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martedì 23 novembre 2021

Suite Rock - Il Prog tra passato e futuro (Athos Enrile e Oliviero Lacagnina): commento di Fabio Rossi

 


Libro: Suite Rock - Il Prog tra passato e futuro

Autori: Athos Enrile e Oliviero Lacagnina

Edizioni: Graphofeel

Anno: 2020

Recensione a cura di Fabio Rossi


Per esperienza personale posso affermare, senza tema di smentita, che affrontare una tematica vasta come quella del rock progressivo può rivelarsi un’insidia tremenda per uno scrittore. Il problema di fondo è che si finisce inevitabilmente per scontentare un po’ tutti perché, sia per la complessità della materia che per i gusti personali dell’autore, la tendenza è quella di dare eccessivo spazio a taluni gruppi rispetto ad altri, oltre al fatto di non citare band reputate da qualcuno importanti o snobbare dischi che, invece, meriterebbero più spazio. Insomma, non è una passeggiata di salute. L’unico sistema per evitare, ove possibile, le critiche negative è il dichiarare apertamente qual è l’obiettivo prefissato.

Nel caso di “Suite Rock – Il Prog tra passato e futuro”, Athos Enrile e Oliviero Lacagnina l’hanno espressamente dichiarato, ovvero hanno voluto pubblicare un saggio destinato ai giovani, a coloro che per motivi anagrafici non hanno potuto vivere l’epopea magica del rock progressivo. In definitiva è il medesimo scopo che ebbi io quando pubblicai nel 2015 Quando il Rock divenne musica colta: Storia del Prog e, forse non a caso, l’autore della prefazione era proprio l’amico Athos Enrile. L’ho ispirato? Se la risposta è affermativa, non posso che essere contento e da recensore reputo il risultato finale dello sforzo fatto congiuntamente con Lacagnina pienamente all’altezza delle aspettative. 

Il neofita ha materiale a iosa per imparare e l’esperto attempato proverà tanta nostalgia rievocando nella mente gli straordinari concerti degli anni settanta che band come Genesis, Jethro Tull, Emerson, Lake & Palmer, Van Der Graaf Generator e altri ancora tennero nella nostra penisola, le ore passate in casa in religioso silenzio ad ascoltare gli album trattati come reliquie, i negozi di dischi dove si trascorrevano pomeriggi interi a scegliere indecisi che cosa comprare con i pochi soldi a disposizione… che tempi….

In questa scorrevole opera letteraria troverete tutte le informazioni necessarie ad acquisire una solida base di partenza: le formazioni più importanti, i dischi seminali, gli strumenti utilizzati, la spiegazione di che cos’è esattamente il rock progressivo, una sezione dedicata a uno dei movimenti più importanti in assoluto, quello italiano con sugli scudi Banco del Mutuo Soccorso, Le Orme, Premiata Forneria Marconi, Area capaci di comporre a livelli oggi impensabili (non a caso molti critici giudicarono il prog nostrano pari se non addirittura superiore a quello dei maestri inglesi) e molto altro ancora. Non c’è solo mero revivalismo, ma anche vivida speranza per il futuro visto il livello che molte formazioni, specie italiane, hanno saputo raggiungere negli ultimi anni. Si auspica davvero un ritorno dei bei tempi. L’impegno è stato sicuramente notevole (e quanto vi capisco!), ma il risultato è di eccellente livello: anch’io ho scoperto una serie d’informazioni che non conoscevo. Acquistatelo senza remore… non ve ne pentirete.

Athos Enrile e Oliviero Lacagnina

 

domenica 21 novembre 2021

Ricordiamo Francesco Di Giacomo come ogni giorno 21 del mese

Foto Danilo Recchia

Gli uomini nascono ignoranti, non stupidi 

La stupidità e il risultato dell’educazione 

(Bertrand Russel)

21 Novembre

Ci sarai sempre. Buon viaggio Capitano.

