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martedì 28 luglio 2026

Due notti a Pompei la comunità dei Marillion nell’Anfiteatro, di Angelo De Negri

 


Pompei secondo i Marillion

Di Angelo De Negri


Ci sono concerti che iniziano quando si spengono le luci e altri che cominciano molto prima. Quello dei Marillion all’Anfiteatro degli Scavi di Pompei prende forma già nelle stazioni, sui treni, lungo le strade della città. Alla stazione di Napoli compaiono i primi fan olandesi; nel centro di Pompei le magliette della band diventano un codice di riconoscimento immediato. Ci si saluta, si scambiano impressioni, si stringono amicizie. Nei ristoranti, ai tavoli, si parlano lingue diverse ma si aspetta lo stesso concerto.

Sabato 25 luglio va in scena la prima delle due serate dei Marillion inserite nella terza edizione di B.O.P. – Beats of Pompeii, la rassegna che porta la musica contemporanea all’interno del Parco Archeologico. La seconda data, domenica 26, viene aggiunta dopo che i biglietti per il primo appuntamento si esauriscono in poco più di due minuti. Entrambe le serate richiamano un pubblico internazionale: Steve Hogarth parlerà dal palco di fan provenienti da cinquanta Paesi, mentre secondo i dati diffusi dagli organizzatori circa l’ottanta per cento degli spettatori arriva dall’estero.

È un dato che aiuta a comprendere la natura dell’evento. Non si tratta soltanto di una band britannica che suona in uno dei luoghi più suggestivi del mondo, ma di una comunità che converge su Pompei per partecipare a un momento percepito fin dall’inizio come storico.

Molti spettatori approfittano della giornata per visitare gli scavi e osservare in anticipo il luogo del concerto. Davanti all’ingresso si forma una lunga coda, che procede comunque in modo ordinato. I cancelli aprono attorno alle 19.30, più tardi del previsto. Oltrepassarli produce però una sensazione difficile da ridurre alla semplice emozione dell’ingresso in un’arena.

Entrare nell’Anfiteatro significa entrare nella storia in almeno tre modi differenti: in quella antica di Pompei, in quella della musica e in quella dei Marillion, che con queste due date aggiungono una tappa fondamentale alla propria vicenda artistica.

Nel corridoio che conduce alla galleria, una mostra permanente ricorda il concerto dei Pink Floyd filmato nello stesso luogo nel 1971. Il riferimento è inevitabile, ma non serve costruire paragoni musicali che avrebbero poco senso: i due eventi nascono da idee e condizioni completamente diverse.

Nel film diretto da Adrian Maben, i Pink Floyd suonano davanti a un anfiteatro vuoto, non esiste un pubblico, se non quello futuro delle sale cinematografiche. Cinquantacinque anni dopo, i Marillion trovano invece davanti a sé una comunità arrivata da cinquanta Paesi. Se nel 1971 il vuoto diventa parte essenziale dell’immagine, nel 2026 è la presenza collettiva a definire l’avvenimento.

Dalla galleria, esattamente di fronte al palco, si coglie bene la costruzione visiva dello spettacolo. La distanza permette di osservare il disegno complessivo delle luci, il loro movimento sui fumi scenografici e il modo in cui l’impianto dialoga con lo spazio dell’Anfiteatro. L’architettura non rimane un semplice fondale prestigioso: entra nella percezione del concerto, ne modifica le proporzioni e amplifica la profondità delle immagini.

Lo spettacolo inizia alle 21.20 con Splintering Heart. È un’apertura efficace, nella quale musica, luci e fumi costruiscono immediatamente la tensione necessaria. La scelta successiva di Fantastic Place sembra quasi pensata per il luogo: il titolo assume un significato ulteriore e la canzone diventa una dichiarazione involontaria su ciò che circonda il pubblico.

La scaletta non segue una logica antologica. I richiami alla prima fase della storia del gruppo sono limitati a Kayleigh e Hotel Hobbies. Una scelta coerente, il concerto non vuole celebrare nostalgicamente gli anni Ottanta, ma raccontare ciò che i Marillion sono diventati durante la lunga stagione con Steve Hogarth.

Il nuovo brano Ribbons and Lace conferma questa volontà di guardare avanti. Accolto con interesse dal pubblico e impreziosito dal lavoro chitarristico di Steve Rothery, mostra una band ancora impegnata nella propria evoluzione musicale, dichiaratamente lontana dalle soluzioni più immediate e dai facili accordi. I Marillion continuano a comporre musica che chiede attenzione, che non cerca necessariamente di conquistare al primo ascolto, ma invita a seguirne gli sviluppi, le variazioni e le sfumature.

