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giovedì 12 novembre 2020

JULIUS PROJECT-"Cut the Tongue", di Valentino Butti

 

JULIUS PROJECT: Cut the tongue

2020    ITA

Di Valentino Butti

E ’un esordio molto convincente quello della “creatura” di Giuseppe “Julius” Chiriatti, dal titolo “Cut the tongue”. Un album, la cui genesi risale addirittura al 1978 (!) con alcuni brani ultimati nel 1981. I pezzi avrebbero dovuto far parte del repertorio della band di Chiriatti all’epoca, i Forum, ma non se ne fece nulla fino al 2014, quando Bianca, la figlia di “Julius”, giornalista musicale e appassionata di canto, riascoltò i demos dell’epoca e riaccese la “fiamma” nel padre.

Venne ben presto contattato l’ex Jumbo, Paolo Dolfini (tastiere) che iniziò a coordinare il progetto. Piano piano ogni tassello andò al proprio posto e salirono sull’auto ormai in piena corsa Filippo Dolfini alla batteria, Marco Croci (Maxophone) al basso, un altro ex Jumbo, Dario Guidotti alla voce ed al flauto, i due chitarristi Francesco Marra e Mario Manfreda e Bianca, la figlia di Chiriatti alla voce. Numerosi poi gli ospiti del progetto tra i quali Richard Sinclair (Caravan, Camel, Hatfield & the North) voce nella title track. Veniamo, dunque, all’album. “Cut the tongue”, 18 tracce per circa 60 minuti di durata, è un lavoro a tema che si apprezza appieno se ascoltato in un’unica sessione poiché, di fatto, i brani sono tutti collegati a formare una ponderosa suite che merita un’attenzione particolare. La vicenda vede protagonista il giovane Boy, un ragazzo, la cui vita appare senza scopi, senza obiettivi. Un amico gli consiglia di affidarsi ad un “profeta” che lo avvia sulla strada dell’apparire, della ricchezza, delle false illusioni. Ben presto Boy si avvede della futilità di tale visione e uno spirito guida, incontrato in sogno, lo invita a “tagliare la lingua” a questi santoni del nulla. Col tempo Boy riavvolgerà i fili della propria esistenza e la solitudine sarà, per lui, una virtù e non un nemico da sconfiggere. 

Ci pare che due siano le carte vincenti del progetto: l’aver affidato le parti vocali ad interpreti differenti ognuno dei quali offre un contributo personale e di qualità e, per una volta in un progetto italiano “credibile”, l’utilizzo della lingua inglese che si presta perfettamente alle dinamiche musicali create da Julius e dal resto dei musicisti coinvolti. Un lavoro, “Cut the tongue” che non scade mai di tono, ricco di melodie convincenti che entrano subito “in circolo”, di un sound sempre brillante e moderno, malgrado i link con gli anni d’oro del prog italiano siano tangibili (non dimentichiamo che i brani appartengono di fatto alla fine dei seventies…). Tutto ciò in un florilegio di tastiere, tra moog, hammond e pianoforte, usate con fantasia e vigore e che comunque non offuscano gli interventi solisti dei vari chitarristi presenti. La validità dell’album e la qualità sempre molto alta dei brani la si evince, molto banalmente, ascoltando quattro brevi brani strumentali – “Island”, “I see the sea”, “Cast away” e “Wandering” - che potrebbero essere “classificati” semplicemente come brani-ponte tra composizioni più articolate, ed invece vivono di luce propria con ritmiche brillanti, tastiere dinamiche ed efficaci e “solos” di ottima fattura. Altrove come nei due brani iniziali “The fog” e “In the room” prevale l’anima più sbarazzina del progetto, quella “new prog”; in “Speed kings” quella più rovente e rock con un sorprendente Marco Croci in veste (anche) di ottimo vocalist; in “The swan” o anche in “Clouds pt.2” emerge l’anima più romantica  ed intimista con la voce delicata di Bianca perfetta per l’occasione; con la leggiadra “We know we are two” si sfiora l’universo Renaissance. C’è poi la title track in cui possiamo ascoltare uno dei migliori interpreti del prog inglese, Richard Sinclair: composizione raffinata “giocata”, all’inizio, sulle note del piano e sulla voce “canterburiana” che poi decolla sugli assoli di chitarra e synth accompagnati da una ritmica piuttosto articolata. Nel brano, alla chitarra, troviamo un altro ex Jumbo, Daniele Bianchini. Non manca neppure la ballad elettro-acustica di grande suggestione come in “Glimmers” e lo sfavillante finale di “Desert way”. Insomma, un album che non si fa e non ci fa mancare praticamente nulla e che si pone come una delle migliori pubblicazioni progressive per il 2020. 

