Per esperienza personale posso affermare, senza tema di smentita,
che affrontare una tematica vasta come quella del rock progressivo può
rivelarsi un’insidia tremenda per uno scrittore. Il problema di fondo è che si
finisce inevitabilmente per scontentare un po’ tutti perché, sia per la
complessità della materia che per i gusti personali dell’autore, la tendenza è quella
di dare eccessivo spazio a taluni gruppi rispetto ad altri, oltre al fatto di
non citare band reputate da qualcuno importanti o snobbare dischi che, invece,
meriterebbero più spazio. Insomma, non è una passeggiata di salute. L’unico
sistema per evitare, ove possibile, le critiche negative è il dichiarare
apertamente qual è l’obiettivo prefissato.
Nel caso di “Suite Rock – Il Prog
tra passato e futuro”, Athos Enrile
e Oliviero Lacagnina l’hanno
espressamente dichiarato, ovvero hanno voluto pubblicare un saggio destinato ai
giovani, a coloro che per motivi anagrafici non hanno potuto vivere l’epopea
magica del rock progressivo. In definitiva è il medesimo scopo che ebbi io
quando pubblicai nel 2015 Quando il Rock divenne musica colta: Storia del
Prog e, forse non a caso, l’autore della prefazione era proprio l’amico
Athos Enrile. L’ho ispirato? Se la risposta è affermativa, non posso che essere
contento e da recensore reputo il risultato finale dello sforzo fatto congiuntamente
con Lacagnina pienamente all’altezza delle aspettative.
Il neofita ha materiale
a iosa per imparare e l’esperto attempato proverà tanta nostalgia rievocando
nella mente gli straordinari concerti degli anni settanta che band come
Genesis, Jethro Tull, Emerson, Lake & Palmer, Van Der Graaf Generator e
altri ancora tennero nella nostra penisola, le ore passate in casa in religioso
silenzio ad ascoltare gli album trattati come reliquie, i negozi di dischi dove
si trascorrevano pomeriggi interi a scegliere indecisi che cosa comprare con i pochi
soldi a disposizione… che tempi….
In questa scorrevole opera letteraria troverete tutte le
informazioni necessarie ad acquisire una solida base di partenza: le formazioni
più importanti, i dischi seminali, gli strumenti utilizzati, la spiegazione di
che cos’è esattamente il rock progressivo, una sezione dedicata a uno dei
movimenti più importanti in assoluto, quello italiano con sugli scudi Banco del
Mutuo Soccorso, Le Orme, Premiata Forneria Marconi, Area capaci di comporre a
livelli oggi impensabili (non a caso molti critici giudicarono il prog nostrano
pari se non addirittura superiore a quello dei maestri inglesi) e molto altro
ancora. Non c’è solo mero revivalismo, ma anche vivida speranza per il futuro
visto il livello che molte formazioni, specie italiane, hanno saputo
raggiungere negli ultimi anni. Si auspica davvero un ritorno dei bei tempi. L’impegno
è stato sicuramente notevole (e quanto vi capisco!), ma il risultato è di
eccellente livello: anch’io ho scoperto una serie d’informazioni che non
conoscevo. Acquistatelo senza remore… non ve ne pentirete.
“C’è il Banco del Mutuo Soccorso al
festival della FGCI! Cazzo, và che manifesto!”. Che poi è la copertina di
‘Banco’, il primo album inglese del gruppo, con la famosa foto in bianco e nero
di Francesco Di Giacomo che lancia in aria una scarpa, ma il mio amico Zante
non lo sa. Non li abbiamo mai visti dal vivo: PFM, Area e altri sì e più volte,
ma il Banco no: sono una “cosa di Roma”, a Milano si sono visti poco. Ma hanno
suonato tanto in casa mia, con ‘Darwin!’ avanti e indietro sullo stereo, grazie
a una copia prestatami da un compagno di banco sì, ma non del loro, visto che
li amava come un gatto ama il limone. A colpirmi era stata prima la grafica – a
un passo di quelle della Cramps di Gianni Sassi – e l’idea alla base del disco,
uno dei primi concept album di primo piano. Poi, la musica. Pezzi come “La
conquista della posizione eretta” non sono pane e nutella per un ragazzino di
15 anni, ma i tempi erano molto diversi e una larga fetta del pubblico del prog
rock viaggiava intorno a quell’età, per quanto possa sembrare incredibile.