Wazza

“C’è il Banco del Mutuo Soccorso al festival della FGCI! Cazzo, và che manifesto!”. Che poi è la copertina di ‘Banco’, il primo album inglese del gruppo, con la famosa foto in bianco e nero di Francesco Di Giacomo che lancia in aria una scarpa, ma il mio amico Zante non lo sa. Non li abbiamo mai visti dal vivo: PFM, Area e altri sì e più volte, ma il Banco no: sono una “cosa di Roma”, a Milano si sono visti poco. Ma hanno suonato tanto in casa mia, con ‘Darwin!’ avanti e indietro sullo stereo, grazie a una copia prestatami da un compagno di banco sì, ma non del loro, visto che li amava come un gatto ama il limone. A colpirmi era stata prima la grafica – a un passo di quelle della Cramps di Gianni Sassi – e l’idea alla base del disco, uno dei primi concept album di primo piano. Poi, la musica. Pezzi come “La conquista della posizione eretta” non sono pane e nutella per un ragazzino di 15 anni, ma i tempi erano molto diversi e una larga fetta del pubblico del prog rock viaggiava intorno a quell’età, per quanto possa sembrare incredibile. Così, ‘Darwin’ era l’unico disco che conoscevo bene del gruppo. Sì, “gruppo”. Band? E chi la usava, quella parola?

Arriviamo nel pomeriggio. Parco Ravizza, un sole quasi agostano che picchia come un katanga. Platea di sedie di legno vuote, non c’è nessuno, solo io e Zante. Mancano sei ore all’inizio del concerto, è il mio primo sound check di un gruppo famoso, tutto mi fa un’impressione enorme. Pierluigi Calderoni prova i suoni fragorosi della sua batteria; Gianni Nocenzi, sciarpa di seta al collo, seria aria bohemien, fa in fretta: un paio di minuti e il suo piano verticale è a posto. Il mega crinieruto e baffutissimo tecnico di palco è di una calma olimpica, tra una mitragliata di “Marce’… Marce’, chiama al mixer la spia di Rodolfo che nun arriva…”. È Marcello Todaro, chitarrista del gruppo nei primi due album, che da un po’ ha lasciato il posto a Rodolfo Maltese, che sta provando al microfono il suo corno inglese. Gli altri non si vedono. E Francesco Di Giacomo? Dov’è il cantante, il leader, il look del Banco?

È un’altra parola che non si usa, “look”, nel giugno 1976. E nemmeno “immagine”: quando c’è qualcuno che spicca in un gruppo lo si indica come “elemento più rappresentativo”, per motivi artistoidi e mai legati all’aspetto. Nella PFM è lotta tra Franz Di Cioccio e Mauro Pagani, negli Area domina Demetrio Stratos e nei parenti un po’ poveri delle Orme noti Aldo Tagliapietra perché è quello col basso davanti al microfono. Ma quando dici ‘Banco del Mutuo Soccorso’ tutti vedono Francesco Di Giacomo: nessun gruppo si identifica con un suo componente come il Banco col suo “cantante ciccione”, famosissimo anche tra chi non segue non solo il progressive, ma la musica tout court. I soli a non accorgersene sono i discografici della Ricordi, che sulle copertine dei primi tre album del gruppo (‘Banco del Mutuo Soccorso’, ‘Darwin!’ e ‘Io sono nato libero’) non spingono più di tanto sull’immagine del vocalist. Cantanti obesi? Da noi si conoscono Gepy (& Gepy), in pista dagli anni ’60, Demis Roussos degli Aphrodite’s Child (poi rivale di Julio Iglesias nel cuore delle mamme) e il leggendario – negli USA – The Bear dei Canned Heat, quelli di ‘On The Road Again’, da noi conosciuta in seguito per l’agghiacciante versione dei Rockets. Per il Banco dovranno arrivare Emerson, Lake & Palmer e un contratto con la loro etichetta, la Manticore, per adeguarsi all’ovvio: è sulla cover di ‘Banco’ (debutto europeo in inglese, sulle orme della PFM di qualche tempo prima) che finalmente Francesco appare in tutta la sua magnitudo nei panni di un surreale ciabattino nudo e decisamente sovrappeso: farà epoca la famosa foto sulretrocopertina, così come mamma l’ha fatto, con un capitello a proteggere le parti nascoste. ‘Ciao 2001’, il settimanale-Bibbia del prog-rockista, parla benissimo dell’album, come aveva fatto coi due album inglesi della PFM. Dischi ignorati all’estero, tutti e tre, nonostante le bufale propinateci dai nostri giornalisti musicali.