Non conosciamo le intenzioni di Julius per il futuro immediato, ma ci auguriamo che voglia continuare, con tempistiche più compresse ovviamente, su questa promettentissima strada intrapresa. Magari con un progetto che abbia il “classico” nome di tre parole tipico della tradizione italiana progressiva… ma questo è un semplice dettaglio ovviamente.







mercoledì 11 novembre 2020

Il Banco del Mutuo soccorso nel novembre 2019

“Ho urlato forte la mia rabbia, ma agonizzo anch’io”

(Ed ora domando tempo al Tempo ed egli risponde… non ne ho!)


Nel novembre 2019 il Banco del Mutuo Soccorso, è in piena corsa con il “Transiberiana Tour”

Partito il 1° novembre dal Teatro Artemisio di Velletri, il tour proseguiva il 7 a Brescia, l’8 Milano e il 16 Torino. Una marcia trionfale che solo la “pandemia” poteva fermare!

Un piccolo ricordo di queste date, con la speranza di ripartire ancora.

Wazza

Velletri Teatro Artemiso 1° novembre 2019

Di Susanna Marinelli

Il ponte delle festività non è riuscito a frenare gli ammiratori della band pioniera del progressive rock nostrano che si sono presentati in massa l’appello. Il Banco del Mutuo Soccorso si era già esibita dal vivo, in tutto il suo smalto, nel concerto d’anteprima dello scorso 2 settembre al Teatro Romano di Verona ed anche in quella occasione i risultati erano stati più che lusinghieri.

A Velletri è stato tangibile il calore dell’audience che non ha perso una nota ed ha esultato all’ascolto dei successi del gruppo, vecchi e nuovi, da Metamorfosi a Il Ragno/Perchè Perchè, da Eterna Transiberiana a Moby Dick, L’Imprevisto, R.I.P in un crescendo di emozioni. Il tutto presentato da un line-up davvero azzeccato, quello del BMS 2.0 come amano dire loro, composto dal sempreverde Vittorio Nocenzi alle tastiere, che si è confermato come un grande performer nonché anima del Banco del Mutuo Soccorso.

Ma hanno fatto egregiamente la loro parte anche Filippo Marcheggiani con i suoi assolo rock di chitarra, Nicola Di Già, chitarra ritmica sensibile e precisa e il batterista Fabio Moresco. Fabio, anima pulsante del Banco, ha esaltato i pezzi della scaletta con il suo drumming preciso, potente, affidabile e al tempo stesso passionale e pieno di feeling.

Quindi Marco Capozi, un bassista affidabile e prorompente. Per non parlare del cantante e frontman Tony D’Alessio, una forza della natura sul palcoscenico, un interprete che ha da subito preso a cuore tutto il repertorio della band romana divenuta famosa già dalla fine degli anni ’60 e che a Velletri ha messo tutta la sua energia e la sua voglia di esprimersi entusiasmando il pubblico presente e amalgamandosi perfettamente con il resto dell’ensemble. Insomma, la prima tappa ufficiale del Transiberiana Tour è andata alla grande, ovviamente anche all’insegna della memoria del grande chitarrista del BMS Rodolfo Maltese e dell’istrionico ed apprezzato Francesco Di Giacomo, compianto cantante e poeta dalle non comuni doti di comunicazione.

Alla nuova formazione del Banco del Mutuo Soccorso, prima di tutto a Vittorio Nocenzi, il compito di mantenere viva la band, nonostante tutto, e di raccogliere nuovi successi per gli ammiratori di prima e quelli di adesso. Come è accaduto per il sorprendente Transiberiana, il cd di inediti uscito lo scorso maggio dopo ben venticinque anni di assenza dal mercato discografico, che ha subito raggiunto la Top 20 degli album più venuti in Italia e la top 5 di quella dei vinili più venduti.

