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lunedì 19 ottobre 2026

Alberto Sgarlato: il mio tributo a David Surkamp, tra pennarelli, panchine e un giorno di pioggia a Milano

 


Il mio tributo a David Surkamp, tra pennarelli, panchine

e un giorno di pioggia a Milano

 di Alberto Sgarlato


È del 13 ottobre la notizia del decesso, descritto come “tragicamente improvviso”, all’età di 73 anni, di David Surkamp, fondatore e leader dei Pavlov’s Dog.

Quasi esattamente un anno fa, il 25 novembre 2025, era deceduta a 72 anni sua moglie Sara, dopo una breve lotta contro una grave malattia. I compagni di band raccontano che “Dave non era mai veramente riuscito a superare quel lutto”.

Dave e Sara erano molto più che marito e moglie: lei da due decadi era un membro effettivo della formazione, affiancando il marito nelle parti vocali e di chitarra acustica. Pochi giorni dopo la sepoltura di Sara, la band decise di ricordarla con un grande concerto di addio, ricco di avvicendamenti di ospiti sul palco, proprio in quella St. Louis dove tutto era nato, segnando così la fine del progetto.

Strana e soprattutto sfortunata storia, quella dei Pavlov’s Dog: pochissimi album realizzati, giusto una mezza dozzina in oltre cinquant’anni di carriera; e poi un labirinto inestricabile di dischi usciti postumi, di ristampe con copertine e titoli cambiati, registrazioni dal vivo di ogni tipo, da quelle ufficiali a quelle “pirata”, raccolte dei loro classici più o meno autorizzate dalla band e persino album sotto pseudonimo per questioni di diritti d’autore e di liti con i discografici (i più appassionati ricorderanno i St. Louis Hound, che in realtà erano sempre i Pavlov’s Dog). Il tutto tra continui scioglimenti, reunion e cambiamenti drastici fra i componenti.

La vetta ineguagliata rimane il loro esordio “Pampered Menial”. E, a proposito di questo disco, purtroppo la band all’inizio del nuovo millennio aveva già dovuto accusare la scomparsa di due dei musicisti maggiormente caratterizzanti del sound dell’album: i due polistrumenti Douglas Rayburn e Siegfried Carver, il primo capace di vastissime tessiture al Mellotron e il secondo autentico virtuoso del violino elettrico.

In tutto questo l’elemento di spicco, il vero fattore di unicità della band, era proprio quel David Surkamp che oggi piangiamo, compositore della quasi totalità dei brani, capace di traslare la dolcezza pastorale di certo folk psichedelico e progressivo delle Isole Britanniche da una parte all’altra dell’Oceano, filtrandolo attraverso la sensibilità del cantautorato americano figlio del country e con qualche spruzzata di hard rock qui e là nei brani più veloci.

Ma, ancor più che David Surkamp, il punto di forza assoluto era la voce di David Surkamp, unica e paragonabile a quella di nessun altro, sovracuta e ipnotica, seppur a tratti in qualche modo influenzata dal tremolo di Marty Balin e dalle intemperanze proto-metal di Geddy Lee, all’epoca esordiente. Negli anni, come fisiologicamente avviene in ogni cantante, il timbro di Surkamp si era abbassato drasticamente, rinunciando alle note più alte ma senza perdere nulla in termini di carisma.

Pensandoci bene, però, in realtà io non sono certo qui per fare un riassuntino della storia dei Pavlov’s Dog; quello ormai lo trovate su qualsiasi Wikipedia o sui vari siti specializzati di musica.

No, in questo giorno di lutto ci tengo a raccontare qualcosa di molto più intimo e personale, uno di quei piccoli momenti giovanili che si ricordano per tutta la vita con affetto. Perché in fondo la musica esiste solo in virtù dei ricordi e delle emozioni che ci regala.

Scoprii i Pavlov’s Dog quando avevo grossomodo 16 anni (nonostante appartenessero al decennio precedente al mio) e fu subito una folgorazione devastante, di quelle che si riescono a vivere soltanto da adolescenti. E non fu certo la prima: dai 12 anni in poi, quando iniziavo ad affacciarmi al mondo della musica, ne avevo attraversate tante, dai Marillion ai Genesis passando per Keith Emerson e numerosi altri artisti.