Si spengono le luci, il sole è tramontato da un pezzo dopo le esibizioni di Angelo Branduardi in duo con Maurizio Fabrizio e dei tedesconi Babylon. Adesso saremo in diecimila. Un faro illumina Francesco Di Giacomo, enorme, imponente e ispirato. “Ci avete aspettati per due ore, stasera vi dobbiamo tanto”. Parte ‘Requiescant in pace’, potente, drammatica, quasi metallica. La folla è una curva calcistica: ovazione, poi un’altra ovazione, e ancora. La voce è un aquilone che sale e ondeggia. Suono assordante, gruppo al top della forma che spara a raffica tutte le pallottole: ‘Dopo niente è più lo stesso’, ‘L’albero del pane’, ‘La conquista della posizione eretta’. Il piano e voce di ‘750.000 anni fa…l’amore?’ vengono coperti da un ruggito da gol al derby, che raddoppia ai primi accenni di ‘Non mi rompete’. Nel bailamme generale, l’inedito ‘Il ragno’ e ‘Suggestioni di un ritorno in campagna’ scavano il finale di ‘Metamorfosi’. Intorno è quasi isteria collettiva. Pierluigi Calderoni, Renato D’Angelo, Rodolfo Maltese, Gianni e Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo lasciano il palco. Ce ne andiamo groggy come dopo un aperitivo con Sonny Liston. Dalle casse parte una versione in inglese di ‘Si dice che i delfini parlino’, che uscirà in autunno. La voce ci risuonerà nelle orecchie per giorni.

Una voce che fa pensare. Definita spesso come tenorile, a torto: Di Giacomo del tenore avrà forse fraseggio e tonalità, ma timbrica ed estensione non lo avvicinano nemmeno a un tenore di grazia. Il difetto di volere trovare a tutti i costi parentele stilistiche ridondanti non rende giustizia a una delle nostre pochissime voci autenticamente originali, una voce indefinibile perchè inclassificabile. Se ci aggiungiamo la musicalità del Banco del periodo 1972-1976 (gli anni-apice del progressive), ecco che alle nostre orecchie la voce e i testi di Francesco Di Giacomo volano sulle intuizioni spesso folgoranti di Vittorio Nocenzi rilanciando la posta nel fine corsa del prog-rock, scavalcato dall’urgenza dei tempi e dissoltosi alle prime avvisaglie del 1977. Il sentiero che il Banco percorrerà in seguito e che porterà a Sanremo non si potrà lontanamente paragonare alla strada da cui veniva. Comprammo tutto del gruppo, dopo il concerto di quella sera, e li rivedemmo altre volte, anche se già l’album che uscì di lì a poco – ‘Come in un’ultima cena’ – ci suonò poco ispirato. Forse erano le avvisaglie dei tempi che cambiavano, di noi che cambiavamo, dell’arrivo di altre cose a cui guardare prima e in cui tuffarsi dopo, della musica che non era più solo musica.

Dopo tutti questi anni mi dispiace ancora di avere causato un incidente diplomatico a Francesco Di Giacomo e Vittorio Nocenzi. Poco dopo l’uscita di ‘Come in un’ultima cena’ erano stati ospiti in una trasmissione a Radio Regione a Milano, che il giorno prima li aveva definiti “politicamente ambigui”. Il giorno dopo avevo telefonato in studio in diretta dicendo a Francesco e Vittorio dell’accusa del giorno prima: non mi sembrava per niente corretto parlare a vanvera in assenza degli interessati. Loro prima mi ringraziarono, poi Vittorio Nocenzi si lanciò in una memorabile analisi in diretta di cosa poteva e non poteva essere definito “politicamente ambiguo” nel mondo della musica e delle radio libere. A fine trasmissione, Francesco e Vittorio mi telefonarono a casa invitandomi a un’assemblea pubblica che si sarebbe tenuta il giorno dopo alla Palazzina Liberty: sarebbe stata l’occasione per conoscerci di persona. Non potei andarci.