Così, ‘Darwin’ era l’unico disco che conoscevo bene del gruppo. Sì, “gruppo”.
Band? E chi la usava, quella parola?
Arriviamo nel pomeriggio. Parco
Ravizza, un sole quasi agostano che picchia come un katanga. Platea di sedie di
legno vuote, non c’è nessuno, solo io e Zante. Mancano sei ore all’inizio del
concerto, è il mio primo sound check di un gruppo famoso, tutto mi fa
un’impressione enorme. Pierluigi Calderoni prova i suoni fragorosi della sua
batteria; Gianni Nocenzi, sciarpa di seta al collo, seria aria bohemien, fa in
fretta: un paio di minuti e il suo piano verticale è a posto. Il mega
crinieruto e baffutissimo tecnico di palco è di una calma olimpica, tra una
mitragliata di “Marce’… Marce’, chiama al mixer la spia di Rodolfo che nun
arriva…”. È Marcello Todaro, chitarrista del gruppo nei primi due album, che da
un po’ ha lasciato il posto a Rodolfo Maltese, che sta provando al microfono il
suo corno inglese. Gli altri non si vedono. E Francesco Di Giacomo? Dov’è il
cantante, il leader, il look del Banco?
È un’altra parola che non si usa,
“look”, nel giugno 1976. E nemmeno “immagine”: quando c’è qualcuno che spicca
in un gruppo lo si indica come “elemento più rappresentativo”, per motivi
artistoidi e mai legati all’aspetto. Nella PFM è lotta tra Franz Di Cioccio e
Mauro Pagani, negli Area domina Demetrio Stratos e nei parenti un po’ poveri
delle Orme noti Aldo Tagliapietra perché è quello col basso davanti al
microfono. Ma quando dici ‘Banco del Mutuo Soccorso’ tutti vedono Francesco Di
Giacomo: nessun gruppo si identifica con un suo componente come il Banco col
suo “cantante ciccione”, famosissimo anche tra chi non segue non solo il
progressive, ma la musica tout court. I soli a non accorgersene sono i
discografici della Ricordi, che sulle copertine dei primi tre album del gruppo
(‘Banco del Mutuo Soccorso’, ‘Darwin!’ e ‘Io sono nato libero’) non spingono
più di tanto sull’immagine del vocalist. Cantanti obesi? Da noi si conoscono
Gepy (& Gepy), in pista dagli anni ’60, Demis Roussos degli Aphrodite’s
Child (poi rivale di Julio Iglesias nel cuore delle mamme) e il leggendario –
negli USA – The Bear dei Canned Heat, quelli di ‘On The Road Again’, da noi
conosciuta in seguito per l’agghiacciante versione dei Rockets. Per il Banco
dovranno arrivare Emerson, Lake & Palmer e un contratto con la loro
etichetta, la Manticore, per adeguarsi all’ovvio: è sulla cover di ‘Banco’
(debutto europeo in inglese, sulle orme della PFM di qualche tempo prima) che
finalmente Francesco appare in tutta la sua magnitudo nei panni di un surreale
ciabattino nudo e decisamente sovrappeso: farà epoca la famosa foto sulretrocopertina,
così come mamma l’ha fatto, con un capitello a proteggere le parti nascoste.
‘Ciao 2001’, il settimanale-Bibbia del prog-rockista, parla benissimo
dell’album, come aveva fatto coi due album inglesi della PFM. Dischi ignorati
all’estero, tutti e tre, nonostante le bufale propinateci dai nostri
giornalisti musicali.
Si spengono le luci, il sole è
tramontato da un pezzo dopo le esibizioni di Angelo Branduardi in duo con
Maurizio Fabrizio e dei tedesconi Babylon. Adesso saremo in diecimila. Un faro
illumina Francesco Di Giacomo, enorme, imponente e ispirato. “Ci avete
aspettati per due ore, stasera vi dobbiamo tanto”. Parte ‘Requiescant in pace’,
potente, drammatica, quasi metallica. La folla è una curva calcistica:
ovazione, poi un’altra ovazione, e ancora. La voce è un aquilone che sale e
ondeggia. Suono assordante, gruppo al top della forma che spara a raffica tutte
le pallottole: ‘Dopo niente è più lo stesso’, ‘L’albero del pane’, ‘La
conquista della posizione eretta’. Il piano e voce di ‘750.000 anni
fa…l’amore?’ vengono coperti da un ruggito da gol al derby, che raddoppia ai
primi accenni di ‘Non mi rompete’. Nel bailamme generale, l’inedito ‘Il ragno’
e ‘Suggestioni di un ritorno in campagna’ scavano il finale di ‘Metamorfosi’.