Nella mia “fase pavloviana” frequentavo il Liceo Classico e i nostri professori non ci portavano mai, ma dico proprio mai, da nessuna parte. Finché un giorno, come un fulmine a ciel sereno, giunse la notizia che tutti, in classe, fino a quel momento avevamo osato solo sognare: una gita di un giorno a Milano, con partenza all’alba e rientro in serata.

Devo confessare, con la giusta parte di vergogna data dall’età matura, che in quel momento della mia vita gli svariati gruppi già menzionati (e molti altri) rapivano la mia attenzione e la mia curiosità ben più del Duomo o della Cattedrale di Sant’Ambrogio. Al limite, ma proprio al limite, forse, via Montenapoleone; io, capellone e rockettaro, non sentivo alcun senso di appartenenza nei confronti di quel luogo. Tuttavia, in quanto strada di passeggio della capitale della moda, vedeva un vivace pullulare di quell’unica entità che può distrarre qualsiasi adolescente dalla musica. Ma per pudore non entrerò nei dettagli.

Fatto sta che quello strano cortocircuito mentale tra la visita a Milano e i miei gusti musicali fece scaturire in me un farneticante piano diabolico. Il sabato pomeriggio prima della gita io e il mio compagno di classe Francesco andammo nella più grande e fornita cartoleria del nostro paesello e io acquistai il pennarello descritto come il più indelebile di tutti. La marca non mi paga per farle pubblicità, quindi non ve la dico. C’era una parete intera di colori, ma io scelsi il celeste. Dopo lunga meditazione, anche la tinta non fu selezionata a caso: doveva spiccare, in modo limpido e brillante, su del legno scuro. A quel punto decisi altrettanto accuratamente quale potesse essere il maggior luogo di transito della nostra ristretta area geografica, cioè la stazione ferroviaria. Mi accomodai su una panchina e con il pennarello appena comprato scrissi bello grosso: “Pavlov’s Dog”. Questo gesto eversivo, per me liceale del tutto incapace di qualsiasi atto teppistico o vandalico, avveniva con la stessa circospezione di Arsenio Lupin impegnato nel suo più grande colpo di tutti i tempi. Francesco faceva da palo. Probabilmente tra di noi in quel momento ci parlavamo anche con l’accento svedese, come Fantozzi e Filini nella celebre telefonata anonima del film.

Dopo andammo a casa di Francesco, presi una banconota da 1000 lire (ve le ricordate, vero? Quelle con Giuseppe Verdi…) e iniziai a scriverci sopra. A quei tempi era normale che tutti scrivessero qualsiasi cosa sulle banconote: numeri di telefono, la lista della spesa, il nome della fidanzata, la propria fede calcistica… Oggi, inspiegabilmente, le banconote sembrano sempre tutte fresche di stampa, mai stropicciate, mai un segno sopra. Forse perché non le usa più nessuno, come i giradischi o le radio a valvole.

Sul “millino” scrissi: “Se sei un fan dei PAVLOV’S DOG recati alla stazione del tale paese, in piazza tal dei tali, e apponi la tua crocetta sotto il nome scritto sulla panchina”.

Francesco mi guardava con l’occhio vitreo, sembrava che avesse un enorme punto interrogativo al neon lampeggiante sulla testa. Gli spiegai il piano: “Tra poco noi andiamo a Milano e io mi spendo queste mille lire. Ti rendi conto del via vai di quella città? Milioni di persone da tutto il mondo che la frequentano per l’arte, la moda, la cultura… Se solo uno ogni mille è un fan dei Pavlov’s Dog la nostra panchina verrà letteralmente presa d’assalto, sarà piena di crocette, si raduneranno musicofili da tutto il pianeta, diventerà come un piccolo monumento, una meta di pellegrinaggio, magari un giorno sarà citata nei libri di musica”.

Ebbene sì: a 16 anni si ha ancora intatta tutta quella voglia di sognare che mediamente si sgretola entro il ventunesimo anno di età al massimo. Ma soprattutto, a 16 anni ci illudiamo che gli adulti abbiano ancora voglia di giocare come e quanto noi, mentre io adesso alla mia età mi rendo conto che manco ho più tempo per ascoltarne una, di canzone dei Pavlov’s Dog ogni tanto.

La gita a Milano fu qualcosa che definire disastroso è limitante. Finimmo in mezzo a un diluvio tra i più grandi che io ricordi in tutta la mia vita. In pochi si osarono a salire fin sulla parte più alta del Duomo (io no, perché soffro di vertigini). Quando scesero, grondavano acqua come se fossero stati presi d’assalto con degli idranti.