Brescia 7 novembre 2019


"Brani come I ruderi del gulag (primo singolo estratto), o il capolavoro assoluto del disco, Eterna Transiberiana, guidano il convoglio nella grande meraviglia della vita, galleggiando su giochi di astrazione debitori degli straordinari lavori di Mussorgskij e Stravinskij..."


Banco Del Mutuo Soccorso live a Milano, 8/11/2019

Il BMS, dopo i lutti che hanno marcato la formazione, è ormai creatura plasmata e costruita addosso al leader, Vittorio Nocenzi, che oltre a suonare prodigiosamente un sacco di tastiere (Moog, synth, piano, ecc.), con Fabio Moresco (batteria), Filippo Marcheggiani e Nicola Di Già alle chitarre, Marco Capozzi (basso) costruisce un “wall of sound” di eccelsa raffinatezza sonora. A questo si aggiunge la voce potente di Tony D’Alessio che reinterpreta, con il suo piglio personale, anche gli hits che furono del compianto Francesco Di Giacomo.

Al Dal Verme sono state due ore di passione e amore (da parte del pubblico) e di generosità, impegno e calore (da parte della band), per un concerto che ha privilegiato i brani degli anni ’70 e non quelli del recente Transiberiana.




BANCO DEL MUTUO SOCCORSO - Teatro Colosseo - TO - 16 nov 2019 - Photo by © David Castelnuovo

BANCO DEL MUTUO SOCCORSO

Bastano pochi secondi perché il Banco Del Mutuo Soccorso metta subito in chiaro quello che il pubblico milanese andrà a gustarsi nelle due ore successive: “Metamorfosi” si apre con una lunga introduzione strumentale, si unisce a “Stelle Sulla Terra”, gli strumenti si incontrano, lottano, si intrecciano, fino ad accogliere l’arrivo del cantante Tony D’Alessio, a cui spetta il compito gravoso di raccogliere l’eredità di Francesco Di Giacomo. La nuova formazione del Banco è coesa, non concede spazio alle melodie facili, alle strizzatine d’occhio per compiacere il pubblico, ma regala invece una performance magnetica, caratterizzata da quella fascinazione ipnotica che si ha nel guardare una macchina complessa e perfettamente sincronizzata all’opera.

Eppure l’imprevisto è sempre dietro l’angolo e in questa serata prende la forma di un’asta del microfono, quella di Vittorio Nocenzi: l’attrezzo continua ad afflosciarsi, infastidendo il tastierista impegnato nelle partiture complesse del Banco e costringendolo a pose innaturali quando deve affiancarsi al cantato di D’Alessio. Nocenzi ci scherza su, con umorismo tipicamente romanesco, tra doppi sensi su aste mosce e rimbrotti nemmeno tanto delicati alla crew, ma si vede che è innervosito. Passa qualche brano prima che l’asta venga sostituita, proprio durante un assolo particolarmente complesso di “L’Evoluzione”, e anche questa scelta non sembra garbare molto al leader del Banco, che prontamente lo fa notare. Nocenzi ha un modo di fare diretto, che colpisce e convince nella sua schiettezza: si vede che tutta la formazione ruota attorno a lui e Vittorio, da padre amorevole ma severo, guida la famiglia con polso, dispensando complimenti, apprezzamenti, ma sempre chiedendo ai suoi compagni la più totale attenzione. Talvolta i musicisti si avvicinano, confabulano, si scambiano occhiate d’intesa, quasi come se il pubblico non ci fosse, perché lì sul palco comanda la musica: ‘che ne volete sapere, voi? Sono cose nostre’, chiosa ironico Nocenzi al pubblico che allunga il collo per captare qualcosa. E la musica del Banco comanda davvero al Teatro Dal Verme, con una scaletta che attraversa le tappe più importanti della lunga discografia della formazione progressive: estratti di “Transiberiana” si affiancano a capolavori tratti da “Darwin!”, come “Cento Mani E Cento Occhi” o “La Conquista Della Posizione Eretta”; trovano spazio brani storici come “Il Ragno”, “Canto Di Primavera” o la splendida “Moby Dick”, descritta da Nocenzi come un omaggio all’Utopia, perché se è vero che ogni passo che compiamo verso l’orizzonte non ci porta davvero più vicino ad esso, è anche vero che l’orizzonte è ciò che ci spinge a continuare a camminare.

