Claudio Milano propone
per MAT2020 il suo reportage dedicato a uno spettacolo teatrale che lo
ha colpito in modo particolare.
Segnala inoltre il suo prossimo
appuntamento dal vivo a Genova, a Palazzo Imperiale, venerdì 29
maggio alle 19, con rinfresco finale. In programma “Decimo Cerchio
(L’Inferno 1911 O S T) Gesamtkunstwerk”, proiezione del film del 1911
nell’ultimo restauro della Cineteca di Bologna, accompagnata dalla colonna
sonora originale eseguita dal vivo da I Sincopatici ft Claudio Milano, con suoi
interventi performativi.
Per contatti Tel 3402473626
Spettacolo:
“L’Orizzonte non Esiste”
Data: 8
Maggio 2026
Luogo:
PACTA.dei Teatri
Regia:
Filippo Natola
Produzione:
PACTA.dei Teatri
Interpreti:
Raffaele Bilello, Margherita Lisciandrano e Stefano Caramaschi
Musiche
originali: Maurizio Pisati
Scene:
Achille Grampa
Drammaturgia originale di Filippo Natola con
inserti dall’Odissea di Omero
Web: https://www.pacta.org/eventi/lorizzonte-non-esiste-2/
Reportage:
La “Sindrome di Telemaco”, una
nuova definizione psichiatrica per definire “il perché di uno strano caso”
(cit. Brecht).
Si apre così la messa in scena
di “L’Orizzonte non Esiste”, spettacolo di Filippo Natola (regia, scene –
organizzate con Achille Grampa; luci, testo drammaturgico).
Su palco tre attori, due
macchine sceniche di enorme presa e valore simbolico, che oltremodo girate,
aperte, assumono significati e valenze costantemente diverse, trame di luci.
Tutto a disegnare in gestualità,
movimenti massivi o appena accennati, rotazioni, trascinamenti, ombreggiature
che si aprono a luce piena e focalizzare scene di un’evocatività che si fa
spazio e lascia sedimentare riflessioni in un flusso continuo.
La memoria, del resto, è tema
cardine della rappresentazione di Natola, che attinge al repertorio dei grandi
classici greci per donarci una tragedia tutta contemporanea, ma sospesa tra
spazio e tempo attraverso il filo dell’archetipo junghiano.
Telemaco in parallelo è nella
narrazione, figlio di un alto funzionario della Marina Militare (descritto “con
lo sguardo fiero, mani grandi, naso importante, petto in fuori”), salutato dal
padre 20 anni prima su una spiaggia, così come Odisseo, fece col figlio, per
rincorrere il proprio “folle volo”.
Adulto, in seguito a tentato
suicidio, il ragazzo si ritrova ad affrontare un percorso di analisi con chi
andrà a ricucire, a tessere le trame della propria vita, per gettare luce sulla
propria ombra.
Novella Penelope (o forse
Atena?) è una terapeuta, Arianna, che si introduce al pubblico, presentandosi
in qualità di “collega di ognuno che assiste in sala”.
I dialoghi iniziali tra Simone,
il giovane e la donna, sono organizzati con cauta attenzione alle pause,
dapprima assai dilatate e in un gioco di richiami onirici, evocato dalla
stretta associazione alle eccezionali musiche di Maurizio Pisati.
Pisati, compositore elettronico
di fama mondiale, in questo caso, si dedica ad un linguaggio assai caldo. Non
ci sono suoni puri, ma le elaborazioni, anche di soundscapes non hanno in alcun modo rapporto con la drone music in circolazione.
Ne sono precursori ma anche
naturale evoluzione nel divenire estremo atto della landscape art di ricognizione per recuperare l’inaudito dell’universo
naturale che diviene Musica.
Mettono al centro elaborazioni
delle voci degli attori che appaiono e scompaiono come a lasciare messaggi
inconsci a chi assiste e ascolta, ma creano attorno un habitat che è intrapsichico, che suona materico più di un flusso
prenatale nato dalle elaborazioni di Tomatis, negli studi sul vissuto dei feti
e la capacità di ascolto di ognuno.
Non sono dunque contorno, ma la
moltiplicazione binaurale dei tre attori su palco in mille da sé, in
un’orchestrazione “concreta” ultra-contemporanea, ordita in un dettaglio di
grande pregio.
La figura paterna, Pietro,
appare nella messa in scena su di uno scoglio che può risultare anche
conghiglia a pettine, accumulo di materia generata col tempo, dal flusso di
onde e memoria.
Le azioni di chi la impersona, Stefano
Caramaschi, sono misuratissime, al punto da divenire esse stesse scultura
atemporale. Il suo corpo ha perfetta consapevolezza della rappresentazione che
ha nello spazio e si contorce in spasmi e fonemi strazianti.
Di contro, Simone, Raffaele
Bilello e Margherita Lisciandrano (Arianna), hanno un linguaggio assai più
contemporaneo, che si organizza anche nella gestualità.
Lisciandriano incanta con
capacità di controllo che emerge in ogni manifestazione, quella di chi ha quasi
peso taumaturgico attraverso la parola, sempre quieta, salvo esplosioni che non
sono mai paniche, ma normative.
Bilello ha di suo uno studio sul
peso corporeo e una flessibilità nei movimenti davvero impressionante.
Nel quadro finale, in cui il
personaggio del giovane, si confronta con l’incubo della figura paterna, si
assiste ad una scena in cui il ragazzo è letteralmente trascinato per collo
contro lo scoglio, attraverso un lazo teso al collo.
Una scena di un impatto emotivo
devastante, dove il lazo diventa cordone ombelicale che strozza, soffoca il
linguaggio, offusca la memoria.
Costante è l’organizzazione
geometrica che va a generare i cambi di scena.
La regia ha controllo assoluto
dell’opera e lascia davvero attoniti e non di rado, scava nell’intimo
soggettivo, commuovendo.
Il lettino terapeutico di Simone
è allo stesso tempo bara e nave che lo traghetterà, oltre un orizzonte
illusoreo.
La profondità insondabile del
mare, che nasconde il peso della memoria e della coscienza, troverà lo slancio
del cielo, attraverso l’unica tessitura possibile: il perdono.
Un perdono che nasce dal
giovane, come inviato ad affrontare il viaggio più doloroso della vita, quello
della riconciliazione col male subito, prima rinnegato, infine, accolto dal
padre, Pietro (anche qui il nome acquista valenza simbolica, laddove Simone,
biblicamente era apostolo del martirio e Arianna “colei che tiene il filo”).
Un padre che si scopre nel
doversi confrontare con la sua miseria e che perde inevitabilmente la
mistificazione che il figlio gli aveva attribuito.
Vincitore del premio Miglior
Progetto Master di Regia 2025 Scuola DanzaTeatroOscar/PACTA. dei Teatri,
“L’Orizzonte non Esiste” è produzione che merita non una, ma mille repliche,
per aiutare a portare, quella piccola sorgente di speranza, che allo sguardo
interiore di ognuno, appare perduta, tanto è “viaggio che cresce nella
narrazione, assieme a chi lo vive” (non a caso, all’origine della sceneggiatura
è l’invito della terapeuta ad esser tutti ruolo attivo).
Una speranza che è anche nel
“saper fare teatro” (e non a caso alla mente di chi scrive, la visione
dell’opera, ha riportato “Il Prometeo Incatenato” di Luca Ronconi).
Un’eccezione che è fa luce
autentica, andando a farsi largo senza necessariamente bussare alla porta.
Una realtà che, come tale, si manifesta, esiste, non può essere controvertibile in alcun modo.
Claudio Milano






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