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giovedì 10 febbraio 2022

CODICE C -"Codice C", di Monica Franzon


CODICE C "Codice C"  Cd Super JC

Cat. DC02     Barcode 8054609370370

 

Di Monica Franzon

 

 

Call me: it’s chemical…Il progetto del gruppo ‘Codice C’, creato da Gianluca Capitani (Steve Vai, La Notte della Taranta, Goblin Rebirth, ecc.) e Danilo Cherni (Venditti, Goblin Rebirth, Fluido Rosa), due tra i più importanti musicisti, compositori e session men del panorama musicale italiano, nasce senza la ossessionante ricerca di un ‘concept’ ma, complici i numerosi ospiti di rilievo (Fabio Pignatelli, Giacomo Anselmi, Andrea Casali, Claudio Corvini, David Pieralisi, Marco Caudai, Maurizio Perfetto, Adriano Lo Giudice, Giulia Stefani, Greta Di Iacovo, Damiano Borgi, Frank Corigliano, Frank Marino, Gianluca Mastrangelo, Marco Dea. Daniele Marcelli, Emanuel Elisei, Francesco Marquez) si ritrova ad affrontare, con leggerezza e sarcasmo, il tema della più ancestrale paura dell’uomo, la morte, attraverso la razionale follia della consapevolezza e dell’inevitabile.

La morte che però si presenta nelle sue vesti migliori pare: semplicemente avvolta in danzanti vesti e illuminata dalle calde luci del tramonto in ‘One in a lifetime’, uno dei capolavori alla’ Whitesnake style’, oppure pulita e fresca in ‘One day more’, un altro caposaldo del concept, che catapulta l’ascoltatore in atmosfere da grandi e calde esibizioni corali.

Altri pezzi degni di nota (ma tutto il lavoro lo è) sono ‘H2O’ (utilizzo controllato di calde voci femminili e la fusione discreta ed elegante di sonorità tipiche del jazz) e la magnifica ‘The core’, un viaggio sensoriale nello spazio e nel tempo, in un pianeta a noi sconosciuto, misterioso e affascinante. Il susseguirsi di atmosfere rarefatte alternate a momenti di pura energia, tra tempi dispari e melodie oniriche, confezionate in un contesto dove si fondono materia e spirito che rendono l’album un piccolo Cameo, un gioiellino da inserire nella propria libreria. 

In Codice C ritroviamo sonorità a noi tutti care: Rush, Yes, Whitesnake, Cairo, Pentagle, fusi in un unico obiettivo: its chemical (Chemical, un altro dei pezzi maniacalmente precisi e perfetti contenuti in un album da coast to coast) qualsiasi sia il significato che all’esclamazione si desideri dare 


VIDEO INTERVISTA

https://www.youtube.com/watch?v=Nm91ENFDP8Y

https://www.youtube.com/watch?v=9qwh3T2Mw_w

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English version

The project of the group 'Codice C', created by Gianluca Capitani (Steve Vai, La Notte della Taranta, Goblin Rebirth, etc.. ) and Danilo Cherni (Venditti, Goblin Rebirth, Fluido Rosa), two of the most important musicians, composers and session men on the Italian music scene, was created without the obsessive search for a 'concept' but with the help of the many important guests (Fabio Pignatelli, Giacomo Anselmi, Andrea Casali, Claudio Corvini, David Pieralisi, Marco Caudai, Maurizio Perfetto, Adriano Lo Giudice, Giulia Stefani, Greta Di Iacovo, Damiano Borgi, Frank Corigliano, Frank Marino, Gianluca Mastrangelo, Marco Dea, Daniele Marcelli, Emanuel Elisei, Francesco Marquez) finds himself facing, with lightness and sarcasm, the theme of the most ancestral fear of Man: death, through the rational madness of awareness and the inevitable.

Death, however, which presents itself in its best guise, seems to be simply wrapped in dancing veils on the shore and illuminated by the warm colour of sunset in 'One in a lifetime', one of the Whitesnake style masterpieces, or clean and fresh in 'One day more', another cornerstone of the 'concept', which catapults the listener into an atmosphere of great and warm choral performances.

Other noteworthy pieces (but all the work is) are 'H2O' through the controlled use of warm female voices and the subtle and elegant fusion of typical jazz sounds, and the magnificent 'The core', a sensory journey through space and time, in a planet unknown to us, mysterious and fascinating, as befits a beautiful woman.

The succession of rarefied atmospheres alternating with moments of pure energy, between odd times and dreamlike melodies (made in a context where matter and spirit merge) but easy to read, make the album a small cameo, a jewel to put in your library.