Il finale, invece, è dedicato al ‘salvadanaio’, prima con la devastante “R.I.P. (Requiescant In Pace)” e poi con l’ariosa melodia di “Traccia I”, a cui si unisce il coro dell’intero teatro. C’è ancora spazio per una canzone ed è ovviamente “Non Mi Rompete” a cullare il pubblico in un viaggio alato, con le chitarre acustiche ad accarezzare il pianoforte, fino alla lunga divagazione strumentale finale. Certo, non sono mancati i momenti in cui il pensiero è andato ai compagni che non ci sono più, Rodolfo Maltese e Francesco Di Giacomo, e legittimamente avremmo voluto vederli sul palco, ma questa nuova incarnazione del Banco ha davvero tanto da dire, a dispetto degli imprevisti, della sorte avversa, perché, continuando la citazione posta in apertura, ‘l’imprevisto è solo l’occasione per cambiare. Non aver paura, è una strada nuova che si apre’.




 

L'ex ballerina è affetta da Alzheimer ma quando ascolta la musica si risveglia la memoria del cuore

TRATTO DALLA PAGINA

Fanpage.it

Fate attenzione, perché state per vedere qualcosa di straordinario. Quest’anziana signora sulla sedia a rotelle è un'ex prima ballerina; l’Alzheimer ha cancellato i suoi ricordi, ma quando ascolta la musica che danzava un tempo la memoria del cuore si risveglia, e come per magia tutti i passi le tornano alla mente. Marta C. González è morta l’anno scorso e per renderle omaggio queste immagini che toccano l’anima sono state condivise sui social da Música para Despertar, un’associazione no profit che offre assistenza ai pazienti affetti da Alzheimer e li aiuta a recuperare ricordi ed emozioni. Mentre muove con eleganza le braccia le lancette tornano indietro, e sembra quasi di rivederla sul palco dove 53 anni fa incantava il suo pubblico, come artista di punta del New York City Ballet. Questo momento così speciale è stato filmato in una casa di riposo di Valencia, in Spagna, dove l’artista ha vissuto serenamente i suoi ultimi anni. Il video ha fatto il giro del mondo tanto da essere ricondiviso anche dall’attore, Antonio Banderas. “Ascoltare la musica fa risvegliare le persone, mentre rivivono emozioni così intense ritrovano la coordinazione dei movimenti. Ritornano i ricordi di tutta una vita e, ciò che è più importante, torna la sensazione di libertà”.



Commento di Claudio Milano: 

“Il video merita la condivisione. Laddove l'accademismo richiedeva una austerità tecnica ma anche comunicativa, qui pur con grazia assoluta ciò che emerge è un'urgenza di danzare per l'ultima volta e con una presenza che non ha bisogno di sottotitoli. Quando il suo sguardo si erge alla sua sinistra a cercare una risposta, quando il cigno si accascia nel far ricadere le braccia, si percepisce come la comunicazione in arte possa essere qualcosa che la malattia può solo decuplicare in potenza espressiva, quando questa non travalica tutto divenendo distruzione. cosa che la rabbia di chi non è in salute spesso genera. Qui c'è solo aderenza alla creazione, in pura grazia.”




lunedì 9 novembre 2020

Banco del Mutuo Soccorso nel novembre del 1976: "Come in un ultima cena"

Veniva pubblicato nel novembre del 1976 l'album del Banco del Mutuo Soccorso   "Come in un ultima cena".

Questo avveniva dopo i tre "capolavori" precedenti, dopo "Banco IV", registrato per il mercato "internazionale", dopo "Garofano Rosso", colonna sonora dell'omino film. L'attesa dei fan per un nuovo album in studio (cantato in italiano) era molta. 

