Sykofant – “Red Sun” (2025)
di Alberto Sgarlato
Squadra che vince non si cambia. Così recita un antico proverbio. E questo è quanto devono aver pensato anche Emil Moen (voce e chitarra), Melvin Treiders (batteria), Per Semb (chitarra) e Sindre Haugen (basso) nel dare alle stampe questa seconda opera a nome Sykofant.
Dell’album d’esordio omonimo, uscito poco
meno di un anno fa, avevamo già parlato diffusamente in questa recensione su MAT2020 e lo avevamo entusiasticamente salutato come
una vera boccata d’aria fresca nel vasto e variegato panorama progressivo
internazionale.
Sì, perché nel III Millennio, “progressive
rock”, può significare un genere musicale ben definito e codificato, sempre più
diviso in sottogeneri (il sinfonico, il prog-metal, il jazz-rock e molto altro)
oppure può significare un’attitudine: la voglia di abbattere gli steccati, di
contaminare gli stili in modo spiazzante, di cercare nuove strade compositive
sempre diverse da quelle canoniche.
Questo quartetto norvegese sceglie
saggiamente la seconda via e ci offre un sound affascinante e personale, che
non si lascia facilmente ingabbiare in soluzioni derivative.
Nel disco di esordio, infatti, parlavamo di
grunge che incontrava il funky e dello stoner più cupo a braccetto con la
psichedelia più rilassata.
Ma se nel debutto questa urgenza
comunicazionale si esprimeva sorprendentemente in oltre un’ora di musica, per
questo nuovo titolo del catalogo, intitolato “Red
Sun”, la band opta per un EP di soli tre brani, divulgati a
partire dal 20 marzo e con il singolo omonimo in anteprima dal 6 marzo.
Non mancano momenti di vibrante energia, ma
la sensazione è che i Sykofant, rispetto all’esordio dalle tinte spesso vicine
all’hard rock, per questo EP abbiano deciso di abbracciare invece maggiormente
gli aspetti più introspettivi e riflessivi del loro sound.
Lo dimostrano i 7 minuti della opener “Ashes”,
che prima di deflagrare in uno splendido arpeggio e verso ben calibrati,
pulitissimi, stacchi ritmici, si affidano a un minuto e mezzo di impalpabile
introduzione di ambient music.
In questo brano c’è già buona parte della
cifra stilistica dell’EP: le suddette sperimentazioni eteree che tanto
sarebbero care a Fripp e Eno, il grandissimo lavoro basso/batteria in qualche
modo “figlio” di band storiche come Rush e Primus, le geometrie matematiche,
taglienti e pulite, delle chitarre, un cantato sempre di fortissimo impatto
melodico (per il quale non è blasfemo azzardare un paragone con gli
statunitensi Echolyn), un azzeccatissimo solo chitarristico conclusivo.
Veniamo dunque alla seconda traccia, nonché title-track
e singolo di esordio. Anche qui troviamo una breve introduzione affidata a
inaspettati rumorismi, che ben presto deflagra in accordi di chitarra dal
sapore new-wave e dark-wave. Ma quando tutto diventa più intimo la band
manifesta un dichiarato amore per i Pink Floyd, decisamente palese nel cantato,
nelle slide guitars, nelle ritmiche, nella delicatezza dell’assolo.
I 10 minuti circa di “Embers”
concludono l’EP e sono anche quelli in cui la band ritorna maggiormente alla
durezza dell’esordio, in un caleidoscopio di riff fiammeggianti, sempre
alternati alle efficaci melodie cantate, marchio di fabbrica del gruppo,
dilatazioni psichedeliche ariose e suggestioni cosmiche (la sezione centrale
del brano è un vero e proprio “viaggio”). E non mancano, negli ostinati
alternati a momenti più arpeggiati, echi di brani come “2112” o “Xanadu” dei
Rush.
Se nell’album di debutto i Sykofant ci
avevano piacevolmente sorpreso, in questo EP ci hanno altrettanto piacevolmente
disorientato ed entusiasmato.
Aspettiamo con ansia il terzo lavoro (già annunciato dalla band, ancora in forma di EP, per la fine del 2025), con la certezza che sarà la piena riconferma di quanto già ottimamente dimostrato fino a ora.
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