In 'Codice C' we find sounds that are dear to all of us: Rush, Yes, Whitesnake, Cairo, Pentagle, merged into a single goal: 'it's chemical' (another of the maniacally precise and perfect pieces contained in a coast to coast album) whatever meaning you want to give to it.

 

CODICE C are: Gianluca Capitani (Drums, music and lyrics); Danilo Cherni (keyboards and programming and music).

 

Tracklist:

1-LIGHT 2-ONE DAY MORE 3-THE CORE 4-ONCE IN A LIFETIME 5-CHEMICAL 6-H2O7-SEVENTY DAYS 8-ENERGY 9-DREAM OR REALITY




lunedì 7 febbraio 2022

Ricordando Marcello Vento che ci ha lasciato nove anni fa

Nove anni fa se ne andava Marcello Vento, batterista, percussionista… da qualsiasi oggetto riusciva a tirarne fuori un suono!

Marcello ha sperimentato vari generi musicali nella sua carriera, dal rockprogressivo degli "Alberomotore" sino al folk-rock con il "Canzoniere del Lazio" e con il progetto "Carnascialia".

Si dedica all'insegnamento della batteria, suona nei dischi e partecipa ai concerti di Antonello Venditti.

Era un bravo artigiano del cuoio, ogni tanto lo incontravo ai mercatini…

Poi l'incontro con Jenny Sorrenti, che sarà l'inizio di un rapporto di vita e musica insieme, rifondano i Saint Just Again partecipando con molto successo al Prog-Exibithion del 2011.

Persona semplice, altruista, sempre pronto al dialogo e alla battuta.

Marcello, oltre ad essere un grande musicista, era anche un attento ascoltatore, e frequentatore di concerti.

Continua a battere il tempo Marcello...

Wazza

Alberomotore





The Allman Brothers Band. I ribelli del Southern Rock, di Mauro Zambellini- Commento di Fabio Rossi

 


Libro: The Allman Brothers Band. I ribelli del Southern Rock

Autore: Mauro Zambellini

Edizioni: Shake

Anno: 2021

Recensione a cura di Fabio Rossi


Mauro Zambellini

Il pregio di un saggio monografico risiede nella capacità dell’autore di mantenere il medesimo pathos narrativo dall’inizio alla fine del testo. L’impresa non è affatto semplice e, nel caso in esame, lo è ancor di più. Mauro Zambellini, nel raccontare le vicende di una delle band più famose del rock come i The Allman Brothers Band, poteva cadere nella trappola di far scemare l’attenzione del lettore subito dopo il periodo migliore del gruppo, all’indomani della pubblicazione del monumentale doppio live At Fillmore East e dell’improvvisa tragica scomparsa del leader carismatico, il leggendario Duane "Skydog" Allman. 

At Fillmore East

Mauro, invece, ha affrontato con la stessa passione, determinazione e capacità narrativa tutta la saga durata ben quarantacinque anni, dal 1969 al 2014, tra inevitabili alti e bassi, lutti improvvisi, situazioni drammatiche (scaturite sovente dall’uso smodato di alcol e droghe), cambi della line up, dischi poco riusciti e tanto altro ancora, riuscendo a non essere mai dispersivo e ad esaltarmi parimenti a come è accaduto affrontando l’epoca d’oro. Insomma, un traguardo centrato alla perfezione. 

Gregg Allman

Ciò è stato reso possibile dalla sua smisurata venerazione nei confronti degli Allman e del Southern Rock, genere musicale al quale, peraltro, ha dedicato un libro uscito nel 2001 per la Giunti Editore. Durante la lettura e proprio per il suddetto motivo ho finito, per riscoprire album inopinatamente tralasciati, come Enlightened Rogues o Hittin’ The Note, senza contare la pletora di uscite ruotanti attorno al pianeta Allman, come i lavori solisti di Gregg, la discografia dei Gov’t Mule e dei Derek Trucks. Sono un grande estimatore del periodo con Duane, al punto da collocare il talentuoso chitarrista nel podio degli assi della sei corde a fianco di Jimi Hendrix e Rory Gallagher. Mi sono emozionato per come Mauro ha descritto la fine di un’era, quando quel maledetto 29 ottobre 1971 Skydog lasciò questa terra a causa di un maledetto incidente stradale. Qualsiasi gruppo si sarebbe sciolto, ma gli Allman andarono avanti sfornando vere perle del rock’n’blues progressivo, come amo definire la loro musica, come Eat a Peach e Brothers and Sisters. 


