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giovedì 9 luglio 2026

RocKalendario del secolo scorso – Giugno - Di Riccardo Storti

 


RocKalendario del secolo scorso – Giugno

Di Riccardo Storti

 

1956 – Scandalo! 5 giugno: Elvis Presley fa la sua seconda apparizione al programma Texaco Star Theatre di Milton Berle: canta Hound Dog e durante l’indiavolata performance le sue movenze oscillanti dei fianchi provocarono un'ondata di indignazione.

La rassegna stampa è assai gustosa: i critici televisivi lo stroncano, affermando che la sua esibizione sembrava «la danza di accoppiamento di un aborigeno», mentre taluni sostenevano che non avesse «alcun futuro nel mondo della musica». Jack Gould del The New York Times dichiarò: «Il signor Presley non possiede alcuna apprezzabile capacità canora», mentre John Crosby del New York Herald Tribune definì Elvis «indicibilmente privo di talento e volgare». Praticamente l’incoronazione del re del rock and roll. 

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1966 – Un riff dalla timbrica garage, ma che ricorda anche un po’ quello di Satsfaction degli Stones, quindi un testo che picchia come un’improvvisa grandinata: “Mr. America, walk on by/ Your schools that do not teach / Mr. America, walk on by / The minds that won't be reached”. La canzone si intitola Hungry Freaks Daddy e apre il primo album di The Mothers of Invention, sigla che cela la presenza demiurgica e geniale di Frank Zappa

La contestazione sta già girando negli States, figuriamoci poi nella California di quel 27 giugno, data della pubblicazione di questo disco abbastanza rivoluzionario, ma non come si potrebbe pensare: Zappa si serve dell’ironia e il suo messaggio ha come capolinea il disincanto al cospetto di un American dream sempre più prossimo all’incubo. Secondo doppio album della storia del rock (primato ottenuto da Blonde on Blonde di Dylan, uscito una settimana prima), Freak Out è anche un vivace panorama dell’ecclettismo zappiano: stravolge il dettato della canzone d’amore anni Sessanta (I Ain't Got No Heart, How Could I Be Such a Fool e You Didn’t Try to Call Me) o quella più prossima al doo-woop (Go Cry on Somebody Else's Shoulder), fa il verso all’incipiente scena psichedelica (Any Way the Wind Blow e I’m Not Satisfied), si serve di dissonanze dall’effetto grottesco (Who are the Brain Police?), suona rock blues con il kazoo (Motherly Love) ma senza dimenticare il magistero di John Lee Hooker (More Trouble Every Day), si diverte con canzoncine ideali per sigle di cartoni animati (Wowie Zowie e You're Probably Wondering Why I'm Here). La novità – per un disco che, in negozio, avremmo trovato nello scaffale del rock – sta nel secondo vinile, dedicato quasi interamente a due composizioni (Help, I’m a Rock (Suite in Three Movements) e The Return of the Son of Monster Magnet (Unfinished Ballet in Two Tableaux)), dove mischia, in maniera molto libera, improvvisazioni, happening teatrale, musica atonale, rumorismo, free jazz, elettronica e pure una dedica alla memoria di Edgar Varèse. 

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1976 – Voleva uscire allo scoperto. Ma chi? Alan Parsons. Caspita, era entrato giovanissimo in quelli studi magici, quando i Beatles registravano Abbey Road e Let It Be (e si vocifera che lui si fosse limitato a portare qualche caffè, sarà vero?), mostrò presto talento e te lo ritroviamo in consolle a conferire ulteriore magia a The Dark Side of the Moon dei Pink Floyd. Così, dall’incontro con il musicista Eric Woolfson nasce l’Alan Parsons Project che, come precisa la sigla, non è proprio un gruppo ma, appunto, un progetto musicale partito dall’entusiasmo del duo. 

L’esordio, avvenuto per Charisma il 25 giugno, ha come pietra angolare la raccolta di racconti di Edgard Allan Poe, tanto che l’album si chiamerà Tales of Mystery and Imagination: ogni canzone, un racconto da ascoltare sotto forma di suggestioni testuali e musicali che diverranno di fatto l’inconfondibile marchio di fabbrica di Alan Parsons Project. Non manca il successo perché la loro è una ricetta appetibile a qualsiasi palato: sonorità pop rock, melodia orecchiabile, arrangiamenti orchestrali efficaci e, non ultima, una copertina che attiri al di là dei contenuti narrativi. Questo è solo l’inizio, poi ci si ispirerà ad Asimov (I Robot), all’antico Egitto (Pyramid e Eye in the Sky), alla donna (Eve), al gioco d’azzardo (The Turn of a Friendly Card), al progresso scientifico (Ammonia Avenue) fino a figure centrali del Novecento (Gaudi e Freudiana). Il concept album non è morto e piace. Brano di punta di Tales of Mystery and Imagination, la suite The Fall of the House of Usher.