Non potevo sapere che Francesco Di Giacomo non l’avrei mai incontrato, e oggi mi dispiace molto di più. Gli avrei detto che ai miei occhi era l’unico a non avere pagato il dazio dell’oblio riservato ai suoi colleghi dell’epoca anche grazie al suo personaggio, che resta nell’immaginario di chi è venuto dopo e non può sapere cosa fossero il Banco del Mutuo Soccorso e gli anni Settanta. Perché il cantante, l’autore, l’uomo colto e dolce che gli amici ricordano oggi sono tutt’altro che sminuiti dalla foto in bianco e nero nei panni di un ciabattino che lancia in aria una scarpa sulla copertina di un disco. Johnny Stewart nel suo libro ‘Rockers’ ci parla di un’epoca lontana, quella degli anni ’60-’70, in cui il brutto diventava cool e spianava la strada a modelli improbabili, dalla musica alla cultura pop trasversale. Pensando a Francesco Di Giacomo, preferisco rievocare di seguito l’umore delle parole di Mario Pasi nel suo imprescindibile volume dedicato a Maria Callas.

Un giorno si dirà che c’è stato un tempo in cui un personaggio improbabile, grasso e con una lunga barba saliva sul palco per fare una musica astrusa, e la folla acclamava lui e la sua voce. Lo spettacolo finisce, lui si inchina e saluta con la mano, gli gridano “Bravo! Bis!!!”, e lui saluta ancora e ancora. Così era, prima degli addii.

 

 

 

venerdì 19 novembre 2021

Veneregrida - “C 12 - L’Umana Stirpe”, di Fabio Rossi


Veneregrida - “C 12 - L’Umana Stirpe”

Di Fabio Rossi


Fautori di un granitico groove rock con ampie escursioni nel metal, i calabresi Veneregrida hanno dimostrato con l’ultimo album “C 12 - L’Umana Stirpe” estrema coerenza con le loro idee: si sono ostinati a non voler minimamente ammorbidire il sound, prescegliendo di permanere nell’underground piuttosto che tentare la via verso la notorietà. D’altro canto, ciò avrebbe significato rinnegare sé stessi, svendersi al mercato discografico (ammesso e non concesso che esista ancora) e pur consapevoli delle enormi difficoltà in cui versa il panorama musicale italiano, già in grave crisi prima della pandemia e ora praticamente in coma, hanno prescelto di comporre ancora per amore della cultura e non per inseguire il vil denaro. Un comportamento molto zappiano che va applaudito a prescindere dai gusti musicali di chiunque.

C 12 - L’Umana Stirpe” è dominato da riff di chitarra potenti e adrenalinici sciorinati dal duo Jack – Alessandro Palumbo/ Leg – Giuseppe Gambardelli, da una sezione ritmica energica e da ritornelli accattivanti ma mai banali, elementi che contraddistinguono la direttrice artistica dei nostrani Veneregrida.

Nell’ascolto del disco si percepiscono influenze varie, quali Pantera, Korn, Fear Factory, Helmet, ma con un marchio di fabbrica autonomo; niente mere scopiazzature, dunque, e voglia di esprimersi ricercando sempre una propria identità.

I nove brani sembrano abiti cuciti apposta per essere indossati dalle liriche, cantate rigorosamente in italiano, del singer Vein - Demetrio Clafiore, che esprimono con veemenza tutta l’inquietudine e la solitudine dell’essere umano, nonché il rifiuto per questo mondo ormai in agonia. Estrapoliamone alcune:

<<Fottute merde a voi io dedico il rancore/il mio disprezzo il mio tormento il mio dolore>>, da “Corrotti e Infetti”.

<<Non è cambiato niente dall'antichità/La follia dilaga a causa di ogni credo/L'ignoranza ha il volto di ogni civiltà/La giustizia ha il volto della mia pietà>>, da “In nome degli Dei”.

<<Mi sanguina l'anima senza obbiettare, senza bisogno di dar retta al mio cuore/L'alienazione che subisce, l'alienazione che distrugge>>, da “Virus”.

<<L' illusione del presente, non ha pietà se sei soltanto un germe”>>, da “Germe”.

… insomma, avete capito l’antifona?

