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domenica 16 febbraio 2025

Un ricordo di Alberto Radius, mancato due anni fa


Ricordiamo oggi Alberto Radius, chitarrista, cantante e produttore discografico italiano, nato a Roma il 1º giugno 1942 e morto a San Colombano al Lambro il 16 febbraio 2023.


Inizia la sua carriera musicale alla fine degli anni '50, esibendosi in vari locali da ballo.

Nel 1967, ha suonato con il gruppo beat "Quelli", che in seguito sarebbe diventato la famosa Premiata Forneria Marconi (PFM).

Nel 1969, ha fondato il gruppo Formula 3 insieme a Tony Cicco e Gabriele Lorenzi, che diventerà uno dei principali gruppi di rock italiani.

Dopo lo scioglimento dei Formula 3, ha continuato la sua carriera come solista, pubblicando numerosi album di successo.

Ha anche lavorato come produttore discografico per molti artisti italiani, tra cui Lucio Battisti, Franco Battiato e Giuni Russo.

È stato un chitarrista molto apprezzato per la sua tecnica e il suo stile innovativo, influenzando molti altri musicisti italiani.


Alberto Radius ha pubblicato 13 album in studio, tra cui: 

Radius (1972)

Carta straccia (1977)

America Good-Bye (1979)


Alberto Radius ha partecipato a 4 film, tra cui "Franco Battiato - La voce del padrone" e "Perdutoamor".


Ha scritto la musica di "Tu vuoi lei", un brano di Mina del 1987.

Nel 2007, insieme a Oscar Avogadro, ha scritto la musica del brano "Musica e parole" con il quale la cantante Loredana Bertè ha partecipato al 58º Festival di Sanremo. 



sabato 15 febbraio 2025

Il BANCO nel febbraio del 1981

Per noi è un modo di proporci più diretto, più consumabile, più commerciale. Spesso si ha paura di questa parola, che non significa solo bassa qualità…”

(Francesco di Giacomo)

CIAO 2001 dell’8 febbraio 1981 dedica copertina e relativo articolo al Banco, impegnato nella lunga e fortunata tournee dell’album “Urgentissimo”, pubblicato nel settembre del 1980.

La musica è figlia degli anni in cui è stata concepita. Per “esigenze discografiche” sia il nome della band che la durata dei brani, vengono “accorciati”.

Urgentissimo è un album di grande rock, curatissimo nei dettagli e registrazioni, testi sempre all’altezza… ascoltalo senza pregiudizi!

Di tutto un Pop…

Wazza

http://concertodautunno.blogspot.com/2019/11/20191108-banco-del-mutuo-soccorso-sul.html

Urgentissimo, un album da rivalutare (dalla rete)

Accadde in una non precisata notte dei tempi, che il Mutuo Soccorso lentamente svanì e con esso il saturo decennio che consegnò agli estimatori del progressive (non solo d’oltremanica) uno più aurei capitoli musicali dell’intero novecento. Rimase il Banco, che nel corso del 1979, in pochi mesi, diede modo di assistere ad una chiara virata verso sonorità più sciolte, osiamo pure dire cocciutamente commerciali, che i seguaci della vecchia guardia, vissero in prima persona con un sospetto tremendamente giustificabile. Vero è pure, che stare al passo con i tempi, era in quel periodo un motto di gran lunga ricorrente. Alchè il già rarefatto e semplificato “Canto Di Primavera”, chiuse il fortunato ciclo, consegnando la stecca ad una compagine emotivamente restaurata, spacciatrice dell’energico live “Capolinea” (titolo molto probabilmente non scelto in maniera casuale), che in via definitiva blinda in cassaforte a tenuta stagna, quell’imperiale e granitico rock barocco ed orchestrale, gettandone irrevocabilmente la chiave e spalancando agli anni Ottanta, dei lavori di più celere ed immediato piglio auricolare.

