinarsi alla nostra musica, una volta che ti abbandoni e ti
ci dedichi, ti si aprono dei mondi.
La
mano destra, e quel colore… qual è il significato della copertina di “Fear”?
La copertina non ha un significato in
particolare. Il gesto della mano ha diversi significati a seconda della cultura
in cui si trova. Ciascuno/a di noi può interpretarlo come vuole. La paura è il
vero collante dell’album.
E
come avete creato il vostro logo?
Il logo è la resa visuale del significato di
Onségen.
Paura…
di cosa?
Di niente. Come detto nella canzone
“Earthless”: “rallenta e ascolta, potresti imparare dalla tua paura” (in
inglese: “Slow down and hear, you may learn from your fear”).
Torniamo
a parlare di musica. Mi piace molto che nell’album trovino spazio strumenti a
fiato e percussioni. Credo che conferisca alla musica un senso di instabilità:
tutto suona certamente familiare ma all’improvviso si viene come catapultati
altrove, in un luogo lontano… un luogo dove c’è un rituale in corso. Qual
è l’intenzione che sottende l’uso di questo tipo di strumenti?
Onségen Ensemble è una comunità molto aperta e
chiunque si può unire. Chi ne fa parte, beh, è come se fossimo una grande
famiglia. Abbiamo tutti dei background molto diversi, ma tutti/e abbiamo lo
stesso approccio: permissivo, tollerante e con grande apertura mentale.
Penso che tutto ruoti attorno alla singola
persona piuttosto che allo strumento che viene suonato. Il che probabilmente
spiega perché nei nostri album ci siano tanti suoni non tradizionali: non siamo
alla ricerca di nulla di troppo specifico. Anche se la produzione alla fine
risulta essere molto accurata, all’inizio nessuno/a sa cosa aspettarsi. Le cose
non si sviluppano in modo intenzionale ma più che altro intuitivo.
Nelle
sette canzoni che compongono “Fear” troviamo moltissime voci femminili e cori,
in quantità molto superiore al “cantato tradizionale” (se così si può
chiamare). Questa sembra una caratteristica presente in tutti i vostri album.
Come
mai avete scelto di avere così poche parti cantate negli album, sempre che si
sia trattato di una decisione presa a priori, e a cosa è dovuto l’uso così massiccio
di voci femminili?
La voce umana è una componente davvero
fondamentale quando si tratta di comunicare attraverso i suoni e penso che la
vocalità non possa essere lasciata fuori dal quadro anche se non abbiamo niente
da dire a livello di messaggi specifici o anche se in quel momento specifico
non c’era una persona in grado di occuparsi di un “cantato tradizionale” (ride,
ndr).
Le voci femminili e i cori fanno parte del
nostro sound fin dal primo giorno, quindi sono a tutti gli effetti una
componente naturale del tutto.
So
che la prossima è una domanda davvero stramba ma… quali attività consigliate di
svolgere mentre si ascolta la vostra musica per poterla capire appieno? Alcuni
album funzionano bene come colonne sonore, altri come sottofondo rilassante,
altri ancora hanno un’anima più cinematografica… questo discorso vale anche per
“Fear” e, se sì, in quale misura?
Non lo so, non riesco ad ascoltare la nostra
musica in questa maniera. Mi hanno detto che funziona benissimo se l’ascolti in
cuffia, con gli occhi chiusi e senza interruzioni. È un viaggio bello lungo:
più ti ci dedichi mentre l’ascolti e più ne riceverai indietro. E tu, hai il coraggio di dire cosa fai mentre
l’ascolti? (certamente no!, ndr)
Trovo
molto particolare il fatto che vi riferiate ai componenti della band come a
“Generation 2020” (per questo album, che è uscito nel 2020 appunto. L’anno
cambia a seconda di quando viene pubblicato l’album). Anche il fatto di avere
“Ensemble” nel nome della band è abbastanza interessante. Qual è il motivo di
queste scelte?
La nostra band è come un organismo vivente.
Cambia e cresce in direzioni sempre diverse e “ensemble” è un gruppo di persone
che cambia, non un gruppo composto da alcune persone specifiche.