“Non può piovere per sempre”, nota citazione dal film “Il Corvo”, e, infatti, il nuovo disco non vuole essere espressione di un pessimismo assoluto, ma di speranza verso un futuro migliore. Il concetto è espresso chiaramente dalla band stessa “…ci ha dato la chiave per il prossimo lavoro che sarà sicuramente scritto da uomini liberi”, liberi finalmente dalla schiavitù che ci opprime da troppo tempo.

Non resta che immergervi nella musica di questo gruppo, che si propone dal 1998 e con all’attivo altre valenti pubblicazioni; vi aiuterà a veicolare la vostra rabbia verso le ingiustizie che nel nostro Paese hanno raggiunto ultimamente livelli a dir poco parossistici.

Da menzionare, per concludere, la presenza dei Veneregrida alla 33^ di Sanremo Rock - edizione 2020… almeno loro hanno proposto il rock vero e non il solito ciarpame!

 


Gruppo: Veneregrida

Genere: Groove Rock

Album: C 12 - L’Umana Stirpe

Anno: 2020

Casa discografica: NovaEra Records

 

Tracklist:

1. L'Umana Stirpe

2. Corrotti e Infetti

3. La Dittatura del Carbonio

4. Il Male che mi Creo

5. In Nome degli Dei

6. Deserto

7. Ode

8. Virus

9. Germe

 

Lineup:

Vein- Demetrio Clafiore: Lead and Backing Vocals

Kroson- Natale Scopelliti: Drums

Icon – Luca Brandi: Bass and backing vocals

Jack – Alessandro Palumbo: Guitars

Leg – Giuseppe Gambardelli: Guitars

 

 

giovedì 18 novembre 2021

Le Orme su TV Sorrisi e canzoni il 18 novembre del 1973

Ricco articolo per Le Orme, su “TV Sorrisi & Canzoni” del 18 novembre 1973... quando c’erano i “capelloni”! 

Di tutto un Pop...

Wazza






 

martedì 16 novembre 2021

Il compleanno di Antonella Ruggiero

Ha compiuto gli anni ieri, 15 novembre, Antonella Ruggiero, cantante con un’estensione vocale incredibile che le permette di cantare qualsiasi cosa.

Membro fondatore nel 1975 dei Matia Bazar, gruppo nato dalle “ceneri” dei JET e Museo Rosembach, con esperienze progressive.

Una delle voci più belle in assoluto…

Happy Birthday Antonella!

Wazza

Oggi auguriamo buon compleanno alla mitica Antonella Ruggiero (68 anni, nata a Genova il 15 novembre 1952).

La grande avventura chiamata Matia Bazar, gruppo del quale fu membro fondatore nel 1975, e abbandonata nel 1989.

Poi la sua grande carriera solista: tanti anni di strada solitaria dove Antonella ha avuto maniera e curiosità di mettere alla prova ed esplorare la sua straordinaria vocalità nei generi musicali più diversi e distanti tra loro: dal pop al jazz, dal tango alla musica classica.

È un percorso molto interessante il suo, attraverso mondi tanto differenti e altrettanto differenti modi di vivere la musica.

La sua grande sensibilità e la voglia di sperimentare, di ricercare, di evolversi come artista.

Ed anche la Voce, inconfondibile e importante, diventando essa stessa suono, in una sorta di eco di emozioni profonde che affiorano, attraggono, e quasi ipnotizzano.

Sono molte le sfide che ha ingaggiato e portato a termine nel migliore dei modi.

Non ha ancora finito di sorprenderci...





 

lunedì 15 novembre 2021

TANGO SPLEEN ORQUESTA - "Vamos a la distancia"


TANGO SPLEEN ORQUESTA

"Vamos a la distancia"

 Autoproduzione


Un omaggio ad Astor Piazzolla nell'anno del suo centenario, nel quale le composizioni emblematiche del leggendario compositore argentino dialogano con nuove composizioni originali del gruppo.



"Vamos a la Distancia“ è il quinto album di Tango Spleen Orquesta, gruppo leader del tango in Italia ed affermato sulla scena internazionale, che è stato registrato interamente durante il lockdown del 2021.