Fuorviando quello che ne può concernere un discorso puramente stilistico, reputo “Urgentissimo” un disco di eccellenti doti sonore. I fratelli Nocenzi, Maltese e la restante truppa, generano un long-plein che strutturalmente si regge su chitarre più incattivite, giri di basso di gran mestiere e tastiere con atmosferici ed intelligenti sprazzi di elettronica. Nulla di così plasticoso e meticcio quindi. Il disco è gradevole, non stanca, non delude, è un rock più diretto, astuto e funzionale, ma realmente molto, molto artigianale e con un’elevata personalità. Forse il loro prodotto più ispirato degli anni Ottanta, insieme a “Banco” del 1983, che rimescola le carte e si contraddistingue per una più sobria eleganza, a discapito dei più deboli "Buone Notizie" datato 1981, tentativo meno riuscito d'emulazione di "Urgentissimo" e il più sfortunato "...E Via" pubblicato agli inizi del 1985, ultimo e snervante "atto di dolore", tristemente accompagnato dal quindicesimo posto di "Grande Joe" al trentacinquesimo Festival di Sanremo, prima di un timido e più dignitoso ritorno negli anni Novanta.

La soave ed incantevole ugola di Francesco “Ciccio” Di Giacomo completa il resto. Sa spalmarsi delicatamente a pennello e come sempre sa anche porsi nei momenti esatti con il giusto tono, sopra quelle nuove e stimolanti melodie d’inizio decennio. Storie di sempre, storie di anime al margine, di Paolo l’omosessuale maledetto, Felice il sognatore e Anna la suicida in una notte di Luna piena. Poi altri pensieri e concetti sul vivere e sul mal di vivere quotidiani, di Dei non pervenuti e di cieli dubbiosi, di riequilibri interiori, di qualcosa che agonizza dentro, che logora e che al contempo fa riflettere.

Un disco a mio parere eccessivamente snobbato e da rivalutare coraggiosamente, che ha per unica colpa, quella di adeguarsi in qualche modo ai tempi in fase di cambiamento. Un disco che tutto sommato, a quei tempi vi si adegua però con lungimiranza, offrendo una qualità nettamente alta e che non andrebbe forzatamente raffrontato con quello che il complesso ha prodotto fino all’anno precedente, perché la sterzata di stile è determinante e rischierebbe di lasciar cadere nel retorico e nel grottesco ogni qualsiasi serena valutazione. Voto: 8-/10

Chiudo con il mio personalissimo e semplice pensiero, dedicando il mio ricordo a Francesco e quella che rimane una tra le più allegre, esaltanti e pulite voci del panorama italiano e con il rammarico di non aver avuto il tempo di ascoltarla dal vivo, nonostante attendessi un nuovo giro di concerti, ai quali mi ero finalmente promesso di presenziarvi. Anche se vive e gioiose, quella voce e quell’amabile mole che la partoriva, lo saranno in eterno.



venerdì 14 febbraio 2025

Ci ha lasciato Giorgio Cocilovo

È morto Giorgio Cocilovo, chitarrista, arrangiatore, produttore; per chi è lettore delle abituali classifiche dei migliori chitarristi il suo nome non dirà nulla ma…

Così lo ricorda oggi Franco Mussida

 