La band si chiamava Onségen Trio nel 2004, ma
poi come puoi vedere la cosa non era molto pratica. Ed ecco perché parliamo di
“Generations”, fino all’ultima, che è appunto “Generation 2020”.
Nel 2014 c’è stato un grande cambiamento
(potremmo definirlo “generazionale”), e in pratica tutta la band è cambiata.
Per cui è stato naturale poi chiamare ciascuna band “Generation” con di fianco
l’anno in cui quella Generation suona insieme.
Quali
sono le tue influenze principali in fase di composizione?
Il passato, il futuro, la natura, la cultura,
le persone e il tutto.
Chi
si occupa di comporre la musica? È un lavoro di squadra?
È sempre un lavoro di squadra. Alcuni di noi
compongono più di altri, alcuni si occupano di aspetti più quotidiani della
vita dell’ensemble, ad alcuni di noi piace solo suonare, altri ancora sono
responsabili del catering, ma alla fine è tutto un lavoro di squadra. Qualsiasi
azione ha un impatto su tutto il resto.
Qual
è il ruolo dell’improvvisazione nella vostra musica?
Dovrebbe essere più importante. Mi piace
improvvisare e lasciare che le cose prendano il loro corso. All’interno
dell’ensemble ci sono alcuni gruppi dove improvvisiamo un po’ di più, chissà se
un giorno pubblicheremo qualcosa (sarebbe stupendo!, ndr).
Sembra
che abbiate ascoltato e re-interpretato grandi quantità e varietà di musica
progressive (nel senso più ampio) per produrre qualcosa che è al contempo
familiare e difficile da catalogare.
A
quali band venite paragonati solitamente?
Nelle recensioni vengono menzionati: King
Crimson, Magma, Ennio Morricone, Earth, Tool, Hexvessel, Oranssi Pazuzu, Black
Sabbath, ecc. La musica dev’essere ampia e universale, molte
persone quando ci ascoltano ci trovano dentro le loro band e canzoni preferite
(come il sottoscritto, come leggerete tra qualche domanda, ndr). Suoniamo da tantissimi anni e nel nostro
ensemble sono presenti moltissime influenzee un sacco di punti di vista diversi, per cui… c’è “qualcosa di
qualsiasi altra cosa” (in inglese: “there must be something about everything”,
ndr).
I
tempi dispari sembrano essere un’altra costante della vostra musica ma ritengo
che questi non siano mai né eccessivi né fastidiosi. Non ci si distrae a
inseguire il tempo, ecco. Davvero notevole. A volte sembra di ascoltare una
versione rock della musica dell’Est (Balcani, Turchia, ecc.). Che ne pensi?
A livello ritmico, abbiamo sempre sentito il
bisogno di fare qualcosa di diverso. Quando si suonano parti poliritmiche di
una certa lunghezza è sempre interessante vedere dove vai a parare e anche se
riesci a suonarle tutte. Avere questo tipo di ritmiche conferisce qualche
strato in più alla musica e la si può affrontare da diverse angolazioni. La
canzone si scrive da sé in un certo senso.
Non avevo mai pensato al paragone con la
musica balcanica ma ora che ci penso in effetti ci sono delle analogie a
livello di struttura ritmica. E comunque c’è stato un periodo in cui ascoltavo
un casino di Emir Kusturica & The No Smoking Orchestra… mi hai beccato!
(ride, ndr).
Come
descriveresti la vostra musica a un/a neofita?
Rock.
Per
caso la canzone “Earthless” è il vostro omaggio ai Black Sabbath? Mi sembra di
sentire molte similitudini con “Solitude”… e non mi dispiace affatto.
Non ci avevo fatto caso fino a ora. Forse sono
stati influenzati dalle stesse cose che hanno influenzato anche noi.
In
che misura l’aver collaborato con un produttore come Jaime Gomez Arellano ha
condizionato il processo di registrazione dell’album?