Questo disco fu uno "spartiacque", si abbandonarono le suite prog dei primi album a favore di una forma di canzone più tradizionale, nel senso della composizione dei brani, più ricercati e raffinati. Opera abbastanza "complessa", sia sul piano musicale che dei testi, nato in una specie di autoanalisi. Una cena dove si incontrano vari personaggi. C'è il furbo opportunista (Il ragno), il romantico idealista (È così buono Giovanni ma...), l'attivista politico (Slogan), e così via. Il brano, "Si dice che i delfini parlino", era già pronto con un altro titolo per l'incompiuta opera-rock "San Francesco".

Per la "stampa specializzata" trattasi di album di transizione (ad avercene!), non capirono che questa "metafora" della vita dei vari personaggi del disco era lo specchio della società dell'epoca (e forse anche di quella attuale), e che il gruppo stava cercando una nuova dimensione.

Uscì per la casa discografica di EL&P "Manticore", ebbe una grande promozione, uscì anche una versione in inglese, "As in a last supper", con i testi tradotti da Angelo Branduardi, ed i notevoli "progressi" di Francesco a livello di pronuncia, rispetto a Banco IV (!!??)

Seguì in lungo tour con i "Danzatori Scalzi" ed Angelo Branduardi, ancora poco famoso; apriva i loro concerti e presentava il nuovo brano "Alla fiera dell'est", (con cui fece il botto). Ricordo di averli visti al Teatro Olimpico di Roma, allo spettacolo pomeridiano (la mia futura moglie doveva rientrare prima di cena!): che concerto! Al mixer c'era Marcello Todaro. Mi verrebbe da dire: " ho visto cose che voi umani...".

Un grande album, maturo, che ha il solo "difetto" di essere stato preceduto da tre capolavori, ma con una liricità unica, e la voce di Francesco, antica... ancestrale (andate a ri-ascoltarlo)

Wazza

Note: Copertina apribile con all'interno un disegno ispirato a "L'ultima cena" di Leonardo da Vinci e avente per soggetti i componenti del gruppo / Allegato un opuscolo cm. 22x22 di 16 pagine con una nota di presentazione all'opera a firma del gruppo, testi delle canzoni e relativi disegni a commento (vedi link "Altre immagini") / Copertina di Cesare e Wanda Monti - Illustrazioni e libretto di Mimmo Mellino / Registrato da Peter Kaukonen e mixato da Peter Kaukonen con Banco del Mutuo Soccorso presso il Chantalain Studio di Roma, nei mesi di Marzo-Aprile-Maggio 1976 / Produzione esecutiva: David Zard / Distribuito da Dischi Ricordi - Milano / Formazione: Pierluigi Calderoni - batteria, percussioni; Renato D'Angelo - basso, chitarra acustica; Francesco Di Giacomo - voce; Rodolfo Maltese - chitarre, tromba, corno, voce; Gianni Nocenzi - pianoforte, piano elettrico, sintetizzatore, clarinetto, flauto dolce; Vittorio Nocenzi - organo, sintetizzatore, solina, clavicembalo

BRANI 

Lato

  ...A CENA, PER ESEMPIO

Autori: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi

     IL RAGNO

Autori: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi

        È COSÌ BUONO GIOVANNI, MA...

Autori: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi

  SLOGAN

Autori: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi

Lato B 

                    SI DICE CHE I DELFINI PARLINO

Autori: Francesco Di Giacomo, Gianni Nocenzi Musicisti: Angelo Branduardi (violino) 

·                     VOILÀ MIDA! (Il guaritore)

Autori: Francesco Di Giacomo, Gianni Nocenzi 

       QUANDO LA BUONA GENTE DICE

Autori: Francesco Di Giacomo, Gianni Nocenzi, Vittorio Nocenzi 

      LA NOTTE È PIENA

Autori: Francesco Di Giacomo, Gianni Nocenzi Musicisti: Angelo Branduardi (violino) 