GIORGIO COCILOVO CI HA LASCIATI


Mentre “Tutta l’Italia - tutta l’Italia- tutta l’Italià”, come recita lo slogan musicale di Sanremo 2025, stava sul divano ed io lavoravo alla stesura di uno spettacolo per San Patrignano, sbirciando qua e là tra le pieghe del programma più popolare degli italiani, il suono del campanello del cellulare mi preannunciava un messaggio, con la notizia che il cuore di Giorgio, di Giorgio Cocilovo, uno dei più bravi e famosi chitarristi italiani, per anni in prima fila nell’orchestra di Sanremo, nel gruppo dei musicisti di Renato Zero, presente in centinaia di registrazioni dei più famosi idoli e cantautori della nostra Musica Popolare, aveva cessato di battere. Mentre su quel palcoscenico, illuminato dai fari e da un entusiasmo che pare non avere limiti, nascono giovani stelle, una stella, altrettanto luminosa, ma che si vede appena, una di quelle che vivono nel cono d’ombra di quei fari, si era spenta. Stare nell’ombra è il destino dei musicisti di servizio, di tanta gente brava e saggia che non smette mai di studiare e di sperimentare. Che suona e insegna umilmente ai ragazzi a suonare, li aiuta a scoprire e sperimentare il bello di una missione, più che di un mestiere, quello di emozionare la gente attraverso la magia della Musica. Proprio ieri sera, a Bologna, in un incontro di presentazione del mio libro, ho suonato e dedicato a lui i movimenti delle mie dita e del mio cuore. In chi ha avuto la fortuna e il privilegio di avvicinarlo personalmente, la sua lucida genialità, la sua ironia, la sua purezza di cuore lasceranno in ciascuno un segno forte che rimarrà nel tempo. Rimarrà nei tanti amici di Musica che hanno lavorato con lui, che con lui hanno fatto centinaia di Tour in Italia e all’estero, nei cosiddetti “addetti ai lavori”, manager compresi. Un segno forte lo lascerà anche nei tanti, tantissimi allievi che ha avuto in decine di anni di carriera. Di certo lo lascerà in me. Giorgio è stato fin dal 1985 uno dei “pionieri” del CPM. Insieme a tanti straordinari amici musicisti, ha contribuito a far riconoscere il Jazz e la Musica Popolare alle nostre Istituzioni pubbliche. Gli impegni della professione lo avevano allontanato per anni dalla scuola.  Buon viaggio e grazie Maestro Giorgio per l’etica dei tuoi comportamenti, per tutti gli insegnamenti che ci hai dato!

Franco Mussida



Il compleanno di Dino D'Autorio

Ha compiuto gli anni il 1° febbraio a Dino D'Autorio, bassista e contrabbassista italiano.

Ha iniziato la sua carriera come musicista in diverse band, per poi dedicarsi all'insegnamento del basso e del contrabbasso.

È docente di basso elettrico presso il CPM Music Institute di Milano dal 1996.

Ha collaborato con numerosi artisti italiani e internazionali, tra cui Franco Battiato, Eros Ramazzotti, Gianna Nannini e Zucchero.

Ha collaborato con il Banco ed è presente nell'album "Capolinea".

D'Autorio è considerato uno dei più importanti bassisti e contrabbassisti italiani. È un musicista molto apprezzato per la sua tecnica e la sua versatilità.




 

sabato 8 febbraio 2025

Bastiano - "Punti che si uniscono"- Commento di Luca Paoli

 


Bastiano - Punti che si uniscono (2025)

Commento di Luca Paoli

 

Anche il 2025 si apre con ottime proposte nella musica d’autore italiana, all’insegna della qualità. Certo, non è sempre facile trovarle: spesso bisogna scavare tra le innumerevoli uscite che ogni giorno invadono il web. Richiede curiosità, spirito di esplorazione e, in fin dei conti, un po’ di impegno per scoprire dischi che, una volta ascoltati, ti colpiscono nel profondo e meritano senza dubbio una visibilità ben maggiore di quella che ottengono. È proprio questo il caso del disco che sto per presentarvi.

Con Punti che si uniscono, Bastiano (alter ego musicale di Luca Bastianello) presenta il suo primo album completo, uscito il 20 gennaio 2025, dopo l’esperienza dell’EP Stesi sull’asfalto del 2021.

Questo lavoro rappresenta un ulteriore passo nella sua evoluzione sonora, mescolando il cantautorato con suoni più ricercati e strutture imprevedibili, in un percorso che racconta tanto dell’artista quanto dell’esperienza umana.

Le otto tracce che compongono l'album sono una riflessione sul passare del tempo, le scelte di vita e il bisogno di trovare un senso anche nei momenti di incertezza. La musica si sviluppa con una fluidità che accompagna l’ascoltatore, a tratti delicata e altre volte più decisa, ma sempre attenta ai dettagli, ai piccoli spazi sonori che rivelano molto più di quanto possa apparire a prima vista.

Un viaggio sonoro che dagli anni ’70 e ‘80 viene traghettato ai giorni nostri con arrangiamenti molto curati pur se diretti e coincisi … poche cose ma messe nel punto giusto al momento giusto.

Le mie canzoni parlano di umane deviazioni, luoghi di distrazione. Racconto storie vere, a volte prese in prestito altre viste da vicino”.