Intorno è quasi isteria collettiva. Pierluigi Calderoni, Renato D’Angelo,
Rodolfo Maltese, Gianni e Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo lasciano il
palco. Ce ne andiamo groggy come dopo un aperitivo con Sonny Liston. Dalle
casse parte una versione in inglese di ‘Si dice che i delfini parlino’, che
uscirà in autunno. La voce ci risuonerà nelle orecchie per giorni.
Una voce che fa pensare. Definita
spesso come tenorile, a torto: Di Giacomo del tenore avrà forse fraseggio e
tonalità, ma timbrica ed estensione non lo avvicinano nemmeno a un tenore di
grazia. Il difetto di volere trovare a tutti i costi parentele stilistiche
ridondanti non rende giustizia a una delle nostre pochissime voci
autenticamente originali, una voce indefinibile perchè inclassificabile. Se ci
aggiungiamo la musicalità del Banco del periodo 1972-1976 (gli anni-apice del
progressive), ecco che alle nostre orecchie la voce e i testi di Francesco Di
Giacomo volano sulle intuizioni spesso folgoranti di Vittorio Nocenzi
rilanciando la posta nel fine corsa del prog-rock, scavalcato dall’urgenza dei
tempi e dissoltosi alle prime avvisaglie del 1977. Il sentiero che il Banco
percorrerà in seguito e che porterà a Sanremo non si potrà lontanamente
paragonare alla strada da cui veniva. Comprammo tutto del gruppo, dopo il
concerto di quella sera, e li rivedemmo altre volte, anche se già l’album che
uscì di lì a poco – ‘Come in un’ultima cena’ – ci suonò poco ispirato. Forse
erano le avvisaglie dei tempi che cambiavano, di noi che cambiavamo,
dell’arrivo di altre cose a cui guardare prima e in cui tuffarsi dopo, della
musica che non era più solo musica.
Dopo tutti questi anni mi dispiace
ancora di avere causato un incidente diplomatico a Francesco Di Giacomo e
Vittorio Nocenzi. Poco dopo l’uscita di ‘Come in un’ultima cena’ erano stati
ospiti in una trasmissione a Radio Regione a Milano, che il giorno prima li
aveva definiti “politicamente ambigui”. Il giorno dopo avevo telefonato in
studio in diretta dicendo a Francesco e Vittorio dell’accusa del giorno prima:
non mi sembrava per niente corretto parlare a vanvera in assenza degli
interessati. Loro prima mi ringraziarono, poi Vittorio Nocenzi si lanciò in una
memorabile analisi in diretta di cosa poteva e non poteva essere definito
“politicamente ambiguo” nel mondo della musica e delle radio libere. A fine
trasmissione, Francesco e Vittorio mi telefonarono a casa invitandomi a
un’assemblea pubblica che si sarebbe tenuta il giorno dopo alla Palazzina
Liberty: sarebbe stata l’occasione per conoscerci di persona. Non potei
andarci.
Non potevo sapere che Francesco Di
Giacomo non l’avrei mai incontrato, e oggi mi dispiace molto di più. Gli avrei
detto che ai miei occhi era l’unico a non avere pagato il dazio dell’oblio
riservato ai suoi colleghi dell’epoca anche grazie al suo personaggio, che
resta nell’immaginario di chi è venuto dopo e non può sapere cosa fossero il
Banco del Mutuo Soccorso e gli anni Settanta. Perché il cantante, l’autore,
l’uomo colto e dolce che gli amici ricordano oggi sono tutt’altro che sminuiti
dalla foto in bianco e nero nei panni di un ciabattino che lancia in aria una
scarpa sulla copertina di un disco. Johnny Stewart nel suo libro ‘Rockers’ ci
parla di un’epoca lontana, quella degli anni ’60-’70, in cui il brutto
diventava cool e spianava la strada a modelli improbabili, dalla musica alla
cultura pop trasversale. Pensando a Francesco Di Giacomo, preferisco rievocare
di seguito l’umore delle parole di Mario Pasi nel suo imprescindibile volume
dedicato a Maria Callas.