Brothers and Sisters

Successivamente li ho un po’ tralasciati e ho sbagliato, ci voleva questo libro per redimermi Il saggio è importante perché è il primo in Italia sui The Allman Brothers Band e i complimenti vanno fatti anche alla casa editrice per l’ottimo editing e per la qualità complessiva del prodotto. Di livello la prefazione curata da Marco Denti e interessante la postfazione di Tiziano Tononi che affronta il tema dell’utilizzo di due batterie nel rock, una delle prerogative degli Allman. Unico difetto, a parer mio ovviamente, è la mancanza di un fascicolo fotografico che in un’opera del genere sarebbe stato il classico fiore all’occhiello.




domenica 6 febbraio 2022

Incontro con Vittorio Nocenzi a Marino-Racconto e foto di Marco Mulas


Incontro con Vittorio Nocenzi a Marino

Racconto e foto di Marco Mulas


Sono stato alla presentazione a Marino.

E alla fine sono riuscito comunque ad entrare (la sala era strapiena, ma si poteva stare nell'atrio, con la grande porta aperta.

Bella serata e ovviamente Vittorio grande (e irrefrenabile) oratore.

 

Organizzato dal Circolo del Cinema Mark Film, dalla Libreria Venpred e dalla Onlus Senza Frontiere, si è svolta ieri pomeriggio nella sala Lepanto del Comune di Marino la presentazione del libroNati liberi”, scritto da Vittorio Nocenzi - compositore e fondatore del Banco del Mutuo Soccorso - insieme a Francesco Villari e pubblicato dalla Tsunami Edizioni.

Un incontro durato più di due ore, durante le quali Vittorio Nocenzi ha dialogato con Filippo Marcheggiani, da anni chitarrista del gruppo, e Paolo Logli, autore televisivo e cinematografico, ma anche coautore dei testi di “Transiberiana”, ultimo disco della storica formazione da sempre diretta dal musicista marinese.

Si è parlato naturalmente del Banco del Mutuo Soccorso e in generale di musica e di composizione, ma anche della storia di Marino e dei Castelli Romani negli ultimi decenni, di Weber e Monet, di Allende e dittature sudamericane, di etnomusicologia e folklore, economia, consumismo, immigrazione, multiculturalità e infine di Ariosto e del suo Orlando Furioso, tema del prossimo album del Banco che Nocenzi sta ultimando insieme agli altri membri del gruppo e con il decisivo contributo del figlio Michelangelo, giovane ma già competente musicista e compositore.

Non sono naturalmente mancati appassionati ma sobri ricordi delle figure di Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese.

Tra il pubblico che gremiva la sala era presente anche il sindaco di Marino, Stefano Cecchi, che ha rivolto al termine dell'incontro un breve saluto al compositore e agli intervenuti.

Nati liberi”, ripercorrendo la discografia del Banco del Mutuo Soccorso, racconta le vicende del gruppo e dei suoi componenti, ma offre anche un suggestivo quadro di cinquant'anni di musica (non solo progressive), cultura e società italiana.

Arricchito da molte fotografie, alcune delle quali inedite, è un testo preciso e insieme gradevole, approfondito e accattivante.

La veste editoriale accurata, tipica dell'ottima casa editrice Tsunami, che da anni propone interessanti testi dedicati alla musica (dal progressive al metal, dall'industrial al neofolk esoterico), è un'ulteriore elemento di pregio di un volume imperdibile per ogni appassionato dello storico gruppo come per ogni amante della musica contemporanea. 




 





mercoledì 2 febbraio 2022

Steve Anderson-Journeyman’s Progress – Part One, commento di Fabio Rossi

 


Recensione di Fabio Rossi

 

Artista: Steve Anderson

Album: Journeyman’s Progress – Part One

Genere: Progressive

Anno: 2021

Casa discografica: Spodrock Records

 

Tracklist: 

1. Solus

2. Coda

3. A Glimpse of Light

4. Hellebore

5. Circlet

6. Mr Mekano

7. Descent

8. For Nancy

9. Glass Quartet

10. The First Step

11. Journeyman

 

Line Up: 

Steve Anderson ha suonato tutti gli strumenti fatta eccezione per la batteria in “Coda” (Chris York) e in “Mr Mekano” (Jamie Fisher). Il contributo alle percussioni in Glass Quartet è di William Burnett, Neil Durant e ancora di Jamie Fisher.