Stampalia, che apre il disco, presenta una melodia morbida e atmosferica, dove la voce di Bastiano si fa veicolo di immagini sognanti e introspettive. La canzone riesce a trasmettere un senso di malinconia ma anche di speranza, come un ricordo che, pur lontano, rimane vivo dentro di noi.

Il monologo emerge per la sua introspezione, quasi come una conversazione interiore. Con un arrangiamento semplice ma incisivo, il brano trasmette emozioni e pensieri che colpisco l’ascoltatore in modo diretto e coinvolgente.

Dimmi cos’è si distingue per la profondità emotiva che trasmette. Il sound, arricchito dalla presenza degli archi, conferisce al brano una delicatezza che ben si sposa con il tema della ricerca di un senso, di un’ancora di salvezza in un mondo che spesso appare confuso e caotico. La sua intensità riesce a trasmettere quella sensazione di fragilità e speranza che nasce dalla necessità di orientarsi in un’esistenza che non offre risposte facili.

In Siamo di passaggio, il ritmo si fa più deciso, con una struttura che mescola momenti di intensità e respiro, quasi a voler sottolineare la frenesia della vita e la consapevolezza che tutto scorre, eppure le scelte che facciamo lasciano tracce. La musica segue il testo, alternando momenti più decisi a istanti più meditativi, creando una tensione che coinvolge emotivamente.

Luogo comune è un brano che rompe gli schemi con ironia e leggerezza, senza mai risultare banale. Bastiano critica le abitudini e le regole imposte dalla società, accompagnando il tutto con un ritmo vivace e quasi giocoso. Dietro l’apparente spensieratezza, però, si cela una riflessione seria sul conformismo.

Falangi merita una menzione speciale per la sua capacità di bilanciare il minimalismo con l’emotività. La sua semplicità, fatta di pochi elementi, si arricchisce piano piano di significati, con il pianoforte a scandire il passo mentre la chitarra esprime tutta la sofferenza delicata ma tangibile.

Panda e Umane deviazioni sono le tracce che portano verso la conclusione di questo più che convincente album, entrambe dense di riflessioni sulla condizione umana. La prima gioca con una certa ambiguità, tra l’ironia e il serio, mentre la seconda, che chiude i giochi, lascia un’impronta più profonda, quasi conclusiva, con una coda di malinconia che rimane a lungo dopo l’ascolto.

Bastiano ha creato un disco di grande classe e qualità, che unisce introspezione, sperimentazione e melodie affascinanti in un equilibrio perfetto. Con Punti che si uniscono, l'artista ha dimostrato di avere una visione unica e un talento notevole. Lo consiglio senza riserve a chi è in cerca di un album che sa emozionare e sorprendere.


giovedì 6 febbraio 2025

Qohelet – “Il Cantico dei Cantici”-Commento di Alberto Sgarlato

Qohelet – “Il Cantico dei Cantici” (2025) 

di Alberto Sgarlato


A chi segue con passione e fedeltà le pagine di MAT2020, il nome di Gianni Venturi non risulta affatto nuovo. Nel mondo della musica di qualità ha ottenuto popolarità come cantante degli Altare Thotemico, elegantissimo progetto tra rock progressivo e jazz-rock. Oltre questo, ha fatto molto altro: nei suoi dischi solisti spinge all’estremo la sperimentazione vocale, fondendola con testi di denuncia sociale e con una lucida analisi del mondo attuale; la Banda Venturi è un collettivo tra cantautorato, folk e riscoperta delle radici; Moloch è un progetto in duo con Lucien Moreau, tra industrial, rumorismo, elettronica e musica concreta.

Ed ecco che finalmente arriviamo al secondo capitolo del progetto Qohelet. Esso nasce a quattro mani con un altro nome di tutto rispetto nella scena musicale italiana: Alessandro Seravalle, polistrumentista noto nella scena prog italiana come fondatore, negli anni ‘80, dei Garden Wall. Insieme al fratello Gian Pietro, realizzatore anche dell’Officina F.lli Seravalle.