Un giorno si dirà che c’è stato un
tempo in cui un personaggio improbabile, grasso e con una lunga barba saliva
sul palco per fare una musica astrusa, e la folla acclamava lui e la sua voce.
Lo spettacolo finisce, lui si inchina e saluta con la mano, gli gridano “Bravo!
Bis!!!”, e lui saluta ancora e ancora. Così era, prima degli addii.
Fautori di un
granitico groove rock con ampie escursioni nel metal, i calabresi Veneregrida hanno dimostrato con l’ultimo album “C 12 - L’Umana Stirpe” estrema coerenza con le
loro idee: si sono ostinati a non voler minimamente ammorbidire il sound, prescegliendo
di permanere nell’underground piuttosto che tentare la via verso la notorietà.
D’altro canto, ciò avrebbe significato rinnegare sé stessi, svendersi al mercato
discografico (ammesso e non concesso che esista ancora) e pur consapevoli delle
enormi difficoltà in cui versa il panorama musicale italiano, già in grave
crisi prima della pandemia e ora praticamente in coma, hanno prescelto di
comporre ancora per amore della cultura e non per inseguire il vil denaro. Un
comportamento molto zappiano che va applaudito a prescindere dai gusti musicali
di chiunque.
“C 12 -
L’Umana Stirpe” è dominato da riff di chitarra potenti e adrenalinici
sciorinati dal duo Jack – Alessandro
Palumbo/ Leg – Giuseppe Gambardelli, da una sezione ritmica energicae da
ritornelli accattivanti ma mai banali, elementi che contraddistinguono la
direttrice artistica dei nostrani Veneregrida.
Nell’ascolto
del disco si percepiscono influenze varie, quali Pantera, Korn, Fear Factory,
Helmet, ma con un marchio di fabbrica autonomo; niente mere scopiazzature, dunque,
e voglia di esprimersi ricercando sempre una propria identità.
I nove brani sembrano
abiti cuciti apposta per essere indossati dalle liriche, cantate rigorosamente
in italiano, del singer Vein - Demetrio
Clafiore, che esprimono con veemenza tutta l’inquietudine e la solitudine
dell’essere umano, nonché il rifiuto per questo mondo ormai in agonia. Estrapoliamone
alcune:
<<Fottute merde a voi io dedico il rancore/il
mio disprezzo il mio tormento il mio dolore>>, da “Corrotti e Infetti”.
<<Non è cambiato niente dall'antichità/La follia
dilaga a causa di ogni credo/L'ignoranza ha il volto di ogni civiltà/La
giustizia ha il volto della mia pietà>>, da “In nome degli Dei”.
<<Mi sanguina l'anima senza obbiettare, senza
bisogno di dar retta al mio cuore/L'alienazione che subisce, l'alienazione che
distrugge>>, da “Virus”.
<<L' illusione del presente, non ha pietà se sei
soltanto un germe”>>, da “Germe”.
… insomma,
avete capito l’antifona?
“Non può piovere per sempre”, nota citazione dal
film “Il Corvo”, e, infatti, il nuovo disco non vuole essere espressione di un
pessimismo assoluto, ma di speranza verso un futuro migliore. Il concetto è
espresso chiaramente dalla band stessa “…ci ha dato la chiave per il prossimo lavoro
che sarà sicuramente scritto da uomini liberi”, liberi finalmente
dalla schiavitù che ci opprime da troppo tempo.
Non resta che
immergervi nella musica di questo gruppo, che si propone dal 1998 e con all’attivo
altre valenti pubblicazioni; vi aiuterà a veicolare la vostra rabbia verso le
ingiustizie che nel nostro Paese hanno raggiunto ultimamente livelli a dir poco
parossistici.
Da menzionare,
per concludere, la presenza dei Veneregrida alla 33^ di Sanremo Rock - edizione
2020… almeno loro hanno proposto il rock vero e non il solito ciarpame!
Ha compiuto gli anni ieri, 15 novembre,
Antonella Ruggiero, cantante con
un’estensione vocale incredibile che le permette di cantare qualsiasi cosa.