     FINO ALLA MIA PORTA

Autori: Francesco Di Giacomo, Vittorio Nocenzi 

Banco del Mutuo Soccorso - Come in un'ultima cena 

Attorno a questa immagine ci sono due storie incredibili. Iniziamo con la prima. Eravamo ormai al quarto Lp escludendo quello inglese. Ci fu una riunione da me, con Sandro Colombini, i fratelli Nocenzi, Francesco e gli altri. Il rapporto tra la musica e l’immagine stava diventando prioritario anche se le case discografiche non volevano vederlo, d’altronde sulla cecità dei nostri manager dovremmo stendere un velo grande come tutta la nazione. Proposi allora di fare una cosa completamente diversa, non tanto nella forma, ma diversa proprio come metodologia. L’idea era di girare un film in cui le immagini commentassero la musica, non la raccontassero ma ne fossero una visione onirica una evocazione, in quegli anni non esisteva ancora il video-clip, non c’erano ancora le video cassette né tanto meno  i dvd, ma come poteva allora essere commercializzato il disco? Lo spettatore che andava a vedere quel film avrebbe pagato con il prezzo del biglietto anche il costo molto ridotto del disco, che gli sarebbe stato dato in una busta bianca visto che la copertina erano le immagini del film. Si guardarono in faccia stupefatti era troppo per loro così si ritornò sulla terra e si progettò un qualche cosa che avesse dentro dei segni forti. A nessuno, se non a me, sarebbe mai stato permesso di fare una immagine del genere, d’ altronde ero convinto che all’uscita ci sarebbe stato uno sconquasso, soprattutto da parte della Chiesa, e la cosa non poteva che farci gioco, ma non ci furono reazioni né dalla Curia, né da nessun altro. Ma qui nasce la seconda storia, figlia della prima, verso la fine degli anni ‘70 la mia situazione lavorativa in Italia era divenuta più che difficile, tragica, nessuno mi passava più del lavoro, ero considerato, troppo cerebrale, troppo difficile, poco accondiscendente a compromessi. Grazie a Nanni Ricordi conobbi l’amministratore delegato della Rolling Stones Record. Sigillai parte dello studio per non avere troppe spese mi feci prestare dei soldi dalla banca con la scusa di acquistare delle macchine, e mi trasferii da solo a New York: non ci andavo molto volentieri lasciare moglie e figlia non era cosa che mi piaceva. I primi tempi, con l’aiuto di alcuni amici, presi in affitto una barca, di quelle stanziali al boat bease sul fiume Hudson, di fronte al New Jersey; dopo un pò mi trasferii non molto lontano da lì, alla 91 West Side. Lavorando con l’etichetta dei Rolling Stones economicamente le cose migliorarono, anche se il mio pensiero era sempre all’Italia.


Un giorno fui chiamato in direzione e mi fecero sentire un pezzo, era Only on the top, il singolo del nuovo long playing di Mike Jagger come solista. Mi chiesero di fare un progetto. Presi l’occasione e tornai in Italia per chiedere una mano a Vanda, disegnammo la nostra proposta che portai nel viaggio di ritorno a Parigi, agli studi Olimpya, dove stavano registrando. Il progetto vedeva Mike sdraiato su una croce con la testa verso macchina in una prospettiva mantegnana, vestito solo con un panno ai fianchi e con ai piedi delle scarpe da tennis; la croce stava ancora a terra su un crinale come sfondo le balze di Volterra. Mike stringeva nella mano un martello che picchiava con forza a cacciare un chiodo dentro al palmo dell’altra, ferma sull’asse della croce, era un’autocrocifissione. All’interno una serie di informazioni che avevo chiamato Do it yourself spiegavano come costruirsi i chiodi il martello la croce, gli oggetti fotografati erano tratteggiati in modo da poterli ritagliare. Il progetto fu accolto con entusiasmo. Intanto ero tornato a New York, passarono più di due mesi. Un giorno chiesi che succedeva del mio progetto, la risposta fu sconcertante: avevano sottoposto la proposta ai più grandi magazzini negli Stati Uniti e in Inghilterra la risposta era che una copertina del genere non l’avrebbero esposta, perché lesiva della moralità quindi non se ne fece nulla. La cosa in sé non mi meravigliava più di tanto, se i punti vendita ti danno delle risposte simili l’industria che mira al profitto non poteva non tenerne conto, ma che i Rollig Stones si sottomettessero a queste regole, quando in Italia terra del Vaticano del Papa e dei cattolici, nessuno si era indignato per una immagine molto più blasfema tutto sommato, mi sembrava troppo. Ma il culmine dell’assurdità fu la ragione dello scandalo che non stava nel vilipendio religioso, ma nella moralità del l’immagine, il fatto che Mike Jagger fosse nudo con solo una piccola striscia a nascondere le sue grazie. Era finito un sogno, era finita un’epoca, almeno per me.