Il titolo del nuovo album dei Qohelet è già, di per sé, qualcosa di monumentale: “Il Cantico dei Cantici”. Qui Venturi esprime liberamente le sorprendenti potenzialità interpretative che lo hanno reso noto, mentre Alessandro Seravalle si districa con sapienza tra chitarre di vario tipo caratterizzate da varie accordature e intonazioni, pianoforte, piano elettrico, sintetizzatori, apparecchiature elettroniche di ogni sorta e un nutrito parco di percussioni intonate e non.

A dare manforte ai due titolari del progetto appaiono anche, in qualità di ospiti, Emiliano Vernizzi al sax e gli “interventi ritmici” di Gian Pietro Seravalle (dell’Officina). Entrambi questi due comprimari giocano però un ruolo decisamente di rilievo nelle dinamiche sonore dell’album.

Interessante notare, inoltre, che nelle note di copertina Gianni Venturi è accreditato al cosiddetto “autotune creativo”. A riprova, ancora una volta, che non è la tecnologia di per sé a rappresentare una minaccia, ma è l’uso che se ne fa che può essere intelligente e innovativo (come in questo caso) o, come per la maggior parte delle produzioni mainstream di oggi, semplicemente pessimo.

Otto tracce di durata oscillante tra i 6 e gli 8 minuti di media, ci guidano attraverso il fluire magmatico del libero pensiero generato dal duo Seravalle/Venturi: si parte con “Prologo” e, se Venturi declama “il tuo amore inebria più del vino / il tuo nome è un unguento penetrato”, la stessa cosa si potrebbe dire di questo sound, fatto di suoni gravi e oscuri, di loop ipnotici, di sax lancinanti, che penetrano davvero sotto i tessuti cutanei dell’ascoltatore. Perché questa non è musica “epidermica”, superficiale: bisogna essere predisposti non solo ad ascoltarla, ma ad assumerla, a compenetrarvi.

In questa introduzione sono già tracciate le vie che troveremo nei cinque brani portanti dell’opera, non titolati ma numerati da “Primo Poema” a “Quinto Poema”, seguiti da un “Epilogo” e una “Appendice Finale”.

I testi, ipnotici tanto quanto questa musica cupa e rarefatta, sono alquanto criptici; Eros e Thanatos, Amore Universale (per la donna, per la carne, per la natura intorno a noi) e angoscia, contrapposizioni continue tra il Bene e il Male, riferimenti letterari e citazioni (i due titolari del progetto non hanno mai nascosto il loro amore per Guido Ceronetti) si inseguono in quella situazione che lo stesso Venturi definisce più affine a un’opera teatrale che a un album.

Leggermente meno cupe si fanno le ambientazioni del Secondo e del Terzo Poema, complici anche i piccoli tocchi di pianoforte e di un sax giocato su timbriche più acute, a far da supporto all’intensità drammatica di Venturi, energica sia nei testi, sia nell’interpretazione.

Nel “Quinto Poema” un sapiente uso dei riverberi, soprattutto applicati al sax, accentua ancora di più quel senso di vuoto e di smarrimento apparentemente perfetto per replicare i contenuti pessimisti del reale Qohelet del V Secolo a. C., testo contenuto nella Bibbia (secondo alcune fonti attribuito al Re Salomone).

I loop ritmici della “Appendice Finale” sembrano rappresentare, in un salto temporale, l’Uomo oggi incastrato nelle gabbie della modernità.

Come dicono gli stessi autori: “Da non ascoltare in sala da pranzo, ma nel silenzio e nel buio”.


ASCOLTO SU BANDCAMP

 

 

martedì 4 febbraio 2025

THE FERTILITY CULT-"A SONG OF ANGER" - Di Andrea Pintelli

 


THE FERTILITY CULT-"A SONG OF ANGER"

Di Andrea Pintelli


I finlandesi The Fertility Cült arrivano al loro quinto album, tanto atteso da schiere di fans del doom, intitolato “A Song of Anger”, attraverso la Black Widow Records (gloria sempre).

La band, attiva dal 2008, è caratterizzata da un sound unico nel suo genere, maestoso, esoterico, imponente, a tratti piacevolmente minaccioso.  Il disco che andremo a commentare è il prequel di "Kosmodysseia", loro lavoro precedente che una testata giornalistica definì “vicino alla perfezione”. I territori sonori esplorati dai Fertility Cült si spingono fino al jazz e alla psichedelia, pur avendo le loro radici ben piantate nel prog, in prevalenza crimsoniano, e in un doom di sabbathiana memoria.