Membro fondatore nel 1975 dei Matia
Bazar, gruppo nato dalle “ceneri” dei JET e Museo Rosembach, con esperienze
progressive.
Una delle voci più belle in assoluto…
Happy Birthday Antonella!
Wazza
Oggi auguriamo buon compleanno alla
mitica Antonella Ruggiero (68 anni, nata a Genova il 15 novembre 1952).
La grande avventura chiamata Matia
Bazar, gruppo del quale fu membro fondatore nel 1975, e abbandonata nel 1989.
Poi la sua grande carriera solista:
tanti anni di strada solitaria dove Antonella ha avuto maniera e curiosità di
mettere alla prova ed esplorare la sua straordinaria vocalità nei generi
musicali più diversi e distanti tra loro: dal pop al jazz, dal tango alla
musica classica.
È un percorso molto interessante il
suo, attraverso mondi tanto differenti e altrettanto differenti modi di vivere
la musica.
La sua grande sensibilità e la voglia
di sperimentare, di ricercare, di evolversi come artista.
Ed anche la Voce, inconfondibile e
importante, diventando essa stessa suono, in una sorta di eco di emozioni
profonde che affiorano, attraggono, e quasi ipnotizzano.
Sono molte le sfide che ha ingaggiato
e portato a termine nel migliore dei modi.
Un omaggio ad Astor Piazzolla
nell'anno del suo centenario, nel quale le composizioni emblematiche del
leggendario compositore argentino dialogano con nuove composizioni originali
del gruppo.
"Vamos a
la Distancia“ è il quinto album di Tango Spleen Orquesta,
gruppo leader del tango in Italia ed affermato sulla scena internazionale, che
è stato registrato interamente durante il lockdown del 2021.
Le opere, rappresentative dei vari
momenti della produzione di Piazzolla (Michelangelo 70, Adiós Nonino, Milonga
del trovador, Oblivion e Fracanapa), sono state abilmente trascritte ed
arrangiate da Mariano Speranza, che ha curato la ricerca timbrica in ogni
particolare e ha proposto un'interpretazione fresca, attuale ed intensa.
Si alternano a queste le opere come “Ciao”,
di Anna Palumbo con fusione di elementi ritmici e armonici, Poeme di Elena
Luppi accostando il sound di Tango Spleen al minimalismo e alla ricercatezza
timbrica di certi autori europei, Milonga Schupi, Calles e Dos aguas dello
stesso Speranza, che raccontano la suggestione della sua terra argentina e
accostano atmosfere di vero contrasto.
Il nome dell’album, che in italiano
si potrebbe tradurre come un’esortazione ad andare avanti nonostante la
distanza, è tratto dal brano Milonga del Trovador (traccia numero 5) cantato da
Mariano Speranza.
La proposta artistica mette in luce
un forte e colorito messaggio di ottimismo creativo in un momento particolare
per la musica e l’arte in generale.
Ad interpretare le musiche di
quest’album sono stati: il musicista argentino Mariano
Speranza al pianoforte, al canto, agli arrangiamenti e direzione
musicale, come invitato speciale il violinista argentino Luciano Casalino,
la contrabbassista venezuelana Vanessa Matamoros, e gli italiani Francesco
Bruno al bandoneon, alla viola Elena Luppi e alle percussioni Anna
Palumbo.
La suggestiva immagine di copertina,
realizzata appositamente per questo album, è dell’artista argentino Luis
Felipe Garay. Il missaggio e la masterizzazione sono stati curati da Ivano
Giovedì.
TRACK BY TRACK (cliccare sul titolo per ascoltare il brano)
Composizione di Astor Piazzolla,
ispirata all’omonimo Nightclub di Buenos Aires dove Piazzolla spesso si
esibiva. Questo brano “presenta un modello consolidato: il walking bass in
opposizione agli accordi sincopati del gruppo”…”Qui, affiora un’anticipazione
di quelli che saranno i temi sugli ostinati che Piazzolla comincerà ad
adottare” (Piazzolla, La biografia. D. Fischerman e A. Gilbert p. 308).
L’adattamento di Speranza per Tango
Spleen introduce nuovi elementi percussivi ed il timbro della viola risalta nel
ruolo originalmente affidato alla chitarra elettrica del quintetto
piazzolliano.