 

Nella carriera di tanti musicisti si arriva a un punto nodale in cui la volontà di pubblicare un album solista appare irrefrenabile. Questo è accaduto anche a Steve Anderson, chitarrista nei The Room, Grey Lady Down e Sphere 3, che ci ha regalato un progetto interamente strumentale costellato di undici composizioni ben concepite e dal carattere multiforme. Tale ultimo aspetto costituisce il reale punto di forza di Journeyman’s Progress – Part One, un viaggio attraverso il progressive, il rock melodico, la psichedelia e la fusion, generi sui quali Anderson si dimostra perfettamente a proprio agio.

L’artista milita in formazioni che esprimono proposte diverse tra di loro e, pertanto, era lecito aspettarsi un prodotto variegato.

Munito di una splendida cover, il disco non delude assolutamente le aspettative e potrebbe essere annoverato tra le uscite più espressive di quest’anno appena iniziato.

L’apertura è affidata alla classicheggiante Solus nella quale Steve mette subito in mostra tutta la sua bravura alla chitarra.

Coda ha un incedere rasserenante, per poi esplodere verso la metà del brano in un rock graffiante dalla ritmica travolgente nella quale ad eccellere è la batteria di Chris York.

A Glimpse of Light dispone di una tema portante ipnotico sul quale si inseriscono suoni avvolgenti e incantevoli.

Hellebore ha un andamento affascinante dettato dalle armoniose note sciorinate dalla sei corde acustica e sullo stesso canovaccio si snoda la breve Circlet. L’atmosfera muta radicalmente con Mr Mekano e Descent che sembrano essere state estrapolate da un album dei King Crimson, due perle di musica surreale d’avanguardia ad alto livello qualitativo.

Il clima si stempera con For Nancy, primo singolo nonché una delle tracce migliori partorite dalla genialità dell’autore, dove a dominare è una sognante chitarra.

L’inquietante e paranoica Glass Quartet potrebbe far parte della colonna sonora di un film distopico.

Su tali parametri si snoda anche la seguente The First Step; questo brano ha un inizio umbratile per poi orientarsi verso lidi più rasserenanti.

La sontuosa conclusiva Journeyman ha un incipit affidato a un suadente pianoforte per crescere a mano a mano d’intensità nell’ambito di un prog d’autore con sugli scudi un magnifico assolo alla sei corde; il brano, come un camaleonte, cambia continuamente aspetto, ben oltre dieci minuti di classe pura da applausi a scena aperta a suggellare un lavoro di cristallina bellezza.

Ci si lamenta spesso del fatto che non ci si emoziona più ascoltando le nuove uscite, non so voi cosa ne pensiate, ma se l’eccezione conferma la regola Journeyman’s Progress – Part One ne è una palese conferma.

Visto il titolo, non resta che aspettare la Part Two e ho molta curiosità in merito.  





martedì 1 febbraio 2022

BERNARD & PÖRSTI: Robinson Crusoe-Commento di Valentino Butti


BERNARD & PÖRSTI: Robinson Crusoe

Seacrest Oy -2021-Multi

Di Valentino Butti

 

Cambia l’anno, ma non cambiano le abitudini del binomio Bernard e Pörsti che ci regalano questa ennesima perla dedicata a “Robinson Crusoe”, l’arcinoto protagonista del romanzo di Daniel Defoe.

L’album è stato pubblicato nel dicembre 2021 a chiudere un anno intensissimo per il duo italo-finlandese già protagonista, stavolta come The Samurai of Prog (con Steve Unruh), con due album dedicati ai racconti dei fratelli Grimm. Non ci sorprenderemo, dunque, se questo 2022 ci regalerà almeno altre due o tre pubblicazioni e poco importa se saranno “timbrati” Bernard e Pörsti, da Samurai of Prog, dal solo Pörsti o dal progetto parallelo, più folk-prog, The Guildmaster.

 

 
                                         PÖRSTI BERNARD 

“Robinson Crusoe” è suddiviso in sette brani, con il solito consistente numero di musicisti coinvolti, che incontreremo cammin facendo.