A un certo punto, con i cappucci delle giacche dai quali scendevano ancora rivoli come da una grondaia, con i calzettoni fradici e con un principio di mal di gola epico, fummo portati in un museo. Pensai che, come luogo di passaggio, fosse il momento perfetto per spendere le mie mille lire acquistando il biglietto. Che cosa vidi in quelle sale non lo so: un po’ per l’emozione di aver portato a termine il mio piano, un po’ per la febbre che stava già iniziando a salire, vedevo tutto ruotare intorno a me in un carosello psichedelico.

E venne finalmente il momento più atteso di tutta la giornata: quello in cui salivamo sul bus per tornare a casa.

Mi sedetti nel sedile accanto al mio compagno di banco Alessio (con il quale, peraltro, ho poi suonato nei circa 25 anni successivi). Dopo un po’ che il bus viaggiava, Alessio, contando nel portafogli quanta paghetta per la trasferta gli era rimasta, sgranò gli occhi e mi disse: “Alberto, non ci crederai mai! Ho una banconota che parla dei Pavlov’s Dog, non sono quelli che piacciono a te?” E sgranando ancora di più gli occhi: “E c’è scritta persino la città del nostro stesso liceo!” A quel punto lo guardai in faccia e gli dissi: “Ma secondo te chi lo avrà mai scritto?” Scoppiammo entrambi in una fragorosa risata, subito repressa dalla severità della nostra prof.

Che cos’era successo? Semplice: l’ingresso del museo aveva un costo simbolico, tipo 2000 lire. Alessio, in coda subito dopo di me, aveva pagato con un pezzo più grosso e di resto gli avevano dato i primi soldi che avevano in cima alla cassa, cioè i miei.

Ma il vostro diabolico Alberto non è certo tipo da darsi per vinto! Deragliata un’idea è già ora di pensarne un’altra. Dissi ad Alessio: “Tieni, ti do queste 1000 lire pulite se mi ridai le mie tutte scarabocchiate”.

Al momento della prima sosta in Autogrill non avevo effettivamente voglia di niente, ma acquistai un gelato (scelta davvero saggia, in quella stagione e con quel clima… Non c’è che dire) e mi assicurai, temporeggiando in ogni modo possibile, di essere l’ultimo della coda, persino a rischio di perdere l’autobus. Salii a bordo a capo chino tra i severi rimproveri della prof: “Sgarlato, fai sempre di testa tua, ti gestisci i tuoi tempi, ci sono delle regole da seguire!” Breve parentesi: quando, un paio di estati fa, seppi del decesso della mia ex prof, forse - dico forse - un pochettino mi dispiacque, ma molto meno che per David Surkamp (sono un rocker, devo essere un po’ cinico; dopotutto fa parte del personaggio).

Tornai a sedermi accanto ad Alessio e gli spiegai il mio piano B, esclamando: “Adesso sai come viaggiano!”

Lui: “Come viaggiano?”

E io: “In autostrada!”

Altra fragorosa risata collettiva ed ennesimo ammonimento della prof (sì sì, lo ribadisco: mi dispiace molto di più per David Surkamp).

EPILOGO: per molto tempo non tornai su quella panchina, per dare il tempo “ai fans da tutto il mondo” di apporre le loro crocette. Quando tornai a visitarla, però, non solo non c’era nessuna crocetta, ma nemmeno più la scritta “PAVLOV’S DOG”. Le forti piogge di quel periodo l’avevano stemperata in un incomprensibile acquerello celeste.

In quel momento il mio primo pensiero fu quello di intentare causa legale fino in Giappone a un’azienda che descriveva i suoi prodotti come “indelebili per sempre” e “a prova d’acqua”. Ma nello stesso istante in cui mi resi conto di quanto fosse stupida e inutile questa idea, capii una cosa ben più importante: ormai stavo già diventando grande e avevo compiuto il primo passo per abdicare ai miei sogni.

Con Alessio ci frequentiamo ancora. Francesco, l’altro mio complice in tutta questa vicenda, lo rividi invece dopo tanti anni. Conversando amabilmente del più e del meno mi disse: “Ma ti ricordi di quella volta che non capivo bene perché ma avevi scritto su una panchina e una banconota il nome dei Beach Boys…”

Con la voce resa un po’ più rauca da quel pizzico di nostalgia e di malinconia che ti agguanta alla gola quando meno te lo aspetti, mi limitai a rispondere: “Erano i Pavlov’s Dog”.




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