Mr Gomez è un vero professionista e tutto è
andato davvero molto bene. Interessante notare che, anche se ci troviamo agli
opposti geograficamente, siamo entrati in sintonia fin dal primo momento. Il
sound che ha creato per il nostro album è davvero incredibile. Con la batteria
poi è un fenomeno.
Il
mondo finlandese (cultura, paesaggi, tradizioni…) ha avuto qualche tipo di
influenza sulla composizione dell’album?
Naturalmente, ci ha influenzati moltissimo.
Siamo tutti finlandesi e abbiamo vissuto qui quasi per tutta la vita.
Il
pubblico di Mat2020 è molto ferrato in ambito prog. Faccio sempre questa
domanda a chiunque intervisti perché solitamente scopriamo qualcosa di interessante…
Quali band italiane del panorama prog conosci? Quali sono le tue preferite?
Quand’ero più giovane ero assetato di band
prog e ovviamente ho rivolto il mio sguardo anche all’Italia. Il primo nome che
mi viene in mente è Biglietto per l’Inferno.
Quale
scopo state perseguendo con gli Onségen Ensemble… in qualità di ensemble?
Per me, fare musica è un cammino infinito e
non voglio raggiungere nessuna destinazione. Ho solo bisogno di continuare a
camminare, scrivere canzoni, pubblicare nuova musica e suonarla dal vivo per
gli altri.
Ecco, questo forse è lo scopo finale.
In
che modo state promuovendo la vostra musica in questi tempi un po’ strani in
cui non si può suonare dal vivo?
Beh, cose come questa: interviste, social
media, pubblicare nuove canzoni. L’anno scorso abbiamo fatto solo due concerti,
che schifezza.
Siete
fan dei concerti in live-streaming dallo studio e/o dalla sala prove? Che ne
pensi di questa modalità?
Abbiamo registrato un live dallo studio
qualche mese fa e probabilmente lo pubblicheremo in primavera o in estate (del
2021, ndr). Ovviamente non è la stessa cosa, ma cos’altro si può fare? L’unica cosa che conta è avere delle persone
davanti a te e avere reazioni in modo istantaneo, nulla che YouTube sia in
grado di replicare.
Il
meglio e il peggio della vita on the road.
On the road ci sono solo cose belle. Se non ti
piacciono, non devi andarci.
Ho
letto altre vostre interviste e ho notato che state cercando di mantenere un
profilo piuttosto basso riguardo ai nomi e ruoli dei componenti dell’ensemble…
quanto è difficile, di questi tempi, rimanere nel semi anonimato?
Non è così difficile, in realtà pochissimi
hanno chiesto informazioni personali e comunque puoi trovare tutto ciò che
cerchi su internet o sul nostro sito (ride, ndt). Scherzi a parte, non credo
che il fatto di conoscerci meglio possa aggiungere alcun tipo di valore alla
nostra musica.
Parliamo
ora, appunto, degli altri componenti dell’ensemble: siete tutti in grado di
vivere della vostra attività di musicisti o… di cosa vi occupate nella “vita di
tutti i giorni”?
Nessuno/a di noi vive di musica. Facciamo i
lavori più disparati e nell’ensemble “Generation 2020” abbiamo graphic
designers, ingegneri topografici, insegnanti d’arte, agronomi, insegnanti di
danza, professori di chimica, consulenti finanziari, insegnanti di inglese e
infermieri psichiatrici. La musica è il fattore unificante nonché la
nostra vera ragione per vivere.
Quali
sono i progetti futuri per la band?
Spero che la situazione ora si normalizzi di
nuovo grazie al vaccino e che potremo suonare dal vivo. Se così non fosse
inizieremo a scrivere il prossimo album. E infatti, a dirla tutta, abbiamo già
un paio di canzoni pronte.
Sono
un musicista in erba. Dammi un consiglio, insegnami qualcosa che hai imparato
dai tuoi errori.
Se hai imparato qualcosa, allora non è stato
un errore. Prendi le cose così come vengono, segui l’intuito e non aver paura
di niente.
Esa,
grazie mille per averci dedicato il tuo tempo. La chiusura è a tuo piacere.