Overture” (musiche di Octavio Stampalia) è l’ottimo antipasto fornito dalle tastiere dell’autore con evidenti richiami alla musica classica grazie anche ai preziosi contributi del violino di Steve Bingham, del corno francese e della tromba di Mark Pepeghin e dal flauto di John Hackett. L’anima rock è offerta, oltre che dal duo titolare del progetto, dall’incisiva chitarra di Ruben Alvarez. I continui cambi di umore aggiungono quel quid che conferisce al brano un gusto davvero squisito. Un altro “abbonato” ai lavori di Bernard e Pörsti è l’autore delle musiche di “Like an endless sea”, Oliviero Lacagnina (testo di Aldo Cirri). Non mancano anche qui le influenze classicheggianti, in cui si innesta un “flavour” jazzistico di notevole qualità. Entra in scena, poi, la particolare voce di John Wilkinson mentre il finale è ancora un florilegio di emozioni con violino (ancora Bingham), tromba e corno francese (Pepeghin) e le tastiere dell’autore. L’immancabile saggio di bravura di David Myers al pianoforte, “The voyage begins”, ci conduce a “The island of Despair”, una mini-suite di dieci minuti. L’autore (musica e testi) è Alessandro Di Benedetti (Mad Crayon-Inner Prospekt) e tra gli ospiti figurano Bert Schwertmann (voce dei Kayak), Rafael Pacha (chitarre, flauto dolce, viola), Steve Bingham (violino), mentre il “solo” di chitarra è di… Steve Hackett. Malgrado l'inizio sia affidato al piano, al violino ed alla viola, l'ingresso del cantato di Schwertmann ci conduce in ambito decisamente rock. Quasi a metà del brano, l'atmosfera si fa più sognante e rarefatta con protagonista il piano dell’autore, tra il quale si inseriscono le note del violino, della viola e del flauto. Un breve break strumentale, ed inizia il lungo assolo di Hackett prima che riprenda la breve parte cantata, bissata da un altro intervento, stavolta più breve, dell’ex-Genesis. Finalmente Robinson incontra “Friday”, altro brano che supera i dieci minuti. Le musiche sono di Marco Grieco, le liriche di… Defoe. Il risultato, merito anche della voce di Marco Vincini, è davvero notevolissimo: un bel tuffo nel prog romantico anni ’70, in particolare in quello dei Genesis con Gabriel. Un’altra “vecchia” conoscenza, Luca Scherani (musica e testi) confeziona “The rescue” perfettamente cucita addosso alla voce di “Lupo” Galifi. Le “belle melodie” la fanno da padrone, le molteplici tastiere di Scherani disegnano trame sempre convincenti. Il “tema” ricorrente synth è davvero splendido, così come il violino di Adam Diderrich, mentre poco “sfruttato” pare il talento di Marcella Arganese alla chitarra, malgrado qualche ricamo qua e là. Notevole, per contro, l’apporto ritmico di Bernard e Pörsti come era iniziato, il cd si chiude con uno strumentale, “New life”. L’autore, tanto per cambiare, un altro italiano: Andrea Pavoni. Un brano a tinte pastello in cui emergono il flauto di John Hackett e le sobrie tastiere dello stesso Pavoni. Efficace, infine, il guitar- solo di Marcel Singor.

Riuscita, come nelle altre occasioni, la copertina di Ed Unitsky ed esaustivo il ricco booklet. “Robinson Crusoe” conferma in pieno le aspettative che avevamo e l’ottima creatività che contraddistingue sin dagli esordi, questo progetto “aperto” del duo italo-finlandese.





Claudio Bellato ricorda John Martyn a 13 anni dalla sua morte


Il 29 gennaio del 2009, a soli 61 anni, se ne andava John Martyn, un artista che ho amato molto e che continuo ad ammirare. Un caposcuola.

La prima canzone sua che ascoltai è la versione di Eric Clapton di “May you never”, contenuta nell'album “Slow Hand”.

Una bella canzone che mi piaceva canticchiare ma nulla più. (Sentite la versione dell'ultimo John Martyn piuttosto).

Più tardi ho scoperto tutte le altre cose che aveva fatto.

Partendo dal folk revival britannico, movimento che aveva come precursori artisti come John Renbourn e Davey Graham, fino ad arrivare a Nick Drake del quale John era intimo amico ed al quale dedicherà Solid Air.

John era arrivato ad un suo linguaggio di sintesi che univa la tradizione folk con il blues e il soul.

L'album “Solid Air” per me è un capolavoro.

Il suo utilizzo dell'effettistica e degli echi in epoca preistorica, credo abbia influenzato in qualche modo anche chitarristi come The Edge nelle sue tessiture ritmico armoniche.

John Martyn aveva una voce pazzesca.

E anche nella seconda fase della sua carriera artistica (quella del declino dovuto alla malattia ed alle vicissitudini personali), la sua voce aveva acquisito una magia ancora più intensa, in grado ancora oggi di darmi i brividi lungo la schiena.

Un po' di ascolti...

John Martyn - Small Hours (1978)

https://youtu.be/pYLVM560Fok

 

John Martyn Documentary - Johnny Too Bad

https://youtu.be/q0DVynJD4jE

 

John Martyn - Solid Air (1978)

https://youtu.be/qDcJgF8baDE

 

#johnmartyn #guitarist #rock #folk

 #acousticguitar #graemethomson