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1986 – Mese ricco quello di giugno, quindi non è stato facile scegliere. A Kind of Magic dei Queen, The Invisible Touch dei Genesis, Emerson, Lake and Powell, The Queen is Dead degli Smiths. Fate un po’ voi. Ma io seguo la memoria del cuore e scelgo Bring on the Night di Sting, primo album dal vivo dell’ex Police (uscito il 20 giugno) e, stando alla critica, uno dei migliori in assoluto della carriera discografica del nostro. 

Un doppio album che raccoglie il meglio dei suoi concerti del 1985 con una scaletta iconica, ricca di brani dell’ultimo The Dream of the Blue Turtles e del passato con Copeland e Summers. Rimette mano a tutto e lo fa con musicisti jazz, così come succederà qualche anno dopo con il grande Gil Evans. Con lui ci sono Brandford Marsalis al sax, Kenny Kirkland al pianoforte, Daryll Jones al basso e Omar Hakim alla batteria: una band da paura. Basta solo il medley iniziale Bring On the Night/When the World Is Running Down, You Make the Best of What's Still Around per rendersi conto che siamo al cospetto di un disco fenomenale dove funk, jazz, reggae, rock e soul giocano tra loro con un divertito e divertente approccio; idem dicasi per altri due medley (The Dream of the Blue Turtles/Demolition Man e One World (Not Three)/Love Is the Seventh Wave). E in mezzo a un simile carnevale di suoni, pure momenti da pelle d’oca come in Moon over Bourbon Street e Tea in the Sahara.

Già che ci siamo perché non inserire qui il docufilm (che erroneamente viene datato “1985”)?

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1996 – Glasgow. C’era una volta un ragazzo che amava le sette note, tanto che, durante l’università, decise di iscriversi a un corso professionale per musicisti. Questo giovine di nobili velleità si chiamava Stuart Murdoch e insieme al bassista Stuart David registra un demo di canzoni uscite dalla sua penna; in un secondo tempo il progetto si allarga, raccogliendo e accogliendo intorno a sé coetanei che suonano strumenti anche lontani dall’universo pop – rock (violoncello, tromba e violino). Il primo parto fu Tigermilk che uscì per la label indipendente Electric Honey Records il 6 giugno del 1996; doveva essere solo un esperimento, un’occasione per mettersi alla prova, ma quel dischetto – tiratura 1000 copie – cominciò a girare tra i circoli universitari e nell’ambiente indie della città scozzese, ma poi si diffuse al di fuori del circondario urbano e, di lì a breve, divenne un prodotto cult. Per essere un album d’esordio è tutt’altro che il frutto acerbo del gruppo che verrà (ma che c’è già e si chiama Belle & Sebastian); Murdoch si mette continuamente in gioco e dimostra di avere un vero talento per la melodia, le armonie non scontate e un’ampia visuale stilistica. 

Riascoltato oggi, a distanza di 30 anni, resta uno dei più sottovalutati capolavori degli anni Novanta: le ballad sono il punto di forza e risentono di Nick Drake (The State I Am in e My Wandering Days Are Over) e del Wyatt di Oh, Caroline (We Rule the School); Murdoch si muove anche in altri territori come  il country (Expectations), lo swing (She’s Losing It), il rock’n’roll (You’re Just a Baby e I Could Be Dreaming), l’electro-pop (Electronic Renaissance è un chiaro omaggio ai New Order) e il folk cameristico (Mary Jo). Un disco non estraneo al clima brit-pop (ascoltate I Don’t Love Anyone), ma con una cifra di originalità che va ben oltre la musica e va ricercata in particolar modo nei testi (questi ultimi ci restituiscono un immaginario denso di passioni adolescenziali in ritardo, ma sempre nostalgicamente azzeccate, nonché comprensibili). E pensare che Murdoch non voleva mica mettere su una band! Andò diversamente (per fortuna).  

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