sabato 7 novembre 2020

Un ricordo di Stefano D'Orazio

Anche Stefano D’Orazio ci ha lasciato.

Storico batterista dei Pooh, con un “passato progressive”, faceva inizialmente parte del gruppo romano “Il Punto”, molto attivo al Piper; suonarono anche nei Festival Pop di Caracalla e Villa Pamphili. Rimase fino al 1971, quando entro nei Pooh.

RIP

Wazza

Il Punto 1970: 

Vincenzo Pagliarini (voce, chitarra, flauto)

Sergio Gallinelli (organo)

Mario Bertolami (basso, flauto)

Stefano D'Orazio (batteria)

07 novembre 2020

Addio a Stefano D'Orazio, storico componente dei Pooh. L'artista, batteria, voce e flauto traverso della band, si è spento a 72 anni dopo un ricovero in ospedale. A darne la notizia gli amici e colleghi di sempre: Roby Facchinetti, Dodi Battaglia, Red Canzian e Riccardo Fogli. In un post sui social poco dopo la mezzanotte i Pooh hanno scritto:

"Stefano ci ha lasciato! Due ore fa... era ricoverato da una settimana e per rispetto non ne avevamo mai parlato... oggi pomeriggio, dopo giorni di paura, sembrava che la situazione stesse migliorando... poi, stasera, la terribile notizia. Abbiamo perso un fratello, un compagno di vita, il testimone di tanti momenti importanti, ma soprattutto, tutti noi, abbiamo perso una persona per bene, onesta prima di tutto con sé stessa. Preghiamo per lui. Ciao Stefano, nostro amico per sempre... Roby..”.





venerdì 6 novembre 2020

AMUZEUM: "New Beginnings"

 

AMUZEUM: New Beginnings

Autoprodotto    2020   USA

Di Valentino Butti

 ARTICOLO GIA' APPARSO SU MAT2020 DI AGOSTO

Amuzeum è una band statunitense, di Los Angeles, formatasi un paio di anni fa e che proprio in questi mesi ha pubblicato il lavoro d’esordio dal titolo “New beginnings”.

Dando un’occhiata alla line up ci accorgiamo subito che i cinque baldi giovani non sono certo di primo pelo: quattro membri facevano già parte degli Heliopolis (un album ed un live tra il 2014 ed il 2016), inoltre il batterista Jerry Beller era stato membro dei Mars Hollow (due album e un live tra il 2010 e il 2012), mentre il chitarrista Michael Matier suonava con i Ten Jinn (band già attiva negli anni 90 e con cinque lavori pubblicati).

Tutte band, le tre citate, che, chi più, chi meno, si ispiravano ad un prog sinfonico, melodico, Yes Oriented con in più un approccio heavy abbastanza comune negli States (Spock’s Beard docet).

Non neghiamo che il background dei cinque componenti del gruppo sia alla base dell’approccio a “New Beginnings” che, malgrado la copertina decisamente anonima, non delude quelle che erano le aspettative e le attese. Niente di clamoroso intendiamoci, ma una cinquantina di minuti (e sei brani) gradevolissimi e di buona fattura.    