Aperto il sipario, ecco A Thousand Starships, che con intro sinistro traccia la linea. Esplicitato il concetto di viaggio intergalattico già dal titolo, anche musicalmente si decolla fin da subito in maniera corale. Il sax dona sé stesso declamando lo spazio infinito in cui si dipana e diventa pian piano protagonista oltre le vocalizzazioni. 

Fame Everlasting accresce il ritmo concettuale del messaggio, attraversando idee oblique e trovate stilistiche uniche. Assolo di chitarra da incorniciare, ma è il suono del basso che cattura, grazie a un’intensità palpabile e inusuale. Magie nordiche che hanno rispetto del passato, vivendo nel presente, guardando lontanissimo, pensandosi già oltre gli orizzonti.

The Duel ha coesione corposa e andamento fiero, come se, ora, fosse importante…vincere; tutto ciò per proseguire a indagare, e sondare, i soffi-spiriti vitali. Forza e convinzione possono portare a non soccombere alle azioni altrui, concentrandosi sulle proprie per camminare sempre a testa alta. Briseis, maggiormente introspettiva, si autodefinisce come una psych ballad, avente potenza e alti pensieri. Ascoltandola si viene invasi da un oceano di riflessioni, che naturalmente affiorano per poi galleggiare come fossero ninfee, ora rabbuiate, ora invitanti. Un paradigma dell’esistenza, insomma. The Curse of the Atreides ha una romantica cupezza di cui ci si può innamorare in brevissimo tempo. Pur nella sua pericolosità d’approccio da inquietante sirena, risulta oltre l’ammaliante. 

No Surrender, No Retreat: che (ri)partenza speciale! Grazie a un refrain di tastiere ad effetto, essa prosegue, innestando pensieri di movimento, abbattendo la noia e la sedentarietà emotiva. Ancora una volta il sax rende esclusivo il suo incedere, intervenendo su più piani insiti alla sensibilità dell’animo. Sfuma poi in un passaggio heavy che è la trovata scenica del brano, udibile solo dall’io profondo. 

A Song of Anger, ultima traccia, è una cavalcata di oltre dodici minuti, dove è possibile trovare vari significati dell’essere, affrontandoli per convenire in un dialogo telepatico col circostante. Una suite monumentale in cui si deve partecipare nella mancata purezza della ragione, con audacia disposta al superamento del vigore della propria indole. Spingersi sempre avanti, mai essere domati. La band offre qui un saggio completo della classe che contraddistingue i vari componenti, che nell’unione trovano le motivazioni della propria arte.

Senz’altro quest’ultimo album dei Fertility Cült è il loro più maturo, ma con significati densi e coraggio che li premiano come una delle realtà più limpide del panorama europeo, relativamente (e ovviamente) all’ambito di cui fanno parte. Un plauso alla copertina, la cui grafica centra in pieno le atmosfere che permeano quest’opera.

Abbracci diffusi.

 

Tracklist:

1 A Thousand Starships

2 Fame Everlasting

3 The Duel

4 Briseis

5 The Curse of the Atreides

6 No Surrender, No Retreat

7 A Song of Anger

 

"Music and lyrics by The Fërtility Cült

Recorded by Anssi Solismaa

Mixed and mastered by Markus Pajakkala

Cover art by Miikka Hakari

 

Members:

Anssi SOLISMAA - Keyboards

Artturi MAKINEN - Drums

Eero Johannes HEINONEN - Guitars

Ilari RYHANEN - Sax, backing vocal

Ville KAILA - Bass, vocals

 

Guest guitar solo on Fame Everlasting by Antti Loponen

Guest vocals on Briseis and backing vocals on A Song of Anger by Minttu Tervaharju

Guest guitar solo on The Curse of the Atreides by Arttu Kimmel

Guest soprano saxophone solo on A Song of Anger by Markus Pajakkala

Guest spoken word on A Song of Anger by Pete Bingham"

 

per contatti:

andrea.pintelli@gmail.com