È anche questa indisponibilità a vivere di rendita a spiegare la durata del rapporto con il pubblico. L’appartenenza non nasce soltanto dai ricordi, ma dalla possibilità di riconoscere una band ancora viva, curiosa e capace di cambiare.

Steve Hogarth affronta la serata in condizioni vocali eccellenti e con la consueta presenza scenica. Si muove sul palco come cantante, attore e narratore, alternando teatralità, ironia e momenti di raccoglimento. Ricorda il valore simbolico dell’Anfiteatro e sottolinea la provenienza internazionale degli spettatori.

Prima di Seasons End introduce il tema ambientale con un’ironia amara. Parla del Niño, del progressivo riscaldamento dell’Oceano Pacifico e della facilità con cui fenomeni sempre più inquietanti vengono accolti quasi con soddisfazione, senza prestare attenzione a ciò che stanno annunciando.

Pubblicata nel 1989, Seasons End non sembra appartenere al passato. Il cambiamento climatico evocato dal brano è diventato una realtà ancora più evidente e, in un luogo segnato per sempre dalla potenza della natura, le parole acquistano un peso particolare. A questa dimensione collettiva si aggiunge quella privata, alcune canzoni attraversano gli anni insieme a chi le ascolta e finiscono per custodire ricordi personali che tornano a emergere a ogni esecuzione.

La prima parte dello spettacolo trova il proprio fulcro nell’esecuzione integrale di Care, la suite conclusiva di An Hour Before It’s Dark, suddivisa in Maintenance Drugs, An Hour Before It’s Dark, Every Cell e Angels on Earth.

Hogarth la introduce ricordando un video che Davide Costa, presidente del fan club italiano The Web Italy, gli invia durante il lockdown. Le immagini mostrano una Venezia deserta, abitata quasi soltanto dai piccioni, una città sospesa, privata improvvisamente delle persone che normalmente la percorrono.

Da quella visione si apre una riflessione sulla fragilità, sulla malattia e sulla cura. Care, non racconta soltanto la paura della fine, ma la capacità di riconoscere gli “angeli sulla Terra” nelle persone che assistono, accompagnano e rimangono accanto agli altri. Il passaggio conclusivo verso Angels on Earth possiede tutta la forza emotiva prevista e chiude la prima parte dello show con uno dei momenti più intensi della serata.

La band offre una prova tecnicamente solidissima. Mark Kelly costruisce con le sue tastiere l’ossatura armonica e atmosferica dei brani. Pete Trewavas e Ian Mosley formano una sezione ritmica precisa ma mai rigida: il basso si muove continuamente dentro gli arrangiamenti, mentre la batteria mantiene potenza, misura e riconoscibilità.

Mosley è affiancato da Andy Gangadeen, batterista e percussionista britannico considerato uno dei pionieri della batteria ibrida, capace di integrare strumenti acustici ed elettronici. Con una lunga esperienza tra rock, pop e dance e collaborazioni con artisti come Chase & Status, Labrinth e Rudimental, Gangadeen aggiunge nuove sfumature alla componente ritmica senza alterare gli equilibri consolidati del gruppo.

Steve Rothery conferma ancora una volta la propria cifra, non cerca l’esibizione tecnica fine a sé stessa, ma costruisce assoli nei quali ogni nota sembra avere un peso emotivo preciso. Da The Crow and the Nightingale a Easter, la sua chitarra interviene nei punti decisivi e porta i brani verso il loro culmine. Durante Out of This World alcuni problemi tecnici interrompono parzialmente la continuità del suo suono, ma non compromettono la tenuta complessiva dell’esecuzione.

Nella seconda parte del concerto salgono sul palco otto elementi dei Flowing Chords, formazione scelta all’interno dell’orchestra vocale romana composta complessivamente da circa trentacinque coristi e diretta da Margherita Flore.

Il loro contributo non si limita a creare una cornice solenne. Le voci entrano negli arrangiamenti con equilibrio, rispettano la struttura dei brani e ne aumentano progressivamente la forza emotiva. La presenza del coro risulta particolarmente efficace in The Space…, dove l’interpretazione di Hogarth trova una dimensione ancora più ampia. Le voci sembrano estendere la musica oltre il palco e distribuirla nello spazio dell’Anfiteatro.