Brano di Mariano Speranza: è
un’evocazione del genere della milonga criolla tanto utilizzata da Piazzolla
nelle sue melodie struggenti e caratterizzata da un andamento calmo e
riflessivo, come la colonna sonora di un paesaggio della pampa argentina, in
cui la vastità degli orizzonti è solcata da tanti sentieri (calles).
Con una lunga cadenza per pianoforte
si apre uno dei pezzi più iconici di Piazzolla. Composto nel 1959 e dedicato a
suo padre, lo stesso compositore lo definiva come “la più bella melodia che
avesse mai composto.”
Brano di Mariano Speranza, premiato
nel 2010 nell’ambito del concorso Suoni Senza Confini promosso dalla Fondazione
Pubblicità Progresso. Questo brano appartiene al genere della milonga della
città, di cui condivide l’ironia, la freschezza, la frenesia ed il virtuosismo.
È una musica che racconta una irrequietezza e i temi si rincorrono da uno
strumento all’altro, quasi come un gioco. È sostenuto da una ritmica pulsante
arricchita da effetti percussivi inusuali e ricercati e che si placa per un
istante nostalgico che sfuma come un battito di ciglia. È un brano emblematico dell’ensemble
che da oltre 12 anni è presente in ogni performance. Per quest’album Mariano
Speranza presenta un nuovo arrangiamento che rafforza l’amalgama timbrica e
consolida gli elementi essenziali.
Con musica di Piazzolla e testo di
Ferrer, questo è l’unico brano cantato del album. È interpretato al canto da Mariano
Speranza, con un arrangiamento originale ed essenziale in cui i pizzicati del
contrabbasso, a ritmo di milonga, dialogano con la voce e si arricchisce di
pennellate timbriche degli archi e del bandoneon. Dà il titolo al cd “Vamos a la
distancia”.
Un brano che si apre sullo slancio di
un Addio ma che si rasserena pian piano e si trasforma in un Arrivederci. Questa composizione è di Anna
Palumbo, percussionista di Tango Spleen, con l’arrangiamento di Mariano
Speranza in cui spiccano l’alternanza di momenti e stati d’animo contrastanti,
una ricca varietà e predominanza di percussioni, la vicinanza al jazz e alla
musica brasiliana.
Piazzolla compose questo brano nel
1982 e poi fu inserito nella colonna sonora del film Enrico IV. Oblivion evoca
nostalgia, spleen, talvolta tristezza. Tango Spleen lo presenta con
l’arrangiamento originale di Mariano Speranza, dove una nuova introduzione
ricalca un’atmosfera di suggestioni intense e dà il via al noto tema che sarà
interpretato del bandoneon.
Questa composizione di Mariano
Speranza dilata la struttura tradizionale del tango in una forma più libera e
discorsiva, immagina una dimensione di densità orchestrale che si placa e che
raggiunge un altissimo climax espressivo nel solo per violino interpretato
magistralmente da Luciano Casalino.
In questo brano il sound di Tango
Spleen si accosta al minimalismo e alla ricercatezza timbrica di certi autori
europei. La composizione della violista dell’ensemble Elena Luppi e
l’arrangiamento di Mariano Speranza conducono a un momento poetico e teatrale
di intrecci melodici.
Scritto da Piazzolla nel 1963, questo
brano, che accompagnò le performances del famoso bandoneonista argentino fino
gli ultimi concerti, conclude l’album con un forte carattere ritmico e
nostalgico, mettendo in risalto audacemente la modernità del genere del tango.
Fondato nel 2008 in Italia dal
pianista, cantante e compositore argentino Mariano Speranza, l’ensemble è un
punto di riferimento nel mondo del Tango sia per l’interpretazione e
l’arrangiamento dei classici che per le proprie composizioni.Centinaia di concerti, festival e spettacoli
hanno affermato l’ensemble in oltre venti paesi dall’Italia all’Argentina,
dall’Europa al Kuwait, dalla Russia agli USA.