Le opere, rappresentative dei vari momenti della produzione di Piazzolla (Michelangelo 70, Adiós Nonino, Milonga del trovador, Oblivion e Fracanapa), sono state abilmente trascritte ed arrangiate da Mariano Speranza, che ha curato la ricerca timbrica in ogni particolare e ha proposto un'interpretazione fresca, attuale ed intensa.

Si alternano a queste le opere come “Ciao”, di Anna Palumbo con fusione di elementi ritmici e armonici, Poeme di Elena Luppi accostando il sound di Tango Spleen al minimalismo e alla ricercatezza timbrica di certi autori europei, Milonga Schupi, Calles e Dos aguas dello stesso Speranza, che raccontano la suggestione della sua terra argentina e accostano atmosfere di vero contrasto.

Il nome dell’album, che in italiano si potrebbe tradurre come un’esortazione ad andare avanti nonostante la distanza, è tratto dal brano Milonga del Trovador (traccia numero 5) cantato da Mariano Speranza.

La proposta artistica mette in luce un forte e colorito messaggio di ottimismo creativo in un momento particolare per la musica e l’arte in generale.

Ad interpretare le musiche di quest’album sono stati: il musicista argentino Mariano Speranza al pianoforte, al canto, agli arrangiamenti e direzione musicale, come invitato speciale il violinista argentino Luciano Casalino, la contrabbassista venezuelana Vanessa Matamoros, e gli italiani Francesco Bruno al bandoneon, alla viola Elena Luppi e alle percussioni Anna Palumbo.

La suggestiva immagine di copertina, realizzata appositamente per questo album, è dell’artista argentino Luis Felipe Garay. Il missaggio e la masterizzazione sono stati curati da Ivano Giovedì.


TRACK BY TRACK (cliccare sul titolo per ascoltare il brano)


Michelangelo ‘70

Composizione di Astor Piazzolla, ispirata all’omonimo Nightclub di Buenos Aires dove Piazzolla spesso si esibiva. Questo brano “presenta un modello consolidato: il walking bass in opposizione agli accordi sincopati del gruppo”…”Qui, affiora un’anticipazione di quelli che saranno i temi sugli ostinati che Piazzolla comincerà ad adottare” (Piazzolla, La biografia. D. Fischerman e A. Gilbert p. 308).

L’adattamento di Speranza per Tango Spleen introduce nuovi elementi percussivi ed il timbro della viola risalta nel ruolo originalmente affidato alla chitarra elettrica del quintetto piazzolliano.

Calles

Brano di Mariano Speranza: è un’evocazione del genere della milonga criolla tanto utilizzata da Piazzolla nelle sue melodie struggenti e caratterizzata da un andamento calmo e riflessivo, come la colonna sonora di un paesaggio della pampa argentina, in cui la vastità degli orizzonti è solcata da tanti sentieri (calles).

Adiós Nonino

Con una lunga cadenza per pianoforte si apre uno dei pezzi più iconici di Piazzolla. Composto nel 1959 e dedicato a suo padre, lo stesso compositore lo definiva come “la più bella melodia che avesse mai composto.”

Milonga Schupi

Brano di Mariano Speranza, premiato nel 2010 nell’ambito del concorso Suoni Senza Confini promosso dalla Fondazione Pubblicità Progresso. Questo brano appartiene al genere della milonga della città, di cui condivide l’ironia, la freschezza, la frenesia ed il virtuosismo. È una musica che racconta una irrequietezza e i temi si rincorrono da uno strumento all’altro, quasi come un gioco. È sostenuto da una ritmica pulsante arricchita da effetti percussivi inusuali e ricercati e che si placa per un istante nostalgico che sfuma come un battito di ciglia. È un brano emblematico dell’ensemble che da oltre 12 anni è presente in ogni performance. Per quest’album Mariano Speranza presenta un nuovo arrangiamento che rafforza l’amalgama timbrica e consolida gli elementi essenziali.

Milonga del trovador

Con musica di Piazzolla e testo di Ferrer, questo è l’unico brano cantato del album. È interpretato al canto da Mariano Speranza, con un arrangiamento originale ed essenziale in cui i pizzicati del contrabbasso, a ritmo di milonga, dialogano con la voce e si arricchisce di pennellate timbriche degli archi e del bandoneon. Dà il titolo al cd “Vamos a la distancia”.