Nato come progetto corale aperto a linguaggi differenti, Flowing Chords attraversa cantautorato, pop contemporaneo, soul e rhythm and blues. A Pompei questa esperienza viene messa al servizio della musica dei Marillion senza sovrapposizioni, il coro non copre la band e non trasforma i brani, ma ne fa emergere alcune tensioni già presenti.

Lo show procede come un lungo crescendo. The Space… è uno dei vertici della serata per la prova di Hogarth e per l’ingresso del coro. The Crow and the Nightingale conferma la profondità del repertorio più recente, mentre Easter, sostenuta da uno degli assoli più riconoscibili e intensi di Rothery, continua a sottrarsi alla dimensione del semplice classico da repertorio.

Dopo Lucky Man, Out of This World e Living in F E A R, il finale di Go! coinvolge direttamente il pubblico. Ma il vero compimento arriva con Man of a Thousand Faces. “This one is for Caligula”, così Hogarth introduce il brano, riportando ancora una volta l’immaginario romano dentro il concerto. La canzone cresce insieme al coro e agli spettatori fino a cancellare la separazione tra palco e gradinate.

La band e gli otto coristi si congedano insieme, dando appuntamento alla sera successiva. Dagli altoparlanti arriva Life’s Been Good di Joe Walsh, mentre il pubblico comincia lentamente a lasciare l’Anfiteatro. Il pensiero più immediato è anche il più semplice: peccato che sia già finita.

Quando il pubblico lascia l’Anfiteatro, la sensazione non è soltanto quella di avere assistito a un concerto musicalmente riuscito. La qualità dell’esecuzione, la voce di Hogarth, gli assoli di Rothery, la compattezza della band, il contributo di Gangadeen e dei Flowing Chords costituiscono elementi fondamentali, ma non spiegano fino in fondo ciò che avviene a Pompei.

Il significato delle due serate risiede anche nell’incontro tra un luogo carico di memoria e una comunità internazionale che continua a riconoscersi nella musica dei Marillion. Una comunità che viaggia, riempie le strade della città, si saluta senza conoscersi e canta insieme dentro un anfiteatro antico.

Le pietre sono le stesse dei Pink Floyd. Questa volta, però, ad ascoltare c’è un’intera famiglia.


Marillion – Pompei, 25 luglio 2026

1.   Splintering Heart

2.   Fantastic Place

3.   You’re Gone

4.   Ribbons and Lace

5.   Kayleigh

6.   Hotel Hobbies

7.   Afraid of Sunlight

8.   Seasons End

9.   Care (I): Maintenance Drugs

10.  Care (II): An Hour Before It’s Dark

11. Care (III): Every Cell

12.  Care (IV): Angels on Earth

Primo bis – con i Flowing Chords

13.                 The Space…

14.                 The Crow and the Nightingale

15.                 Easter

16.                 Lucky Man

17.                 Out of This World

18.                 Living in F E A R

19.                 Go!

Secondo bis – con i Flowing Chords

20.                 Man of a Thousand Faces


La seconda notte

Marillion – Pompei, 26 luglio 2026

Domenica 26 luglio i Marillion tornano sullo stesso palco per la seconda serata di Beats of Pompeii. L’architettura dello spettacolo rimane sostanzialmente invariata, ma la band introduce alcune differenze significative nella scaletta. You’re Gone e Fantastic Place invertono la loro posizione iniziale; escono Kayleigh e Afraid of Sunlight, mentre entra Sugar Mice, accolta sotto la pioggia come uno dei richiami più importanti al repertorio del passato. Il finale cambia ancora: dopo Man of a Thousand Faces, la band torna per un ultimo bis affidato a Mad e The Great Escape, due brani tratti da Brave. Le due date non sono quindi repliche perfettamente sovrapponibili, ma parti della stessa produzione, costruita anche attraverso variazioni che potranno offrire materiale differente per la futura pubblicazione.


Marillion – Pompei, 26 luglio 2026

1.   Splintering Heart

2.   You’re Gone

3.   Fantastic Place

4.   Hotel Hobbies

5.   Sugar Mice

6.   Ribbons and Lace

7.   Seasons End

8.   Care (I): Maintenance Drugs

9.   Care (II): An Hour Before It’s Dark

10.                 Care (III): Every Cell

11.                 Care (IV): Angels on Earth

Primo bis – con i Flowing Chords

12.  The Space…

13.  The Crow and the Nightingale

14.  Easter

15.  Lucky Man

16.  Out of This World

17.   Living in F E A R

18.   Go!

19.  Man of a Thousand Faces

Bis finale

20. Mad

21. The Great Escape






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