“The Challenge” si apre con qualche arpeggio di chitarra, un po’ alla “Roundabout” poi il brano prende quota con ritmiche nervose e cori eterei. Il cantato di Scott Jones è doppiato puntualmente dai controcanti degli altri componenti, Jerry Beller (batteria), Mark Wickliffe (basso), Matt Brown (tastiere), mentre Michael Matier si “limita” ad importanti contributi con la sua sei corde, rivelandosi sia fine cesellatore di suoni, quando necessario, che impetuoso esecutore quando il pezzo lo richiede. In pieno Yessound anche la seguente “Changing season”: delicato inizio affidato a Matier, sventagliate di synth e poi il cantato di Jones. Il refrain orecchiabile, una sezione strumentale articolata, l’alternarsi di fasi acustiche sognanti ed elettriche più sbarazzine, fanno del brano uno tra i più convincenti dell’intero album. Diciamo che i brani migliori presenti su “The ladder” degli Yes, potrebbero essere un buon esempio per “cogliere” i primi due pezzi di “New beginnings”: brillanti, melodici, perizia strumentale al servizio del brano…Che volere di più da un album di prog sinfonico moderno? “Birthright” presenta sonorità appena più heavy e vintage, batteria “secca” e la solita capacità del gruppo nel trovare la melodia vincente. Gradevole pure “Nay sayer”: inizio soft con arpeggi di chitarra, voce delicata, poi, dopo circa un minuto, il brano diventa più incalzante, gli incastri vocali sempre puntuali così come il ritornello. Una ballad davvero ben fatta con qualche “svisata” di synth tanto per renderla ancora più attraente. “Shadow self”, sette minuti scarsi, con delle belle linee di basso, si muove tra chiaro-scuri e difetta, per una volta, di una convincente linea melodica, pur segnalando notevoli “solos” di Matier e di Brown. “Carousel” chiude nel migliore dei modi l’album: meno “immediata” dei brani che l’hanno preceduta, più meditata e raffinata, una vera perla. Qui oltre al trademark Amuzeum, vengono esplorate anche zone “grigie”, quasi jazzy, che dimostrano come la band sappia muoversi con perizia anche in composizioni meno solari e dirette.

“New beginnings” rappresenta, dunque, un buon esordio per il gruppo a stelle e strisce: certamente “non originale”, ma un sano e smagliante prodotto ben confezionato ed eseguito. Insomma, per gli amanti del “sinfonico” a più ampio respiro.

https://amuzeum.bandcamp.com/album/new-beginnings

 



Le Orme: accadeva nel novembre del 1973

 


Per promuovere "Felona & Sorona" in Inghilterra, Le Orme, nel novembre 1973, tennero quindici concerti in due settimane.

Il tour partì da Norwich, passando per Manchester, fino ad arrivare al famoso Marquee di Londra. Un'esperienza fondamentale per il trio veneto, che ricevette un ottimo consenso in tutti i concerti, con i fans inglesi a gridare "more, more…", chiedendo il bis ad ogni loro performance.

Il disco uscì nell'aprile del 1973 in versione inglese, con l'etichetta Charisma, la stessa dei Genesis.

La traduzione dei testi fu affidata a Peter Hammill.



Aldo Tagliapietra (voce, basso, chitarre), Tony Pagliuca (tastiere) e Michi Dei Rossi (batteria, percussioni) maturano l’idea, non nuova nella scena musicale progressiva italiana di quegli anni, di realizzare un concept album unitario, completo e in linea con il percorso musicale già avviato l’anno precedente con Uomo di pezza. La genesi dell’album ha inizio infatti nel dicembre del 1972, quando Tagliapietra propone ai compagni una quindicina di melodie da unire nell’ambizioso concept. La natura del materiale sonoro agevola enormemente il compito ai tre musicisti, che presentano le prime bozze delle composizioni già nelle date del tour di supporto a Peter Hammill, del dicembre 1972. Proprio ad Hammill, affascinato dalle nuove melodie, ma incapace di codificare il provvisorio slang delle parti cantate, Tagliapietra confessa di voler narrare la storia di due pianeti contrapposti ma complementari, che gravitano nello stesso cosmo ma divisi dalla luce: uno è radioso, l’altro buio. Dei due pianeti Tagliapietra ha già il nome del primo: Felona, da felice. A dare il nome al secondo pianeta è proprio Hammill, che suggerisce Sorona, dall’inglese sorrow” (dispiacere).

In poche parole, la genesi di questo capolavoro delle Orme, e del progressive italiano (e non solo!)

Le Orme tornarono a Londra nel 1976, per incidere "Verità Nascoste", ma non in tour! 

…di tutto un Pop!

Wazza