Ciao

Un brano che si apre sullo slancio di un Addio ma che si rasserena pian piano e si trasforma in un Arrivederci. Questa composizione è di Anna Palumbo, percussionista di Tango Spleen, con l’arrangiamento di Mariano Speranza in cui spiccano l’alternanza di momenti e stati d’animo contrastanti, una ricca varietà e predominanza di percussioni, la vicinanza al jazz e alla musica brasiliana.

Oblivion

Piazzolla compose questo brano nel 1982 e poi fu inserito nella colonna sonora del film Enrico IV. Oblivion evoca nostalgia, spleen, talvolta tristezza. Tango Spleen lo presenta con l’arrangiamento originale di Mariano Speranza, dove una nuova introduzione ricalca un’atmosfera di suggestioni intense e dà il via al noto tema che sarà interpretato del bandoneon.

Dos Aguas

Questa composizione di Mariano Speranza dilata la struttura tradizionale del tango in una forma più libera e discorsiva, immagina una dimensione di densità orchestrale che si placa e che raggiunge un altissimo climax espressivo nel solo per violino interpretato magistralmente da Luciano Casalino.

Poeme

In questo brano il sound di Tango Spleen si accosta al minimalismo e alla ricercatezza timbrica di certi autori europei. La composizione della violista dell’ensemble Elena Luppi e l’arrangiamento di Mariano Speranza conducono a un momento poetico e teatrale di intrecci melodici.

Fracanapa

Scritto da Piazzolla nel 1963, questo brano, che accompagnò le performances del famoso bandoneonista argentino fino gli ultimi concerti, conclude l’album con un forte carattere ritmico e nostalgico, mettendo in risalto audacemente la modernità del genere del tango.

Fondato nel 2008 in Italia dal pianista, cantante e compositore argentino Mariano Speranza, l’ensemble è un punto di riferimento nel mondo del Tango sia per l’interpretazione e l’arrangiamento dei classici che per le proprie composizioni.  Centinaia di concerti, festival e spettacoli hanno affermato l’ensemble in oltre venti paesi dall’Italia all’Argentina, dall’Europa al Kuwait, dalla Russia agli USA.

Unica formazione europea convocata al Festival Nacional del Tango de La Falda (Argentina), dal debutto con la vittoria al concorso Suoni senza confini, Tango Spleen sorprende nelle rassegne concertistiche. Negli anni ha abbracciato rinomate e preziose collaborazioni nell’ambito internazionale della musica.  Il tenore di fama mondiale Marcelo Álvarez sceglie Tango Spleen per il suo recital dedicato al tango, Novaya Opera di Mosca 2014 e The Broad Stage Theatre di Santa Monica (USA 2017).  Grazie alla collaborazione con Bernardo Lanzetti (ex cantante PFM) Tango Spleen sperimenta anche la fusione tra tango e rock progressivo, inoltre ha il piacere di affiancare la cantautrice uruguaiana disco di platino Malena Muyala (Tour Germania 2015), il cantautore italiano Franz Campi (album 2021) e la cantante Elisa Ridolfi in Tango-Fado (Sambuca di Sicilia 2018). Dal 2015 a oggi l’ensemble è regolarmente in tournée nei più rinomati palcoscenici e ha collaborato con i nomi più importanti della danza del tango.

UNA PERFORMANCE DAL VIVO...

 

Contatti e social 

Sito ufficiale: https://tangospleen.com/ 

Instagram: https://www.instagram.com/tangospleen/ 

Facebook: https://www.facebook.com/TangoSpleenOfficial

Youtube: https://www.youtube.cm/channel/UCRkDDQsZJrShjxJIpYvttJA

Spotify: https://open.spotify.com/album/0rnS2SHD4qTv0eC4trjF7i

  

Francesca Zizzari

l’altoparlante

comunicazione musicale

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domenica 14 novembre 2021

GUANO PADANO - “Back and Forth”

PONDEROSA MUSIC RECORS PRESENTA

GUANO PADANO - “Back and Forth”

Un’antica leggenda del 2012, una leggenda vera, dice che Bill Frisell ascoltò casualmente un disco dei Guano Padano negli Stati Uniti e che fu conquistato dal loro suono cinematico, caldo, vibrante, denso di riferimenti filmici e visionario in proprio. E che, pochi anni dopo, il destino sincronizzatore li mettesse insieme sullo stesso palcoscenico di JAZZMI, Frisell con il suo Music for Strings e i Guano Padano ad aprirgli l’estasi con il loro cinema per le orecchie.

