RocKalendario
del secolo scorso – Settembre
Di
Riccardo Storti
1956 – Era settembre e la prestigiosa Blue Note lo presentò semplicemente così: Introducing Kenny Burrell. Ammiratore di Django Rheinhardt e Charlie Christian, arriva da Detroit e a 25 anni entra nel giro giusto con la sua chitarra elettrica. Ebbene, oggi quel disco, uscito ben 70 anni fa, colpisce per l’esaltante modernità rispetto ai tempi. Sembra già un buon frutto di fusion degli anni Settanta o Ottanta, perché, se è vero che Burrell qui sa mescolare bene le ascendenze bebop, cool e modali, è altrettanto vero che si muove verso latitudini afro-latine di alta qualità. Si colga il bellissimo gioco di percussioni tra Africa e Caraibi in Takeela e in Delilah, nonché, in particolare, nella spettacolare Rhythmorama, eseguita solo Cándido Camero (già percussionista di Dizzy Gillespie) e a Kenny Clarke (batterista del Modern Jazz Quartet e di Miles Davis in The Birth of the Cool).
Negli standard Burrell va che è un piacere: riscrive lo swing a modo suo in This Time the Dream's on Me (un cavallo di battaglia di Glenn Miller) e dipinge acquarelli in Weaver of Dreams (una song che raggiunse discreta popolarità con Nat King Cole). Per la forza del collettivo, valga su tutte Fugue’n Blues: lì viene valorizzato al massimo l’interplay con il pianista Tommy Flanagan e il contrabbassista Paul Chambers (all’epoca nel quintetto di Miles Davis).
1966 – 24 settembre: un marziano è sceso a Londra. In realtà tutto nacque qualche mese prima, a maggio, quando a New York, in uno dei locali di Broadway (il Cheetah), Linda Keith, all’epoca fidanzata di Keith Richards, fu ammaliata dall’insolita performance di un giovane chitarrista di colore il cui nome era Jimmy James, leader dei Blue Flames. Fuor di pseudonimo, si trattava di James Marshall Hendrix, meglio noto come Jimi Hendrix.
Fatto sta che la Keith non sta più
nella pelle e comincia a rompere le scatole al management degli Stones (Oldham
e Stein) affinché vadano a dare un occhio a questo ragazzo prodigioso. Pare che
i due avessero snobbato il consiglio: chi, invece, seguì la dritta fu l’ex
bassista degli Animals che colse la palla al balzo e verificò di persona le
qualità di Jimi. Lo colpì in particolare l’esecuzione di Hey Joe, una
canzone di Billy Roberts. “Bene, adesso ti porto a Londra e poi si vedrà”: ci
sembra di sentirlo Chandler. Così, in men che non si dica, quel 24 settembre
Jimi firma subito un contratto e alla sera si esibisce in un night club, The
Scotch of St. James. Per i primi d’ottobre il manager gli aveva già trovato
degni compari; nacquero così gli Experience. Per il resto, la storia è nota.
Per saperne di più, ecco il link a un documentario su quel 1966 hendrixiano.
1976 – A metà settembre ritornano i Latte & Miele con un nuovo 33 giri. Il titolo è Aquile e scoiattoli e viene pubblicato dalla label indipendente genovese Grog, dietro la supervisione artistica di Vittorio De Scalzi dei New Trolls. Dopo l’esordio con la Passio Secundum Mattheum (1972) e il bis di Papillon (1973), la formazione arriva al suo terzo capitolo completamente rinnovata, con il solo Alfio Vitanza (batteria) ancora legato alla line-up originaria.
Nel frattempo sono subentrati Massimo Gori (voce,
chitarra e basso), Luciano Poltini (tastiere) e Mimmo Damiani (tastiere e
chitarre); l’album è una mirabile sintesi di melodia e classicismo rock: si va
da citazioni beethoveniane (Opera 21) a canzoni dall’ampio respiro
lirico (Menestrello, Vacche sacre e la title track), ma il pezzo
forte resta la suite Pavana (firmata anche dall’ex Oliviero Lacagnina),
protagonista della side B e una delle macro-composizioni più riuscite della
storia del progressive europeo. Per un’analisi approfondita del disco, vi
rimando a quanto scritto da me su Prog Italia n.
65/2026.
1986 – 1 settembre, i Tuxedomoon - una delle icone del post-punk americano – fanno uscire il loro quinto album ovvero Ship of Fools. Pare che tra i fan della band californiana non vi sia un’opinione unanime su questo lavoro: c’è chi urlò al capolavoro, chi - invece - non esitò a definirlo addirittura il peggiore disco della loro carriera; insomma, un album fortemente divisivo. Sarà, ma io l’ho sempre trovato molto affascinante, proprio a causa di un particolare dimorfismo schizofrenico che sta alla base dell’LP.
Una prima facciata infarcita di suoni elettronici, talvolta anche molesti, ma mai maldestri: drum machine, sequencer, ritmi tribali, metriche ossessive, scorie di ethno-funk e poetica new wave (Break the Rules ne è la migliore sintesi); il lato B, invece, offre episodi asciutti, quasi cameristici, tra neo-impressionismo (A Piano Solo), ambient (Lowlands Tone Poem), progressive (Music for Piano & Guitar) e minimalismo cinematografico (An Afternoon With N). L’apice nella title track che chiude il disco: la “nave dei folli” prende il largo su timbriche jazz al ritmo di blues in una song indolente che riesce a rendere raffinato anche qualsiasi impertinente accenno di rumorismo dissonante. Non fidatevi di chi si accapiglia per Ship of Fool: riprendetelo in mano e dategli un ascolto in più. Chissà quali meraviglie vi saranno sfuggite.
1996 – 19 settembre, arriva nei negozi l’ultima fatica di Fabrizio De André, Anime salve. Non mi piace scriverne come dell’ultima opera di Faber (rifuggo la parola “testamento”). Mi verrebbe da dire: l’album perfetto, ma il cantautore genovese ormai ci aveva abituato alla perfezione, se pensiamo solo agli altri due dischi precedenti (Creuza de mä e Le nuvole). Parlerei invece di estrema sintesi, dove nell’aggettivo “estremo” si raccolgono e coagulano tutta una serie di stimoli spazio-temporali che rendono unico Anime salve.
Scritto a quattro mani con Ivano Fossati, questo lavoro ci lascia un’ulteriore indimenticabile galleria di personaggi (Princesa e Ho visto Nina volare) disseminati tra temi lirici di poesia civile superiore (Khorakané (A forza di essere vento), Anime salve e Smisurata preghiera). De André, anche qui, non perde mai di vista le terre che ha amato di più: la Liguria e Genova (Dolcenera, Le acciughe fanno il pallone e  cúmba) e la Sardegna (Disamistade). Si riconferma la ricerca sonora improntata su stilemi tratti dalla musica popolare grazie anche all’utilizzo di strumenti provenienti da qualsiasi parte del globo (dall’arpa paraguaiana all’organetto diatonico, dallo shehnai al cymbalon, fino alla miriade di percussioni suonate da Naco).






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