Unica formazione europea convocata al
Festival Nacional del Tango de La Falda (Argentina), dal debutto con la
vittoria al concorso Suoni senza confini, Tango Spleen sorprende nelle rassegne
concertistiche. Negli anni ha abbracciato rinomate e preziose collaborazioni
nell’ambito internazionale della musica.Il tenore di fama mondiale Marcelo Álvarez sceglie Tango Spleen per il
suo recital dedicato al tango, Novaya Opera di Mosca 2014 e The Broad Stage
Theatre di Santa Monica (USA 2017).Grazie alla collaborazione con Bernardo Lanzetti (ex cantante PFM) Tango
Spleen sperimenta anche la fusione tra tango e rock progressivo, inoltre ha il
piacere di affiancare la cantautrice uruguaiana disco di platino Malena Muyala
(Tour Germania 2015), il cantautore italiano Franz Campi (album 2021) e la
cantante Elisa Ridolfi in Tango-Fado (Sambuca di Sicilia 2018). Dal 2015 a oggi l’ensemble è
regolarmente in tournée nei più rinomati palcoscenici e ha collaborato con i
nomi più importanti della danza del tango.
Un’antica leggenda del 2012, una
leggenda vera, dice che Bill Frisell ascoltò casualmente un disco dei Guano
Padano negli Stati Uniti e che fu conquistato dal loro suono cinematico, caldo,
vibrante, denso di riferimenti filmici e visionario in proprio. E che, pochi
anni dopo, il destino sincronizzatore li mettesse insieme sullo stesso
palcoscenico di JAZZMI, Frisell con il suo Music for Strings e i Guano Padano
ad aprirgli l’estasi con il loro cinema per le orecchie.
A quell’incontro fortuito seguì la collaborazione a distanza che ora viene alla luce in questo Ep intitolato “Back and Forth”, avanti e indietro, come la loro musica tra i continenti, come i continui riavvolgimenti cui sono destinate le pellicole e le vite romanzesche. Ospite fisso in tutt’e quattro le tracce del disco è il cantante e strumentista di molti strumenti Sam Amidon, famiglia d’artisti e americano del Vermont.
Ad aprire le visioni è la chitarra celestiale di Bill Frisell. E’ straordinario come bastino due sue note e il mondo smetta subito di sputare sangue. Il pezzo è di Paul Motian, mai inciso dall’autore. S’intitola “Prairie avenue cowboy” (cliccare sui titoli per l'ascolto) e ci porta a passeggio nei campi elisi del western onirico con una soavità che si taglia con una piuma. Se non è di questo pezzo che l’umanità aveva bisogno in questo anno tremendo, che gli Dei della musica ce ne mandino un altro identico.
Segue “Cereno”, ispirato al lungo racconto di Herman Melville che il suo traduttore Cesare Pavese aveva definito “perfettissimo”. Proiettati dalla musica, eccoci su quel legno da foche, nella paralisi di una bonaccia che prelude allo scoppio della ferocia. Calma del mare, quiete dei capitani, apparizione del demoniaco Babo: tutto è fermo nello scricchiolio dello scafo, nel presentimento dell’abisso. Il canto trasognato di Amidon evoca le tempeste passate sapendo che il peggio deve ancora venire.
Ma cos’è che dà così tanta forza cinematica alla musica dei Guano Padano, se non questa loro capacità di creare il buio intorno, di spegnere la luce sulla fuorviante realtà e di ingigantire i dettagli dell’immaginario collettivo?
Prendiamo per esempio il successivo “Short life”. Dicono che per fare un blues basti un padrone avaro, una donna spietata o un mulo testardo. Ma per fare un pezzo di bluegrass tradizionale come questo, occorrerà metterci anche certe vecchie ballate delle isole inglesi, i merletti di un fiddle e gli Appalachi come muro da riverberi. Se poi ci aggiungiamo la scoperta dell’elettricità, gli arpeggi lancinanti di una Fender, la voce disincantata di un cuore infranto, ecco che la rottura unilaterale di una promessa di matrimonio acquista il sapore epico di un destino ineluttabile, una perdenza gustata fotogramma per fotogramma fino ai titoli di coda.
Chiude il disco una suite di tre pezzi “Un occhio verso Tokyo”, “Jack Frost” e “Sugar baby”, un lungometraggio sonoro di quasi 11 minuti che riunisce due pezzi originali dei Guano Padano con un pezzo tradizionale reso celebre da Dock Boggs. Ancora una volta avanti e indietro nel tempo e nello spazio, dal Giappone all’Artico e agli Appalachi, e senza mai muoversi da uno studio di Brescia. Del resto, Sergio Leone non ci faceva vedere i canyon e i saloon da Cinecittà?