A quell’incontro fortuito seguì la collaborazione a distanza che ora viene alla luce in questo Ep intitolato “Back and Forth”, avanti e indietro, come la loro musica tra i continenti, come i continui riavvolgimenti cui sono destinate le pellicole e le vite romanzesche. Ospite fisso in tutt’e quattro le tracce del disco è il cantante e strumentista di molti strumenti Sam Amidon, famiglia d’artisti e americano del Vermont.

Ad aprire le visioni è la chitarra celestiale di Bill Frisell. E’ straordinario come bastino due sue note e il mondo smetta subito di sputare sangue. Il pezzo è di Paul Motian, mai inciso dall’autore. S’intitola “Prairie avenue cowboy” (cliccare sui titoli per l'ascolto) e ci porta a passeggio nei campi elisi del western onirico con una soavità che si taglia con una piuma. Se non è di questo pezzo che l’umanità aveva bisogno in questo anno tremendo, che gli Dei della musica ce ne mandino un altro identico. 

Segue “Cereno”, ispirato al lungo racconto di Herman Melville che il suo traduttore Cesare Pavese aveva definito “perfettissimo”. Proiettati dalla musica, eccoci su quel legno da foche, nella paralisi di una bonaccia che prelude allo scoppio della ferocia. Calma del mare, quiete dei capitani, apparizione del demoniaco Babo: tutto è fermo nello scricchiolio dello scafo, nel presentimento dell’abisso. Il canto trasognato di Amidon evoca le tempeste passate sapendo che il peggio deve ancora venire. 

Ma cos’è che dà così tanta forza cinematica alla musica dei Guano Padano, se non questa loro capacità di creare il buio intorno, di spegnere la luce sulla fuorviante realtà e di ingigantire i dettagli dell’immaginario collettivo?

Prendiamo per esempio il successivo “Short life”. Dicono che per fare un blues basti un padrone avaro, una donna spietata o un mulo testardo. Ma per fare un pezzo di bluegrass tradizionale come questo, occorrerà metterci anche certe vecchie ballate delle isole inglesi, i merletti di un fiddle e gli Appalachi come muro da riverberi. Se poi ci aggiungiamo la scoperta dell’elettricità, gli arpeggi lancinanti di una Fender, la voce disincantata di un cuore infranto, ecco che la rottura unilaterale di una promessa di matrimonio acquista il sapore epico di un destino ineluttabile, una perdenza gustata fotogramma per fotogramma fino ai titoli di coda.

Chiude il disco una suite di tre pezzi “Un occhio verso Tokyo”, “Jack Frost” e “Sugar baby”, un lungometraggio sonoro di quasi 11 minuti che riunisce due pezzi originali dei Guano Padano con un pezzo tradizionale reso celebre da Dock Boggs. Ancora una volta avanti e indietro nel tempo e nello spazio, dal Giappone all’Artico e agli Appalachi, e senza mai muoversi da uno studio di Brescia. Del resto, Sergio Leone non ci faceva vedere i canyon e i saloon da Cinecittà?


SoundCloud link:

 https://soundcloud.com/ponderosa-music-art/sets/guano-padano-back-and-forth/s-UHMFo2KZkbQ  

The Orchard, Backlink: 

https://promo.theorchard.com/0Sm006xUE5bBxFvZ3ZsF 

The Orchard, Pre-Order link:

 https://orcd.co/k5ymr8j 


Discography

Guano Padano - 2009

Lee Van Cleef – 2011

Guano Padano 2 – 2012

Americana - 2014


Social/Web

Wikipedia: https://it.wikipedia.org/wiki/Guano_Padano 

FB: https://it-it.facebook.com/GUANOPADANO 

BandCamp: https://guano-padano.bandcamp.com/album/guano-padano 


Ufficio Stampa e Comunicazione

Sara Mehrjoei

sara@ponderosa.it